“Il lago di Pilato” (Primo classificato “Un mese con Torinoir”)

«Manca ancora molto?», domandò sconfortato il commissario.
In quel momento avrebbe desiderato essere uno stambecco, per balzare sui picchi impervi con stupefacente disinvoltura.
Purtroppo la scarsa forma fisica lo costringeva ad assumere l’andatura goffa e lenta di un orrido scarafaggio, che arranca sotto il peso invincibile della sua enorme corazza.
«Pochi minuti appena», rispose Giustino, mantenendo lo sguardo fisso innanzi a sé e cercando di non dare troppo peso alla retroguardia impacciata e ansimante.
Era evidente che egli conoscesse i percorsi di montagna a menadito. Saltellava sul terreno scosceso, come nemmeno una capra avrebbe saputo fare e senza che una stilla di sudore ne imperlasse il volto cotto dal sole.
«Con tutta probabilità non si trattava nemmeno di pelle umana», rifletté cinicamente il commissario Fosco Martini. Un’analisi accurata di un patologo avrebbe evidenziato la presenza nell’epidermide di una particolare lega: cuoio e acciaio. La classica pellaccia dura di un alieno montanaro, insomma.
«È curioso e allo stesso tempo irritante, che la gente di montagna attribuisca una durata esigua a percorsi che un uomo normale impiegherebbe ore a compiere. Le cose sono due: o siete degli inguaribili ottimisti o siete dei bugiardi spudorati», sentenziò il commissario con voce rotta dall’affanno.
Il cinismo ostentato da Fosco nascondeva una punta d’invidia per coloro che riuscivano a trovarsi a proprio agio in un mondo in cui lui, nonostante gli sforzi compiuti, non avrebbe mai potuto ambientarsi.
Mare, montagna, città o lago erano indifferenti. Il commissario Fosco era un essere irrequieto e tormentato che, tempo massimo un paio di anni, scappava dalla destinazione assegnatagli per via del suo lavoro.
Giustino si arrestò e sembrò riflettere, continuando a mostrare le spalle spaziose al proprio interlocutore. Poi, all’improvviso si girò e, puntando uno sguardo freddo e calcolatore su quella che doveva essere un’autorevole figura, ormai ridotta a un ammasso grondante di abiti e imprecazioni, replicò con tono affettato: «Io non sono di qui. Vengo da fuori».
Detto così: «Vengo da fuori», si poteva fantasticare chissà quale provenienza esotica della compassata guida.
Il dubbio sfiorò il commissario Fosco: «Da fuori?».
«Sì, da una cittadina di mare distante un centinaio di chilometri», rispose laconico, indicando in maniera vaga il punto in cui, appena poche ore prima, era sorto il sole infuocato di agosto.
Lo sguardo perplesso del commissario non lasciò scelta a Giustino: pur non avendone voglia, sapeva che avrebbe dovuto fornire una spiegazione.
«Ero un pescatore prima di trasferirmi sulle montagne e diventare il proprietario della Taverna Sibilla».
«Che cosa strana!».
«Cosa? Che io non sia di queste parti?».
«No, che un pescatore, abituato alla distesa infinita del mare e a un clima decisamente più temperato, decida improvvisamente di cambiare vita e di ritirarsi in montagna».
Giustino proseguì il cammino, mantenendo la sua posizione distante innanzi al commissario. Fece ancora qualche passo poi inaspettatamente esclamò: «Sono il leopardo del Kilimangiaro!».
«Prego?», Fosco era quasi certo di non aver udito bene. La stanchezza e il sole cocente iniziavano a tirargli brutti scherzi.
«Il leopardo di cui parla Hemingway in un suo famoso racconto. Il leopardo stecchito e congelato, che è stato trovato sulla vetta del Kilimangiaro… sono quasi seimila metri di altitudine, mica bazzecole. Nessuno ha mai saputo spiegare che cosa fosse andato a cercare fin lì».
Il commissario stentava a credere a quanto aveva appena udito. Un alieno montanaro, ex pescatore, che gli citava Hemingway, nel bel mezzo di un estenuante cammino fin sulla cima del Monte Vettore.
Però, adesso che ci pensava, c’era una certa somiglianza fisica fra l’uomo e il grande romanziere americano. La pelle abbrustolita dal sole, la folta barba bianca e la corporatura atletica gli conferivano un’aria da avventuriero. Esattamente la stessa di Hemingway.
