La casa delle Signore Buie, Pupi Avati, Roberto Gandus – Golem Edizioni

Nella Sicilia di fine ‘700, l’amore tra il conte Morè Barreca e la bellissima Assunta è contrastato dalle responsabilità familiari, che richiedono che il giovane nobile sposi Nunzia, primogenita del marchese Macola e sorella maggiore della ragazza. Riusciranno la distanza e il confino nel monastero della “Contemplazione della morte” a spezzare un legame profondo e sincero? Tra oscure pratiche, rituali perversi e inquietanti misteri, la speranza ha la forma di un aquilone: può levarsi in volo alla prima brezza marina, ma il filo che lo sostiene è più delicato della seta.

Dal genio visionario di Pupi Avati e Roberto Gandus, un romanzo che prende spunto dalle cronache dell’archivio delle indagini tribunalizie della città di Noto.

 

Dopo “La casa dalle finestre che ridono”, un’altra inquietante dimora fa da scenario a una storia conturbante, di quelle che ti strisciano sotto la pelle per giorni e giorni, facendoti sussultare per ogni scricchiolio udito nel silenzio della notte.

“La casa delle Signore Buie”, a differenza del primo capolavoro mistery del regista bolognese, e di tante altre sue pellicole di successo, non è ambientata in Emilia, fra le nebbie della Bassa Padana, ma nell’assolatissima Siracusa.

Il tufo giallo, con cui è costruita la splendida città barocca di Noto, rende ancor più fiammeggiante la narrazione.

A questo proposito, vorrei sottolineare il sapiente gioco di alternanza, nella trama, fra luce e buio, sole e ombra: da un lato il chiarore infuocato dei vicoli mezzi deserti, delle campagne cosparse di ulivi e, dall’altro lato, l’oscurità della Casa delle Signore Buie, delle sue stanze claustrofobiche, dei suoi corridoi labirintici, le cui mura continuano a essudare una sostanza maleodorante.

La Casa delle Signore Buie è lontanissima dal sole e dalle note agrumate di Noto, è sperduta al largo delle coste siracusane, e circondata da un mare nerissimo. I gozzi che si avventurano per raggiungere le sue sponde devono navigare “a fiuto”, seguendo la rotta dell’istinto e del coraggio, e vengono accolti da un triste rintocco lontano di campana, che li guida nell’ultimo tratto, laddove la nebbia si fa più fitta.

L’alternanza – luce, buio – è ripetuta anche nelle voci narranti: quella piena di vita e di coraggio del conte Morè Barreca e quella sempre più spenta e scoraggiata della povera Assunta.

La mia passione per i villains mi ha portato subito ad adorare, già dal nome, la malvagia direttrice della Casa, Orietta del Presagio. Un personaggio che spunta fuori dalle cortine di velluto nero che coprono le alte finestre e che trasuda orrore come le mura della sua Casa.

“Orietta del Presagio era sofferente a un braccio, lo reggeva nell’incavo dell’altro, ma ciò non le impediva di stringere fra pollice e indice una piccola lima con cui rendeva taglienti le unghie dell’indice, del medio e dell’anulare con gesto ossessivo; teneva le spalle rivolte alla stretta finestra, in controluce la sua sagoma era, se possibile, ancora più enigmatica.”

Il Sacro Contagio, che deturpa la sua anima, di cui sono intrise le bende che ne avvolgono il braccio purulento, che contamina il suo fiato mefitico, la rende disturbante. Disturbante al pari di tutte quelle creature sinistre che vivono e respirano sulla terra, ma che hanno un piede calzato a fondo nell’Inferno e dall’Inferno traggono una forza soprannaturale.

Orietta è la sacra ancella della Morte, sua serva devota.

“In questo luogo la vita e la morte si confondono in modo inestricabile… Quello che i vostri preti rigettano con orrore ha assunto qui una sua magnificenza…”

La Morte travalica ogni confine razionale e diventa un capolavoro, al pari dell’enigmatico affresco raffigurante il martirio di San Sebastiano, ne “La casa dalle finestre che ridono”, a proposito del quale si diceva: “Solo un grande artista può dare un senso così… così vero alla morte”.

Un capolavoro da ammirare. Non a caso, secondo quanto affermato dal coautore, Roberto Gandus, l’idea narrativa nasce durante una visita di Pupi Avati a un antico convento delle monache Clarisse, nell’isola di Ischia. Nei sotterranei dell’imponente costruzione un’incredibile sorpresa: degli enormi troni in pietra sui quali venivano deposte le monache defunte. Al centro del sedile un buco, e sotto, in terra, un buiolo. I corpi lasciati lì a consumarsi producevano del liquami, che venivano poi raccolti nei bacili.

Questo macabro rituale, di cui ora restano a testimonianza gli inquietanti scanni, serviva a riunire le monache vive nei sotterranei in modo che potessero “contemplare la morte”, assistere cioè al deperimento del corpo, inutile contenitore dell’anima.

D’altra parte, “L’uomo è un’anima che trascina un cadavere. Noi deploriamo come morte il suo stancarsi, alla fine, di fare da spazzino”, diceva Guido Ceronetti.

 

La collezionista di organi, Alda Teodorani – Profondo Rosso

Osservando il titolo, “La collezionista di organi”, il primo istinto è stato quello di chiedermi: “esattamente… di quali organi stiamo parlando?”. Cercate di capire, Alda Teodorani è degna rappresentante degli undici folli scrittori (inferiori alla gang tarantiniana solo da un punto di vista numerico) che con l’antologia “Gioventù Cannibale”, negli anni novanta, misero a nudo la società italiana, svelandone il lato più morboso e cruento.

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Forse suggestionata dal titolo, mi sono domandata se corressi il rischio di imbattermi in altrettanta violenza, e se anche questa raccolta di racconti, come la sua lontana cugina cannibale, grondasse sangue o nascondesse pezzi di cadavere, infilati senza troppi complimenti fra l’indice e la quarta di copertina (lo zio Tibia sarebbe orgoglioso del mio humor nero). Invece così non è stato… non esattamente.

Fate attenzione, perché la cosa si fa più sofisticata (nel senso filosofico del termine).

Ci sono organi, sì, questo è vero, ma a ciascuno di loro è attribuita una funzione precisa. Ciascuno di loro offre uno spunto di riflessione e un insegnamento: la violenza, il dolore e la sofferenza hanno tutte una matrice comune: la solitudine. La solitudine crea disagio, la solitudine crea alienazione, la solitudine crea false aspettative, e, soprattutto, la solitudine crea morte. Morte che, bisogna essere precisi, non è quella scontata, a volte scenica e impressionante del corpo, ma è quella più silenziosa, subdola e nascosta dell’anima.

Il primo organo coinvolto nella trama è senza dubbio il cervello. Il cervello del lettore. La sua mente, piano piano, prende consapevolezza di un pensiero ricorrente, un pensiero molto disturbante: il male non ama la banalità, il male preferisce nascondersi in luoghi originali, a volte persino ricercati. Dimenticate i cliché della letteratura horror – vecchie case diroccate con finestre infrante e sgabuzzini che scendono all’inferno, dove sono pronti ad accogliervi (in tutta onestà) zombie putrefatti e vampiri assetati di sangue – e rimpiazzateli con affollati set cinematografici, studi medici e distretti di polizia, laddove uccidono, e sono pronti a coprire i loro efferati delitti, registi, aitanti giovanotti, dottori e poliziotti corrotti.

Il male colpisce alle spalle. Il male è vigliacco.

Un altro organo, il cuore. Un cuore carico, saturo di desiderio. Alcuni racconti di Alda hanno un risvolto erotico originale, direi spiazzante. Sì, perché l’eros, a differenza di quanto si è soliti pensare, non soddisfa, non appaga, ma stuzzica la fame, come succede con il predatore una volta che ha annusato l’odore seducente del sangue.

L’eros è insaziabile voluttà di carne e, a volte, di vendetta.

Il terzo “organo” chiamato in causa, forse il più importante di tutti, è l’anima.

L’anima dei personaggi aleggia spesso fra le pagine di questi racconti. In alcuni casi si tratta di fantasmi, in altri si tratta di strane entità, ma l’anima più tormentata e perversa è senza dubbio quella degli uomini che, in limine mortis, vengono chiamati a rispondere dei delitti compiuti. Allora, le parole di Alda risuonano severe e implacabili. Mi viene in mente la psicostasia, l’antico rito funerario con cui gli egizi pesavano l’anima dei defunti: da un lato l’anima, dall’altro la piuma, il simbolo della giustizia.

