Pallidi Riflessi

Finalmente una mattina tranquilla. Sorseggio il caffè e osservo la città dalla finestra. Non devo correre laggiù, nelle strade trafficate. Mi sento un angelo che può permettersi una “sbirciatina” all’umanità.

All’improvviso, la voglia di scrivere sale. Prepotente.

Succede sempre così: trascuro il mio Daimon per qualche giorno e lui torna furente a rammentarmi di che materia sono fatta.

Parole.

Subito “abitata” da un pensiero, mi affretto a finire il mio caffè e accendo il computer.

Ecco cosa viene fuori:

Appena un riflesso nello specchio.

Mescolato ai profili degli edifici, ai grovigli delle antenne.

Scosto la tenda come se fosse una ciocca di capelli.

Inglese nella mente. Italiana nei gesti. Tedesca nello sguardo.

Spartana nelle decisioni. Etrusca nei sogni. Sumera nelle contraddizioni.  

Le parole sono aforismi romani. I pensieri sonetti tebani.

Il silenzio. Il silenzio ha il rumore ossessivo di fusa feline.

Un nodo arcano in cui si intrecciano i misteri del Passato.

Linee di drago lasciano scorrere il mio Sangue Mistico.

Traccio una mappa di rughe e cicatrici: una sacra Linea di San Michele.

Conduce ai santuari del dolore, ai templi dell’oblio, alle edicole del successo.

Io. Sono qui. Di fronte a me. Eterna Promessa di Vita.

 

Sono soddisfatta del risultato, al pari del mio Daimon, che sorride sprofondato nella poltrona.

Decido di ignorarlo per un po’. Inizio a googolare. Le dita pigiano svogliate sui tasti, spinte dalla vaga idea di qualcosa che abbia a che fare coi templi. Chissà perché.

Una poesia di Pasolini sbuca fuori dal web. Una mano tesa verso la Poesia.

Ne leggo i versi:

Io sono una forza del Passato.

Solo nella tradizione è il mio amore.

Vengo dai ruderi, dalle chiese,

dalle pale d’altare, dai borghi

abbandonati sugli Appennini o le Prealpi,

dove sono vissuti i fratelli.

Giro per la Tuscolana come un pazzo,

per l’Appia come un cane senza padrone.

O guardo i crepuscoli, le mattine

su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,

come i primi atti della Dopostoria,

cui io assisto, per privilegio d’anagrafe,

dall’orlo estremo di qualche età

sepolta. Mostruoso è chi è nato

dalle viscere di una donna morta.

E io, feto adulto, mi aggiro

più moderno di ogni moderno

a cercare fratelli che non sono più.

Trovo un commento personale dell’autore alla sua poesia:

Essere una forza del Passato significa percepire la parte più vitale della nostra Memoria, sede dei nostri Ricordi e dei nostri Conflitti. Non aver capito il proprio Passato significa riviverlo, ma vivere il Passato in forma lapidea significa togliere ad esso la parte vitale. La parola Forza esprime un concetto presente di dinamismo non necessariamente legato al movimento, quindi io non mi identifico nel Passato e non provengo dal passato, piuttosto vivo al presente sollecitato da forze multiformi. Io non mi identifico nel Passato, ma rivedo i suoi riti e i suoi cicli umani, gesti ripetuti nelle epoche che raccolgono i sentimenti di generazioni, e sento che il mio amore di oggi ha radici profonde in quel Passato. 

Vengo direttamente dai ruderi dei casolari abbandonati o distrutti dalle bombe, dalle chiese che costellano ogni nostra regione, dalle pale d’altare che pure ho studiato, analizzato, ammirato, dai borghi degli Appennini o dalle Prealpi, in cui la vita muore lasciandovi niente altro che pochi abitanti che si aggirano come fantasmi. Là sono vissuti i nostri fratelli, quelli che coltivavano il grano e aravano i campi secondo le fasi della luna, tra una carestia, una guerra o un padrone prepotente. Quello è il nostro Passato.