Perso nei suoi pensieri, Fosco non vide in tempo che Giustino si era fermato. Lo urtò da dietro, senza peraltro riuscire a spostarlo di un solo millimetro.
«Eccoci qui, siamo arrivati!». Con una leggera enfasi nel tono della voce, aggiunse: «Il lago di Pilato».
Ai loro piedi si apriva una stretta valle fra i picchi impervi del monte. Due grossi bacini comunicanti, simili a un paio di occhiali, erano screziati dai riverberi accecanti di un cielo e di un sole smisuratamente vicini alla terra.
Il silenzio che pulsava nelle orecchie dei due viandanti, al ritmo incalzante dei loro cuori, colmi di meraviglia, era rotto unicamente dal sordo grugnito di una coppia di bufali.
C’era un carro di legno mezzo sgangherato accanto al più grosso dei due bacini. Gli animali lo trascinavano in maniera indolente, assecondando la natura e l’istinto: verso l’acqua se avevano sete, verso i radi ciuffi d’erba se avevano fame.
Sul piano di carico era adagiato un sacco voluminoso, avvolto da diversi giri di corda per tenerlo ben saldo alle assi. La sagoma dell’involucro lasciava intuire facilmente l’oggetto contenuto al suo interno: un corpo umano.
«Sono ancora lì, dove li ho visti ieri», precisò Giustino in un sussurro. Fosco pensò che non volesse far agitare i due bufali; In realtà, Giustino non si azzardava a disturbare il sonno eterno del cadavere.
Sembrava che Caronte stesso lo avesse infilato in un grezzo sudario di iuta per accompagnarlo in viaggio nell’aldilà, solcando le acque maledette del lago di Pilato, l’infernale Stige dei Monti Sibillini.
———
Il commissario Fosco, rinfrancato da una doccia corroborante, si affacciò al terrazzino della sua camera, posta al secondo piano della Taverna Sibilla, ansioso di godersi, in tutta tranquillità, il panorama mozzafiato offerto dal Monte Vettore. Il suo sguardo si perse fra i misteri e le leggende custoditi negli anfratti boschivi circostanti, mentre i suoi pensieri rovistavano nel ricordo dell’interessante conversazione telefonica con il Procuratore Aggiunto del Tribunale di Ascoli, Eleonora Speranza.
L’affascinante magistrato, così simile a una fata irlandese − figura esile e aggraziata, lunghi capelli rossi, piccole efelidi impertinenti che spiccavano su una carnagione lattescente, occhi verde smeraldo − essendo nata e cresciuta in quei luoghi, conosceva più dell’ignaro commissario Fosco Martini, originario di Bologna e appena trasferito per ragioni di servizio nelle Marche, le credenze e le superstizioni sussurrate a mezza voce dagli abitanti dei Monti Sibillini.
La graziosa voce all’altro capo del telefono gli aveva rivelato l’esistenza di uno strano commercio di anime e di poteri sovrannaturali, avvenuto in epoca medievale, sulle sponde del lago di Pilato.
Streghe e negromanti si presentavano nottetempo al cospetto della madida creatura, intessuta di alghe e di linfa, per invocare il demonio e consacrargli i propri grimori, i così detti libri del comando.
Quest’oscuro pellegrinaggio aveva esasperato gli abitanti del luogo che, temendo una dispersione nociva d’influssi negativi oltre la gola maledetta, decisero di comminare una pena esemplare a coloro i quali si fossero incautamente avvicinati.
Alcuni pellegrini vennero torturati e bruciati vivi. Ad altri toccò sorte peggiore: vennero dilaniati e quindi gettati nelle acque del lago per saziare la fame atavica degli spiriti acquatici.
Mentre il commissario Fosco si beava al suono della voce armoniosa, una visione del seducente magistrato, comodamente seduta nell’ufficio di una surreale Procura, continuava a ossessionarne la mente: un gatto nero si strusciava su faldoni vecchi e scoloriti, da cui sbucavano documenti fitti di simboli incomprensibili; un paio di corvi gracchianti, appollaiati su vecchie poltrone sdrucite e impolverate, fornivano le penne corvine con cui venivano vergate le condanne a morte; negli alambicchi contorti, decorati da una fitta trama di ragnatele, ribollivano liquidi dai colori luminescenti.
