“Il letto di Procuste” (9° classificato al terzo Contest “La Lettera Matta”)

Gli umani inventano mostri acquattati sotto i letti,

per distogliere l’attenzione da quelli che vi si agitano sopra.

Si affacciò alla finestra, scostando leggermente la tendina e ammirando l’intensità del proprio volto riflesso nel vetro.

Minuscole goccioline incominciarono a picchiettare rade, sulle canne di vetro multicolori, accuratamente sistemate in fioriere di resina rettangolari.

Quelle graziose oasi di natura rigogliosa, fertile terriccio e grassi vermi satolli di humus, erano allineate in una fragile ma meticolosa barriera, addossata alla ringhiera scrostata del terrazzino. Unico, coraggioso baluardo contro la cementificazione, selvaggia e incontrollata, del quartiere periferico in cui la bella Magdalena viveva, ormai, da un paio di anni.

A voler essere esaustivi, Magdalena non era semplicemente bella. Magdalena era splendida.

Il mondo s’illuminava al suo passaggio. Sembrava che una scia di pagliuzze iridescenti seguisse fedele e composta l’incedere etereo dell’armoniosa silhouette.

I vicini, quando avevano la fortuna di incrociarla, sulla rampa sinuosa di scale, che lei percorreva leggera, quasi librandosi in un frullo impercettibile di ali, sino alla sommità, per giungere al grazioso sottotetto in cui abitava, godevano, alla vista della soave creatura. Si beavano del prezioso incontro, rapiti da una meraviglia estatica e trascendentale, tipica delle esperienze mistiche.

Estasiati dal portamento delicato del corpo perfetto. Trafitti dall’intensità magnetica degli occhi chiari. Turbati dal candore perlaceo della pelle levigata e intatta della sua giovane età. Inebriati dal profumo fresco e palpitante dei lunghissimi capelli biondi, sempre sciolti e vagamente ondeggianti, in una frenesia di bagliori abbacinanti. Un’aureola dorata non avrebbe potuto creare più luce sulla sommità di quel capo perfetto.

Alcuni di loro, soprattutto i più anziani, rimanevano appoggiati al corrimani, attenti a non vacillare, sollevando lo sguardo e attendendo, pazienti, il lieve rumore della porta all’ultimo piano, chiusa a proteggere quello che ritenevano essere il sacello inaccessibile di una fulgente divinità.

Magdalena era contenta di abitare all’ultimo piano dell’edificio.

Era nata e cresciuta in un paese di montagna, i cui panorami ricordavano quelli delle Alpi tirolesi, dipinti da Giovanni Segantini: aspri picchi ammantati di neve, screziati dai riverberi rosati di nostalgici tramonti.

Vivere in posti elevati e inaccessibili ti rammenta che la vita è un percorso irto e scabroso, fino alla sommità dei propri ideali.

Pochi riescono ad arrivare in cima. Alcuni si arrendono prima. Interrompono la salita, gravati dal peso del proprio corpo e allarmati dall’aria sempre più rarefatta. Ma Magdalena non era così. Magdalena continuava a salire, ovunque andasse. E continuava imperterrita a inalare a pieni polmoni, qualunque cosa respirasse.

Non si arrendeva mai. Ostinata e caparbia come una capra tibetana. Libera e disinvolta come un’aquila reale. Elegante e affusolata come una giovane betulla. Limpida e glaciale come il lago Achensee.

Il crepitio dissonante della pioggia, adesso, si era trasformato in un’esplosione scrosciante di nebulosi umori, gorgogliando liquida nelle grondaie e uscendone a fiotti, che, frammentandosi in putridi rigagnoli, raccoglievano, al loro passaggio, tutto il livore arroventato di una città frenetica e lo convogliavano nella cavità scura e vorace dei tombini.

Il semaforo all’incrocio pulsava distratto il suo ritmo vitale, in un alternarsi lento e ormai dimenticato da tutti, di rossi esangui e pallidi verdi.

L’inquietudine degli automobilisti, in file disordinate e caotiche, che premevano ovunque, pur di trovare varchi accessibili, era accompagnata ed esaltata dal movimento ipnotico dei tergicristalli.

Una miriade variopinta di ombrelli, sbocciarono progressivamente lungo i marciapiedi affollati, nascondendo sotto la propria fragile corolla, un mondo brulicante di passioni sconosciute e irrefrenabili.

