“Il letto di Procuste” (9° classificato al terzo Contest “La Lettera Matta”)

Gli umani inventano mostri acquattati sotto i letti,

per distogliere l’attenzione da quelli che vi si agitano sopra.

Si affacciò alla finestra, scostando leggermente la tendina e ammirando l’intensità del proprio volto riflesso nel vetro.

Minuscole goccioline incominciarono a picchiettare rade, sulle canne di vetro multicolori, accuratamente sistemate in fioriere di resina rettangolari.

Quelle graziose oasi di natura rigogliosa, fertile terriccio e grassi vermi satolli di humus, erano allineate in una fragile ma meticolosa barriera, addossata alla ringhiera scrostata del terrazzino. Unico, coraggioso baluardo contro la cementificazione, selvaggia e incontrollata, del quartiere periferico in cui la bella Magdalena viveva, ormai, da un paio di anni.

A voler essere esaustivi, Magdalena non era semplicemente bella. Magdalena era splendida.

Il mondo s’illuminava al suo passaggio. Sembrava che una scia di pagliuzze iridescenti seguisse fedele e composta l’incedere etereo dell’armoniosa silhouette.

I vicini, quando avevano la fortuna di incrociarla, sulla rampa sinuosa di scale, che lei percorreva leggera, quasi librandosi in un frullo impercettibile di ali, sino alla sommità, per giungere al grazioso sottotetto in cui abitava, godevano, alla vista della soave creatura. Si beavano del prezioso incontro, rapiti da una meraviglia estatica e trascendentale, tipica delle esperienze mistiche.

Estasiati dal portamento delicato del corpo perfetto. Trafitti dall’intensità magnetica degli occhi chiari. Turbati dal candore perlaceo della pelle levigata e intatta della sua giovane età. Inebriati dal profumo fresco e palpitante dei lunghissimi capelli biondi, sempre sciolti e vagamente ondeggianti, in una frenesia di bagliori abbacinanti. Un’aureola dorata non avrebbe potuto creare più luce sulla sommità di quel capo perfetto.

Alcuni di loro, soprattutto i più anziani, rimanevano appoggiati al corrimani, attenti a non vacillare, sollevando lo sguardo e attendendo, pazienti, il lieve rumore della porta all’ultimo piano, chiusa a proteggere quello che ritenevano essere il sacello inaccessibile di una fulgente divinità.

Magdalena era contenta di abitare all’ultimo piano dell’edificio.

Era nata e cresciuta in un paese di montagna, i cui panorami ricordavano quelli delle Alpi tirolesi, dipinti da Giovanni Segantini: aspri picchi ammantati di neve, screziati dai riverberi rosati di nostalgici tramonti.

Vivere in posti elevati e inaccessibili ti rammenta che la vita è un percorso irto e scabroso, fino alla sommità dei propri ideali.

Pochi riescono ad arrivare in cima. Alcuni si arrendono prima. Interrompono la salita, gravati dal peso del proprio corpo e allarmati dall’aria sempre più rarefatta. Ma Magdalena non era così. Magdalena continuava a salire, ovunque andasse. E continuava imperterrita a inalare a pieni polmoni, qualunque cosa respirasse.

Non si arrendeva mai. Ostinata e caparbia come una capra tibetana. Libera e disinvolta come un’aquila reale. Elegante e affusolata come una giovane betulla. Limpida e glaciale come il lago Achensee.

Il crepitio dissonante della pioggia, adesso, si era trasformato in un’esplosione scrosciante di nebulosi umori, gorgogliando liquida nelle grondaie e uscendone a fiotti, che, frammentandosi in putridi rigagnoli, raccoglievano, al loro passaggio, tutto il livore arroventato di una città frenetica e lo convogliavano nella cavità scura e vorace dei tombini.

Il semaforo all’incrocio pulsava distratto il suo ritmo vitale, in un alternarsi lento e ormai dimenticato da tutti, di rossi esangui e pallidi verdi.

L’inquietudine degli automobilisti, in file disordinate e caotiche, che premevano ovunque, pur di trovare varchi accessibili, era accompagnata ed esaltata dal movimento ipnotico dei tergicristalli.

Una miriade variopinta di ombrelli, sbocciarono progressivamente lungo i marciapiedi affollati, nascondendo sotto la propria fragile corolla, un mondo brulicante di passioni sconosciute e irrefrenabili.

La pioggia, nella città, creava suggestioni oniriche, in grado di aumentare le percezioni sensoriali e la portata dei desideri. Bisogni fisici e stimoli sessuali si acuivano al ritmo lento, poi più veloce e infine più languido dell’acqua.

L’uomo sarebbe arrivato presto, vinto dalla bramosia del suo richiamo.

Magdalena si scostò dal vetro della finestra imperlato di gocce. Non le importava granché di quella città disordinata. L’avrebbe lasciata liquefarsi sotto il fragore inarrestabile della pioggia estiva.

Piuttosto, controllò che tutto fosse al proprio posto, nel confortevole riparo della sua piccola tana.

La soffusa luce rosata creava una seducente atmosfera, colorando ogni singolo oggetto di conturbante malizia e rendendo ogni cosa desiderabile. Più di ogni altra, la pelle opalescente del suo magnifico viso.

Nessun talentuoso pittore avrebbe potuto dipingerne meglio l’incarnato. In effetti, non esistono simili sfumature, nella gamma infinita dei colori che l’arte ha inventato, copiandole dalla natura. Solo la luna le possiede. La bellezza di Magdalena racchiudeva in sé l’enigma della luna. L’enigma del lamentoso e devoto ululato dei lupi, persi nella sua contemplazione.

L’uomo era arrivato. Nessun ringhio famelico ne faceva intuire la presenza alla soglia della porta, ma Magdalena ne avvertiva fortissima l’avidità. Spalancò l’uscio, sorprendendo il proprio ospite nell’atto di suonare il campanello.

Non si sarebbe potuto dire se egli fosse rimasto più meravigliato dal tempismo dimostrato o dalla bellezza che gli si parò innanzi, tutto di un botto.

Ma era un individuo scaltro e pieno di risorse. Le stesse che gli avevano concesso, fin da giovane, di salire, sempre più in alto, nella scala vertiginosa della società. Non si perse d’animo ed entrò nella piccola, accogliente, alcova.