E soprattutto lei − nella fervida immaginazione del commissario, più nitida che mai − Eleonora Speranza, una moderna maga Circe, avvolta nei veli lascivi e trasparenti di un abito aderente, che poco o nulla lasciava all’immaginazione.
La donna indossava un foulard color porpora intessuto di perline, legato dietro la nuca, come usano le zingare.
Gli occhi verde smeraldo s’illuminavano a tratti di una luce fredda, mentre le mani, dalle lunghe dita affusolate, si libravano con movimenti rotatori attorno a una sfera di vetro, simile a quelle sciocche boule-de-neige che si usano regalare a Natale, al cui interno era collocata una miniatura del lago di Pilato.
Nello spazio esiguo della boccia, piccoli cristalli ghiacciati volteggiavano lentamente, senza mai arrestare la loro caduta. Una tempesta eterna vi soffiava rigide folate di vento e di morte.
Il commissario Fosco, fece uno sforzo incredibile per distogliere il suo pensiero da quelle fantasie morbose e ricondurlo alla realtà delle cose.
Del resto si era giunti alla parte più interessante della conversazione: quella che riguardava il ritrovamento del cadavere in prossimità del bacino lacustre e la strana messa in scena architettata dall’assassino.
Secondo un’antica leggenda, riferita dal magistrato con dovizia di particolari, Pilato, una volta defunto, venne infilato in un sacco, adagiato in un carro e quindi affidato alla cieca volontà di un’inconsapevole coppia di bufali. Essi trainarono il corpo del reietto dalla città eterna sino all’eternità dell’oblio, cioè, sino ai piedi della cima del Redentore, in prossimità del lago. Da qui il nome: lago di Pilato.
A quel punto i sensi del commissario furono tutti desti e pronti per l’uso. La sua mente, stanca e confusa, riemerse dalla spirale ipnotica prodotta dalle parole suadenti del procuratore.
Quindi si trattava di una volgare emulazione? L’ammirazione istintivamente provata per il fantomatico assassino andò a farsi benedire. L’uomo che aveva lasciato vagare per giorni un corpo putrefatto, in balia di due bestie recalcitranti, in realtà non aveva fatto altro che copiare per filo e per segno un’antica leggenda di origine medievale.
Il commissario Fosco aveva appena terminato il riepilogo mentale dei fatti accadutigli in quella strana giornata di fine agosto, quando un lieve rumore alla porta lo indusse a sospettare di essere spiato. Aprì l’uscio di scatto, imbattendosi nel corpo procace di una giovane cameriera. «La sana alimentazione di montagna, unita all’aria pura e all’acqua salutare, producono i loro buoni frutti», rifletté ironico.
«Mi spiace, temevo si fosse addormentato e non sapevo come avvertirla. Più tardi arriveranno alla taverna i proprietari del carro, così come lei ha richiesto» Il commissario annuì, rigido e impettito per l’imbarazzo. La cameriera stava per andarsene, quando sembrò ripensarci: «Fra un’ora circa sarà pronta la cena. Io e il signor Giustino siamo contenti che abbia deciso di fermarsi tutto il tempo che sarà necessario per svolgere le indagini».
Il sorriso fin troppo disponibile sfoggiato dalla giovane lasciò il commissario senza parole.
Ringraziò e richiuse delicatamente la porta. La notte era ancora lunga e lui non sapeva nemmeno da dove cominciare. Forse qualche idea gli sarebbe giunta dall’identificazione di quel corpo trascinato al cospetto del demonio, ora sicuramente al vaglio delle autorità autoptiche.
Un tassello dell’enigma gli sfuggiva e, mentre si vestiva, il suo pensiero ritornò confuso al leopardo di Hemingway e alla seducente versione zingaresca della giovane procuratrice.
———
Cecilia ed Emidio Sagripanti, due anziani contadini di Foce, si erano presentati alla Taverna Sibilla mano nella mano e, sempre mano nella mano, si erano accomodati, a un cenno di Giustino, al tavolo centrale della piccola sala da pranzo, interamente rivestita di legno, nel tipico stile dei locali di montagna. A ogni domanda postagli dal commissario Fosco, seduto di fronte a loro, le dita callose si stringevano in una morsa sempre più serrata, sempre più spasmodica. Il nervosismo era un chiaro sintomo d’innocenza.
Fosco non aveva dubbi al riguardo, ma voleva ugualmente ricevere alcune delucidazioni in merito al carro trainato dai bufali. Mezzo di trasporto e bestie appartenevano, infatti, ai due anziani coniugi, che gestivano una modesta azienda agricola, nel vicino comune di Montemonaco.