La pioggia, nella città, creava suggestioni oniriche, in grado di aumentare le percezioni sensoriali e la portata dei desideri. Bisogni fisici e stimoli sessuali si acuivano al ritmo lento, poi più veloce e infine più languido dell’acqua.

L’uomo sarebbe arrivato presto, vinto dalla bramosia del suo richiamo.

Magdalena si scostò dal vetro della finestra imperlato di gocce. Non le importava granché di quella città disordinata. L’avrebbe lasciata liquefarsi sotto il fragore inarrestabile della pioggia estiva.

Piuttosto, controllò che tutto fosse al proprio posto, nel confortevole riparo della sua piccola tana.

La soffusa luce rosata creava una seducente atmosfera, colorando ogni singolo oggetto di conturbante malizia e rendendo ogni cosa desiderabile. Più di ogni altra, la pelle opalescente del suo magnifico viso.

Nessun talentuoso pittore avrebbe potuto dipingerne meglio l’incarnato. In effetti, non esistono simili sfumature, nella gamma infinita dei colori che l’arte ha inventato, copiandole dalla natura. Solo la luna le possiede. La bellezza di Magdalena racchiudeva in sé l’enigma della luna. L’enigma del lamentoso e devoto ululato dei lupi, persi nella sua contemplazione.

L’uomo era arrivato. Nessun ringhio famelico ne faceva intuire la presenza alla soglia della porta, ma Magdalena ne avvertiva fortissima l’avidità. Spalancò l’uscio, sorprendendo il proprio ospite nell’atto di suonare il campanello.

Non si sarebbe potuto dire se egli fosse rimasto più meravigliato dal tempismo dimostrato o dalla bellezza che gli si parò innanzi, tutto di un botto.

Ma era un individuo scaltro e pieno di risorse. Le stesse che gli avevano concesso, fin da giovane, di salire, sempre più in alto, nella scala vertiginosa della società. Non si perse d’animo ed entrò nella piccola, accogliente, alcova.

Tuttavia, per quanti sforzi egli facesse, nel vano tentativo di mostrarsi spontaneo e disinvolto, non riusciva a distogliere gli occhi dal volto magnifico di lei. I suoi amici lo avevano ben consigliato. Aveva viaggiato molto, nella propria vita, per piacere e per lavoro (che poi, a dirla tutta, per lui, erano la stessa cosa), e le occasioni di conoscere donne bellissime non gli erano certamente mancate. Nonostante ciò, mai gli era capitato di imbattersi in una simile creatura. Forse, solo una visita al paradiso avrebbe potuto concedergli un così fortunato incontro.

Magdalena gli sorrise enigmatica. L’uomo per un attimo temette che la donna angelo potesse intuire ogni suo singolo pensiero.

Provò a cacciar via quella sensazione avvicinandosi a lei, come si fa con le cose che ti appartengono, dando per scontato che fosse sua e che, comunque, avrebbe potuto farla sua tutte le volte che avesse desiderato.

Lei si lasciò annusare, mansueta, continuando a sorridere, con quel sorriso ineffabile, che la rendeva terribilmente seducente ma inaccessibile.

Fu sorpreso dall’intensità aromatica di quel profumo e dall’imprevedibile reazione olfattiva in lui suscitata. Odore di natura incontaminata, distese verdi e lussureggianti, spazi sconfinati, attraversati da repentini refoli di vento, che rapiscono la mente, scollegando sinapsi e sparpagliando ovunque neuroni cerebrali.

Perso.

Si sentì scoperto e indifeso, come mai gli era capitato prima, nella sua breve vita di predatore.

Magdalena lo rassicurò prendendolo per mano. In silenzio lo condusse verso un sontuoso letto stile impero.

Egli si accorse, solo allora, che, non avevano scambiato alcuna parola. Nemmeno si erano presentati. Non che fosse necessario, ma il desiderio impellente di sentirle pronunciare il proprio nome o qualsiasi altra parola lo travolse, in maniera più intensa, perfino, di quello fisico.

Improvvisamente lo colse un dubbio: «Parli la mia lingua?».

Lo guardò stupefatta: «Certo che parlo la tua lingua. Oltre alla tua, ne parlo correntemente altre tre, meno fluentemente altre due. Se hai delle preferenze, non devi far altro che scegliere».