L’uomo non si salva. La piuma volteggia per aria, scalzata da un peso invincibile e questa umanità cialtrona, egoista, presuntuosa, corrotta e allucinata viene data in pasto alla dea Ammit, la divinità rappresentata nei geroglifici attraverso la fusione degli animali più temuti in Egitto: il coccodrillo, il leone e l’ippopotamo.

Una collezionista di anime perdute, questa dea Ammit… un po’ come la nostra Alda.

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La luce delle trappole, Federica Dotto ‒ Montedit edizioni

Opera 3^ classificata al Concorso Ebook in… versi 2015.

Questa la motivazione della Giuria:

«Se la poesia di Federica Dotto fosse musica, sarebbe una lirica d’arpa celtica, nella quale gli aspetti magici e favolistici della natura hanno un’armonia quasi esoterica, abbracciando un continuo colloquio mistico con le energie primordiali del sé, rivisitando la nascita, la vita, la morte. 
Ciò che è amaro nei versi dell’autrice, è temprato dalla consapevolezza sotterranea dell’inscindibile unione tra il poeta e il cosmo, tra i versi e gli archetipi universali, in un idillio che rinnova la speranza salvifica di sfuggire alla tristezza d’essere, attraverso un rapporto totale con se stessi, sfidando gli abissi e i demoni interiori.
 La poetessa usa un linguaggio colto, con una modulazione che al primo sguardo può apparire criptica e intimistica, ma la musicalità dei versi ci trascina in una danza dove ogni aspetto dell’esistenza umana è lungamente macerato e sofferto, bilanciato e armonizzato.
 Dietro ad ogni fenomeno naturale c’è un’equivalenza spirituale: tale corrispondenza è immediata, simultanea, cromaticamente e figurativamente affine. 
Ecco dunque che la sofferenza si eleva come un canto inevitabile, ergendosi come un Titano al di sopra delle miserie umane, delle banalità che tanto sconfiggono la brama di cielo del poeta. La luce delle trappole è il bagliore illusorio di ciò che la vita ci dà e ci toglie, ma anche l’ispirazione celeste e ardita di Federica Dotto, poetessa dell’anima». Alessandra Crabbia

Le mie impressioni:

Ciò che più mi ha colpito in questa silloge poetica, oltre all’indubbio talento che l’ha ispirata, è la duplice natura dell’autrice.

Federica Dotto, creatura sensibile e leggera, come solo una fata può essere, a tratti preferisce indossare i panni più provocatori di una strega: lo sguardo che indugia fra gli incubi, e il viso sollevato a invocare la luna. Il canto, allora, si trasforma in verso cupo.

Il titolo stesso della raccolta poetica è in equilibrio precario fra due estremi: la felicità di un istante e la dannazione eterna.

“La luce delle trappole” è una tagliola pronta a serrare i suoi denti scintillanti sul lettore. Un bagliore effimero, subito divorato da perenne oscurità.

Le continue metamorfosi vissute dall’autrice sottolineano ancor di più quest’ambivalenza: “La mia vita erba folle”, “Il nostro spirito pratito”, “nel ronzio del cuore vagiti di vento”.

Madre Natura intreccia i suoi rami rigogliosi attorno ai versi della silloge, scorre liquida nei labirinti scavati dalle metafore, soffia nei rintocchi delle pause e crepita attorno alla fiamma viva della passione. Poesia che si fa elementale: Terra, Acqua, Aria e Fuoco. E, a dominare ogni cosa, c’è lo Spirito selvaggio della poetessa.

La poesia che più mi ha emozionato è “Ho un campo sul dito”.

Leggetela con me, qui, ora:

Ho un campo sul dito

e un lombrico chiuso nell’orecchio.

Per quanto si dica

la mia natura è perduta

e un fiotto di mosche

mi esce dalle labbra.

Coltivarmi in cielo

è stata un’arguzia dell’inferno.

Il verso finale, sospeso fra cielo e inferno, è la quintessenza della poesia romantica: ambiguità, seduzione e morte. I temi preferiti dai poeti maledetti.

Federica Dotto ha un raro talento poetico: è un tenero bocciolo del male, pronto a schiudersi in un campo empireo.

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La morte è un’opzione accettabile, Gabriella Grieco ‒ I Sognatori Casa Editrice

Trama:


Una donna entra in una stazione di polizia italiana e sequestra tre persone. È sola contro centinaia di agenti, ma nessuno può intervenire. La ragione? Semplice: la donna stringe in mano un detonatore; il detonatore è collegato a dell’esplosivo; l’esplosivo è assicurato a una cintura; la cintura gira attorno al torace dei sequestrati. Il pulsante del detonatore è già stato schiacciato: nel momento in cui il pollice dovesse allentare la presa, i sequestrati salterebbero per aria. Alla donna non accadrebbe nulla, qualora l’esplosione avvenisse lontano da lei. E se dovesse avvenire nelle sue vicinanze… non avrebbe importanza, poiché per la sequestratrice la morte è un’opzione accettabile. Pagina dopo pagina, il romanzo spiegherà chi è la donna e per quale motivo agisce con tanta rabbia e tanta determinazione.

Le mie riflessioni:

Ho incominciato a scrivere questa recensione dopo l’ennesima sentenza ingiustizialista italiana, per cui spero perdonerete il mio atteggiamento poco comprensivo nei confronti di chi, pur commettendo delitti anche molto gravi, rimane impunito o ottiene una pena lievissima.
È bene oltretutto che aggiunga una cosa: adoro le creature vendicative. La vendetta, dal mio punto di vista, non è altro che polvere di giustizia violata, posata sulla bilancia dell’Universo, per riequilibrare le sorti dell’intero Creato.
La giustizia è umana. La vendetta è divina.
I migliori, tenetelo bene a mente, sono tutti vendicativi. Le streghe sono vendicative, i gatti sono vendicativi, persino gli scrittori lo sono. Sì, certo! Perché gli scrittori, inventando storie avvincenti, e potendo scegliere il finale che più li entusiasma, non fanno altro che vendicarsi della vita.
Purtroppo, raramente la vita concede una seconda possibilità. Grazie all’immaginazione, invece, si possono sperimentare tutte le opzioni prospettabili. E Isabella, la protagonista di quest’avvincente thriller, si guadagna con sacrificio la propria occasione di riscatto.
In effetti, l’intera trama del romanzo si affida a una scelta fondamentale: quella fra giustizia e vendetta, ovvero fra vita e morte.
È ovvio che la decisione, una volta presa, conduce a esiti del tutto divergenti, e in un solo caso si può rimanere indifferenti, dondolandosi pericolosamente sull’orlo del dilemma, pur continuando a tenere a bada vertigine, nausea e senso del pericolo. In un solo caso: quando non si ha più nulla da perdere.
Solo a quel punto la morte diventa, come preannunciato dal titolo, un’opzione accettabile.
Mi viene in mente una frase, pronunciata da una splendida Juliette Binoche in una scena famosa del film “Il danno”: “Ho subito un danno. Le persone danneggiate sono pericolose. Sanno di poter sopravvivere… È la sopravvivenza che le rende tali… perché non hanno pietà. Sanno che gli altri possono sopravvivere, come loro.”
Già.
La nostra Isabella è un’agguerrita final girl, a metà fra la fatale protagonista de “Il danno” e la sanguinaria Beatrix Kiddo di “Kill Bill”.
Come Beatrix risorge dal coma e si accorge di aver perduto tutto. Tutto ciò per cui vale la pena vivere (ma non tutto ciò per cui vale ancora la pena morire). E come Anna Barton, alias Juliette Binoche, non vede l’ora di sperimentare il proprio grado di pericolosità.
Ora, è vero che il nemico di Isabella sono le Istituzioni e che la sua sete di giustizia/vendetta per trovare soddisfazione deve passare attraverso un percorso non proprio ortodosso. Tuttavia è altrettanto vero che una società corrotta fin nel midollo non merita compassione, ma disgusto, rifiuto, ribrezzo.
Sì, lo devo ammettere. Ho fatto il tifo per Isabella: ho sperato con tutto il cuore che riuscisse a ottenere la vendetta o, meglio ancora, la giustizia meritata, e ho dovuto trattenermi per non sbirciare fra le ultime pagine e verificare che fosse com’io speravo.
Sono certa che anche voi vi appassionerete alla trama, ai personaggi e soprattutto alla prosa di questo thriller: ai suoi dialoghi serrati, alle descrizioni fulminanti, alla rapidità dei cambi di scena.
Una prosa lapidaria come Isabella, che non si trastulla con inutili giochi di parole. Mai.
Il lettore, seppur incalzato dall’esplosione imminente, vorrebbe indugiare sui sentimenti feriti della protagonista. Isabella, però, non concede nulla, non si scopre, se non un attimo soltanto nel finale.
Arrivati a questo punto, la tensione si scioglie un poco, come a voler riprendere fiato dopo una lunghissima rincorsa, e si rivela nella sua interezza l’amaro messaggio del romanzo, lanciato nel vuoto di un panorama mozzafiato, sulla sommità di una montagna incantata: l’umanità è perduta in maniera definitiva solo quando non si hanno più speranze.
E ringraziando il cielo, per noi amanti della Vendetta, la Giustizia rappresenta un ottimo surrogato… Ehm, volevo dire: per noi amanti della Giustizia, la Vendetta rappresenta un ottimo surrogato.