Giustino stesso, il giorno precedente, dopo essersi avventurato per la sua solita passeggiata meditativa fra i picchi dei Monti Sibillini, aveva riconosciuto il carro abbandonato nei pressi del lago di Pilato e si era accorto del macabro trasporto.
Tornato alla taverna, aveva avvertito le autorità e i coniugi Sagripanti del ritrovamento. Il commissario Fosco, incaricato delle indagini, si era recato immediatamente sul posto.
«Innanzi tutto vi devo chiedere di stare tranquilli. Siete due persone informate sui fatti e a questo titolo vi sto facendo delle semplici domande di routine. Non vi preoccupate, lo capite da voi che è una situazione del tutto informale… ».
Cecilia ed Emidio assentirono col capo, ma lo sguardo continuava a rivelare una confusione e un timore incontrollabili.
Il commissario Fosco intuì che erano del tutto inutili quei convenevoli. Non sarebbe mai riuscito a mettere l’anziana coppia a proprio agio. Tanto valeva arrivare dritti al dunque.
«Solitamente dove tenete custoditi i bufali?».
«In un recinto all’aperto, signor commissario».
Emidio si affrettò a rispondere come se stesse partecipando a un quiz televisivo. Mancava il pulsante da premere ma, a giudicare dalla mano ormai violacea della consorte, quella stretta doveva essere un ottimo surrogato.
«Come immaginavo! Quindi, chiunque potrebbe aprire il recinto e far uscire le bestie… e il carro?».
«Il carro cosa?».
Emidio soltanto interloquiva, mentre la moglie si mordicchiava il labbro inferiore. Fosco non capiva bene se a causa del nervosismo o se per il dolore alla mano.
«Intendo dire: il carro dove lo tenete solitamente?».
«Il carro è un po’ vecchio e malandato e quindi lo lasciamo lì, accanto al recinto dei bufali. Non lo ricoveriamo mai nel fienile. Abbiamo comprato da poco un carro nuovo».
«Un estraneo avrebbe potuto attaccare i bufali al carro?».
«I bufali sono animali più intelligenti dei bovini in genere. La femmina Riconosce persino la voce di chi la chiama per la mungitura. A me non da mai retta, quella delinquente! Vedesse invece come risponde a mia moglie!… Una sfacciata, proprio! Sono bestie curiose e scommetterei il carro nuovo che gli sarebbe subito saltata la mosca al naso se un intruso si fosse azzardato a varcare la soglia del recinto… ».
«Quindi chi ha osato avvicinarsi sapeva bene come muoversi… o ha avuto una gran fortuna».
«La prima cosa che ha detto… la seconda, con tutto il rispetto, signor commissario, non regge proprio».
Fosco Martini, annuì soddisfatto, mentre Giustino si avvicinò perplesso, con una manciata di fogli in mano.
«È arrivato il fax che stava aspettando, commissario».
«Bene… » diede una rapida scorsa ai documenti che gli erano stati inviati dalla procura. Decise che sarebbe tornato in camera per leggerli con più calma e attenzione. Era giunto il momento di congedare Cecilia ed Emidio: «Vi ringrazio per la sollecitudine dimostrata. Potete andare».
Cecilia guardò perplessa il marito, il quale, con atteggiamento incredulo chiese ulteriore conferma: «Davvero possiamo andare? Non dobbiamo firmare nessun documento?».
Il commissario sollevò gli occhi dai suoi fogli: «Intende dire un verbale?», quindi sorrise bonariamente, «No, non serve, è tutto qui nella mia testa».
La stretta alle mani si allentò in maniera percepibile e Cecilia emise un lungo sospiro di sollievo.
———
Nella taverna si stava una meraviglia! Fosco valutò attentamente la possibilità di trasferire il commissariato in quel piccolo ambiente dotato di ogni confort. Il caffè caldo e fortissimo gli era stato servito in camera dalla cameriera, sempre molto premurosa. L’aria secca e frizzante della notte risvegliava la mente, rendendola reattiva a ogni tipo di stimolo e sollecitudine; il silenzio, quasi irreale, favoriva la concentrazione necessaria, mentre il lontano sciabordio di un ruscello ispirava fantasie malinconiche. L’ispettore Fosco Martini era fermamente convinto del fatto che occorresse una buona dose di malinconia per risolvere un caso di omicidio. La malinconia, infatti, aiuta a stabilire un legame empatico con l’omicida.