Tuttavia, per quanti sforzi egli facesse, nel vano tentativo di mostrarsi spontaneo e disinvolto, non riusciva a distogliere gli occhi dal volto magnifico di lei. I suoi amici lo avevano ben consigliato. Aveva viaggiato molto, nella propria vita, per piacere e per lavoro (che poi, a dirla tutta, per lui, erano la stessa cosa), e le occasioni di conoscere donne bellissime non gli erano certamente mancate. Nonostante ciò, mai gli era capitato di imbattersi in una simile creatura. Forse, solo una visita al paradiso avrebbe potuto concedergli un così fortunato incontro.

Magdalena gli sorrise enigmatica. L’uomo per un attimo temette che la donna angelo potesse intuire ogni suo singolo pensiero.

Provò a cacciar via quella sensazione avvicinandosi a lei, come si fa con le cose che ti appartengono, dando per scontato che fosse sua e che, comunque, avrebbe potuto farla sua tutte le volte che avesse desiderato.

Lei si lasciò annusare, mansueta, continuando a sorridere, con quel sorriso ineffabile, che la rendeva terribilmente seducente ma inaccessibile.

Fu sorpreso dall’intensità aromatica di quel profumo e dall’imprevedibile reazione olfattiva in lui suscitata. Odore di natura incontaminata, distese verdi e lussureggianti, spazi sconfinati, attraversati da repentini refoli di vento, che rapiscono la mente, scollegando sinapsi e sparpagliando ovunque neuroni cerebrali.

Perso.

Si sentì scoperto e indifeso, come mai gli era capitato prima, nella sua breve vita di predatore.

Magdalena lo rassicurò prendendolo per mano. In silenzio lo condusse verso un sontuoso letto stile impero.

Egli si accorse, solo allora, che, non avevano scambiato alcuna parola. Nemmeno si erano presentati. Non che fosse necessario, ma il desiderio impellente di sentirle pronunciare il proprio nome o qualsiasi altra parola lo travolse, in maniera più intensa, perfino, di quello fisico.

Improvvisamente lo colse un dubbio: «Parli la mia lingua?».

Lo guardò stupefatta: «Certo che parlo la tua lingua. Oltre alla tua, ne parlo correntemente altre tre, meno fluentemente altre due. Se hai delle preferenze, non devi far altro che scegliere».

L’uomo vacillò. Il suo granitico ego incominciò a creparsi, scalfito dalla punta acuminata di quella lingua superba. La dizione era assolutamente perfetta, limpida e chiara. Priva del petulante miagolio, tipico delle ragazze dell’est.

Lei tenne a precisare ulteriormente: «E’ incredibilmente amaro, a volte, constatare come la gente ami adagiarsi nella banalità dei luoghi comuni. Una ragazza straniera, che si concede per una manciata irrisoria di denaro, deve necessariamente essere una povera analfabeta. Non è vero? Anche tu la pensi così?».

Il suo modo di fare era volutamente provocatorio, allusivo e malizioso. Con una leggera spinta lo fece adagiare sul letto, mentre con le dita affusolate gli slacciava la camicia, bottone dopo bottone.

Venne travolto dall’alta marea di quelle parole salaci e di quei gesti disinvolti. Meravigliandosi del suo stato di soggezione, osò domandarle, con una sfumatura appena percettibile d’ironia nella voce: «Chissà quale titolo di studio puoi sfoggiare, allora… ».

«Un eccellente titolo di studio! Certamente non il migliore, ma ti assicuro che non è poi così semplice ottenere una laurea, come sono riuscita io, in pochissimi anni e con ottimi voti, al Collegio Accademico di Alba Iulia».

«Alba Iulia? Non ne ho mai sentito parlare, dove si trova?».

«Non la conosci perché, probabilmente, non sei una persona così colta come reputi di essere. Alba Iulia si trova in Transilvania».

Non si offese. La sua tracotante vanità era stata completamente neutralizzata dalla posizione privilegiata, sotto il corpo carezzevole di lei, e da quei modi seducenti.

«Che meraviglia! Una vampira laureata… ».

La battuta non era stata delle più felici. Se ne rese conto, immediatamente dopo averla proferita.

Un guizzo di luce attraversò il mare celeste dell’iride, perdendosi nella bianca e spumosa risacca che l’avvolgeva.

«Altri luoghi comuni… associare la Transilvania ai vampiri è come associare l’Italia agli spaghetti o, se preferisci, alla mafia… ».

Lentamente e con grazia, Magdalena iniziò a spogliarsi. Non ci volle molto, in realtà. Una volta scostate le sottili spalline di seta, l’abito scivolò giù come una valanga di onde voluttuose, trascinando a valle ogni più piccolo pudore.

L’uomo, oramai, non aveva più difese. Lei era magnifica, splendente di luce propria, come una divinità, e se fosse stato necessario invocare un nome per adorarla, egli non avrebbe saputo cosa scegliere, fra Nemesi o Catarsi.

Tutto, in quella donna, dal candore abbacinante della pelle, alla purezza incontaminata delle sue forme, invocava espiazione.

Disposto a espiare ogni sua colpa, presente, passata e, persino, futura, si abbandonò completamente, vittima consapevole e consenziente dei propri sensi.

Magdalena chiese per pura cortesia, sapendo che non ce ne fosse alcun bisogno, il permesso di legarlo al letto.

Annuì distrattamente, come se si trattasse di legare qualcun altro, al posto suo.

Lei si muoveva felina, mentre i lunghissimi capelli biondi gli lambivano carezzevoli la pelle, distraendolo ancor più da quello che stava avvenendo.

Le fasce di cuoio con cui gli vennero legati polsi e caviglie, spuntarono quasi per magia, dalle coltri profumatissime. Lo tenevano saldo al letto, rendendogli impossibile qualsiasi movimento, fatto salvo quello della testa, un po’ ciondolante, per via di un insolito avvallamento nel materasso.

Lei iniziò a parlare, prima sussurrando dolcemente nell’orecchio, poi, una volta accomodatasi languidamente a cavalcioni sopra di lui, alzando leggermente il tono della voce.

«C’è una storia che devi conoscere. Sai chi era Procuste?… No, sono certa che non lo sai. Adesso ti dirò io, chi fosse costui. Procuste, lo stiratore, era un brigante dell’Attica. Assaliva le proprie vittime in un modo curioso. Prima le neutralizzava, legandole su di un’incudine a forma di letto, quindi stirava il corpo dei viandanti più corti, o amputava le parti eccedenti di quelli più lunghi.

Con l’espressione ʻletto di Procusteʼ, quindi, si può correttamente indicare il tentativo di ridurre a un unico modello, cose, persone, comportamenti».