Marnie dei Ricordi… e del Perdono

Per soli tre giorni, precisamente il 24-25-26 agosto, le sale cinematografiche italiane proietteranno un lungometraggio d’animazione giapponese diretto da Hiromasa Yonebayashi e prodotto dallo Studio Ghibli. La sceneggiatura è tratta dal romanzo della scrittrice e illustratrice britannica Joan G. Robinson “When Marnie was there”.
Personalmente trovo il titolo originale giapponese 思い出のマーニー (Omoide no Mānī), “Marnie dei ricordi”, molto più musicale e suggestivo della versione italiana “Quando c’era Marnie”.
È proprio ai ricordi perduti, infatti, che bisognerebbe risalire, per recuperare il significato profondo di questo piccolo gioiellino d’animazione.
Ma andiamo per gradi.
Anna è un’orfana di dodici anni insicura e introversa. Su consiglio del medico, la madre adottiva decide di farle trascorrere le vacanze estive al mare dagli zii, in modo che l’aria salubre del posto possa guarirla dall’asma.
Gli zii sono molto ospitali e simpatici, ma, nonostante questo, Anna continua a percepire disagio, incapace com’è di accettarsi e di relazionarsi con i propri coetanei. Così non le resta che dedicarsi al suo unico svago: il disegno.
Durante una delle sue abitudinarie passeggiate, alla ricerca di solitudine e d’ispirazione, la ragazzina s’imbatte in una villa misteriosa, circondata da un acquitrino, il cui livello s’innalza e si abbassa con il cambiare della marea.

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Inizialmente l’abitazione le sembra disabitata, ma visite successive le permettono di scorgere delle luci e, a una delle finestre del piano superiore, le pare di intravedere una ragazza bionda, seduta a una toeletta: una donna anziana, alle sue spalle, le pettina i capelli lunghissimi.
La ragazza non è altri che Marnie, con cui Anna, in occasione di una delle numerose escursioni alla villa, stringe un’amicizia segreta: i loro incontri hanno la consistenza dei sogni e il sapore dolce-amaro dei ricordi nostalgici.
Ecco, torniamo ai ricordi. Il nodo essenziale della storia.
Il lungometraggio è ricco di suggestive metafore, ma quella che più mi ha colpito ha per oggetto l’acqua, l’innalzamento improvviso della marea e il potere gravitazionale esercitato dalla presenza della luna: è sottinteso che i ricordi affiorano in superficie, se alimentati dalla forza liquida e catartica dell’inconscio.
Più potente ancora dell’inconscio c’è soltanto la capacità magica sprigionata dalle anime “interrotte”. Anime che si rivelano per quello che sono veramente, solo a coloro i quali hanno la sensibilità di coglierne il tormento.
Anime che hanno bisogno di saldare il conto con un destino crudele.
Anime creditrici di vita e di sogni.

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Sogni, sì. Infatti Marnie non è altro che la versione manga di Alice nel Paese delle Meraviglie. Stesso abitino celeste, stessi capelli biondi e occhioni azzurri. Stessa capacità di viaggiare attraverso solide illusioni, scombussolando i cuori, scalzando pregiudizi, insinuando dubbi.
Soltanto che il Paese delle Meraviglie, creato appositamente da Marnie per l’amica Anna, ha un sapore romantico- decadente, ambientato com’è nei dintorni della villa fatiscente, fra siros abbandonati, paludi misteriose e boschi incantati.
La storia, mano a mano che si rafforza il legame di amicizia fra le due ragazze, assume un ritmo sempre più lieve e continuo.
Puntuale come l’innalzamento della marea, Marnie si rivela ad Anna, la conduce a visitare le stanze lussuose della villa, la invita ai party eleganti organizzati dai genitori. Ora è una danza al chiaro di luna; ora è una gita in barca al tramonto, con le increspature all’orizzonte rese cangianti dalla lama obliqua dei raggi; ora è una sfida alla furia del temporale, incanalata nell’abisso cilindrico del siros buio e pericolante.
Le vacanze estive di Anna si trasformano piano piano in un’esperienza catartica, che le rivelerà chi è veramente, aiutandola ad accettare il dolore di un passato ormai rimosso e consentendole di comprendere il valore irrinunciabile del perdono: gesto generoso e salvifico, in grado di liberare le persone che amiamo e soprattutto noi stessi.

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“Una Bionda per il Presidente” (selezionato e pubblicato nell’antologia “I racconti di Cultora” – Historica Edizioni)

“Se dovessero sparire le api dalla superficie della Terra, all’uomo non rimarrebbero più di quattro anni di vita.”
Albert Einstein
Katie varcò la porta nord-est della stanza ovale con discrezione felina. Se non fosse stato per il tintinnio dei preziosi ciondoli Tiffany, ricadenti a grappolo dal bracciale di platino, il Presidente non si sarebbe accorto del suo ingresso.
L’elegante tailleur chiaro s’intonava perfettamente con la sfumatura avorio della tappezzeria e degli arredi. Non si sarebbe potuto dire altrettanto per il suo viso, scuro per la preoccupazione.
«Signor Presidente, sono qui per informarla che la colonia di api si è ripopolata in quantità sufficiente, e, finalmente, la preparazione della birra presidenziale può proseguire a pieno ritmo».
Il Presidente sollevò appena il sopracciglio: «Uhm… a me sembra un’ottima notizia, eppure percepisco un velo di preoccupazione…»
La segretaria personale del Presidente per tutta risposta appoggiò un piccolo fascicolo rilegato in pelle sulla Resolute desk. L’indice della mano destra picchiettò due volte sulla copertina: «Qui ci sono gli esami del laboratorio. Le api sono diverse. Sembra che abbiano subito una mutazione, probabilmente per adattarsi all’ambiente inquinato e nocivo».

Il Presidente intuì dove volesse arrivare Katie: purtroppo si era verificata una moria di api negli ultimi mesi di quell’anno. Interi sciami decimati dai pesticidi dispersi nell’aria e dalle drastiche variazioni climatiche del pianeta.
Gli scienziati non avevano formulato al riguardo dati definitivi, né previsioni attendibili, ma gli effetti dell’inquinamento erano sotto gli occhi di tutti: subdole alterazioni del comportamento animale, accompagnate dall’estinzione di intere specie.
Anche le api allevate nell’orto biologico della first lady, il cui miele veniva impiegato nella produzione della birra presidenziale, la White House Honey Blonde Ale, non erano scampate allo scempio. Ma adesso la cosa sembrava risolta. «La colonia di api si è ripopolata!»… così aveva esordito Katie.