Le informazioni necessarie erano sparpagliate sotto i suoi occhi, stampate in chiari caratteri su una cinquantina di fogli, giunti nemmeno un’ora prima tramite fax. Freddi dati, cifre e nominativi si accavallavano senza alcuna apparente connessione logica. Sperava di trovare il sentimento che li legava, come un invisibile filo rosso, prima che il sole sorgesse. Occorrevano occhi buoni e allenati.
L’uomo ucciso, tale Giovanni Masi, nato a Cattolica nel 1943, commerciante ambulante, secondo un preliminare esame autoptico, era stato avvelenato con una dose massiccia di arsenico.
Non era stato facile risalire all’identità del cadavere per via di una grossa ustione al palmo delle mani, provocata da un acido, che aveva totalmente rimosso le impronte. Ma, attraverso un’indagine incrociata fra i recenti scomparsi della regione, si era alfine giunti all’identificazione.
L’uomo non aveva precedenti penali, tuttavia era stato coinvolto, una decina di anni prima in un fatto di cronaca nera: un grave incidente avvenuto in mare, causato da una di quelle tempeste estive che non lasciano scampo. Quattro pescatori si erano salvati, mentre un quinto, il più giovane e inesperto del gruppo, travolto dai furenti flutti dell’Adriatico, venne dato per disperso. Le ricerche continuarono invano per diversi giorni. Poi, quando le speranze, anche soltanto di trovare un corpo cui dare degna sepoltura, incominciarono ad affievolirsi, i resti del giovane ragazzo furono trovati orribilmente accartocciati sugli scogli che delimitavano l’imbocco del porto. La vittima non indossava alcun salvagente. Quella negligenza, con tutta probabilità, gli era costata la vita.
I pensieri del commissario, a causa della stanchezza accumulata nel corso della giornata, iniziarono a fare giri sempre più tortuosi, smarrendo la strada della logica. Le palpebre si abbassarono dolcemente, mentre il corpo si abbandonava inerme a quel peso così confortante, precipitando nell’abisso invitante del sonno. L’unico appiglio al mondo reale rimasto, il lontano scroscio di ruscello, svanì in un istante e tutto si colorò di buio intorno a lui.
———
Il mattino successivo Fosco Martini si alzò di buon umore al primo canto di un gallo indisponente, che razzolava libero e indisturbato nel giardino circostante la taverna. Il commissario aveva ottimi progetti per quella giornata: risolvere il caso del misterioso omicidio e presentare una dettagliata relazione alla giovane procuratrice aggiunta, poi, magari, dopo aver valutato attentamente la sua disponibilità al riguardo, invitarla a cena.
A volte l’istinto ti conduce per mano dove la logica si rifiuterebbe persino di seguirti. Mentre sorseggiava il suo caffè ristretto, nella graziosa veranda della taverna, Fosco approfittò del fatto che Giustino si fosse avvicinato, nell’atto di servirgli un vassoio di deliziosi maritozzi, ponendogli a bruciapelo un quesito che gli ronzava nella testa: «Lei era un pescatore prima di trasferirsi qui, vero?».
Giustino si limitò ad annuire in maniera quasi automatica, come se il suo pensiero in realtà fosse concentrato altrove, in un punto imprecisato ma certamente molto distante dal luogo in cui stava avvenendo quella conversazione.
«Allora, mi saprebbe dire se è buona regola indossare i salvagente quando ci si avventura in mare aperto o se, per lo meno, i salvagente devono essere calcolati in numero sufficiente per tutti i membri dell’equipaggio?».
Giustino sembrò irrigidirsi, come se quella domanda lo avesse prelevato con la forza dal posto incommensurabilmente lontano in cui si era rifugiata la sua mente, per sbatterlo con estrema violenza lì, nella confortevole veranda della Taverna Sibilla, fra gli aromi persistenti di caffè e di dolci appena sfornati.
Il commissario Fosco, continuò a osservarlo interrogativo, con la tazza sospesa a mezz’aria.
Giustino abbassò lo sguardo, mentre impiegava lo straccio che aveva con sé per ripulire il tavolo da briciole inesistenti.
«Per noi italiani è uno sforzo rispettare le regole, persino quelle dettate dal buon senso per la salvaguardia della nostra incolumità. I salvagente, in caso di pericolo, dovrebbero essere sufficienti per l’intero equipaggio è ovvio ma… ».