Iniziò a essere invaso da una spiacevole sensazione. Ma quella creatura angelica, certamente, non poteva avere cattive intenzioni. Non vi era nulla da temere. Ne era sicuro. Si rammaricò soltanto della posizione scomoda del proprio capo, sollevato appena per guardare la donna negli occhi.

Totalmente rapito dall’incessante discorso, proferito con sorprendente sicurezza, nei concetti e nell’eloquio, si limitava ad annuire ogni tanto, conservando un religioso silenzio.

«Purtroppo viviamo in un mondo stolto. Privo di un’apertura mentale sufficiente per scorgere le differenze esistenti fra individuo e individuo e per giudicare le persone in maniera corretta, senza farsi abbindolare da fuorvianti apparenze e da false superstizioni. Ci illudiamo che vi siano malattie inesistenti, razze inferiori, modelli privilegiati. Ingurgitiamo i messaggi subliminali di sistemi mediatici corrotti. Siamo tutti vittime di esasperanti, vigliacchi pregiudizi. Gli stessi sciocchi pregiudizi che spingono la società a giudicare un verme come te − ignorante, arrivista, speculatore, traditore, approfittatore − un uomo di successo, e una ragazza come me − colta, educata, spontanea, idealista − una prostituta priva di morale».

Non fu certo di aver capito bene. A scanso di equivoci provò a saggiare la consistenza delle cinghie cui era legato. Strette e resistenti.

Magdalena serrò le sue cosce attorno al corpo inerme e quel gesto, incredibilmente, fu sufficiente a placarlo. Continuò, quindi, il suo insolito monologo.

«L’abito non fa il monaco. Saggezza popolare dei bei tempi andati! Oggi non esiste più alcuna saggezza, cui appellarsi. Non vi è ombra di dubbio che l’abito faccia il monaco… anzi, per la precisione, l’abito è il monaco! Lo spirito sembra essere completamente evaporato e, sotto la veste talare, non si scorge più nulla.

Completamente uniformati a un volere superiore, che ci suggerisce il modo esatto in cui dobbiamo agire, abbiamo dimenticato di possedere ciascuno una testa propria, per pensare, decidere e giudicare individualmente.

In un mondo siffatto, crescono e proliferano parassiti come te. Esseri corrotti e privi di morale, cui la società ha consentito di emergere, perché rispondono esattamente ai requisiti imposti dalle leggi della giungla.

Ma c’è qualcuno o qualcosa che intende ribellarsi a tutto ciò.

Redivivi Procuste desiderano ardentemente pareggiare i conti. E lo capisci da te che, quando dico pareggiare, facendo riferimento al mito del brigante greco, ovviamente, intendo dire tagliare ciò che è in eccesso. La testa è del tutto superflua e inutile in un mondo ove c’è chi pensa al posto tuo e ti dice esattamente quello che devi o non devi fare. Quindi, adesso… ».

La pausa fu lunga, eccessivamente lunga ed esasperante per le sue orecchie tese nell’ascolto e il cervello ancora in stato confusionale. Gli organi sensoriali dell’uomo, messi così a dura prova dalla prolungata eccitazione fisica e mentale, accolsero le parole finali dell’interminabile discorso come un fiammifero acceso su un corpo cosparso di benzina. Un’ardente vampata di consapevolezza. Solo un modesto assaggio dell’Inferno che lo attendeva a fauci spalancate.

«… La taglieremo via!».

Iniziò a divincolarsi e a strillare, bestiale e impotente come un animale segregato in gabbia.

Ormai era troppo tardi. Il gesto di Magdalena, armata di una lama affilatissima, fu veloce e preciso. Dopo pochi secondi, l’inutile estremità si adagiò inerte, nell’apposita cavità del letto. Gli occhi dell’uomo, colmi di raccapricciante stupore, erano sbarrati nella contemplazione di una vita ormai perduta per sempre.

Magdalena pulì il proprio volto da uno schizzo impertinente di sangue, quindi, dopo aver afferrato il cellulare sul comodino, accanto al letto, compose rapida un numero.

Mentre attendeva una risposta, all’altro capo della linea telefonica, guardò costernata il corpo ormai privo di vita e la macchia color porpora che si espandeva rapidamente sulle candide lenzuola.

Una voce maschile, a lei ben nota, rispose al terzo squillo: «Pronto, Magdalena, dimmi… ».

«Venite a pulire. Sbrigatevi, ho fretta. Fra un paio d’ore ho un altro cliente… ».

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“Il dono”

Si aggirava indolente nei viali brulicanti di esuberante vitalità e risatine melliflue.

Dal fitto fogliame dei cespugli di alloro, che popolavano le aiuole verdissime, e dalle fervide menti degli studenti, sature di speranze e di ambizioni, esalava lo stesso profumo nostalgico di corruttibile vanità.

Quella briosa fragranza campestre La metteva profondamente a disagio.

La situazione, il luogo e perfino il periodo dell’anno – maggio, il mese delle rose: la Natura ormai greve di fiori e di frutti, l’istinto animale all’apice delle proprie pulsioni sessuali – La facevano sentire del tutto inopportuna.

Lei era abituata a frequentare luoghi completamente diversi. Ospedali, carceri e grandi arterie trafficate rappresentavano le mete preferite del Suo coerente vagabondare. Odore penetrante di farmaci, sudore e ferodi surriscaldati. Vibrazioni intense di paura, ira repressa e adrenalina. Questa l’alchimia chimica ed emozionale cui era assuefatta.

Solitamente si sentiva più motivata nelle Sue azioni e condivideva per Filo e per Segno le scelte compiute dal Fato. Quel giorno, purtroppo, non era così e non riusciva, per quanti sforzi facesse, ad afferrare il significato recondito di una Sua chiamata all’interno della quieta e graziosa cittadella universitaria.

Apparentemente un’oasi tranquilla nel marasma caotico e selvaggio di una metropoli cialtrona e incivile.

Si fermò perplessa a rimirare le splendide fattezze della mastodontica statua, raffigurante la Minerva, dea romana della sapienza e della guerra.

Non aveva mai creduto che vi fosse molta saggezza nell’arte bellica, in considerazione, soprattutto, dei suoi efferati e sanguinosi esiti, ma la dea Le era stata sempre simpatica, per via di quel misterioso animale totemico, la civetta, che l’accompagnava nelle raffigurazioni più comuni. Il piccolo rapace notturno, sin dall’epoca di antichissime civiltà, come quella azteca ed egizia, simboleggiava la morte e l’oscurità delle tenebre.

