Lo scrittore, sacerdote di Mnemosine

È in ogni uomo attendersi che forse la parola, una parola, possa trasformare la sostanza di una cosa. Ed è nello scrittore di crederlo con assiduità e fermezza. È ormai nel nostro mestiere, nel nostro compito. È fede in una magia: che un aggettivo possa giungere dove non giunse, cercando la verità, la ragione; o che un avverbio possa recuperare il segreto che si è sottratto a ogni indagine (Elio Vittorini).

Agatha Christie

Una magia, un segreto. Ecco la sostanza, la vera essenza della scrittura. Anche l’atto della scrittura può apparire, o almeno è così che appare ai miei occhi, un rito, e lo scrittore nel pieno della sua ispirazione ne incarna l’officiante. La liturgia di uno scrittore all’opera rammenta le pose e l’eleganza di un gatto e spesso questo misterioso felino ama accompagnarlo, apprezzando la quiete delle sue lunghe pause riflessive.

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Me lo immagino, lo scrittore-sacerdote, comodamente seduto al riparo di una confortevole veranda di legno bianco appena consumata dalla salsedine. Egli ama gli spazi che si collocano a metà fra l’interno e l’esterno, così come l’immensità del mare. Occupa una sedia dai braccioli ampi e appoggia le gambe appena sollevate sulla balaustra che ha di fronte. Il ticchettio monotono dei tasti pigiati ricorda il frinire estivo di una cicala o il lento oscillare di un’antichissima pendola.

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Ancora un’altra visione, forse più romantica della precedente. Lui è chino sullo scrittoio; una penna corre silenziosa sulla carta; la luce fioca del lume tremola al passaggio di una falena stordita; da una tazza si leva una voluta di vapore; ovunque aleggia insistente una sinestesia di odori (la carta, il legno, il tè) e di pensieri (l’ansia, la sollecitudine, l’eccitazione). Una fragranza che invade le narici e la mente. Intensa e dolciastra; incenso che stordisce e provoca nausea. Le parole sono cibo offerto su un candido vassoio, capaci di placare quel senso di vuoto e di vertigine.

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Una magia, un segreto, un rito. Abbiamo l’officiante, l’animale totem, il tempio e l’offerta votiva, con tanto di candele e di incensi. Manca una sola cosa per completare il quadro: una divinità.

Chi è il Dio invocato dallo scrittore? A chi prega, per chi offre, in che cosa crede lo scrittore?

No, non è come pensate: le Muse ispiratrici costituiscono solo un tramite fra lui e l’elemento divino. Ma non vi siete sbagliati poi di molto nel momento in cui avete sussurrato istintivamente il nome delle nove creature Eliconie. La Dea adorata dagli scrittori, infatti, è Mnemosine, la Memoria, loro Madre.

Lo scrittore ha il compito di onorare, tramandandola, la Memoria. Non come uno storico, documentando in maniera fedele i fatti accaduti, piuttosto come un tramite medianico, capace di evocare i fantasmi del passato.

Spiriti inquieti, ombre tormentate, destini irrisolti, sono le fonti più prolifiche d’ispirazione di uno scrittore. Egli ascolta i sussurri accattivanti di questo sciame arcano e intreccia in maniera sapiente le sue trame, rammentando ai lettori che le parole sono eterne quanto le anime che le hanno pronunciate infinite volte prima di lui.

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Ciliegi e Samurai

Un vecchio adagio giapponese recita: 花は桜木人は武士 HANAWA SAKURA GI HITO WA BUSHI. Tra i fiori il ciliegio, tra gli uomini il guerriero.

Il samurai è consapevole di essere solo di passaggio su questa terra. La sua esistenza è tanto intensa e magnifica quanto effimera. Nell’iconografia classica giapponese, il ciliegio (sakura) rappresenta contemporaneamente la bellezza e la caducità della vita. Il gesto con cui il vento di primavera rapisce i suoi petali rosa è paragonabile alla morte. Un gesto delicato ed elegante. Mai brutale e radicale. Il ciliegio-samurai cosparge il terreno col mistero del suo sangue prezioso, rendendo fertile tutto ciò che tocca, attraverso l’humus di valori eterni.