L’uomo vacillò. Il suo granitico ego incominciò a creparsi, scalfito dalla punta acuminata di quella lingua superba. La dizione era assolutamente perfetta, limpida e chiara. Priva del petulante miagolio, tipico delle ragazze dell’est.

Lei tenne a precisare ulteriormente: «E’ incredibilmente amaro, a volte, constatare come la gente ami adagiarsi nella banalità dei luoghi comuni. Una ragazza straniera, che si concede per una manciata irrisoria di denaro, deve necessariamente essere una povera analfabeta. Non è vero? Anche tu la pensi così?».

Il suo modo di fare era volutamente provocatorio, allusivo e malizioso. Con una leggera spinta lo fece adagiare sul letto, mentre con le dita affusolate gli slacciava la camicia, bottone dopo bottone.

Venne travolto dall’alta marea di quelle parole salaci e di quei gesti disinvolti. Meravigliandosi del suo stato di soggezione, osò domandarle, con una sfumatura appena percettibile d’ironia nella voce: «Chissà quale titolo di studio puoi sfoggiare, allora… ».

«Un eccellente titolo di studio! Certamente non il migliore, ma ti assicuro che non è poi così semplice ottenere una laurea, come sono riuscita io, in pochissimi anni e con ottimi voti, al Collegio Accademico di Alba Iulia».

«Alba Iulia? Non ne ho mai sentito parlare, dove si trova?».

«Non la conosci perché, probabilmente, non sei una persona così colta come reputi di essere. Alba Iulia si trova in Transilvania».

Non si offese. La sua tracotante vanità era stata completamente neutralizzata dalla posizione privilegiata, sotto il corpo carezzevole di lei, e da quei modi seducenti.

«Che meraviglia! Una vampira laureata… ».

La battuta non era stata delle più felici. Se ne rese conto, immediatamente dopo averla proferita.

Un guizzo di luce attraversò il mare celeste dell’iride, perdendosi nella bianca e spumosa risacca che l’avvolgeva.

«Altri luoghi comuni… associare la Transilvania ai vampiri è come associare l’Italia agli spaghetti o, se preferisci, alla mafia… ».

Lentamente e con grazia, Magdalena iniziò a spogliarsi. Non ci volle molto, in realtà. Una volta scostate le sottili spalline di seta, l’abito scivolò giù come una valanga di onde voluttuose, trascinando a valle ogni più piccolo pudore.

L’uomo, oramai, non aveva più difese. Lei era magnifica, splendente di luce propria, come una divinità, e se fosse stato necessario invocare un nome per adorarla, egli non avrebbe saputo cosa scegliere, fra Nemesi o Catarsi.

Tutto, in quella donna, dal candore abbacinante della pelle, alla purezza incontaminata delle sue forme, invocava espiazione.

Disposto a espiare ogni sua colpa, presente, passata e, persino, futura, si abbandonò completamente, vittima consapevole e consenziente dei propri sensi.

Magdalena chiese per pura cortesia, sapendo che non ce ne fosse alcun bisogno, il permesso di legarlo al letto.

Annuì distrattamente, come se si trattasse di legare qualcun altro, al posto suo.

Lei si muoveva felina, mentre i lunghissimi capelli biondi gli lambivano carezzevoli la pelle, distraendolo ancor più da quello che stava avvenendo.

Le fasce di cuoio con cui gli vennero legati polsi e caviglie, spuntarono quasi per magia, dalle coltri profumatissime. Lo tenevano saldo al letto, rendendogli impossibile qualsiasi movimento, fatto salvo quello della testa, un po’ ciondolante, per via di un insolito avvallamento nel materasso.

Lei iniziò a parlare, prima sussurrando dolcemente nell’orecchio, poi, una volta accomodatasi languidamente a cavalcioni sopra di lui, alzando leggermente il tono della voce.

«C’è una storia che devi conoscere. Sai chi era Procuste?… No, sono certa che non lo sai. Adesso ti dirò io, chi fosse costui. Procuste, lo stiratore, era un brigante dell’Attica. Assaliva le proprie vittime in un modo curioso. Prima le neutralizzava, legandole su di un’incudine a forma di letto, quindi stirava il corpo dei viandanti più corti, o amputava le parti eccedenti di quelli più lunghi.

Con l’espressione ʻletto di Procusteʼ, quindi, si può correttamente indicare il tentativo di ridurre a un unico modello, cose, persone, comportamenti».