Quella considerazione, paradossalmente, La rinvigorì, restituendole una sferzata di fiducia e di alacrità. Proseguì, nonostante ciò, nell’esame minuzioso della statua. Le restava ancora parecchio tempo a disposizione e aveva intenzione di prendersela comoda.

Le braccia protese al cielo dell’invincibile guerriera, in un gesto rigido e impettito d’invocazione e di saluto, La fecero riflettere sul fatto che gli studenti non dovessero gradire in maniera particolare l’enfasi e l’autorità di una tale accoglienza.

Seguì la direzione di quello sguardo freddo e calcolatore, perfino più del Suo, fino all’ingresso principale, costituito da una successione di varchi squadrati, molto simili ai dolmen megalitici. Una porta universitaria rassomigliante al preistorico accesso funerario! Ne fu incredibilmente sorpresa.

Una cosa era certa: Lei amava l’architettura razionalista e il coacervo d’idee e fermenti intellettuali a essa sottesa. Le forme semplici e razionali, rifletté, possiedono un indiscutibile pregio: sono facilmente comprensibili e non celano significati reconditi particolari. L’eliminazione di ogni orpello o fronzolo, dalle finalità esclusivamente estetiche, godeva del Suo più sincero beneplacito. La linea pura, dritta e sobria poteva essere facilmente recisa. Come la Vita stessa.

Scosse il capo, desolata dal Suo humour macabro, e riprese la strada.

Era incredibile come tutti Le passassero accanto, senza far caso a Lei, al Suo abito scuro e un po’ liso dagli anni, al Suo pallore emaciato, alla Sua espressione colma di rammarico e attonito stupore. Poi, a un tratto, accadde qualcosa d’insolito.

Una ragazza bionda, che percorreva da sola il viale, in senso opposto al Suo, si fermò improvvisamente. Una corolla di panico si schiuse sul delicato stelo della sua esile figura.

Ella giurò che qualcuno, finalmente, si fosse accorto di Lei e che la moltitudine circostante, fremente di entusiasmo e di gioia, fosse improvvisamente scomparsa, risucchiata nel vortice insidioso di un respiro vitale trattenuto a morsi fra i denti serrati.

Precognizione di Morte. Accadeva raramente. Ma poteva accadere.

Che turbamento fu per Lei, solitamente così scevra di emozioni, scorgere gli occhi atterriti della giovane risalire la Sua figura ossuta e proseguire, in quel volo privo di ali, per innalzarsi fino al cielo, ammirandone l’azzurro opalescente. Il colore dell’infinito.

Ne lesse chiaramente il pensiero.

“Se adesso morissi, quante cose lascerei incompiute! Quante persone piangerebbero la mia assenza! Quanto mancherei a me stessa: alla me stessa che sarei potuta o dovuta essere!”.

La ragazza bionda stava per scoppiare in un pianto dirotto, inconsulto e irrefrenabile. Quella consapevolezza dilagante si era trasformata in un grumo denso di rimpianto che le bloccava l’esofago.

Improvvisamente, però, la fugace visione di Morte si dissolse, mentre la folla vitale riapparse, col suo brusio incessante di ardenti desideri e vane speranze.

Si era trattato soltanto di un sopralluogo: la Morte mostrò le sue scarne spalle alla Vita e si allontanò da lì.

La mattina successiva, 9 maggio del 1997, sarebbe tornata per compiere quanto era stato deciso.

§§§

L’indomani il sole splendeva alto nel cielo. Un’altra tiepida giornata di primavera.

Infastidita dal tripudio di luci e di colori sfavillanti decise che avrebbe trovato riparo in uno degli edifici accademici circostanti.

I lunghissimi corridoi della facoltà di Giurisprudenza erano fitti di ombre e cosparsi di residui polverosi. Incredibilmente, lo stesso aspetto, un po’ sciatto e abbandonato, convenzionalmente attribuito, in quell’epoca di declino e corruzione, alla Giustizia.

Venne attirata dal vocio confuso di un’aula. Mentre osservava dall’alto, con sguardo spento e implacabile, l’anfiteatro che si allargava ai suoi piedi, come un paio di braccia imploranti, intuì che la Sua vittima era lì, immersa nella folla fluttuante di vite distratte.

Al saluto di commiato del professore, tutti si alzarono desiderosi di allontanarsi al più presto dall’aula.

Seguì il serpente sinuoso di ebbrezza giovanile snodarsi per corridoi e scalinate, fino all’esterno dell’edificio. Di nuovo il sole abbagliante. Nei dardi scintillanti di luce, Lei soltanto poté riconoscere il luccichio sinistro di un proiettile.

Fu un attimo. Un istante eterno. La giovane, che cadde colpita dall’oltraggio di quel gesto umano, assomigliava in maniera impressionante alla ragazza bionda incontrata il giorno precedente. Ma non era lei.

Anche questa volta vi fu un pensiero da leggere. L’ultimo pensiero.

“Si affastellano nella mia mente, in disordine caotico e in un ronzio incessante di sciame, i miei desideri di giovane ragazza, le piccole ossessioni, gli insignificanti turbamenti, i sentimenti acerbi.

Adesso, inoltre, con gli occhi dell’Anima, riesco chiaramente a vedermi donna, laureata, professionista, circondata dall’affetto delle persone care.

Nitide visioni del mio Futuro si succedono in rapida sequenza logica.

Assisto, invasa da struggente malinconia, alla gigantesca proiezione di un flashforward della mia vita interrotta.

Io che sorrido estasiata durante i festeggiamenti per la mia laurea. Io che brindo col mio compagno, seduti sul pavimento di una casa ancora interamente da arredare. Io che allatto una bimba attaccata avidamente al mio seno.

Tutti quei Natali, quei viaggi e quelle ricorrenze felici che s’inseguono vorticosamente in immagini sempre più confuse.

Ovviamente ci sono anche litigi, lacrime, rinunce e delusioni.

In fondo che cos’è la vita se non un alternarsi prodigioso di tutti questi episodi?

Era tutto scritto. Era tutto previsto.

Ma la follia di uomini maledetti ha troncato quel naturale percorso.

La Morte, spiazzata, ha dovuto scegliere in fretta. Fra centinaia di giovani ragazzi ha colpito me. Perché? Non so.

So solo che altri avranno i miei festeggiamenti, i miei brindisi, i miei istinti materni… la mia gioia, le mie soddisfazioni, i miei traguardi… la mia rabbia, il mio dolore, il mio rimpianto.

