La grande amarezza

“Non sopporto niente e nessuno. Neanche me stesso. Soprattutto me stesso. Solo una cosa sopporto. La sfumatura”. Dice Sorrentino.

Io, invece, non sopporto tutte quelle suorine che sgambettano un po’ ovunque. Ogni quattro fotogrammi una suora buttata lì, senza senso. Mai viste tante monache in vita mia. Eppure ero convinta che la maggior parte degli istituti religiosi fossero stati costretti a chiudere per mancanza di “personale”, ovvero per crisi di vocazione. Vivo nella città eterna ed è più facile che io incontri per strada mia sorella (peraltro residente fuori Roma), che non una sorella qualsiasi.

Ma, a dirla tutta, ci sono altre cose che non digerisco. Non sopporto gli outing forzati (o sforzati), i discorsi autoreferenziali, i cliché, le spogliarelliste che devono essere salvate a tutti i costi, le volgarità esibite in maniera provocatoria, le grandi sniffate, i canti gregoriani urlati per redimere lo spettatore, le persone che si deprimono perché sono depresse, le istruzioni per i funerali, i ricordi nostalgici di amori giovanili, quelli che ardono sotto la cenere per anni, la bava alla bocca delle sante ultracentenarie.

E, mi pare assolutamente ovvio, non sopporto certi attori, certi ruoli scontati, certe recitazioni da principianti, certi dialoghi inutili, con una forte presenza di sottintesi, che non sottintendono proprio un bel nulla.

In poche parole non sopporto la scarsa credibilità, la superficialità, la banalità e la clamorosa prevedibilità.

Non sopporto i prodotti confezionati ad arte per compiacere i fruitori del genere. Gli americani saranno stati contenti di scartare questa caramella italiana kitsch, cialtrona e volgare, come un adolescente cui capita fra le mani l’ultimo capolavoro paranormal romance di Becca Fitzpatrick.

Tanto per concludere, non sopporto la piccola grande bellezza. Sia quella che ha vinto l’oscar, sia quella con lo stemma Fiat guidata dal regista.

Tarantino, ne sono certa, avrà storto il naso più di me. Disse una volta a proposito del cinema italiano odierno: “Mi deprime. Lei forse vedrà più film italiani di me, ma quelli che ho visto negli ultimi tre anni sembrano tutti uguali. Non fanno che parlare di: ragazzo che cresce, ragazza che cresce, coppia in crisi, genitori, vacanze per minorati mentali. Che cosa è successo? Me lo dica lei. Ho amato così tanto il cinema italiano degli Anni ’60 e ’70 e alcuni film degli Anni ’80, e ora sento che è tutto finito. Una vera tragedia”.

Già, una vera tragedia. Con la Grande Bellezza abbiamo fatto incetta di stereotipi: c’è il minorato mentale che si suicida, c’è il genitore che non lo sa gestire, c’è più di una coppia in crisi e c’è il ragazzo-protagonista che cresce. Se non bastasse questo, c’erano Sabrina Ferilli, Carlo Verdone, Serena Grandi e Antonello Venditti (sì, pure lui).

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2 thoughts on “La grande amarezza

  1. Oh, finalmente una voce fuori dal coro! Condivido tutto quello che hai detto sulla Grande bellezza, un film davvero imbarazzante. Ma si sa, gli americani sono di bocca buona e gli basta vedere un pezzo di Colosseo o uno sgambettar di suorine felliniane per andare in estasi.
    Sono totalmente con te, Chiara (e poi scrivi benissimo!). Ciaooo.

  2. Ciao, Verdiana. Grazie. Mi fa piacere che tu sia con me. Sicuramente è vero, come dicono in tanti, che nel film ci sia un messaggio. Quello della rinascita di un uomo, passando attraverso il declino della vecchiaia e di una società corrotta. Quello del ritorno alle proprie origini, all’antica purezza della gioventù. Ma il problema è che questo messaggio è espresso male. Tante caricature potevano essere stemperate, tanti attori potevano essere scelti con maggior cura, tante banalità potevano essere evitate.

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