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Un’antichissima tradizione nipponica, legata al culto dei ciliegi, è l’Hanami (Ammirare i fiori). Quando le piante sono in piena fioritura, i giapponesi organizzano festosi picnic, apparecchiati su grandi teli azzurri, a base di sushi e birra (vi ho mai detto che adoro i giapponesi?).

Durante la notte l’Hanami cambia nome e diventa Yozakura (La notte del ciliegio), ma il senso del rito non cambia: celebrare la rinascita, il dono della vita, rimanendo sgomenti di fronte alla transitorietà di tanta bellezza.

Dovete sapere che quest’anno ho celebrato il primo Hanami della mia vita. Non in Giappone ma qui in Italia.

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Il Parco Lago dell’Eur, fra i viali e i giardini popolati di nobili sakura, donati nel 1956 dal primo ministro giapponese in visita a Roma, ospita il grazioso evento.

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Vi consiglio una visita al Parco nei prossimi giorni, quando i ciliegi avranno raggiunto l’apice della loro fioritura. Incontrerete persone che indossano eleganti kimono, altre che sorseggiano birra all’ombra delle piante, altre ancora che ingaggiano duelli con la katana.

Magari potrete decidere di affittare un pedalò per attraversare in lungo e in largo il laghetto (stando attenti, mi raccomando, ai canoisti, molto suscettibili di fronte agli improvvisi cambi di rotta).

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Un’esperienza emozionante e stimolante.

La tradizione dell’Hanami, il culto giapponese dei sakura, il poetico paragone fra il guerriero samurai e il ciliegio, sono nozioni che ho scoperto da adulta.

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Eppure, alzando lo sguardo verso le gemme appena sbocciate, mi sono ricordata il mio amore precoce per i ciliegi. Quand’ero piccola e i miei coetanei si ostinavano a rappresentare le chiome degli alberi con soffici nuvole verdi, io scuotevo la testa e mi impegnavo a fare la differenza.
I miei rami, punteggiati di minuscoli fiorellini rosa, artigliavano l’azzurro del cielo, aggrappandosi tenaci  alla vita. Per me l’albero era sinonimo di ciliegio. Per me era promessa di vita e di rinascita. Per me era sempre primavera.

Anche se, affacciandomi dalle finestre della scuola, le foglie erano già tutte un fremito d’autunno.

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Dalì nel Paese delle Meraviglie

Salvador Dalì. L’ecletticità dei grandi artisti. La pazzia dei geni. La capacità visionaria degli incompleti, di coloro i quali si aggrappano con tenacia alla metà del proprio io, scisso fra realtà e illusione, perennemente distante e inafferrabile. La frattura in Dalì era tanto più evidente e tangibile perché trovava supporto nella morte precoce del fratello maggiore, suo omonimo, e nella delirante convinzione di esserne la reincarnazione: “Ci somigliavamo come due gocce d’acqua, ma rilasciavamo riflessi diversi. Probabilmente lui era una prima versione di me, ma concepito in termini assoluti”.

Il lato giocoso, eccentrico, perfino spudorato dell’artista catalano attirano da sempre la mia natura.

Accosto la sua personalità a quella di un bambino dispettoso, viziato e irrequieto. Scorrendone la biografia, ho sorriso indulgente di fronte ai suoi comportamenti dissacranti più divertenti (penso, per esempio, al messaggio inviato a Ceausescu, con cui invitava il dittatore rumeno a impugnare uno scettro come simbolo della sua potenza). Ovviamente ho storto il naso, imbarazzata e piena di rammarico, di fronte alle trovate di pessimo gusto, come nel caso della scritta provocatoria apposta a un proprio disegno: “Qualche volta, per divertimento, sputo sul ritratto di mia madre”.