E mi ritrovo oggi, sulla via Tuscolana, quell’antica via che da Porta San Giovanni portava a Tusculum, la moderna Frascati. Ma in quale punto della Tuscolana giro come un pazzo? Che paesaggio è quello che ho attorno? Vedo case moderne, palazzoni fitti come alveari, tutti uguali ed io che giro con un cane randagio per l’Appia. Perchè devi sapere che la via Tuscolana per un certo tratto corre quasi parallela alla via Appia Nuova, sono strade vicine che comunicano. Io ora vivo qui, questi sono i nuovi paesaggi della nuova era, mi guardo intorno smarrito, sempre stupito e con in gola un nodo che non si scioglie.

Eppure guardo i tramonti e le mattine su Roma, perché chi non ha mai osservato un crepuscolo o un’alba romana almeno una volta, provato sulla pelle il calore di quei raggi solari così luminosi e potenti, è ben difficile che riesca a capire ciò di cui sto parlando. Assisto alle albe e ai tramonti da Roma, dalla Ciociaria e poi sul resto del mondo, al margine di una civiltà sepolta il primo agitarsi di una nuova era primitiva. Il tutto per il solo privilegio anagrafico di esservi piovuto, niente di speciale.

All’improvviso realizzo che io sono frutto di questo Passato ormai morto e mi percepisco come un essere mostruoso, al pari di chi è nato dal cadavere di una donna morta. Sono piovuto su questa terra senza possibilità di governare il mio destino, inconsapevole e fragile come un feto, ma vecchio di mille e mille secoli, mi aggiro saldato alla nostra epoca, inesorabilmente legato al nostro tempo, a cercare i fratelli che non sono più. Il perché di questa ricerca è motivato dall’esigenza di non perdere le nostre radici, per far sì che questo Dopostoria perda la sua anonimità, il solo modo per trovare nuovi linguaggi e nuove identità.

Ecco. Sento che abitiamo vicini. Non solo nella stessa città, ma nello stesso pensiero.

Pallidi riflessi.

Spettri infestanti di un ricordo diroccato.

 

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Mezzogiorno di fuoco

Guanciotte paffute, un caschetto di capelli dorati e un’espressione di titubante serenità dipinta negli occhi chiarissimi. Sempre di corsa, saltellante. Irrefrenabile energia di bimba. Appaio e scompaio dall’inquadratura. E’ difficile starmi dietro.

Ogni tanto il viso s’ingrandisce e sgrana, mentre mi avvicino incuriosita all’obiettivo. Annuso, come farebbe una cauta bestiola, la macchina infernale che tenta di seguire ogni mio movimento. Sono io. Il mio piccolo alter ego di cinque, forse sei anni, eternamente innocente, nei filmini amatoriali super 8, girati da un papà ancora giovane.

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I luoghi in cui scorrazzo, a perdifiato, sono quelli della mia infanzia, quelli cui sono più affezionata, quelli cui si torna con una fitta di nostalgia: la stilettata dolce-amara vidima il biglietto d’ingresso al Tunnel dei Ricordi.

Sono nata e cresciuta nell’elegante quartiere di Monteverde Vecchio, a Roma. Il primo vagito accorato nei corridoi asettici della Clinica Salvator Mundi; i primi passi incerti fra l’erba e le fontane di Villa Pamphili; le prime sillabazioni stentate sui banchi delle suore orsoline di via Dandolo.

La domenica i miei genitori mi portavano al Gianicolo. L’esilarante spettacolo offerto dal Teatrino di Pulcinella era una tappa obbligata. Le marionette si agitavano in una frenesia di battute, dal sapore spiccatamente partenopeo, sui palmi di un uomo sensibile, ormai scomparso da anni.

I miei occhi e il mio naso, come quelli di altre decine di bambini erano puntati lì, sul piccolo casotto di legno. Una fucina di autentiche meraviglie.

Coraggiosa e un po’ cinica, fin dalla tenera età, non mi lasciavo certo impressionare dal timbro di voce scuro o dall’aspetto inquietante della Morte. Soltanto l’apparizione in scena di un’altra marionetta mi procurava una diffusa sensazione di disagio: l’intollerante Lampa Dario, armato di bastone e di un orribile vestito a scacchi. Costui, infastidito dalle reiterate serenate notturne di Pulcinella alla propria fidanzata, minacciava l’uso dell’arma (quella contundente) per zittire definitivamente il lamentoso pianto d’amore. La scena, tutto a un tratto, assumeva i connotati grotteschi e distopici di Arancia Meccanica. Le due marionette iniziavano a darsele di santa ragione. Il bastone imbracciato, ora dall’uno ora dall’altro personaggio, fendeva l’aria. Ogni colpo andato a segno produceva un rumore sordo di legno: «Tok! Tok! Tok! Tok! Tok!… ». Una nota sgradevole, nell’armonia ascensionale di risate infantili.