«Ma… ?».
«Ma bisogna sempre tenere in conto le eventuali eccezioni».
«Eccezioni in sprezzo alla regola?».
«Sì, purtroppo».
Giustino non era certamente una persona loquace, il commissario lo aveva capito, ma in quest’occasione sembrava quasi reticente… triste e reticente.
Incredibile davvero, dove l’istinto riesca a condurti, delle volte.
Appena terminata la colazione, Fosco fece una telefonata al commissariato. L’ispettore Mario Belli non si occupava semplicemente dell’archivio, egli, senza ombra di dubbio, rappresentava l’archivio del distretto provinciale, in carne e ossa. L’enorme stazza di quasi due metri per più di 110 chili gli consentiva di arrivare, senza l’ausilio di una scala, fin negli scaffali più alti e inaccessibili. Le mani incredibilmente ampie maneggiavano più di un faldone alla volta, come se fossero inconsistenti sacchetti di patatine. Ma la qualità che lo rendeva un elemento insostituibile dell’ufficio era l’impareggiabile memoria da elefante. Nomi (persino quelli stranieri, difficilissimi da pronunciare), date e luoghi erano impressi nella sua mente in maniera indelebile per anni.
Fu sufficiente che Fosco gli chiedesse di verificare un paio di cose. Dopo un’ora appena, ricevette tutte le informazioni di cui aveva bisogno.
Andò a cercare Giustino, mentre avvertiva distintamente scariche di adrenalina riversarsi copiose nel sangue. Il proprietario della taverna sollevò lo sguardo dal bancone del bar, sorpreso nel vedere arrivare il commissario così eccitato.
«Ho bisogno di ritornare al lago. Vorrei che lei mi accompagnasse».
Giustino, come c’era da aspettarsi, non rispose nulla. Si sfilò il grembiule che indossava, preparò uno zaino in cui mise acqua sufficiente per due persone e, quindi, sempre in silenzio, aprì la porta della taverna lasciando gentilmente che il commissario passasse.
La salita fino al lago fu meno faticosa della volta precedente. Al cospetto del lago di Pilato, Fosco si sentì meno affaticato, meno stupito e meno piccolo del giorno prima.
Il carro, il cadavere e i buoi erano stati portati via dalle autorità competenti. La valle era deserta e silenziosa. Non c’era nulla di cui avere timore. Creature soprannaturali non ve ne erano, a dispetto di secoli e secoli di antiche superstizioni, convinte del contrario. Era sempre la stessa squallida storia: l’uomo uccide l’uomo. Per potere, denaro o vendetta.
«Il morto si chiamava Giovanni Masi. Lei lo conosceva, vero?».
Giustino annuì.
«Aveva il palmo delle mani bruciate da un acido. Inizialmente ho commesso un errore pensando che la bruciatura fosse stata procurata per rendere impossibile l’identificazione, invece non era così. Si trattava di un rito. Ogni piccolo dettaglio di quest’omicidio è stato minuziosamente studiato per rendere la vendetta dell’omicida più gratificante. Giovanni Masi, in un momento cruciale della sua esistenza, quando doveva prendere una decisione fondamentale, per la sopravvivenza stessa di un gruppo di cinque pescatori, se n’è lavato le mani. Come Ponzio Pilato: “Volete Gesù o Barabba?” La storia si è ripetuta tale e quale. E’ stato sacrificato Gesù. Stavolta Gesù si chiamava Riccardo Festa ed era un povero ragazzo di appena sedici anni. Suo nipote, l’amatissimo figlio di sua sorella, vero Giustino?»
Giustino annuì nuovamente.
«Non essendosi mai sposato e non avendo figli, la famiglia di sua sorella era quanto di più caro possedesse. Quel ragazzo, soprattutto, tanto pieno di ammirazione per lo zio pescatore, da chiedere con insistenza di poterlo accompagnare in una battuta di pesca, rappresentava il dono più bello che la vita le avesse concesso. La tempesta vi ha colti di sorpresa e mentre lei, responsabile dell’intero equipaggio, era scaraventato dai flutti in ogni direzione e faceva il possibile per mantenere tutto a galla, vite, carico e speranza, Giovanni si occupava di consegnare i salvagente a coloro che ancora non lo avevano indossato. I salvagente non erano in numero sufficiente per tutti. L’ultima cosa che lei vide, prima di essere spazzato via da un’onda più alta delle altre, fu Giovanni che tendeva l’unico salvagente rimasto a Barabba. L’uomo, ovviamente, non si chiamava così, ma si trattava effettivamente di un individuo malavitoso, cui molta gente, compreso Giovanni, doveva molti favori. Quando la vedetta, avvisata del vostro naufragio, vi mise in salvo, lei non fece altro che invocare il nome di suo nipote, finché non perse la voce. Era tutto trascritto nei verbali dell’epoca. Non ho dovuto far altro che inseguire il filo rosso».