Bisogna stare molto attenti, rimanere lucidi e obiettivi quando si parla di Dalì, perché la follia di quest’artista è contagiosa. Passeggiare fra i suoi dipinti surreali è come calarsi in un Paese delle Meraviglie, dove tutto è il contrario di tutto. Il fine diventa lo scopo. La pazzia è normalità. Il tempo è cancellato. Si conta sulle punta delle dita, ma le dita a volte non bastano e allora si adoperano le punte insidiose di due baffetti impertinenti, ripiegati su se stessi all’infinito.

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Dalì è un Cappellaio Matto. Il tè da lui servito ha il sapore forte dell’eccesso e della stravaganza. Pura miscela catalana. Il bimbo capriccioso che è in lui non può non identificarsi nel nonsense Carolliano di Alice nel Paese delle Meraviglie. Così avviene il colpo da maestro: nel 1969 Dalì collabora a un’edizione speciale di Alice in Wonderland della Press-Random House di New York, realizzando dodici splendide litografie (una per ciascun capitolo), più un’acquaforte per il frontespizio.

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L’Alice di Dalì va in giro saltellando con una corda, simbolo del tempo che passa, della ciclicità degli eventi, ossessivi nella loro ripetitività. Lo stesso corpo di Alice si trasforma in una meridiana vivente, intenta a proiettare l’ombra lunga e sottile del proprio destino. Alle sue spalle la luce splendente di un’infanzia ormai al tramonto.

“Destino” è il titolo di un’altra incredibile collaborazione di Dalì, fanciullino giocoso, con Walt Disney. Una triplice “D” (anzi quadruplice, considerando la colonna sonora del compositore Armando Dominguez) quella che si intreccia per dar vita a una piccola gemma surreale, incastonata nella montatura dorata dell’animazione disneyana.

Il progetto, totalmente dimenticato per circa cinquant’anni (dal 1945 al 1999), è stato rispolverato dal nipote di Walt Disney, mentre lavorava alla realizzazione di Fantasia 2000.

Osservando “Destino” (http://www.youtube.com/watch?v=1GFkN4deuZU), sei intensi minuti di poesia, è difficile trattenere la commozione. Si avverte netta la sensazione che “La persistenza della memoria”, l’idea geniale che consacrò Dalì come uno dei maggiori esponenti del surrealismo, continui a colare da quegli orologi fermi e deformi. Molle nostalgia crepuscolare di un passato che ricorre incessantemente.

Nel film d’animazione le anime dei due protagonisti, un uomo e una donna, s’inseguono in un turbinio onirico di allusioni e d’illusioni. Il finale è un messaggio struggente d’immortalità. L’amore, come l’arte, non ha una collocazione spazio-temporale. La sua persistenza è eterna. I delicati pistilli di dente di leone, tanto ricorrenti nell’immaginario di Dalì, simboleggiano la ciclicità e il ritorno. L’oracolo del Destino è racchiuso in quei soffici globi. Dalì, ostinato, dal Paese delle Meraviglie che lo accoglie ora, ci soffia ancora i suoi sogni e i suoi desideri di bimbo capriccioso.

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Ceci n’est pas une pont

Il fascino di un ponte è inafferrabile. Una linea di cemento, di legno, a volte soltanto di corde, sospesa fra due sponde. Un’invitante congiunzione. Una prepotente “e” tesa nel vuoto. Tu e qualcos’altro. Altrove da te.

La suggestioni oniriche tipiche dell’arte surrealista riescono a esprimere, più di quanto non siano in grado le mie parole, le ineffabili emozioni suscitate dalla vista di un ponte. Adoro Magritte e la forza evocativa dei suoi dipinti. Ce n’è uno, in particolare, nonostante la disarmante semplicità delle linee geometriche, che mi fa riflettere sulla latente complessità del mondo reale. Già dal titolo dell’opera “Il ponte di Eraclito”, si evince un sfumatura alchemica: la Natura che trasmuta.