Iniziò a essere invaso da una spiacevole sensazione. Ma quella creatura angelica, certamente, non poteva avere cattive intenzioni. Non vi era nulla da temere. Ne era sicuro. Si rammaricò soltanto della posizione scomoda del proprio capo, sollevato appena per guardare la donna negli occhi.

Totalmente rapito dall’incessante discorso, proferito con sorprendente sicurezza, nei concetti e nell’eloquio, si limitava ad annuire ogni tanto, conservando un religioso silenzio.

«Purtroppo viviamo in un mondo stolto. Privo di un’apertura mentale sufficiente per scorgere le differenze esistenti fra individuo e individuo e per giudicare le persone in maniera corretta, senza farsi abbindolare da fuorvianti apparenze e da false superstizioni. Ci illudiamo che vi siano malattie inesistenti, razze inferiori, modelli privilegiati. Ingurgitiamo i messaggi subliminali di sistemi mediatici corrotti. Siamo tutti vittime di esasperanti, vigliacchi pregiudizi. Gli stessi sciocchi pregiudizi che spingono la società a giudicare un verme come te − ignorante, arrivista, speculatore, traditore, approfittatore − un uomo di successo, e una ragazza come me − colta, educata, spontanea, idealista − una prostituta priva di morale».

Non fu certo di aver capito bene. A scanso di equivoci provò a saggiare la consistenza delle cinghie cui era legato. Strette e resistenti.

Magdalena serrò le sue cosce attorno al corpo inerme e quel gesto, incredibilmente, fu sufficiente a placarlo. Continuò, quindi, il suo insolito monologo.

«L’abito non fa il monaco. Saggezza popolare dei bei tempi andati! Oggi non esiste più alcuna saggezza, cui appellarsi. Non vi è ombra di dubbio che l’abito faccia il monaco… anzi, per la precisione, l’abito è il monaco! Lo spirito sembra essere completamente evaporato e, sotto la veste talare, non si scorge più nulla.

Completamente uniformati a un volere superiore, che ci suggerisce il modo esatto in cui dobbiamo agire, abbiamo dimenticato di possedere ciascuno una testa propria, per pensare, decidere e giudicare individualmente.

In un mondo siffatto, crescono e proliferano parassiti come te. Esseri corrotti e privi di morale, cui la società ha consentito di emergere, perché rispondono esattamente ai requisiti imposti dalle leggi della giungla.

Ma c’è qualcuno o qualcosa che intende ribellarsi a tutto ciò.

Redivivi Procuste desiderano ardentemente pareggiare i conti. E lo capisci da te che, quando dico pareggiare, facendo riferimento al mito del brigante greco, ovviamente, intendo dire tagliare ciò che è in eccesso. La testa è del tutto superflua e inutile in un mondo ove c’è chi pensa al posto tuo e ti dice esattamente quello che devi o non devi fare. Quindi, adesso… ».

La pausa fu lunga, eccessivamente lunga ed esasperante per le sue orecchie tese nell’ascolto e il cervello ancora in stato confusionale. Gli organi sensoriali dell’uomo, messi così a dura prova dalla prolungata eccitazione fisica e mentale, accolsero le parole finali dell’interminabile discorso come un fiammifero acceso su un corpo cosparso di benzina. Un’ardente vampata di consapevolezza. Solo un modesto assaggio dell’Inferno che lo attendeva a fauci spalancate.

«… La taglieremo via!».

Iniziò a divincolarsi e a strillare, bestiale e impotente come un animale segregato in gabbia.

Ormai era troppo tardi. Il gesto di Magdalena, armata di una lama affilatissima, fu veloce e preciso. Dopo pochi secondi, l’inutile estremità si adagiò inerte, nell’apposita cavità del letto. Gli occhi dell’uomo, colmi di raccapricciante stupore, erano sbarrati nella contemplazione di una vita ormai perduta per sempre.

Magdalena pulì il proprio volto da uno schizzo impertinente di sangue, quindi, dopo aver afferrato il cellulare sul comodino, accanto al letto, compose rapida un numero.

Mentre attendeva una risposta, all’altro capo della linea telefonica, guardò costernata il corpo ormai privo di vita e la macchia color porpora che si espandeva rapidamente sulle candide lenzuola.

Una voce maschile, a lei ben nota, rispose al terzo squillo: «Pronto, Magdalena, dimmi… ».

«Venite a pulire. Sbrigatevi, ho fretta. Fra un paio d’ore ho un altro cliente… ».

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