«Il filo rosso?».
«I fatti apparentemente slegati fra loro si collegano inseguendo la passione che li ha provocati. Ci sono cose che io non so, però, e posso solo supporre. Evidentemente Giovanni Masi qualche giorno fa si è presentato alla taverna come se nulla fosse accaduto, pensando che le antiche ferite si fossero rimarginate. Non poteva certamente immaginare quanto odio e quanto rancore fossero stati segregati all’interno del piccolo locale, così lontano dal mare e dai tragici ricordi a esso legati. Il suo inopportuno arrivo, ha scoperchiato una botola da cui sono emerse furiose Erinni, assetate di sangue».
Giustino, come se fosse impossessato da una creatura demoniaca appena sorta dalle acque del lago Pilato, iniziò a parlare. Tanto quanto non aveva mai fatto in vita sua: «Amavo quel ragazzo come un figlio. Saperlo morto al posto di un “Barabba” che non meritava nemmeno di esser nato, mi faceva ribollire il sangue. Quello schifoso, delinquente, usuraio, puttaniere morì ammazzato, per mano della stessa gente malavitosa che frequentava, nemmeno un anno dopo la tragica vicenda del naufragio. Quel maledetto salvagente gli aveva concesso un anno in più di delitti, mentre, a mio nipote, aveva tolto tutta la vita che gli restava ancora da vivere. Non dimenticherò mai lo sguardo inorridito del povero Riccardo mentre gli veniva sottratto l’unico mezzo di sopravvivenza a disposizione. Lo sogno tutte le notti, sperando che qualcosa possa cambiare, invece no. La colpa fu tutta di Giovanni. Quando me lo sono visto arrivare alla taverna, come se volesse controllare con i suoi stessi occhi che fine avessi fatto, ho capito che lo avrei ucciso e che lo avrei fatto com’era giusto che fosse: nel modo in cui tocca al peggiore dei criminali. L’arsenico sciolto nella bibita, che gli ho offerto a denti stretti, non avrebbe lasciato tracce di sangue difficili da ripulire. È stato talmente semplice che avrei voglia di rifarlo anche adesso, ancora milioni di volte, per la sensazione di ebbrezza che mi ha donato. Osservare il suo viso rattrappirsi in una smorfia di dolore e di orrore, le sue membra contorcersi e sussultare negli spasmi che precedono la morte, mi hanno procurato un piacere indescrivibile. L’adrenalina accumulata in corpo mi ha aiutato a caricare nottetempo il corpo sul carro e a trascinarlo fin qui. Un vigliacco di quella specie meritava di essere accompagnato nell’ultimo viaggio come il peggiore di tutti; come Pilato!».
Questa volta fu Fosco ad annuire. Il suo gesto significava che aveva intuito i fatti, prima ancora che gli venissero descritti dal responsabile, fin nei dettagli più macabri.
Giustino si sentì svuotato. La rabbia e la frustrazione ospitate nel proprio corpo vigoroso per tutti quegli anni erano fuggite assieme alle Erinni, implacabili depositarie di vendetta e di morte. Adesso sembrava persino più piccolo e inerme.
Una carcassa di uomo sulla cima del Monte Vettore.
Solo il commissario Fosco Martini sapeva cosa fosse venuto a cercare un pescatore a una simile altitudine.

Dal sito di Torinoir:

Il lago di Pilato è il racconto che abbiamo scelto tra i tanti pervenuti per l’iniziativa Un mese con Torinoir.  L’autrice è Mariachiara Moscoloni, di cui, al termine di racconto, abbiamo inserito una esaustiva biografica. Un sincero grazie va  a tutti gli altri partecipanti.

Non vi resta che leggere l’avvincente opera della nostra tredicesima complice!

http://torinoir.altervista.org/wp/il-lago-di-pilato/

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