Eraclito era il famoso filosofo del “Nessun uomo può bagnarsi nello stesso fiume per due volte”, ma più conosciuto per il suo efficace “Panta rei”, tutto scorre. Nella vita tutto cambia, tutto si trasforma, tutto è in movimento. In questo, peraltro, la filosofia di Eraclito si avvicina molto a una visione estetica della cultura giapponese, quella del wabi-sabi, per cui “nulla dura, nulla è finito, nulla è perfetto”.

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Il ponte raffigurato dal pittore belga è drasticamente imperfetto, interrotto. Non si capisce se sia in parte crollato o se debba ancora essere terminato. Ma quello che conta è il riflesso nell’acqua sottostante. Lì, sulla superficie leggermente increspata dal vento, si materializza per incanto il ponte nella sua interezza. Il ricordo (in caso di crollo), o il presagio (in caso di incompiutezza) di un ponte che è stato o che sarà.

Il collegamento fra passato e futuro, fra ricordo e immaginazione, fra verità e fantasia. Una commistione inestricabile fra mondi diversi, avvalorata dalla presenza di nuvole soffici, che avvolgono in un impalpabile sogno la realtà, ormai sfumata, del ponte.

Ma viene istintivo domandarsi se veramente il ponte interrotto rappresenti la realtà o se non la rappresenti piuttosto, in tutto o in parte, il riflesso cangiante dell’acqua. La cruda, violenta franchezza di quell’acqua, la stessa che restituì a Magritte il corpo privo di vita della madre, suicidatasi, quando lui era poco più di un bambino, gettandosi nel fiume Sambre. L’intuizione, quasi trascendentale, di una Natura sincera nel suo apparire, più delle immagini che la rappresentano. La “Trahison des images”, il tradimento delle immagini, raccontato in tanti dipinti magrittiani, è esemplarmente rappresentata in quest’opera. Ceci n’est pas une pont. Tanto per parafrasare il titolo di un altro famoso dipinto-paradosso del pittore surrealista.

Magritte coglie il mistero dell’universo, percepisce, come lui stesso ammise, “il silenzio del mondo”. Nulla a che fare, quindi, con l’inconscio caotico ed egocentrico raffigurato da Salvador Dalì in un altro magnifico ponte surrealista: “Il ponte dei sogni crollati”. In quest’opera un’euforia di sogni, che hanno assunto le sembianze di corpi umani appena stilizzati, di abbozzi di vita, si muove danzante e oscillante, fino ad arrestarsi e dissolversi nel nulla, laddove il ponte è irrimediabilmente interrotto.

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L’arte è piena di ponti. L’immaginazione è satura di passaggi, varchi, accessi. Compito imprescindibile di un artista è individuare quelle aperture, quegli spiragli da cui filtra la luce magica della fantasia. Un mistero che illumina a tratti la razionalità della mente.

Esistono persino passaggi nascosti in maniera maliziosa, come il ponte di Buriano, celato in un piccolo cammeo, oltre la spalla destra della Monna Lisa. Quel ponte in stile romanico, che attraversa l’Arno e si spinge nelle frastagliate formazioni rocciose della costa, lascia intuire un’altra possibilità, un’altra interpretazione. Una mirabile magia in atto.

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Allora, il misterioso sorriso della Gioconda sembra alludere proprio a questo: all’eterna incompiutezza dell’uomo e dei suoi inafferrabili sogni.

“Uno studioso al microscopio vede molto più di noi. Ma c’è un momento, un punto, in cui anch’egli deve fermarsi. Ebbene, è a quel punto che per me comincia la poesia” (disse Magritte).

Siamo giunti a quel punto. È giusto arrestarsi qui.

Poesia.