Altri avranno il dono della vita. Della Mia Vita.

I miei occhi sono stanchi di ammirare il cielo terso, così splendente di luce e così… quieto, tranquillo, sereno. La mia anima, ansiosa di fuggire altrove, cede un ultimo struggente pensiero alla mente, anch’essa ormai consapevole dell’imminente distacco: La Vita è un magnifico Dono”.

La Morte si commosse.

Rinviò il triste momento, accordando altro tempo alla fragile Anima impreparata.

Il dono che Marta, perché questo era il nome della ragazza, Le aveva concesso, dilatando in un fiore purpureo di sgomento e di poesia quell’ultimo pensiero, era paragonabile, per pregio e per valore, unicamente all’inestimabile dono della Vita, elargito a chi, quel giorno, era sopravvissuto.

Dedicato a Marta Russo

“La zattera della Medusa” (selezionato e pubblicato nell’Antologia “Italian Noir 2”)

L’aria soffocante era satura di violenza e di morte. Dalle assi sconnesse filtrava una luce nostalgica.

«C’era stata vita là fuori − la sua vita − un giorno lontano…» pensò Bruce.

Lì dentro, invece, un cimitero caotico di braccia, teste e gambe si accatastava in mucchi disordinati di decomposizione.

Lui e i suoi cinque amici, si erano studiati da lontano per giorni, quindi si erano aggrediti verbalmente. La tensione fendeva l’aria come una lama affilatissima.

Il passo, dalle parole ai fatti, era stato breve e inevitabile. Vi erano state le prime aggressioni fisiche, con qualche occhio contuso e qualche spalla slogata.

Quarantotto ore dopo l’inizio della segregazione in quel tugurio, il cervello di tutti era partito, completamente fritto dai sintomi devastanti dell’astinenza da cibo, da roba e da aria pura.

Le narici, invase dall’odore rivoltante delle proprie e altrui feci, fremevano di disgusto e di raccapriccio. Una tremenda verità scardinò con violenza ogni freno inibitorio: la presenza degli altri era nociva e sottraeva ossigeno alla propria sopravvivenza.

Le tenebre della seconda notte, trascorsa rinchiusi nel magazzino, furono letali per la maggior parte di loro. C’erano attrezzi da lavoro e da giardinaggio appoggiati alle rastrelliere arrugginite. Tutti, a un tratto, vennero folgorati dalla stessa furia omicida. Voglia di sopravvivere, certo. Ma, soprattutto, desiderio incontenibile di uccidere.

Brancolando nel buio, s’impadronirono dell’oggetto più affilato che capitò loro sottomano.

I primi fendenti alla cieca. Gli ansimi, gli urli di rabbia e di dolore, le imprecazioni e infine… i colpi andati a segno e le grida strazianti. Non erano più uomini ma bestie al macello e i versi emessi, in punto di morte, erano simili a quelli di maiali sgozzati.

Bruce era l’unico sopravvissuto alla terribile mattanza. La ferita infertagli, con un colpo di falcetto, dal defunto Adrian, aveva aperto sul suo ventre rigonfio un taglio a forma di luna. Dal satellite fatto di sangue e brandelli di carne, spuntavano le interiora. Il palmo aperto della mano tratteneva tutto quello che poteva, il resto sgocciolava fuori in uno stillicidio esasperante di odio e rancore.

Consapevole del fatto che presto sarebbe giunto anche per lui il momento del trapasso, decise di compiere un ultimo gesto provocatorio e irriverente, rivolto a chi − e lui aveva una precisa idea circa l’ideatore dell’intera faccenda, quell’ispettore di polizia col viso ghiacciato in un’espressione di rancoroso disprezzo − li aveva costretti a uccidersi l’un l’altro, come animali.

Si rammentò a un tratto della magnifica Eleanor. Tutti l’adoravano. Non si poteva essere immuni a quel fascino antico di donna leggendaria. A guardarla e ascoltarla comprendevi e giustificavi gli uomini che, nel corso della storia, si erano suicidati per amore. Una volta, nel bel mezzo di una lezione, in cui erano capitati vicini di posto, gli aveva concesso un pensiero. Lui non si ricordava di che cosa si stesse parlando, ma saltò fuori questa cosa immensa dell’Ikebana, l’arte giapponese di comporre i fiori, come offerta votiva agli dei. La traduzione letterale della parola, lei aveva spiegato in un sussurro di voce, che gli aveva rimescolato le viscere − le stesse che oggi (chi l’avrebbe mai detto allora!) teneva in mano e gli ciondolavano per un bel tratto, come un guinzaglio sanguinolento − era “fiori viventi”.

Eleanor, stupefacente ed enigmatica, un mistero di ragazza che non si concedeva a nessuno. La sua inaccessibilità era stata violata in un modo bestiale. Il branco, le droghe, la frustrazione e la violenza, avevano potuto laddove la volontà della ragazza aveva posto un divieto assoluto.

La traballante lucidità di Bruce, adesso, non concedeva spazio a ragionamenti complicati. Tornando all’arte di comporre i fiori, un’idea malsana gli era balenata nel cervello, ormai in pappa: l’arte di comporre gli arti. Lui, Bruce Dickens, nel pieno delle sue incapacità mentali, con la morte che gli alitava sul collo, avrebbe realizzato una macabra composizione con l’unico fiore maledetto a sua disposizione: la mano mozzata dell’amico NicKo (l’aveva riconosciuta grazie al ridicolo anello, sormontato da una testa cornuta di diavolo, infilato sull’anulare). Mentre conficcava lo stelo reciso dell’osso radiale nello spazio rimasto fra alcune assi sconnesse del pavimento, Bruce canterellava una canzone e pensava a quanto sarebbe stata bella la sua composizione di fiori morti.

« … And so we lay, we lay in the same grave our chemical wedding day and so we lay, we lay in the same grave… ».

Un fiotto copioso di sangue gli colò dall’angolo della bocca lungo il collo. Fece in tempo a sollevare il dito medio di Nicko, nero di cancrena, pochi istanti prima di morire.

 

Sette giorni dopo.

 

La sigaretta gli penzolava insolente dalla bocca. Il pensiero che quei saccenti della scientifica, con le loro cuffiette, mascherine e pennellini, lo avrebbero nuovamente redarguito per via della cenere, disseminata un po’ ovunque sul pavimento, gli dipinse sul viso un sorriso beffardo. D’altra parte era consapevole che i colleghi, abituati al suo disprezzo per il codice e ai suoi tentativi, quasi ostentati, di inquinare la scena del crimine, si erano rassegnati a scansare, dall’elenco delle prove da esaminare, i residui delle immonde Belomorkanal da lui fumate.