Il Presidente provò a sdrammatizzare la situazione: «Katie, suvvia… saranno api diverse dalle precedenti, ma io sono certo che si tratti pur sempre di api democratiche e, per quanto mi riguarda, nient’altro conta più di questo!»
La segretaria abbozzò un sorriso; non voleva lasciarsi distrarre dal proverbiale sense of humor presidenziale.
Aprì il fascicolo e senza esitazioni, fra tanti diagrammi e tabelle percentuali, scelse un dato esplicativo dell’intera questione «È cambiata anche la qualità del miele prodotto e poiché si tratta di uno fra gli ingredienti principali utilizzati, è ovvio che sia cambiato anche il sapore finale della birra».
«Il sapore?»; il Presidente si fece più serio. «E com’è? Buono?»
Solo ora cominciava a farsi una ragione dell’espressione imbronciata dipinta sul volto giovanissimo della segretaria.
Katie sgualcì la copertina del fascicolo, nell’atto di prendere tempo: «Com’è… com’è …», l’esitazione trapelava da ogni singola pausa: «… È insolito».
«Insolito?», quell’aggettivo risuonò nel silenzio immacolato della stanza come la stridula cacofonia di un graffio su una lavagna.
«Gli chef hanno assaggiato personalmente la miscela e…».
«E?»; il Presidente era incalzante.
«… E sono stati evasivi al riguardo, ma tutti hanno convenuto su un fatto…».
«Katie, insomma, stiamo parlando di un’innocua bevanda artigianale. Una semplice birra! Non una nuova arma chimica progettata per sterminare l’intera popolazione mondiale. Quindi, ti prego, dimmi tutto ciò che c’è da sapere al riguardo, senza tentennamenti o reticenze».
Katie, scelse accuratamente le parole da adoperare e si fece coraggio: «Gli chef hanno riferito che la birra provoca uno stato di ebbrezza sui generis… nulla di violento, per carità! Solo delle allucinazioni particolari, accompagnate da manifestazioni paranoiche».

Il Presidente guardò la donna esterrefatto. Non riusciva a credere alle proprie orecchie e incominciò a dubitare del suo stato di lucidità mentale. Si domandò perfino se la segretaria, nel tentativo di sperimentare personalmente gli effetti della birra, avesse alzato troppo il gomito.
Katie lesse chiaramente quel pensiero, nell’espressione fin troppo esplicita del Presidente e, cercando di mantenere intatte dignità e professionalità, provò a suggerire una soluzione di emergenza: «In fin dei conti non c’è nulla di tossico nella birra; gli esami lo confermano. Personalmente non vi ho trovato niente di strano… ma ne ho gustato solo un sorso».
Non si era sbagliato: Katie aveva assaggiato la miscela!
«… Dunque suggerisco di farne omaggio, come avevamo progettato sin dal principio, agli ex funzionari dell’FBI o ai vecchi dipendenti della White House», concluse perentorio. Quindi si alzò dalla Resolute desk, avvicinandosi a passi lenti alla porta finestra affacciata sullo splendido Giardino delle Rose.

Sciami di api ronzavano instancabilmente, disegnando voli intricati fra le innumerevoli varietà colorate di calici dischiusi. Insetti innocui intenti a produrre l’oro prezioso del loro miele: uno dei tanti doni inestimabili elargiti dalla Natura all’uomo. Non vi poteva essere nulla di pericoloso in tutto ciò.
Anche Darwin lo aveva chiarito nei suoi studi sull’evoluzione: non è la più forte delle specie che sopravvive, né la più intelligente, ma quella più reattiva ai cambiamenti.
Le api avevano saputo adattarsi ai mutamenti climatici e il miele si era “evoluto” assieme a loro. La Natura non commette errori.
La White House Honey Blonde Ale era a posto, forse persino migliore della precedente versione. I suoi collaboratori avrebbero apprezzato un così gentile e simpatico omaggio.
Oltretutto, un’altra questione più spinosa, la dilagante rivoluzione in Egitto, richiedeva tutta la sua attenzione.
Non poteva certo dilungarsi oltre in frivole discussioni culinarie.
Si girò deciso verso la segretaria, che attendeva in posa compita, accanto alla Resolute desk: «Hai Capito, Katie? Procedete pure con le spedizioni! Inviate una cassa di sei bottiglie a ciascun nominativo contenuto negli elenchi compilati».

§§§

Se c’era una cosa che Bernie detestava, oltre l’ipocrisia dei propri simili, era la birra calda. Due cose tanto lontane fra loro, a pensarci bene, avevano un’origine comune: la natura alterata da condizioni ambientali avverse.
Il calore nel caso di bevande, le delusioni nel caso di esseri umani, sono in grado di provocare lo stesso tipo di deterioramento.
Bernie fece schioccare la lingua sul palato per cercare di intuire meglio il sapore della miscela. Aveva uno strano retrogusto dolciastro, simile al miele.
Era un peccato che la birra non fosse fredda al punto giusto. In quel modo non era possibile stabilirne la bontà.
D’altra parte la sua fretta era ampiamente giustificata. L’idea che il Presidente degli Stati Uniti avesse omaggiato proprio lui, Bernie Smith, funzionario dell’FBI in pensione, con un’intera cassa di White House Honey Blonde Ale, lo aveva commosso fin quasi alle lacrime.
Alla commozione si aggiungevano, ovviamente, la curiosità e l’astinenza da alcool.
Adesso, però, era il caso di raffreddare le bottiglie rimaste e gustarle nel modo migliore. Bernie Smith si alzò con fatica dalla sua vecchia poltrona di velluto color muschio, strusciando le pantofole fino alla cucina. Nel tragitto, passando accanto alla foto incorniciata della moglie, morta da più di venti anni, accennò un brindisi.
In prossimità del frigo, l’anziano appoggiò la bottiglia quasi vuota sul tavolo. Lanciò un’occhiata compiaciuta alla cassa decorata con il logo della White House e, nell’impossibilità di sollevarla, la spinse con una gamba, come si fa con un cane che non si voglia decidere a uscire da casa per i suoi bisogni. Aprì il reparto del ghiaccio, vi ripose le birre e richiuse lo sportello. A quel punto la vide: la carne candida come l’avorio e morbida come burro si distribuiva lungo una silhouette di curve mozzafiato.
Un lenzuolo bianchissimo, forse lo stesso su cui giaceva morta il 5 agosto del 1962, era serrato in mezzo alle cosce nervose e saliva fino a coprirne appena il seno generoso.

Bernie cercò invano la spalliera di una sedia per appoggiare il peso invincibile della meraviglia, accompagnato a quello della vecchiaia. Il broncio si attenuò e le labbra si schiusero in un sorriso ammaliante: «Hai ragione, Bernie, “Marilyn” fa quest’effetto»

Sfregò gli occhi, mormorando la propria incredulità: «Come sono ridotto: un vecchio alcolizzato e depresso!», poi lanciò un’altra occhiata, dubbioso. Lei era ancora lì, splendida come tutti la ricordavano; l’eternità dei suoi trentasei anni portata con estrema disinvoltura.

«Bernie, non me lo sarei mai aspettato da te!»
Marilyn conosceva il nome del vecchio pensionato! Il suo ego usurato dal tempo e dalle delusioni venne sfiorato da un sussulto di orgoglio.
«Una vita trascorsa a studiare il mio caso: centinaia di bobine contenenti intercettazioni telefoniche analizzate e trascritte sospiro per sospiro; prove costruite ad arte poi smentite; tentativi di insabbiamenti stroncati; complotti orditi dalle più alte sfere pubblicamente smascherati… e poi? Tutto finito in una grande bolla di sapone! Ti sei arreso Bernie? Cos’è stato che ti ha ridotto così: la vecchiaia o la paura?»