Cool Moleskine

Un vero scrittore non è mai dove lo vedi. È altrove.

Un vero scrittore è assorto, sbadato, confuso.

Un vero scrittore non dice quello che pensa, lo scrive. E dopo averlo scritto negherà perfino a se stesso di averlo pensato.

Un vero scrittore ha bisogno di un posto pratico e discreto in cui riporre il proprio disordine mentale. Un posto a portata di mano e di penna.

Un taccuino.

«Perdere il passaporto era l’ultima delle mie preoccupazioni, perdere un taccuino era una catastrofe», ammise Bruce Chatwin, colui che per primo, nell’opera “Le vie dei Canti”, nominò il celeberrimo “Moleskine”, compagno prezioso di mille irripetibili avventure.

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Elegante taccuino Moleskine. L’avorio della carta ha il colore vissuto del passato, gli angoli arrotondati assorbono gli urti del presente, mentre l’elastico di chiusura preserva intatto un mondo confuso di pensieri, consegnandolo al futuro.

Non vi è nulla di più hipstericamente hipster di un taccuino Moleskine. L’intellettuale anticonformista per antonomasia non se ne separa mai. Artisti come Oscar Wilde, Ernest Hemingway, Pablo Picasso, Vincent Van Gogh (tanto per fare alcuni nomi) lo sfoggiavano nei salotti, nei caffè, per le strade, durante un viaggio, prima ancora che divenisse un oggetto di culto.

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Adesso che la ditta produttrice è divenuta una Srl e, dall’aprile del 2013, è quotata in borsa, il rinomato taccuino ha perso gran parte del suo fascino bohemien.

Nonostante ciò, sono certa che dovendo scegliere, in treno, al bar o su di una panchina, fra sedermi accanto al sofisticato cultore di Tablet oppure vicino allo sconosciuto scapigliato, che maneggia distratto il suo taccuino fitto di appunti e di cancellature, di orecchie e di scarabocchi, opterei senz’altro per la seconda soluzione.

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“La zattera della Medusa” si tinge di noir

“La prima cosa è il mio nome, la seconda quegli occhi, la terza un pensiero, la quarta la notte che viene, la quinta quei corpi straziati, la sesta è fame, la settima orrore, l’ottava i fantasmi della follia, la nona è la carne e la decima è un uomo che mi guarda e non uccide.

L’ultima è una vela.

Bianca. All’orizzonte.”

Così, nel suo romanzo “Oceano Mare”, Alessandro Baricco descrive le immagini che affollano la mente confusa di un naufrago, nel momento straziante in cui egli avvista la vela della nave, giunta a soccorrere lui e altri pochi superstiti, dopo tredici giorni trascorsi aggrappati alle assi sconnesse di una zattera.

Baricco sa che il ventre del mare non conosce istinti materni. Le creature cullate amorevolmente fra i suoi flutti sono destinate a soccombere in un guizzo prepotente di tempesta. L’oceano è una vastità inconoscibile, capace di ingoiare nella spuma vorticosa del proprio orgoglio l’equilibrio mentale di chi osa sfidarlo: l’uomo è piccolo e i suoi istinti sono talmente bassi al suo cospetto.

Così succede che in quei giorni di naufragio, vissuti fra sete, fame e disperazione, il buio delle tenebre abbia coperto con un velo scuro di omertà i crimini più efferati compiuti a bordo della zattera. Uccisioni, corpi straziati, atti di cannibalismo. La luce impietosa del sole che sorge illumina i macabri resti della mattanza. Chi è sopravvissuto si prepara a soccombere o a uccidere (se le forze lo consentiranno) la notte successiva. Difficile distinguere fra vittime e carnefici in quell’intricato ammasso di arti mutilati.

La cosa raccapricciante è che l’episodio narrato con tanta dovizia di particolari dal sapiente scrittore è ispirato a un fatto di cronaca realmente avvenuto.

