Mezzogiorno di fuoco

Guanciotte paffute, un caschetto di capelli dorati e un’espressione di titubante serenità dipinta negli occhi chiarissimi. Sempre di corsa, saltellante. Irrefrenabile energia di bimba. Appaio e scompaio dall’inquadratura. E’ difficile starmi dietro.

Ogni tanto il viso s’ingrandisce e sgrana, mentre mi avvicino incuriosita all’obiettivo. Annuso, come farebbe una cauta bestiola, la macchina infernale che tenta di seguire ogni mio movimento. Sono io. Il mio piccolo alter ego di cinque, forse sei anni, eternamente innocente, nei filmini amatoriali super 8, girati da un papà ancora giovane.

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I luoghi in cui scorrazzo, a perdifiato, sono quelli della mia infanzia, quelli cui sono più affezionata, quelli cui si torna con una fitta di nostalgia: la stilettata dolce-amara vidima il biglietto d’ingresso al Tunnel dei Ricordi.

Sono nata e cresciuta nell’elegante quartiere di Monteverde Vecchio, a Roma. Il primo vagito accorato nei corridoi asettici della Clinica Salvator Mundi; i primi passi incerti fra l’erba e le fontane di Villa Pamphili; le prime sillabazioni stentate sui banchi delle suore orsoline di via Dandolo.

La domenica i miei genitori mi portavano al Gianicolo. L’esilarante spettacolo offerto dal Teatrino di Pulcinella era una tappa obbligata. Le marionette si agitavano in una frenesia di battute, dal sapore spiccatamente partenopeo, sui palmi di un uomo sensibile, ormai scomparso da anni.

I miei occhi e il mio naso, come quelli di altre decine di bambini erano puntati lì, sul piccolo casotto di legno. Una fucina di autentiche meraviglie.

Coraggiosa e un po’ cinica, fin dalla tenera età, non mi lasciavo certo impressionare dal timbro di voce scuro o dall’aspetto inquietante della Morte. Soltanto l’apparizione in scena di un’altra marionetta mi procurava una diffusa sensazione di disagio: l’intollerante Lampa Dario, armato di bastone e di un orribile vestito a scacchi. Costui, infastidito dalle reiterate serenate notturne di Pulcinella alla propria fidanzata, minacciava l’uso dell’arma (quella contundente) per zittire definitivamente il lamentoso pianto d’amore. La scena, tutto a un tratto, assumeva i connotati grotteschi e distopici di Arancia Meccanica. Le due marionette iniziavano a darsele di santa ragione. Il bastone imbracciato, ora dall’uno ora dall’altro personaggio, fendeva l’aria. Ogni colpo andato a segno produceva un rumore sordo di legno: «Tok! Tok! Tok! Tok! Tok!… ». Una nota sgradevole, nell’armonia ascensionale di risate infantili.

Altro ricordo indelebile di quel periodo è legato ai miei capricci di bambina petulante: un giro sulla giostra (il cavallo − anzi no, meglio l’astronave che sale e che scende); il palloncino, sì quello fucsia (grande e lucido come un acino gigante di uva − ancora non esistevano i palloncini a forma di automobile o di gatto); i lupini, papà prendimi i lupiniiiiiii! Per favore. Petulante sì, maleducata no.

Era stata dura convincere mio padre ad acquistare il cartoccio di lupini da un ambulante, fermo col suo furgoncino ai lati della strada, ma alla fine ce l’avevo fatta. Emozionata, ne pregustavo il sapore farinoso, quando lo scoppio del cannone, a mezzogiorno in punto, mi colse impreparata. Per lo spavento mi cascò tutto di mano. Piccoli legumi gialli rotolarono beffardi ai miei piedi. Da quel giorno maledetto provo un’avversione sfrenata per le ballerine di vernice e i rumori forti e improvvisi, quelli capaci di distoglierti dai tuoi pensieri e dai tuoi sogni.

I sogni… quelli non sono mai mancati. Avevo un luogo preciso ove coltivarli: all’ombra e al fresco delle fontane di Villa Pamphili. Ai piedi di una scalinata a due ali, che conduce al magnifico giardino della palazzina dell’Algardi, c’è una nicchia con un busto sgretolato e pareti coperte di umidità. Nell’oscurità dell’ambiente angusto, fantasticavo l’esistenza di passaggi segreti. Misuravo palmo a palmo la superficie scabrosa, mai rassegnandomi all’evidenza dei fatti: il varco misterioso esisteva solo nella mia mente.

L’adolescenza non ha portato grandi cambiamenti nei miei occhi luccicanti di emozioni: passeggiare la sera a Trastevere, a due passi dal Gianicolo, è un’esperienza appagante per lo sguardo, l’udito e l’olfatto. Virtuosismi sinestetici alla romana.

Nelle stradine strette, rigogliosi rampicanti si aggrovigliano in un abbraccio convulso di rami e di foglie, s’innalzano fino ai piani superiori delle case, insinuandosi fra il dedalo di persiane sempre aperte. Disinibiti spicchi di calda intimità.

L’odore fragrante di pizza cotta a legna e quello di fritto dei supplì si riversa nelle strade. Un profumo invitante che sembra solleticarti con impalpabili dita vaporose sotto le narici, come accade nei cartoni animati. Antiche trattorie e camerieri pronti alla battuta sarcastica.

Le risate delle persone, radunate in cerchio ad ammirare il saltimbanco di turno, si aprono scrosciando come getti di fontana, quindi si chiudono rotolando tintinnanti come monete sui san pietrini, per poi scomparire nelle avide fessure. Un rione allegro e scanzonato, quello di Trastevere.