«… Questa qui è la porcheria che si lascia dietro quello stronzo di Crowley!».

L’ispettore Crowley adorava le sigarette russe. Il modo rustico col quale erano confezionate le insolite papirose la diceva lunga sulla personalità di un loro estimatore: una sorta di bocchino, realizzato con un cilindro di cartone, alla cui estremità viene inserita una piccola cartina, ripiegata alla meglio, contenente trentacinque milligrammi di puro catrame. In breve un sapore fortissimo, rude, arcigno, selvaggio, in un contenitore dall’aspetto grossolano, che spesso si presta all’utilizzo della marijuana.

Se per uno scherzo beffardo del destino, un omicida, fumatore di Belomorkanal, avesse lasciato alcune tracce del suo passaggio, sarebbe stato del tutto ignorato per colpa del deprecabile precedente.

All’ispettore Crowley non fregava nulla della sua cattiva fama. La parte più condiscendente e generosa dei suoi colleghi lo definiva “il puttaniere”, per via delle torbide relazioni da lui intrattenute con le spogliarelliste dei locali a luci rosse, mentre quella più severa e risentita lo riteneva un maniaco schizofrenico, affetto da una forma aberrante di necrofilia.

In realtà, Alan Crowley considerava la morte l’orgasmo allucinato di una vita puttana. Gli essere umani si rassegnano a credere, che si tratti di un fatto del tutto naturale: si nasce, si vive e si muore. Invece, non vi era nulla di più artificioso, secondo il pensiero Crowleiano, della morte. Entità tanto finta e infida da non sapere nemmeno cosa farsene di quei corpi voluttuosamente stramazzati. Al suo passaggio lasciava una lunga scia di cadaveri, noncurante e impietosa, di fronte a qualsiasi forma di decomposizione.

Anche quel giorno, nel momento in cui varcò l’ingresso del magazzino e un miasma di carne putrefatta gli riempì le narici, il primo pensiero di Alan fu: «Morte, sei passata di qui? Dall’odore pare che ci toccherà pulire per un bel po’!».

Membra umane erano disseminate ovunque in un macabro puzzle da ricomporre. Il sangue rappreso, sorvolato da un impercettibile ronzio di mosche, sembrava il sigillo in ceralacca apposto sui trapassati, ma non vi era alcuna possibilità di mettere in dubbio l’autenticità di quei cadaveri.

Una cosa, più di tutte le altre, attirò la sua attenzione: una mano conficcata nelle assi irregolari del pavimento, al centro della stanza. L’osso radiale, completamente spolpato serviva da puntello. Il palmo era serrato in un pugno. Le nocche bianche sporgevano da brandelli violacei di pelle. Un solo dito, il medio, si ergeva solitario e impettito in un beffardo vaffanculo urlato silenziosamente dall’oltretomba.

L’ispettore iniziò a ridere, prima facendo sobbalzare il petto in una sorta di singhiozzo convulso, poi in maniera sempre più sguaiata, con il tipico grugnito catarroso dei fumatori accaniti.

Dovette attendere che l’eccesso di tosse passasse, quindi, si fece avanti di un passo, gettò la cicca della sua Belomorkanal a terra e, con una lieve rotazione del piede, la schiacciò assieme al dito eretto.

Il movimento produsse un suono croccante di ossa spezzate e uno gelatinoso di polpa maciullata.

L’esecuzione di morte per mano propria aveva dimostrato, l’ennesima volta, di essere lo strumento di giustizia più efficace.

 

Un mese prima.       

 

«Dichiaro gli imputati Dave Milian, Bruce Dickens, Steve Taylor, Nicko Hill, Adrian Costa e Janick Purdy, per il reato loro ascritto di omicidio… innocenti!».

Il giudice aveva sentenziato con il cipiglio autoritario e distratto, esibito da chi è certo di aver reso giustizia non solo alla causa discussa in quella mediocre aula di tribunale, ma al mondo intero.

L’incredulità e lo sgomento, dipinto sul volto dei familiari della vittima, era pari a quello manifestato il giorno in cui era stato loro comunicato il decesso di Eleanor, brillante studentessa di appena ventuno anni.

Nello stesso istante in cui il proprio sguardo incontrò l’espressione impotente e frustrata del Procuratore, l’ispettore incaricato delle indagini, Alan Crowley, seppe che si sarebbe occupato della faccenda a modo suo. Avrebbe trasformato un magazzino di periferia in una nuova, terrificante zattera della Medusa, facendo naufragare per sempre quelle sei inutili vite.

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“Il Ponte” (5° classificato al Concorso “Giallo Birra 2013”)

Nell’oscurità della notte Ponte Sant’Angelo si srotolava, come un nastro di luce sfavillante, sopra i flutti increspati del Tevere. L’acqua putrida lambiva indolente i massicci piloni di pietra, producendo un gorgoglio sommesso, appena percettibile nel silenzio irreale di una città apparentemente disabitata.

Un uomo dalla corporatura esile procedeva con andatura barcollante verso il Rione Ponte. Le due file parallele di angeli, posti sul parapetto, scrutavano dall’alto lo spettacolo poco edificante offerto dal passaggio di quell’ubriaco, che, dopo aver inciampato una, due, tre volte, finì per accasciarsi stremato accanto alla statua angelica con la testa coronata di spine. Nessun passante accorse a soccorrerlo. L’uomo rimase a terra per circa un’ora, biascicando parole incomprensibili. Completamente solo, lui e i dieci Angeli della Passione.

A un tratto, accadde un fatto inspiegabile. L’aria tiepida della primavera venne improvvisamente sferzata da un alito ghiacciato di neve. Il manto stradale, verso l’estremità del ponte, cui egli sembrava diretto prima di perdere i sensi, iniziò a coprirsi di un candido velo.

Scosso dai brividi, il viandante solitario iniziò a riprendersi e a ricordare qualcosa di sé: si chiamava Francesco e aveva trentanove anni. In un lasso di tempo molto breve aveva perso il lavoro, la casa, la moglie e se stesso. Il blocco dello scrittore, fenomeno che affligge, almeno una volta nella vita, chiunque sia dedito, con incurabile passione, a questo nobile mestiere, lo aveva reso irascibile, scontento e vizioso. Il vizio dell’alcol, in particolare, infestava il suo corpo disabitato, come un demone assetato dall’arsura infernale. L’anima era volata altrove, preda di fantastiche ossessioni.