L’orgoglio del pensionato, appena richiamato in causa da quella sfilza di accuse, lo spinse a reagire con prontezza e determinazione: «Piano! Piano! Piano! Un momento! Paura? Non ti rendi conto di cosa stai parlando! Da quel che io so, ti hanno usata tutti: la mafia, gli strizzacervelli, gli amici degli strizzacervelli, i produttori hollywoodiani, l’FBI e l’intera famiglia Kennedy! Perciò non ti permettere più di usare quel tono con me!»
L’attrice si limitò a sbattere le ciglia foltissime un paio di volte. Poi iniziò a parlare, con voce calma e suadente: «Capisco… pensavo che l’intuito ti avrebbe portato più in là dei soliti luoghi comuni costruiti ad arte sulla figura di Marilyn e degli altri divi hollywoodiani. Invece non è così… e mi spiace. La cosa è molto più complicata di ciò che pensi, bisogna partire da più lontano. Più precisamente, dalla fine della seconda guerra mondiale: cinquantacinque milioni di morti e un’economia allo stremo. L’uomo si era chiaramente rivelato il peggior nemico di se stesso. I conflitti, un tempo pianificati ad arte sulle carte geografiche, come giochi di guerra fra ragazzini depravati e corrotti, avevano preso direzioni inaspettate, trasformandosi in un orrore senza fine.
Questo è successo perché l’uomo è una creatura incontrollabile.
Le sue reazioni sono connesse a bisogni più complessi e profondi rispetto a quelli semplici e istintivi degli animali.
L’uomo è per sua natura tormentato, scontento, deluso, amareggiato.
Viste le premesse, il “Congresso” decise di correre ai ripari: bisognava escogitare un metodo per condizionare le scelte umane.
A seguito di questo tacito accordo fra le potenze mondiali, negli anni ’50, il mondo subì una trasformazione incredibile, anche se la maggior parte della gente non si accorse di nulla.
Bernie, hai presente una pista di bowling: lucente, dritta, piatta? Ecco! Così divenne il mondo! L’uomo, lanciando la palla del proprio destino non avrebbe potuto sbagliarsi più di tanto. Tutto era rigorosamente previsto.
Paradossalmente il compito di gestire la pista, con le sue luci sfavillanti e i suoi roboanti rumori di colpi andati a segno e di birilli gettati a terra, venne affidato alla fabbrica dei sogni per eccellenza: Hollywood!
L’intellighenzia postbellica si rese conto quanto fascino esercitasse sull’uomo medio, appena scampato al conflitto mondiale, il grande baraccone dello star system hollywoodiano.
Qualsiasi messaggio-osso venisse lanciato alla platea ansiosa e basita, l’effetto era tanto immediato quanto disarmante: un nugolo di bestioline uggiolanti si affannava alla disperata ricerca della propria briciola di identità. Emulare le dive e i divi del cinema divenne lo scopo principale dell’intera umanità scodinzolante. Patetici vero?
I divi del momento dettavano legge su ogni cosa: il modello di macchina da acquistare, la linea di abiti da indossare, la pettinatura da sfoggiare, la casa da abitare.
I subdoli consigli di un potentissimo deus ex machina non si limitavano a condizionare la moda e l’andamento del mercato, ma si arrogavano il diritto di guidare, il più delle volte deviandola, la morale.
Per non parlare, poi, delle grandi farse cinematografiche appositamente create negli Studios per rendere l’uomo medio più consapevole e soddisfatto dei notevoli traguardi raggiunti dalla società in cui viveva: la luna! Un grande passo per lo star system hollywoodiano!
Se qualcuno si ribellava al piano diabolico, per un rigurgito di moralità o per rimorso, avrebbe fatto la fine che è toccata in sorte a me e a tanti altri come me: Elisabeth Short, James Dean, Bruce Lee, Natalie Wood, Jean Seberg… davvero vuoi che io continui?»

Era una domanda retorica. Marylin proseguì imperterrita nel suo lungo monologo. Il più brillante di un’intera carriera.
«Adesso ti fornisco io i dettagli del complotto, chi l’ha architettato e perché. Tu, intanto, mettiti comodo e gustati una birra del Presidente. Fredda come piace a te!…»
Bernie non avrebbe mai osato interromperla o contraddirla. Il tono melenso della sua voce si era fatto sempre più simile a un incessante, monotono ronzio, che riempiva le orecchie impastocchiandole di congiure, trame e macchinazioni, mentre un liquido denso e appiccicoso, pregno di sospetto e di rabbia, intasava ogni pertugio labirintico, come fa il miele nelle celle di un’arnia.

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“Il lago di Pilato” (Primo classificato “Un mese con Torinoir”)

