Lo scrittore, sacerdote di Mnemosine

È in ogni uomo attendersi che forse la parola, una parola, possa trasformare la sostanza di una cosa. Ed è nello scrittore di crederlo con assiduità e fermezza. È ormai nel nostro mestiere, nel nostro compito. È fede in una magia: che un aggettivo possa giungere dove non giunse, cercando la verità, la ragione; o che un avverbio possa recuperare il segreto che si è sottratto a ogni indagine (Elio Vittorini).

Agatha Christie

Una magia, un segreto. Ecco la sostanza, la vera essenza della scrittura. Anche l’atto della scrittura può apparire, o almeno è così che appare ai miei occhi, un rito, e lo scrittore nel pieno della sua ispirazione ne incarna l’officiante. La liturgia di uno scrittore all’opera rammenta le pose e l’eleganza di un gatto e spesso questo misterioso felino ama accompagnarlo, apprezzando la quiete delle sue lunghe pause riflessive.

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Me lo immagino, lo scrittore-sacerdote, comodamente seduto al riparo di una confortevole veranda di legno bianco appena consumata dalla salsedine. Egli ama gli spazi che si collocano a metà fra l’interno e l’esterno, così come l’immensità del mare. Occupa una sedia dai braccioli ampi e appoggia le gambe appena sollevate sulla balaustra che ha di fronte. Il ticchettio monotono dei tasti pigiati ricorda il frinire estivo di una cicala o il lento oscillare di un’antichissima pendola.

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Ancora un’altra visione, forse più romantica della precedente. Lui è chino sullo scrittoio; una penna corre silenziosa sulla carta; la luce fioca del lume tremola al passaggio di una falena stordita; da una tazza si leva una voluta di vapore; ovunque aleggia insistente una sinestesia di odori (la carta, il legno, il tè) e di pensieri (l’ansia, la sollecitudine, l’eccitazione). Una fragranza che invade le narici e la mente. Intensa e dolciastra; incenso che stordisce e provoca nausea. Le parole sono cibo offerto su un candido vassoio, capaci di placare quel senso di vuoto e di vertigine.

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Una magia, un segreto, un rito. Abbiamo l’officiante, l’animale totem, il tempio e l’offerta votiva, con tanto di candele e di incensi. Manca una sola cosa per completare il quadro: una divinità.

Chi è il Dio invocato dallo scrittore? A chi prega, per chi offre, in che cosa crede lo scrittore?

No, non è come pensate: le Muse ispiratrici costituiscono solo un tramite fra lui e l’elemento divino. Ma non vi siete sbagliati poi di molto nel momento in cui avete sussurrato istintivamente il nome delle nove creature Eliconie. La Dea adorata dagli scrittori, infatti, è Mnemosine, la Memoria, loro Madre.

Lo scrittore ha il compito di onorare, tramandandola, la Memoria. Non come uno storico, documentando in maniera fedele i fatti accaduti, piuttosto come un tramite medianico, capace di evocare i fantasmi del passato.

Spiriti inquieti, ombre tormentate, destini irrisolti, sono le fonti più prolifiche d’ispirazione di uno scrittore. Egli ascolta i sussurri accattivanti di questo sciame arcano e intreccia in maniera sapiente le sue trame, rammentando ai lettori che le parole sono eterne quanto le anime che le hanno pronunciate infinite volte prima di lui.

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2 thoughts on “Lo scrittore, sacerdote di Mnemosine

  1. fanfanialberto ha detto:

    Molto bello questo articolo sulla memoria, Chiara. Penso anch’io – da scribacchino qual sono – che solo le parole resteranno, al di qua delle nostre vite. E in quel giorno, una veranda-paradiso mi piacerebbe moltissimo, devo dire…

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