La moglie aveva sopportato a fatica il suo stato di uomo deluso e frustrato per circa nove mesi. Quindi, una triste e uggiosa mattinata di fine novembre, di quelle in cui persino il Padreterno sembra voglia dar sfogo alle questioni insolute col genere umano, lei partorì la sua irrevocabile decisione: ognuno per la sua strada.

Era rimasto solo. Lui e la figura seducente di una bottiglia di birra. Non vi era paragone con nessun’altra donna: bionda, silenziosamente appagante e disponibile diverse volte in una sola giornata. Prima che il sole tramontasse, poteva scolarsi parecchi boccali. Quella sera, per esempio, aveva già fatto fuori tre bottiglie di buonissima birra ceca.

Adesso, ovviamente, la testa gli doleva come se avesse un’ascia conficcata nel cervello. Quando, con grande fatica, riuscì a sollevare le palpebre su una visione molto approssimativa di una realtà sfumata e fluttuante, notò, alla fine del ponte, una massiccia torre dal sapore tipicamente gotico, sormontata da guglie e pinnacoli, appoggiata da un lato a un arco a sesto acuto, che avrebbe dovuto consentire il passaggio ai pedoni.

In quella direzione un candido manto di neve si alzava gradualmente di spessore, coprendo e rendendo quasi irriconoscibili le statue e i fiochi lampioni.

Perplesso, Francesco diresse lo sguardo dalla parte del Castello. Lì tutto era rimasto invariato: i merli da cui si era gettata l’eroina pucciniana, sconvolta per la morte dell’amato, continuavano a impreziosire, con il loro suggestivo orlo, la coreografia notturna del Borgo.

A girarsi verso la parte opposta, invece, ove appena un’ora prima sorgeva il Rione Ponte, con la sua fila ordinata ed elegante di palazzi cinquecenteschi, tutto appariva diverso. C’era quella strana torre e poi, appena più in là, la forma tondeggiante di una grossa cupola. Ma la cosa più inquietante era, senza ombra di dubbio, il fenomeno meteorologico inconsueto e inspiegabile di una nevicata a giugno, localizzato, per quanto lui potesse verificare con i suoi stessi occhi, in un solo quartiere della città.

Prima ancora che riuscisse a muovere un passo in quella direzione, il ricordo legato a una fase spensierata e lontanissima della propria vita lo colpì con la violenza di un pugno ben assestato. Immagini di bagordi giovanili, sperimentati durante il piacevole soggiorno nella misteriosa città di Praga, si rincorsero nella sua mente annebbiata: goliardiche bevute di birra Malastrana si alternavano a rapporti occasionali con meravigliose ragazze ceche. Di certo, lo scopo originario del viaggio – quello di un approfondimento culturale per la tesi in letteratura straniera su Franz Kafka e il realismo magico – era stato del tutto mistificato.

Francesco fu colto da un rigurgito improvviso di lucidità. Certo! Non vi era alcun dubbio: davanti ai suoi occhi galleggiava, avvolta nella spirale vorticosa della neve, l’estremità finale del Ponte Carlo, con la sua torre gotica e la cupola di San Nicola. Per chissà quale scherzo beffardo del destino (o della sua mente labile e contorta), Ponte Sant’Angelo, a metà circa del proprio percorso, assumeva le suggestive fattezze del famoso ponte praghese; le statue angeliche cedevano il passo a quelle dei santi; le acque fresche del Tevere scivolavano lentamente nei gelidi flutti della Moldava; la Città Eterna, in uno slancio appassionato di milioni di chilometri, abbracciava la sfuggente capitale boema.

Una folata di vento più intensa e rigida delle altre sollevò una gran quantità di nevischio. Quando i fiocchi si depositarono, ondeggiando lievi ai margini della strada, Francesco riuscì a scorgere un uomo piccolo e incredibilmente magro procedere deciso verso di lui. In principio una sagoma confusa nell’oscurità della notte, poi sempre più stagliata e delineata al chiarore intenso dei lampioni. Gli si fermò accanto, mantenendo lo sguardo fisso e acuto piantato nel suo. Quegli occhi incenerivano i pensieri e imploravano uno sfogo colloquiale. Purtroppo, la testa di Francesco pulsava al ritmo incessante di un dolore sordo. Non vi erano i presupposti, né la disposizione d’animo per intavolare un’amabile conversazione.

Lo sconosciuto, tuttavia, per nulla scoraggiato dalla muta e ostinata indifferenza dimostratagli, prese per primo la parola: «So che siamo colleghi».

Francesco si domandò cosa ne potesse sapere un estraneo di lui e del lavoro che svolgeva. Osò una battuta sarcastica che, appena proferita, suonò stonata e forzata persino alle proprie orecchie: «Anche lei è dedito all’alcol?».

L’uomo storse appena il naso. Le orecchie appariscenti parvero muoversi anch’esse, come per captare meglio il senso della sciocchezza appena udita.

«Si figuri! Certo che no. Sono astemio e mi attengo a una dieta vegetariana molto salutare. Ovviamente, intendevo dire che anch’io sono uno scrittore».

Francesco, a quel punto, incominciò a spazientirsi. Si sentiva privo di difese e quell’uomo gli incuteva una strana sensazione di sottomissione. Con la mano aperta, pollice e indice appoggiati alle tempie, come a voler tener fermo nella scatola cranica un cervello saltellante e inaffidabile, proferì tutto di un fiato: «Lei non sa nulla di me! Io non la conosco, non scrivo da moltissimo tempo e non ho alcuna intenzione di ricominciare a farlo!».

«Si sbaglia. Io so molte cose sul suo conto e lei, anche se indirettamente, mi conosce bene. Ha letto alcuni dei miei romanzi e quasi tutti i miei racconti. Il suo preferito è uno fra i più noti ed emblematici della mia produzione letteraria: ʻLa metamorfosiʼ».

Una cornacchia, spuntata da chissà dove, volteggiò sinistra sopra le loro teste. Con un gran frullio di ali terminò il suo volo radente appollaiandosi sopra il parapetto del ponte. Lo sguardo stolto e crudele si puntava alternativamente sui due interlocutori.