«Manca ancora molto?», domandò sconfortato il commissario.
In quel momento avrebbe desiderato essere uno stambecco, per balzare sui picchi impervi con stupefacente disinvoltura.
Purtroppo la scarsa forma fisica lo costringeva ad assumere l’andatura goffa e lenta di un orrido scarafaggio, che arranca sotto il peso invincibile della sua enorme corazza.
«Pochi minuti appena», rispose Giustino, mantenendo lo sguardo fisso innanzi a sé e cercando di non dare troppo peso alla retroguardia impacciata e ansimante.
Era evidente che egli conoscesse i percorsi di montagna a menadito. Saltellava sul terreno scosceso, come nemmeno una capra avrebbe saputo fare e senza che una stilla di sudore ne imperlasse il volto cotto dal sole.
«Con tutta probabilità non si trattava nemmeno di pelle umana», rifletté cinicamente il commissario Fosco Martini. Un’analisi accurata di un patologo avrebbe evidenziato la presenza nell’epidermide di una particolare lega: cuoio e acciaio. La classica pellaccia dura di un alieno montanaro, insomma.
«È curioso e allo stesso tempo irritante, che la gente di montagna attribuisca una durata esigua a percorsi che un uomo normale impiegherebbe ore a compiere. Le cose sono due: o siete degli inguaribili ottimisti o siete dei bugiardi spudorati», sentenziò il commissario con voce rotta dall’affanno.
Il cinismo ostentato da Fosco nascondeva una punta d’invidia per coloro che riuscivano a trovarsi a proprio agio in un mondo in cui lui, nonostante gli sforzi compiuti, non avrebbe mai potuto ambientarsi.
Mare, montagna, città o lago erano indifferenti. Il commissario Fosco era un essere irrequieto e tormentato che, tempo massimo un paio di anni, scappava dalla destinazione assegnatagli per via del suo lavoro.
Giustino si arrestò e sembrò riflettere, continuando a mostrare le spalle spaziose al proprio interlocutore. Poi, all’improvviso si girò e, puntando uno sguardo freddo e calcolatore su quella che doveva essere un’autorevole figura, ormai ridotta a un ammasso grondante di abiti e imprecazioni, replicò con tono affettato: «Io non sono di qui. Vengo da fuori».
Detto così: «Vengo da fuori», si poteva fantasticare chissà quale provenienza esotica della compassata guida.
Il dubbio sfiorò il commissario Fosco: «Da fuori?».
«Sì, da una cittadina di mare distante un centinaio di chilometri», rispose laconico, indicando in maniera vaga il punto in cui, appena poche ore prima, era sorto il sole infuocato di agosto.
Lo sguardo perplesso del commissario non lasciò scelta a Giustino: pur non avendone voglia, sapeva che avrebbe dovuto fornire una spiegazione.
«Ero un pescatore prima di trasferirmi sulle montagne e diventare il proprietario della Taverna Sibilla».
«Che cosa strana!».
«Cosa? Che io non sia di queste parti?».
«No, che un pescatore, abituato alla distesa infinita del mare e a un clima decisamente più temperato, decida improvvisamente di cambiare vita e di ritirarsi in montagna».
Giustino proseguì il cammino, mantenendo la sua posizione distante innanzi al commissario. Fece ancora qualche passo poi inaspettatamente esclamò: «Sono il leopardo del Kilimangiaro!».
«Prego?», Fosco era quasi certo di non aver udito bene. La stanchezza e il sole cocente iniziavano a tirargli brutti scherzi.
«Il leopardo di cui parla Hemingway in un suo famoso racconto. Il leopardo stecchito e congelato, che è stato trovato sulla vetta del Kilimangiaro… sono quasi seimila metri di altitudine, mica bazzecole. Nessuno ha mai saputo spiegare che cosa fosse andato a cercare fin lì».
Il commissario stentava a credere a quanto aveva appena udito. Un alieno montanaro, ex pescatore, che gli citava Hemingway, nel bel mezzo di un estenuante cammino fin sulla cima del Monte Vettore.
Però, adesso che ci pensava, c’era una certa somiglianza fisica fra l’uomo e il grande romanziere americano. La pelle abbrustolita dal sole, la folta barba bianca e la corporatura atletica gli conferivano un’aria da avventuriero. Esattamente la stessa di Hemingway.
Perso nei suoi pensieri, Fosco non vide in tempo che Giustino si era fermato. Lo urtò da dietro, senza peraltro riuscire a spostarlo di un solo millimetro.
«Eccoci qui, siamo arrivati!». Con una leggera enfasi nel tono della voce, aggiunse: «Il lago di Pilato».
Ai loro piedi si apriva una stretta valle fra i picchi impervi del monte. Due grossi bacini comunicanti, simili a un paio di occhiali, erano screziati dai riverberi accecanti di un cielo e di un sole smisuratamente vicini alla terra.
Il silenzio che pulsava nelle orecchie dei due viandanti, al ritmo incalzante dei loro cuori, colmi di meraviglia, era rotto unicamente dal sordo grugnito di una coppia di bufali.
C’era un carro di legno mezzo sgangherato accanto al più grosso dei due bacini. Gli animali lo trascinavano in maniera indolente, assecondando la natura e l’istinto: verso l’acqua se avevano sete, verso i radi ciuffi d’erba se avevano fame.
Sul piano di carico era adagiato un sacco voluminoso, avvolto da diversi giri di corda per tenerlo ben saldo alle assi. La sagoma dell’involucro lasciava intuire facilmente l’oggetto contenuto al suo interno: un corpo umano.
«Sono ancora lì, dove li ho visti ieri», precisò Giustino in un sussurro. Fosco pensò che non volesse far agitare i due bufali; In realtà, Giustino non si azzardava a disturbare il sonno eterno del cadavere.
Sembrava che Caronte stesso lo avesse infilato in un grezzo sudario di iuta per accompagnarlo in viaggio nell’aldilà, solcando le acque maledette del lago di Pilato, l’infernale Stige dei Monti Sibillini.
———
Il commissario Fosco, rinfrancato da una doccia corroborante, si affacciò al terrazzino della sua camera, posta al secondo piano della Taverna Sibilla, ansioso di godersi, in tutta tranquillità, il panorama mozzafiato offerto dal Monte Vettore. Il suo sguardo si perse fra i misteri e le leggende custoditi negli anfratti boschivi circostanti, mentre i suoi pensieri rovistavano nel ricordo dell’interessante conversazione telefonica con il Procuratore Aggiunto del Tribunale di Ascoli, Eleonora Speranza.
L’affascinante magistrato, così simile a una fata irlandese − figura esile e aggraziata, lunghi capelli rossi, piccole efelidi impertinenti che spiccavano su una carnagione lattescente, occhi verde smeraldo − essendo nata e cresciuta in quei luoghi, conosceva più dell’ignaro commissario Fosco Martini, originario di Bologna e appena trasferito per ragioni di servizio nelle Marche, le credenze e le superstizioni sussurrate a mezza voce dagli abitanti dei Monti Sibillini.
La graziosa voce all’altro capo del telefono gli aveva rivelato l’esistenza di uno strano commercio di anime e di poteri sovrannaturali, avvenuto in epoca medievale, sulle sponde del lago di Pilato.
Streghe e negromanti si presentavano nottetempo al cospetto della madida creatura, intessuta di alghe e di linfa, per invocare il demonio e consacrargli i propri grimori, i così detti libri del comando.
Quest’oscuro pellegrinaggio aveva esasperato gli abitanti del luogo che, temendo una dispersione nociva d’influssi negativi oltre la gola maledetta, decisero di comminare una pena esemplare a coloro i quali si fossero incautamente avvicinati.
Alcuni pellegrini vennero torturati e bruciati vivi. Ad altri toccò sorte peggiore: vennero dilaniati e quindi gettati nelle acque del lago per saziare la fame atavica degli spiriti acquatici.
Mentre il commissario Fosco si beava al suono della voce armoniosa, una visione del seducente magistrato, comodamente seduta nell’ufficio di una surreale Procura, continuava a ossessionarne la mente: un gatto nero si strusciava su faldoni vecchi e scoloriti, da cui sbucavano documenti fitti di simboli incomprensibili; un paio di corvi gracchianti, appollaiati su vecchie poltrone sdrucite e impolverate, fornivano le penne corvine con cui venivano vergate le condanne a morte; negli alambicchi contorti, decorati da una fitta trama di ragnatele, ribollivano liquidi dai colori luminescenti.
E soprattutto lei − nella fervida immaginazione del commissario, più nitida che mai − Eleonora Speranza, una moderna maga Circe, avvolta nei veli lascivi e trasparenti di un abito aderente, che poco o nulla lasciava all’immaginazione.
La donna indossava un foulard color porpora intessuto di perline, legato dietro la nuca, come usano le zingare.
Gli occhi verde smeraldo s’illuminavano a tratti di una luce fredda, mentre le mani, dalle lunghe dita affusolate, si libravano con movimenti rotatori attorno a una sfera di vetro, simile a quelle sciocche boule-de-neige che si usano regalare a Natale, al cui interno era collocata una miniatura del lago di Pilato.
Nello spazio esiguo della boccia, piccoli cristalli ghiacciati volteggiavano lentamente, senza mai arrestare la loro caduta. Una tempesta eterna vi soffiava rigide folate di vento e di morte.
Il commissario Fosco, fece uno sforzo incredibile per distogliere il suo pensiero da quelle fantasie morbose e ricondurlo alla realtà delle cose.
Del resto si era giunti alla parte più interessante della conversazione: quella che riguardava il ritrovamento del cadavere in prossimità del bacino lacustre e la strana messa in scena architettata dall’assassino.
Secondo un’antica leggenda, riferita dal magistrato con dovizia di particolari, Pilato, una volta defunto, venne infilato in un sacco, adagiato in un carro e quindi affidato alla cieca volontà di un’inconsapevole coppia di bufali. Essi trainarono il corpo del reietto dalla città eterna sino all’eternità dell’oblio, cioè, sino ai piedi della cima del Redentore, in prossimità del lago. Da qui il nome: lago di Pilato.
