“16” (selezionato e pubblicato nell’Antologia “Halloween All’Italiana 2014”)

Nina camminava a passo spedito, cercando di farsi largo in mezzo a piccoli assembramenti di maschere, dai trucchi e dai travestimenti poco credibili: lupi mannari, zombie e vampiri le sembravano più somiglianti a vulnerabili rappresentati porta a porta, che non a temibili creature della notte.

S’incurvò appena sotto il peso della sacca che trasportava dietro le spalle. Niente dolcetti o scherzetti per lei, solo interiora di manzo che gocciolavano al ritmo delle sue inesorabili falcate, tracciando una lunga scia di sangue. Nessuno ci fece caso: un travestimento fra i travestimenti.

Ormai era arrivata: il palazzo di cristallo, nel quale a breve sarebbe entrata, defilandosi dalla folla eccitata per i festeggiamenti di Halloween, si ergeva impettito e autoritario come una minaccia.

Presto avrebbe conosciuto l’uomo che aveva ingaggiato il padre come boxer professionista nel suo malfamato locale di scommesse clandestine. La triste fama di Ctonio le era ben nota ma Nina aveva aspettato paziente che i tempi fossero maturi prima di affrontarlo personalmente.

Nonna Ilde l’aveva messa al corrente della situazione fin da piccola; la sua sincerità era sconcertante. L’adorabile vecchietta, apparentemente armata di sole trine e naftalina, infilava le parole in un discorso come proiettili nel caricatore di una pistola: «Tuo padre non è un boxer, è un fenomeno da baraccone».

Già, l’attività praticata dal padre poteva essere assimilata al pugilato tanto quanto il linguaggio di gesti concitati adoperato in borsa avrebbe potuto essere paragonato a una danza.

La caccia grossa, che si svolgeva sul ring, fra le urla e le incitazioni di una folla inferocita, di tanto in tanto terminava con la morte di uno dei contendenti. Al vincitore, comunque, era consentito il prelievo di un macabro souvenir; “Vae victis”, stabiliva il cruento regolamento.

Si diceva in giro che, in gioventù, Ctonio avesse lavorato come attore al Grand Guignol di Parigi.

Nel famoso teatro orrorifico del quartiere Pigalle, il futuro ingaggiatore aveva esibito un talento perverso, infliggendo ai colleghi torture efferate: amputazioni, atti di necrofilia, squartamenti, decapitazioni. Ma si trattava pur sempre di una compagnia teatrale, di finzione scenica: una volta terminata la rappresentazione gli attori tornavano a casa con i propri piedi, la testa ancora sulle spalle e le viscere nella pancia.

Ctonio, sin da allora, cominciò ad accarezzare l’idea di sostituire la realtà alla finzione. Così nacque il “16”: nome, tanto semplice quanto enigmatico, utilizzato per designare un club esclusivo, destinato a scommettitori con grandi possibilità finanziarie. Non c’erano insegne che potessero segnalarne l’esatta ubicazione, ma in tanti, comprese le autorità compiacenti, erano al corrente del fatto che gli scontri clandestini, gestiti da Ctonio e dai suoi sette soci, si svolgessero nei sotterranei del grande palazzo di cristallo.

La cifra misteriosa vagava di bocca in bocca, insieme alla leggenda del suo significato esoterico.

Il sedici è l’unico numero capace di essere perimetro e area dello stesso quadrato; il quadrato del ring. Sedici è il numero delle corde, quattro per ogni lato, che delimitano lo spazio in cui avvengono gli incontri. Sedici è il numero atomico dello zolfo. Negli Arcani Maggiori la carta numero sedici è la Torre: essa simboleggia la necessità del male come aspetto complementare del bene o come la condizione che lo precede; il cambiamento di stato, doloroso ma indispensabile, per garantire l’evoluzione interiore… sedici è il numero dei colpi mortali inferti a tuo padre, Nina.

Nina intravide il riflesso del proprio volto nella vetrata d’ingresso dell’edificio. I suoi sedici anni erano in parte camuffati dal trucco con cui si era trasformata, giusto per l’occasione, in un ilare Joker. Per un breve, interminabile istante, credé di scorgere la figura del padre accanto a sé: un’ombra appena delineata fra il chiarore delle luci riflesse nel vetro.

Lo riconobbe dalla posa un po’ storta di lato. La posa orgogliosa di chi si regge in piedi nonostante tutte le botte ricevute.

Nina, tuo padre non è qui, accanto a te! … Tuo padre è morto!

«Mio padre è qui, accanto a me, proprio perché è morto!».

Con gesto deciso si tuffò nella porta girevole. In quel gorgo sentì risucchiare se stessa e tutte le sue insicurezze.

Ctonio sollevò appena le palpebre pesanti. L’ambiente circostante girava vorticosamente in un turbinio sfavillante di colori e di luci. Quando la giostra visiva rallentò la sua corsa, Ctonio si accorse di essere sul ring, riverso a terra. Un filo di bava, colatogli da un lato della bocca si era allargato in una macchia umida sul tappeto di gomma. Era stato drogato!

Avrebbe voluto tirarsi su, ma era troppo debole. Cercò istintivamente un appiglio sulle corde che delimitavano il bordo, ma la presa era viscida e le mani non riuscirono ad afferrarle. C’era qualcosa di strano nella consistenza e nell’aspetto di quelle funi: il colore rosato, l’irregolarità dello spessore, l’andamento serpeggiante. Sembravano quasi…

«Sono budella umane!», mentì Nina, chiarendo ogni amaro presagio di Ctonio.

«… Appartengono ai tuoi soci! Come puoi vedere, la magica sacralità del “16” è stata rispettata».

Ctonio andò a rifugiarsi carponi in un angolo, frustrato dall’incapacità di controllare i suoi movimenti, goffi e rallentati.

Le corde del ring si appiccicarono alla nuca glabra; un’imprecazione gli sfuggì dalla bocca impastata con un suono molle: «Mmmmaledizione!».

«Dici bene! Il lavoro non è ancora terminato. Così non può andare! Mancano otto metri d’intestino; mi servono le tue budella, Ctonio».

Nina si fece avanti, raggiungendo l’uomo nell’angolo in cui si era accartocciato, ormai privo di speranza. Il sorriso grottesco, sbafato di rossetto vermiglio, si ampliò in maniera inverosimile prima di pronunciare la fatidica condanna: «Vae victis!». Otto metri di budella si riversarono sul tappeto in un fiotto denso di orrore.

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