Francesco si scosse dal torpore, finalmente consapevole e colmo di raccapriccio: quell’uomo era Franz Kafka, il famoso scrittore ceco! Rabbrividì osservando la neve alle spalle dell’uomo srotolarsi silenziosa come un tappeto e guadagnare terreno nella loro direzione. Malastrana laggiù avanzava, rosicchiando via via un pezzetto sempre più grande di Roma. Francesco indietreggiò istintivamente di un passo, dubitando di se stesso e del suo stato mentale. Poi, per un attimo fugace, temette di essere vittima di uno scherzo di cattivo gusto.

«Nessuno scherzo. Sono proprio io. Anzi, ciò che resta di me: null’altro che un alito di sapienza soffiato in un impalpabile ectoplasma».

Kafka, l’ectoplasma o qualunque cosa fosse, era in grado di leggere il pensiero e con suo comprensibile allarme lo fece nuovamente: «Senti freddo perché la parte migliore di te è morta. Tu stesso hai compiuto questo ignobile delitto, una volta che sei divenuto facile preda delle tue insicurezze e ti sei lasciato piegare dai diktat delle convenzioni sociali. Devi immaginare la mente come un ponte, molto simile a questo. Un viale sospeso sul fluido corso della vita, in precario equilibrio fra realtà e fantasia, fra rinascimento e gotico, fra uomo artefice di se stesso e uomo in balia del volere divino, fra certezza e ignoto, fra luce e tenebre. Per tornare a scrivere devi smarrirti nei vicoli più oscuri e misteriosi del tuo inconscio. Luoghi romantici e leggendari come il Ruscello del Diavolo, l’abitazione di Faust in piazza Karlovo, l’emozionante cimitero dello Josefov, il ghetto ebraico, con la sua intricata distesa di lapidi disordinate. Devi perderti nella magica Malastrana della tua anima. L’alterazione che subisce un artista nel suo massimo momento espressivo è così intensa e profonda da suscitare raccapriccio e inquietudine in chi è abituato a cullarsi nella rassicurante normalità del quotidiano. L’arte è rischio, è provocazione, è smarrimento, è perdizione. L’arte è pura metamorfosi».

Detto questo, l’uomo iniziò a subire un’impercettibile trasformazione nel diafano velo dell’epidermide. Qualcosa percorreva rapidamente i vasi sanguigni che ne irroravano il capo. Improvvisi rigonfiamenti si evidenziavano in prossimità della giugulare, guizzavano veloci su per il collo, giungendo sino alla guancia e quindi alla tempia. Qui si soffermavano, pulsando ritmicamente al battito inferocito del cuore. Dopo brevi istanti s’inoltravano nella cavità nasale, attraversando sfuggenti l’arco sopraccigliare.

Il sedicente scrittore non sembrava avvertire alcun fastidio, nonostante il corpo estraneo fosse arrivato al naso, ingolfando lo spazio esiguo della narice. Lunghe antenne vibrarono, fuoriuscendo dal piccolo pertugio. Il raccapriccio e il disgusto provati da Francesco furono istintivi e incontrollabili. Si allontanò di qualche passo, ma la reazione dell’ectoplasma fu rapida e imprevedibile. Afferrò con decisione le antenne sfrigolanti e tirò via l’orribile blatta dalla cavità nasale, procurandosi una piccola emorragia.

Lo scarafaggio muoveva le zampe con incredibile frenesia, nonostante ciò le dita rimanevano serrate attorno alla spessa cuticola del guscio, con un gesto disinvolto e privo di ribrezzo. Quella strana creatura, esibendo la blatta come un minuscolo trofeo di cui andare fieri, si avvicinò pericolosamente a Francesco. Fu inutile tentare di divincolarsi. La mano libera allargò con una forza incredibile la bocca, premendo sulla mandibola come se fosse una pinza. L’altra mano lasciò precipitare l’insetto, facendolo atterrare con un tonfo asciutto e scricchiolante sulla lingua tesa e nervosa di Francesco. Il rapido dileguarsi dello scarafaggio giù per la trachea e l’esofago, convinse il mostruoso assalitore ad allentare la presa. Francesco, finalmente libero, si portò le mani alla gola e carponi sull’asfalto tossì in maniera convulsa, sperando di poter espellere l’indesiderato ospite. Purtroppo ogni suo tentativo fu vano. Il lieve formicolio avvertito al livello del petto lo spinse a pregare Dio, perché assicurasse alla bestia nauseante un percorso innocuo.

«Non ti accadrà nulla di male. Appena si adatterà all’interno del tuo organismo, depositerà svariati numeri di ovoteche, contenenti ciascuna almeno sedici uova. Nuove idee si schiuderanno in te e lentamente la metamorfosi sarà completa: ricomincerai a scrivere con passione e soddisfazione. Vedrai…».

Il rispetto e la soggezione ispiratagli dall’imponente figura, almeno da un punto di vista artistico, dello scrittore boemo, non riuscirono a trattenerlo dall’imprecare a denti stretti: «Dannazione! Mi hai ficcato un ripugnante scarafaggio giù per la gola e adesso pretendi che mi lasci rincuorare da questa promessa pazzesca di uova pronte a dischiudere grandiose idee letterarie? Tu sei pazzo!»

Kafka non si scompose: «Credimi è come ti dico. Adesso devo proprio andare. Ricordati di attraversare il ponte e visitare i luoghi di cui ti ho parlato. Rimanere sul lato sicuro non ti aiuterà a diventare un bravo scrittore. Rischia e sarai ricompensato».

Voltò rapido le spalle e, senza nemmeno salutare, si diresse a passo deciso verso la neve e la magia della sponda sconosciuta.

Francesco si appoggiò stremato al parapetto. Diversi conati di vomito lo scossero violentemente. Il vivace zampettare dell’insetto sembrava cessato. Quando sollevò lo sguardo, la torre gotica e il Ponte Carlo erano scomparsi. Non vi era più alcuna traccia nemmeno della neve. Chiuse gli occhi, reggendosi la testa con entrambe le mani e sforzandosi di trovare una spiegazione plausibile all’insolita esperienza. Fu distratto da un rumore metallico. Una bottiglia rotolò fino ai suoi piedi.  L’etichetta con i leoni rampanti intorno a un sole infuocato era quella a lui ben nota della birra Malastrana. Un messaggio attorcigliato al suo interno, spuntava fuori dal collo. Egli lo aprì con mani tremanti. Sulla carta consumata e ingiallita, campeggiava una scritta dai grandi caratteri:

Ci incontreremo nuovamente sul ponte,

in questa mezza terra di nessuno,

                                              che fa da confine fra la vita e l’arte.

                                                                                                                 Franz Kafka.

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