A quel punto i sensi del commissario furono tutti desti e pronti per l’uso. La sua mente, stanca e confusa, riemerse dalla spirale ipnotica prodotta dalle parole suadenti del procuratore.
Quindi si trattava di una volgare emulazione? L’ammirazione istintivamente provata per il fantomatico assassino andò a farsi benedire. L’uomo che aveva lasciato vagare per giorni un corpo putrefatto, in balia di due bestie recalcitranti, in realtà non aveva fatto altro che copiare per filo e per segno un’antica leggenda di origine medievale.
Il commissario Fosco aveva appena terminato il riepilogo mentale dei fatti accadutigli in quella strana giornata di fine agosto, quando un lieve rumore alla porta lo indusse a sospettare di essere spiato. Aprì l’uscio di scatto, imbattendosi nel corpo procace di una giovane cameriera. «La sana alimentazione di montagna, unita all’aria pura e all’acqua salutare, producono i loro buoni frutti», rifletté ironico.
«Mi spiace, temevo si fosse addormentato e non sapevo come avvertirla. Più tardi arriveranno alla taverna i proprietari del carro, così come lei ha richiesto» Il commissario annuì, rigido e impettito per l’imbarazzo. La cameriera stava per andarsene, quando sembrò ripensarci: «Fra un’ora circa sarà pronta la cena. Io e il signor Giustino siamo contenti che abbia deciso di fermarsi tutto il tempo che sarà necessario per svolgere le indagini».
Il sorriso fin troppo disponibile sfoggiato dalla giovane lasciò il commissario senza parole.
Ringraziò e richiuse delicatamente la porta. La notte era ancora lunga e lui non sapeva nemmeno da dove cominciare. Forse qualche idea gli sarebbe giunta dall’identificazione di quel corpo trascinato al cospetto del demonio, ora sicuramente al vaglio delle autorità autoptiche.
Un tassello dell’enigma gli sfuggiva e, mentre si vestiva, il suo pensiero ritornò confuso al leopardo di Hemingway e alla seducente versione zingaresca della giovane procuratrice.
———
Cecilia ed Emidio Sagripanti, due anziani contadini di Foce, si erano presentati alla Taverna Sibilla mano nella mano e, sempre mano nella mano, si erano accomodati, a un cenno di Giustino, al tavolo centrale della piccola sala da pranzo, interamente rivestita di legno, nel tipico stile dei locali di montagna. A ogni domanda postagli dal commissario Fosco, seduto di fronte a loro, le dita callose si stringevano in una morsa sempre più serrata, sempre più spasmodica. Il nervosismo era un chiaro sintomo d’innocenza.
Fosco non aveva dubbi al riguardo, ma voleva ugualmente ricevere alcune delucidazioni in merito al carro trainato dai bufali. Mezzo di trasporto e bestie appartenevano, infatti, ai due anziani coniugi, che gestivano una modesta azienda agricola, nel vicino comune di Montemonaco.
Giustino stesso, il giorno precedente, dopo essersi avventurato per la sua solita passeggiata meditativa fra i picchi dei Monti Sibillini, aveva riconosciuto il carro abbandonato nei pressi del lago di Pilato e si era accorto del macabro trasporto.
Tornato alla taverna, aveva avvertito le autorità e i coniugi Sagripanti del ritrovamento. Il commissario Fosco, incaricato delle indagini, si era recato immediatamente sul posto.
«Innanzi tutto vi devo chiedere di stare tranquilli. Siete due persone informate sui fatti e a questo titolo vi sto facendo delle semplici domande di routine. Non vi preoccupate, lo capite da voi che è una situazione del tutto informale… ».
Cecilia ed Emidio assentirono col capo, ma lo sguardo continuava a rivelare una confusione e un timore incontrollabili.
Il commissario Fosco intuì che erano del tutto inutili quei convenevoli. Non sarebbe mai riuscito a mettere l’anziana coppia a proprio agio. Tanto valeva arrivare dritti al dunque.
«Solitamente dove tenete custoditi i bufali?».
«In un recinto all’aperto, signor commissario».
Emidio si affrettò a rispondere come se stesse partecipando a un quiz televisivo. Mancava il pulsante da premere ma, a giudicare dalla mano ormai violacea della consorte, quella stretta doveva essere un ottimo surrogato.
«Come immaginavo! Quindi, chiunque potrebbe aprire il recinto e far uscire le bestie… e il carro?».
«Il carro cosa?».
Emidio soltanto interloquiva, mentre la moglie si mordicchiava il labbro inferiore. Fosco non capiva bene se a causa del nervosismo o se per il dolore alla mano.
«Intendo dire: il carro dove lo tenete solitamente?».
«Il carro è un po’ vecchio e malandato e quindi lo lasciamo lì, accanto al recinto dei bufali. Non lo ricoveriamo mai nel fienile. Abbiamo comprato da poco un carro nuovo».
«Un estraneo avrebbe potuto attaccare i bufali al carro?».
«I bufali sono animali più intelligenti dei bovini in genere. La femmina Riconosce persino la voce di chi la chiama per la mungitura. A me non da mai retta, quella delinquente! Vedesse invece come risponde a mia moglie!… Una sfacciata, proprio! Sono bestie curiose e scommetterei il carro nuovo che gli sarebbe subito saltata la mosca al naso se un intruso si fosse azzardato a varcare la soglia del recinto… ».
«Quindi chi ha osato avvicinarsi sapeva bene come muoversi… o ha avuto una gran fortuna».
«La prima cosa che ha detto… la seconda, con tutto il rispetto, signor commissario, non regge proprio».
Fosco Martini, annuì soddisfatto, mentre Giustino si avvicinò perplesso, con una manciata di fogli in mano.
«È arrivato il fax che stava aspettando, commissario».
«Bene… » diede una rapida scorsa ai documenti che gli erano stati inviati dalla procura. Decise che sarebbe tornato in camera per leggerli con più calma e attenzione. Era giunto il momento di congedare Cecilia ed Emidio: «Vi ringrazio per la sollecitudine dimostrata. Potete andare».
Cecilia guardò perplessa il marito, il quale, con atteggiamento incredulo chiese ulteriore conferma: «Davvero possiamo andare? Non dobbiamo firmare nessun documento?».
Il commissario sollevò gli occhi dai suoi fogli: «Intende dire un verbale?», quindi sorrise bonariamente, «No, non serve, è tutto qui nella mia testa».
La stretta alle mani si allentò in maniera percepibile e Cecilia emise un lungo sospiro di sollievo.
———
Nella taverna si stava una meraviglia! Fosco valutò attentamente la possibilità di trasferire il commissariato in quel piccolo ambiente dotato di ogni confort. Il caffè caldo e fortissimo gli era stato servito in camera dalla cameriera, sempre molto premurosa. L’aria secca e frizzante della notte risvegliava la mente, rendendola reattiva a ogni tipo di stimolo e sollecitudine; il silenzio, quasi irreale, favoriva la concentrazione necessaria, mentre il lontano sciabordio di un ruscello ispirava fantasie malinconiche. L’ispettore Fosco Martini era fermamente convinto del fatto che occorresse una buona dose di malinconia per risolvere un caso di omicidio. La malinconia, infatti, aiuta a stabilire un legame empatico con l’omicida.
Le informazioni necessarie erano sparpagliate sotto i suoi occhi, stampate in chiari caratteri su una cinquantina di fogli, giunti nemmeno un’ora prima tramite fax. Freddi dati, cifre e nominativi si accavallavano senza alcuna apparente connessione logica. Sperava di trovare il sentimento che li legava, come un invisibile filo rosso, prima che il sole sorgesse. Occorrevano occhi buoni e allenati.
L’uomo ucciso, tale Giovanni Masi, nato a Cattolica nel 1943, commerciante ambulante, secondo un preliminare esame autoptico, era stato avvelenato con una dose massiccia di arsenico.
Non era stato facile risalire all’identità del cadavere per via di una grossa ustione al palmo delle mani, provocata da un acido, che aveva totalmente rimosso le impronte. Ma, attraverso un’indagine incrociata fra i recenti scomparsi della regione, si era alfine giunti all’identificazione.
L’uomo non aveva precedenti penali, tuttavia era stato coinvolto, una decina di anni prima in un fatto di cronaca nera: un grave incidente avvenuto in mare, causato da una di quelle tempeste estive che non lasciano scampo. Quattro pescatori si erano salvati, mentre un quinto, il più giovane e inesperto del gruppo, travolto dai furenti flutti dell’Adriatico, venne dato per disperso. Le ricerche continuarono invano per diversi giorni. Poi, quando le speranze, anche soltanto di trovare un corpo cui dare degna sepoltura, incominciarono ad affievolirsi, i resti del giovane ragazzo furono trovati orribilmente accartocciati sugli scogli che delimitavano l’imbocco del porto. La vittima non indossava alcun salvagente. Quella negligenza, con tutta probabilità, gli era costata la vita.
I pensieri del commissario, a causa della stanchezza accumulata nel corso della giornata, iniziarono a fare giri sempre più tortuosi, smarrendo la strada della logica. Le palpebre si abbassarono dolcemente, mentre il corpo si abbandonava inerme a quel peso così confortante, precipitando nell’abisso invitante del sonno. L’unico appiglio al mondo reale rimasto, il lontano scroscio di ruscello, svanì in un istante e tutto si colorò di buio intorno a lui.
———
Il mattino successivo Fosco Martini si alzò di buon umore al primo canto di un gallo indisponente, che razzolava libero e indisturbato nel giardino circostante la taverna. Il commissario aveva ottimi progetti per quella giornata: risolvere il caso del misterioso omicidio e presentare una dettagliata relazione alla giovane procuratrice aggiunta, poi, magari, dopo aver valutato attentamente la sua disponibilità al riguardo, invitarla a cena.