Nel 1816, la fregata francese “Meduse” pilotata da un inesperto capitano, si incagliò su un banco di sabbia al largo della Mauritiana. L’equipaggio fu ripartito fra le poche scialuppe a disposizione. Una parte di esso, probabilmente composta dai meno privilegiati, venne destinata a una zattera di fortuna, inizialmente trainata dalle altre imbarcazioni e successivamente, quando il viaggio iniziò a farsi più arduo del previsto, abbandonata al suo destino.

La descrizione del groviglio di corpi, braccia e gambe in via di decomposizione, fornita dai pochi sopravvissuti, fece il giro del mondo e iniziò a ossessionare la mente di un giovane pittore, fino allora pressoché sconosciuto: Théodore Géricault. Costui in poco più di un anno, con un lavoro assiduo e instancabile, dopo aver compiuto accurate ricerche e raccolto notevoli quantità di materiale informativo, realizzò un’opera d’arte impressionante, per le dimensioni (491x 716cm) e la capacità espressiva delle figure, dipinte quasi a grandezza naturale. La zattera della Medusa di Géricault, attualmente custodita al museo del Louvre, inonda il cuore dello spettatore di amarezza e di speranza. I morti accanto i vivi. Il naufragio e i soccorsi. Pennellate di ombra e di luce che colpiscono, come tante pugnalate, il cuore pieno di sgomento di colui che osserva.

Accolta come un’aspra critica alla politica dell’Ancien Regime, l’opera di Géricault fece molto scalpore. Invece quei corpi nudi e tremanti, disperati e trucidati, crudi nel loro realismo e orrore, non rappresentano altro che il fragile involucro del tormento romantico. La morte ossessiona l’artista come forma espressiva più alta di vita. L’istinto di sopravvivenza induce l’uomo a compiere gesti estremi. La vita non è vera e non è appassionata fintantoché l’alito della morte non la inumidisce di rimpianto, di malinconia.

I tratti feroci di Géricault e le struggenti parole di Baricco hanno guidato la mia mente nel progettare una pena esemplare, una tortura ingegnosa, comminata da un poco ortodosso commissario a chi dimostra facile sprezzo della vita. Ne è nato un racconto (intitolato, ovviamente, “La zattera della Medusa”) selezionato, con mia grande soddisfazione, per la pubblicazione nell’antologia “Italian Noir 2”.

Ve ne lascio un breve assaggio, anzi un morso, giusto per solleticare la vostra curiosità: “Quarantotto ore dopo l’inizio della segregazione in quel tugurio, il loro cervello era partito, completamente fritto dai sintomi devastanti dell’astinenza da cibo, da roba e da aria pura.

Le narici, invase dall’odore rivoltante delle proprie e altrui feci, fremevano di disgusto e di raccapriccio. Una tremenda verità scardinò con violenza ogni freno inibitorio: la presenza degli altri era nociva e sottraeva ossigeno alla propria sopravvivenza. Le tenebre della seconda notte, trascorsa rinchiusi nel magazzino, furono letali per la maggior parte di loro. C’erano attrezzi da lavoro e da giardinaggio appoggiati alle rastrelliere arrugginite. Tutti, a un tratto, vennero folgorati dalla stessa furia omicida. Voglia di sopravvivere, certo. Ma, soprattutto, desiderio incontenibile di uccidere.”

Una moderna “Zattera della Medusa” a tinte noir, per sottolineare l’eterno conflitto fra uomo e natura, fra noto e ignoto, fra ragione e istinto.

1816, l’anno senza estate

1816, the year without a summer” è il titolo di una canzone dei Rasputina, gruppo musicale steampunk americano, che rammenta la bizzarra anomalia di un anno privo d’estate.