Il giro nel Tunnel dei Ricordi è quasi terminato. Un bagliore in lontananza indica il ritorno alla luce del Presente, più vivida che mai. E allora eccomi nuovamente qui, ormai donna, ai piedi dell’imponente statua equestre di Garibaldi. La voce nasale di Pulcinella si perde alle mie spalle, nel traffico frenetico delle automobili. Le luci intermittenti della giostra pulsano vitali di fronte ai miei occhi, ancora sognanti. Mia figlia insiste per avere il palloncino, quello bellissimo a forma di Barbapapà. E’ mezzogiorno in punto. Il cannone spara. Lo scoppio si sente prima nel cuore e poi nelle orecchie.

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September gold

“Golden hour”: i fotografi adoperano un termine evocativo per definire il breve intervallo a cavallo dell’alba e del tramonto. Due momenti della giornata in cui è possibile realizzare immagini impreziosite dai colori caldi e avvolgenti dell’oro. La luce ha dita trepidanti e il tocco soave di una carezza. Le ombre lentamente si allungano e nei punti in cui l’oscurità si addensa, la Natura stessa sembra trattenere il respiro. I gialli e i rossi sono carichi e vibranti, si depositano sugli oggetti con il calore liquido della pittura a olio. Anche l’aria appare più rarefatta: polline e pulviscolo galleggiano leggeri come presagi.

Bisogna affrettarsi a scegliere la giusta inquadratura, gareggiare con il sole e la sua incredibile capacità di levarsi e scomparire all’orizzonte. L’amata stella in quei sessanta minuti si trasforma nel sovreccitato Bianconiglio di Alice: «È tardi! Sono in ritardo! In arciritardissimo!».

Personalmente odio fare le cose di fretta. L’arte, in particolar modo, richiede tempo e calma. Così riflettevo: Perché limitarsi a sfruttare un’ora soltanto (anche se due volte in una giornata), quando esiste un intero mese d’oro, il “Golden month”, il mese di settembre, a cavallo fra la luce sfavillante dell’estate e il triste grigiore invernale?

Il sole, in questa fase dell’anno, sembra inchinarsi ossequioso su un tappeto di foglie ingiallite. Niente più frenesie e fanatismi. La malinconia inizia a serpeggiare scrocchiante e dolciastra fra i grappoli d’uva e i fichi maturi.

Sono nata a settembre e come tutti i nati in questo periodo possiedo una parte luminosa bellissima. Bisogna, tuttavia, fare attenzione alle ampie zone d’ombra, in cui potrebbero sprofondare i più incauti e distratti.

Attendo questo mese con la stessa trepidazione che avevo da bambina, sapendo che arriveranno il mio compleanno e i miei regali. Ogni volta aspetto fiduciosa di ricevere doni. Osservo i colori, annuso i profumi e riassaporo il gusto di un’infanzia ormai lontana. Teletrasportata dagli audaci voli della mia immaginazione, torno immediatamente ai magnifici “Golden years”, gli anni settanta.

Gli anni dell’amore e delle rivoluzioni. Gli anni degli hippy, dei loro vestiti comodi, decorati con fiori, nei colori caldi dell’oro e del cremisi. Abiti fatti a mano, realizzazioni originali come le tie-dyed shirts, che rammentano l’intensità cromatica di tramonti infuocati e la ruvidezza delle foglie appassite. Chitarre tenute in braccio come figli da cullare. Falò accesi per scaldare i cuori. Viaggi alla ricerca di se stessi. Slogan e poesia. Sogni e delusioni. Musiche e droghe. Spleen and love. Nostalgie di settembre.

Gli hippy possiedono tutto il calore sfrontato, esibito da un’estate giunta ormai al suo termine.

Settembre è arrivato anche quest’anno, con le sue tiepide promesse pronunciate a mezza voce. Non importa, poi, se l’inverno le infrangerà col suo caratteristico rigore. Ciò che importa è porgere l’orecchio a quel sussurro e fantasticarci sopra, giusto il tempo di una breve canzone.

Come direbbe Neil Diamond: «September morning still can make me feel that way», «Giorno di Settembre riesci ancora a farmi sentire in quel modo».

Chiara

Amo i gatti.
L’anima selvaggia e scaltra ben celata nel piccolo corpo elastico e nelle iridi screziate. Taglienti fessure, dischiuse in un varco ultraterreno inaccessibile.
Amo i libri.
La possibilità che ti concedono di essere chiunque, altrove e in ogni tempo, restando ferma. Le pupille incollate agli inafferrabili caratteri, le dita aggrappate alle pagine inconsistenti.
Amo le montagne e i boschi che le popolano.
La sensazione di essere esaminata dagli occhi curiosi ma discreti della Natura. Compagna inesplicabile, di frequentate solitudini.
Amo il mare.
Liquida sostanza impregnata di rabbia e di sale. Distillato prezioso di tempeste trascorse e di misteri abissali.
Amo ferire, imbrattare e mettere a dura prova il mio corpo.
Per constatarne il limite, per curiosità infantile e per avvertire quel senso di spossatezza, che è inspiegabile fonte di appagamento e di soddisfazione.
Amo la luna.
Il gesto curioso con cui si affaccia ogni notte per scrutarmi, domandandosi cosa appaia realmente al di là del mio volto visibile.
Amo il mio nome.
La luminosa intensità del suo significato e l’ombra sinistra proiettata dalla sua sostanza.