A volte l’istinto ti conduce per mano dove la logica si rifiuterebbe persino di seguirti. Mentre sorseggiava il suo caffè ristretto, nella graziosa veranda della taverna, Fosco approfittò del fatto che Giustino si fosse avvicinato, nell’atto di servirgli un vassoio di deliziosi maritozzi, ponendogli a bruciapelo un quesito che gli ronzava nella testa: «Lei era un pescatore prima di trasferirsi qui, vero?».
Giustino si limitò ad annuire in maniera quasi automatica, come se il suo pensiero in realtà fosse concentrato altrove, in un punto imprecisato ma certamente molto distante dal luogo in cui stava avvenendo quella conversazione.
«Allora, mi saprebbe dire se è buona regola indossare i salvagente quando ci si avventura in mare aperto o se, per lo meno, i salvagente devono essere calcolati in numero sufficiente per tutti i membri dell’equipaggio?».
Giustino sembrò irrigidirsi, come se quella domanda lo avesse prelevato con la forza dal posto incommensurabilmente lontano in cui si era rifugiata la sua mente, per sbatterlo con estrema violenza lì, nella confortevole veranda della Taverna Sibilla, fra gli aromi persistenti di caffè e di dolci appena sfornati.
Il commissario Fosco, continuò a osservarlo interrogativo, con la tazza sospesa a mezz’aria.
Giustino abbassò lo sguardo, mentre impiegava lo straccio che aveva con sé per ripulire il tavolo da briciole inesistenti.
«Per noi italiani è uno sforzo rispettare le regole, persino quelle dettate dal buon senso per la salvaguardia della nostra incolumità. I salvagente, in caso di pericolo, dovrebbero essere sufficienti per l’intero equipaggio è ovvio ma… ».
«Ma… ?».
«Ma bisogna sempre tenere in conto le eventuali eccezioni».
«Eccezioni in sprezzo alla regola?».
«Sì, purtroppo».
Giustino non era certamente una persona loquace, il commissario lo aveva capito, ma in quest’occasione sembrava quasi reticente… triste e reticente.
Incredibile davvero, dove l’istinto riesca a condurti, delle volte.
Appena terminata la colazione, Fosco fece una telefonata al commissariato. L’ispettore Mario Belli non si occupava semplicemente dell’archivio, egli, senza ombra di dubbio, rappresentava l’archivio del distretto provinciale, in carne e ossa. L’enorme stazza di quasi due metri per più di 110 chili gli consentiva di arrivare, senza l’ausilio di una scala, fin negli scaffali più alti e inaccessibili. Le mani incredibilmente ampie maneggiavano più di un faldone alla volta, come se fossero inconsistenti sacchetti di patatine. Ma la qualità che lo rendeva un elemento insostituibile dell’ufficio era l’impareggiabile memoria da elefante. Nomi (persino quelli stranieri, difficilissimi da pronunciare), date e luoghi erano impressi nella sua mente in maniera indelebile per anni.
Fu sufficiente che Fosco gli chiedesse di verificare un paio di cose. Dopo un’ora appena, ricevette tutte le informazioni di cui aveva bisogno.
Andò a cercare Giustino, mentre avvertiva distintamente scariche di adrenalina riversarsi copiose nel sangue. Il proprietario della taverna sollevò lo sguardo dal bancone del bar, sorpreso nel vedere arrivare il commissario così eccitato.
«Ho bisogno di ritornare al lago. Vorrei che lei mi accompagnasse».
Giustino, come c’era da aspettarsi, non rispose nulla. Si sfilò il grembiule che indossava, preparò uno zaino in cui mise acqua sufficiente per due persone e, quindi, sempre in silenzio, aprì la porta della taverna lasciando gentilmente che il commissario passasse.
La salita fino al lago fu meno faticosa della volta precedente. Al cospetto del lago di Pilato, Fosco si sentì meno affaticato, meno stupito e meno piccolo del giorno prima.
Il carro, il cadavere e i buoi erano stati portati via dalle autorità competenti. La valle era deserta e silenziosa. Non c’era nulla di cui avere timore. Creature soprannaturali non ve ne erano, a dispetto di secoli e secoli di antiche superstizioni, convinte del contrario. Era sempre la stessa squallida storia: l’uomo uccide l’uomo. Per potere, denaro o vendetta.
«Il morto si chiamava Giovanni Masi. Lei lo conosceva, vero?».
Giustino annuì.
«Aveva il palmo delle mani bruciate da un acido. Inizialmente ho commesso un errore pensando che la bruciatura fosse stata procurata per rendere impossibile l’identificazione, invece non era così. Si trattava di un rito. Ogni piccolo dettaglio di quest’omicidio è stato minuziosamente studiato per rendere la vendetta dell’omicida più gratificante. Giovanni Masi, in un momento cruciale della sua esistenza, quando doveva prendere una decisione fondamentale, per la sopravvivenza stessa di un gruppo di cinque pescatori, se n’è lavato le mani. Come Ponzio Pilato: “Volete Gesù o Barabba?” La storia si è ripetuta tale e quale. E’ stato sacrificato Gesù. Stavolta Gesù si chiamava Riccardo Festa ed era un povero ragazzo di appena sedici anni. Suo nipote, l’amatissimo figlio di sua sorella, vero Giustino?»
Giustino annuì nuovamente.
«Non essendosi mai sposato e non avendo figli, la famiglia di sua sorella era quanto di più caro possedesse. Quel ragazzo, soprattutto, tanto pieno di ammirazione per lo zio pescatore, da chiedere con insistenza di poterlo accompagnare in una battuta di pesca, rappresentava il dono più bello che la vita le avesse concesso. La tempesta vi ha colti di sorpresa e mentre lei, responsabile dell’intero equipaggio, era scaraventato dai flutti in ogni direzione e faceva il possibile per mantenere tutto a galla, vite, carico e speranza, Giovanni si occupava di consegnare i salvagente a coloro che ancora non lo avevano indossato. I salvagente non erano in numero sufficiente per tutti. L’ultima cosa che lei vide, prima di essere spazzato via da un’onda più alta delle altre, fu Giovanni che tendeva l’unico salvagente rimasto a Barabba. L’uomo, ovviamente, non si chiamava così, ma si trattava effettivamente di un individuo malavitoso, cui molta gente, compreso Giovanni, doveva molti favori. Quando la vedetta, avvisata del vostro naufragio, vi mise in salvo, lei non fece altro che invocare il nome di suo nipote, finché non perse la voce. Era tutto trascritto nei verbali dell’epoca. Non ho dovuto far altro che inseguire il filo rosso».
«Il filo rosso?».
«I fatti apparentemente slegati fra loro si collegano inseguendo la passione che li ha provocati. Ci sono cose che io non so, però, e posso solo supporre. Evidentemente Giovanni Masi qualche giorno fa si è presentato alla taverna come se nulla fosse accaduto, pensando che le antiche ferite si fossero rimarginate. Non poteva certamente immaginare quanto odio e quanto rancore fossero stati segregati all’interno del piccolo locale, così lontano dal mare e dai tragici ricordi a esso legati. Il suo inopportuno arrivo, ha scoperchiato una botola da cui sono emerse furiose Erinni, assetate di sangue».
Giustino, come se fosse impossessato da una creatura demoniaca appena sorta dalle acque del lago Pilato, iniziò a parlare. Tanto quanto non aveva mai fatto in vita sua: «Amavo quel ragazzo come un figlio. Saperlo morto al posto di un “Barabba” che non meritava nemmeno di esser nato, mi faceva ribollire il sangue. Quello schifoso, delinquente, usuraio, puttaniere morì ammazzato, per mano della stessa gente malavitosa che frequentava, nemmeno un anno dopo la tragica vicenda del naufragio. Quel maledetto salvagente gli aveva concesso un anno in più di delitti, mentre, a mio nipote, aveva tolto tutta la vita che gli restava ancora da vivere. Non dimenticherò mai lo sguardo inorridito del povero Riccardo mentre gli veniva sottratto l’unico mezzo di sopravvivenza a disposizione. Lo sogno tutte le notti, sperando che qualcosa possa cambiare, invece no. La colpa fu tutta di Giovanni. Quando me lo sono visto arrivare alla taverna, come se volesse controllare con i suoi stessi occhi che fine avessi fatto, ho capito che lo avrei ucciso e che lo avrei fatto com’era giusto che fosse: nel modo in cui tocca al peggiore dei criminali. L’arsenico sciolto nella bibita, che gli ho offerto a denti stretti, non avrebbe lasciato tracce di sangue difficili da ripulire. È stato talmente semplice che avrei voglia di rifarlo anche adesso, ancora milioni di volte, per la sensazione di ebbrezza che mi ha donato. Osservare il suo viso rattrappirsi in una smorfia di dolore e di orrore, le sue membra contorcersi e sussultare negli spasmi che precedono la morte, mi hanno procurato un piacere indescrivibile. L’adrenalina accumulata in corpo mi ha aiutato a caricare nottetempo il corpo sul carro e a trascinarlo fin qui. Un vigliacco di quella specie meritava di essere accompagnato nell’ultimo viaggio come il peggiore di tutti; come Pilato!».
Questa volta fu Fosco ad annuire. Il suo gesto significava che aveva intuito i fatti, prima ancora che gli venissero descritti dal responsabile, fin nei dettagli più macabri.
Giustino si sentì svuotato. La rabbia e la frustrazione ospitate nel proprio corpo vigoroso per tutti quegli anni erano fuggite assieme alle Erinni, implacabili depositarie di vendetta e di morte. Adesso sembrava persino più piccolo e inerme.
Una carcassa di uomo sulla cima del Monte Vettore.
Solo il commissario Fosco Martini sapeva cosa fosse venuto a cercare un pescatore a una simile altitudine.

Dal sito di Torinoir:

Il lago di Pilato è il racconto che abbiamo scelto tra i tanti pervenuti per l’iniziativa Un mese con Torinoir.  L’autrice è Mariachiara Moscoloni, di cui, al termine di racconto, abbiamo inserito una esaustiva biografica. Un sincero grazie va  a tutti gli altri partecipanti.

Non vi resta che leggere l’avvincente opera della nostra tredicesima complice!

http://torinoir.altervista.org/wp/il-lago-di-pilato/