Altro ricordo indelebile di quel periodo è legato ai miei capricci di bambina petulante: un giro sulla giostra (il cavallo − anzi no, meglio l’astronave che sale e che scende); il palloncino, sì quello fucsia (grande e lucido come un acino gigante di uva − ancora non esistevano i palloncini a forma di automobile o di gatto); i lupini, papà prendimi i lupiniiiiiii! Per favore. Petulante sì, maleducata no.

Era stata dura convincere mio padre ad acquistare il cartoccio di lupini da un ambulante, fermo col suo furgoncino ai lati della strada, ma alla fine ce l’avevo fatta. Emozionata, ne pregustavo il sapore farinoso, quando lo scoppio del cannone, a mezzogiorno in punto, mi colse impreparata. Per lo spavento mi cascò tutto di mano. Piccoli legumi gialli rotolarono beffardi ai miei piedi. Da quel giorno maledetto provo un’avversione sfrenata per le ballerine di vernice e i rumori forti e improvvisi, quelli capaci di distoglierti dai tuoi pensieri e dai tuoi sogni.

I sogni… quelli non sono mai mancati. Avevo un luogo preciso ove coltivarli: all’ombra e al fresco delle fontane di Villa Pamphili. Ai piedi di una scalinata a due ali, che conduce al magnifico giardino della palazzina dell’Algardi, c’è una nicchia con un busto sgretolato e pareti coperte di umidità. Nell’oscurità dell’ambiente angusto, fantasticavo l’esistenza di passaggi segreti. Misuravo palmo a palmo la superficie scabrosa, mai rassegnandomi all’evidenza dei fatti: il varco misterioso esisteva solo nella mia mente.

L’adolescenza non ha portato grandi cambiamenti nei miei occhi luccicanti di emozioni: passeggiare la sera a Trastevere, a due passi dal Gianicolo, è un’esperienza appagante per lo sguardo, l’udito e l’olfatto. Virtuosismi sinestetici alla romana.

Nelle stradine strette, rigogliosi rampicanti si aggrovigliano in un abbraccio convulso di rami e di foglie, s’innalzano fino ai piani superiori delle case, insinuandosi fra il dedalo di persiane sempre aperte. Disinibiti spicchi di calda intimità.

L’odore fragrante di pizza cotta a legna e quello di fritto dei supplì si riversa nelle strade. Un profumo invitante che sembra solleticarti con impalpabili dita vaporose sotto le narici, come accade nei cartoni animati. Antiche trattorie e camerieri pronti alla battuta sarcastica.

Le risate delle persone, radunate in cerchio ad ammirare il saltimbanco di turno, si aprono scrosciando come getti di fontana, quindi si chiudono rotolando tintinnanti come monete sui san pietrini, per poi scomparire nelle avide fessure. Un rione allegro e scanzonato, quello di Trastevere.

Il giro nel Tunnel dei Ricordi è quasi terminato. Un bagliore in lontananza indica il ritorno alla luce del Presente, più vivida che mai. E allora eccomi nuovamente qui, ormai donna, ai piedi dell’imponente statua equestre di Garibaldi. La voce nasale di Pulcinella si perde alle mie spalle, nel traffico frenetico delle automobili. Le luci intermittenti della giostra pulsano vitali di fronte ai miei occhi, ancora sognanti. Mia figlia insiste per avere il palloncino, quello bellissimo a forma di Barbapapà. E’ mezzogiorno in punto. Il cannone spara. Lo scoppio si sente prima nel cuore e poi nelle orecchie.

palloncino

September gold

“Golden hour”: i fotografi adoperano un termine evocativo per definire il breve intervallo a cavallo dell’alba e del tramonto. Due momenti della giornata in cui è possibile realizzare immagini impreziosite dai colori caldi e avvolgenti dell’oro. La luce ha dita trepidanti e il tocco soave di una carezza. Le ombre lentamente si allungano e nei punti in cui l’oscurità si addensa, la Natura stessa sembra trattenere il respiro. I gialli e i rossi sono carichi e vibranti, si depositano sugli oggetti con il calore liquido della pittura a olio. Anche l’aria appare più rarefatta: polline e pulviscolo galleggiano leggeri come presagi.