La Natura sembrava essersi rivoltata piena di sdegno contro l’uomo: in pieno giugno una spessa coltre di neve si adagiò surreale e compatta sui campi di grano appena germogliati dell’Europa settentrionale e del nord America. Un intero raccolto estivo venne bruciato dal gelo. La carestia fu una conseguenza inevitabile del capriccio climatico. Incalcolabili le vittime decimate dalla fame e dal freddo.

Gli studiosi, dopo decenni di approfondite analisi, sono giunti alla conclusione che l’insolito fenomeno meteorologico sia stato causato dall’eruzione del vulcano Tambora, nell’attuale Indonesia, avvenuta nell’aprile dell’anno precedente. L’eruzione disperse negli strati superiori dell’atmosfera grandissime quantità di cenere vulcanica, creando una sorta di velo, che non consentì alla luce solare di arrivare sino alla superficie terrestre.

In realtà, un fenomeno simile a questo si verificò molti secoli prima: il 1258 fu un anno privo di estate, al pari del famigerato e ben più noto 1816. Colpevole, inutile dirlo, anche questa volta, un vulcano. Per giunta sempre indonesiano: il Salamas.

Soltanto l’eruzione più recente, però, fu responsabile di prodigiose ispirazioni intellettuali. Cieli striati da suggestive lingue di fuoco color porpora e campi incolti ricoperti di ghiaccio riuscirono, nonostante tutto, a far germogliare il seme pervicace della conoscenza umana.

La cenere dispersa nell’atmosfera terrestre rese ancor più romantici i tramonti di quella prima metà dell’ottocento.  William Turner, “il pittore della luce”, ritenuto non a caso, coi suoi giochi cangianti di riverberi, il precursore dell’impressionismo francese, s’ispirò alle incredibili sfumature vermiglie assunte dal cielo, per dipingere paesaggi visionari, come il magnifico “Rain, speed and steam”, pioggia, vapore e velocità, in cui la sagoma di un treno in corsa su un ponte è appena percepibile nell’aria di vapore e fiamme circostanti.

Masterpieces Art Paintings Hd Wallpapers (Vol.03 ) Fine Art Painting Turner, Joseph Mallord William Rain, Speed And Steam, 1844 , London, National Gallery Of Art

Le copiose nevicate che flagellarono il nord Europa, d’altra parte, costrinsero un gruppo di scrittori a riunirsi attorno al fuoco scoppiettante del loro rifugio estivo a villa Diodati, nei pressi di Ginevra.

Lord Byron, John William Polidori, Percy B. Shelley e sua moglie Mary, annoiati da quella strana estate, flagellata da tempeste di neve, decisero di trascorrere il tempo sfidandosi in una gara, che avrebbe premiato lo scrittore più bravo nel realizzare una storia di orrore. Fu proprio in tale occasione che una giovanissima Mary Shelley (appena ventunenne) creò il romanzo gotico per eccellenza: Frankenstein.

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Cos’hanno in comune un treno lanciato a massima velocità su un ponte immaginario di luce sfavillante e un mostro creato in laboratorio con pezzi dissezionati di cadaveri, animato attraverso la scarica elettrica di un fulmine? Hanno in comune, ed è esattamente qui che volevo arrivare, la scintilla della vita e la consapevolezza del perenne conflitto fra creatore e opera d’arte, fra uomo e Natura.

“Da dove, mi chiedevo spesso, deriva il principio della vita? Era un interrogativo ben arduo, uno di quelli che sono sempre stati considerati senza risposta, e tuttavia di quante cose potremmo venire a conoscenza se codardia e negligenza non ostacolassero la nostra ricerca!”.

Nel 1816, mentre la Natura si prendeva gioco dell’essere umano, schiacciandolo sotto il peso insostenibile di un clima rigido, pregno di morte e di disperazione, degli artisti visionari e talentuosi, in un ultimo rigurgito di ribellione, si presero la loro rivincita, costruendo treni e creando fantastici surrogati umani.

Perchè in fondo è questo lo scopo principale dell’arte: consolare l’uomo dalla sua innata fragilità.

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