Bisogna affrettarsi a scegliere la giusta inquadratura, gareggiare con il sole e la sua incredibile capacità di levarsi e scomparire all’orizzonte. Il disco di luce in quei sessanta minuti si trasforma nel sovreccitato Bianconiglio di Alice: «È tardi! Sono in ritardo! In arciritardissimo!».

Personalmente odio fare le cose di fretta. L’arte, in particolar modo, richiede tempo e calma. Così riflettevo: Perché limitarsi a sfruttare un’ora soltanto, quando esiste un intero mese d’oro, il “Golden month”, a cavallo fra la luce sfavillante dell’estate e il triste grigiore invernale?

Settembre. Il sole, in questa fase dell’anno, sembra inchinarsi ossequioso su un tappeto di foglie ingiallite. Niente più frenesie e fanatismi. La malinconia inizia a serpeggiare scrocchiante e dolciastra fra i grappoli d’uva e i fichi maturi.

Come tutti i nati in questo periodo, possiedo una parte luminosa bellissima, ma bisogna fare attenzione alle ampie zone d’ombra, in cui potrebbero sprofondare i più incauti e distratti.

Attendo questo mese con la stessa trepidazione che avevo da bambina, sapendo che arriveranno il mio compleanno e i miei regali. Aspetto fiduciosa di ricevere doni. Osservo i colori, annuso i profumi e riassaporo il gusto di un’infanzia ormai lontana.

Teletrasportata dagli audaci voli della mia immaginazione, torno immediatamente ai magnifici “Golden years”, gli anni settanta. Gli anni dell’amore e delle rivoluzioni. Gli anni degli hippy, dei loro vestiti comodi, decorati con fiori, nei colori caldi dell’oro e del cremisi. Abiti fatti a mano, realizzazioni originali come le tie-dyed shirts, che rammentano l’intensità cromatica di tramonti infuocati e la ruvidezza delle foglie appassite. Chitarre tenute in braccio come figli da cullare. Falò accesi per scaldare i cuori. Viaggi alla ricerca di se stessi. Slogan e poesia. Sogni e delusioni. Musiche e droghe. Spleen and love. Nostalgie di settembre.

Gli hippy possiedono tutto il calore sfrontato, esibito da un’estate giunta ormai al suo termine.

Settembre è arrivato anche quest’anno, con le sue tiepide promesse pronunciate a mezza voce. Non importa, poi, se l’inverno le infrangerà col suo caratteristico rigore. Ciò che importa è porgere l’orecchio a quel sussurro e fantasticarci sopra, giusto il tempo di una breve canzone.

Come direbbe Neil Diamond: «September morning still can make me feel that way», «Giorno di Settembre riesci ancora a farmi sentire in quel modo».

Chiara

Amo i gatti.
L’anima selvaggia e scaltra ben celata nel piccolo corpo elastico e nelle iridi screziate. Taglienti fessure, dischiuse in un varco ultraterreno inaccessibile.
Amo i libri.
La possibilità che ti concedono di essere chiunque, altrove e in ogni tempo, restando ferma. Le pupille incollate agli inafferrabili caratteri, le dita aggrappate alle pagine inconsistenti.
Amo le montagne e i boschi che le popolano.
La sensazione di essere esaminata dagli occhi curiosi ma discreti della Natura. Compagna inesplicabile, di frequentate solitudini.
Amo il mare.
Liquida sostanza impregnata di rabbia e di sale. Distillato prezioso di tempeste trascorse e di misteri abissali.
Amo ferire, imbrattare e mettere a dura prova il mio corpo.
Per constatarne il limite, per curiosità infantile e per avvertire quel senso di spossatezza, che è inspiegabile fonte di appagamento e di soddisfazione.
Amo la luna.
Il gesto curioso con cui si affaccia ogni notte per scrutarmi, domandandosi cosa appaia realmente al di là del mio volto visibile.
Amo il mio nome.
La luminosa intensità del suo significato e l’ombra sinistra proiettata dalla sua sostanza.