Un SalTo di qualità

“La macchina fotografica! Non ti azzardare a dimenticarla!” è stata l’ultima raccomandazione rivolta a me stessa, prima di caricare tutto il necessario nel bagagliaio dell’auto che mi avrebbe condotta alla stazione. Italo è un treno confortevole, veloce e puntuale; il salotto d’Italia, l’elegante città di Torino, mi ha accolta appena quattro ore dopo la mia partenza da Roma.

Riposata e relativamente tranquilla mi sono goduta la serata in ottima compagnia. Gli affetti più cari erano presenti ed erano felici quanto me dell’esperienza che mi avrebbe atteso di lì a poche ore: il mio esordio da scrittrice non poteva avere cornice più suggestiva di quella offerta dal Salone Internazionale del Libro.

Il mattino dopo è stato semplice attraversare l’intera città, da Porta Nuova a Lingotto, con una metropolitana talmente avveniristica da rammentarmi il treno sotterraneo della Umbrella Corporation. Non c’erano zombie claudicanti o doberman inferociti ad attendermi ma nugoli di ragazzi e di ragazze festosi, che si dirigevano sicuri alle biglietterie.

L’accredito professionale agli sportelli è stato rapido e indolore come un vaccino inoculato da un dottore esperto: la mattina del nove maggio 2014 sono stata ufficialmente immunizzata da ogni forma latente d’inesperienza. Almeno, in quel momento, così ho pensato. Poi ho scoperto che l’accredito professionale serviva soltanto a garantire l’ingresso nell’esclusivo lounge bar riservato agli scrittori, ai loro relatori e agli editori. Un posto, concedetemi la breve divagazione alcolica, dove ho potuto gustare un ottimo Pernod artigianale, il cui sapore all’anice era amalgamato perfettamente a quello della liquerizia. Insomma una vera prelibatezza!

Tornando al Salone la mia prima impressione, ammirando gli smisurati corridoi senza fine, intrecciati in un reticolo simile a quello delle grandi arterie torinesi, è stata che l’orgoglio sabaudo ricorda da vicino la grandeur francese. Ma è logico: il confine è a breve distanza ed è a mio parere molto labile. La sontuosità e l’eleganza dell’organizzazione, con i padiglioni più importanti arredati nello stile consono alla casa editrice o al servizio offerto, erano la prima cosa che saltava all’occhio.

Una romana si sente spaesata, potete facilmente capire cosa voglia intendere. Improvvisamente ho avuto un po’ vergogna della mia, seppur impercettibile, cadenza trasteverina. Intendiamoci, non ho gli eccessi di Sabrina Ferilli, ma una lieve romanità è pur sempre presente. Per cui, fra me e me ripetevo cadenzata: “Beato chi se lo fa il sofà”, “boRsa”, “chitaRRa”… tanto per essere sicura di non fare brutte figure.

Alla presentazione mancava davvero poco. L’ansia incominciava a salire. Sapevo che la mia editrice, Noemi Lombardo, una donna piena di carisma e di entusiasmo, mi avrebbe rivolto delle domande sul romanzo, sulla storia cui avevo dedicato tempo e passione, attraverso ricerche accurate, ore e ore di scrittura e diverse fasi di correzione. Dunque, non potevo essere impreparata. Logico. Ma la logica ha ben poco a che fare con quei momenti della vita in cui la morsa dell’irrazionalità ti addenta lo stomaco come un cracker friabile. Molliche della mia personalità erano sparpagliate lungo le passerelle del Salone. Alle mie spalle lasciavo una scia visibile, nonché altamente surreale, di me stessa.

“Bene!”, mi sono detta, in un ultimo rigurgito di sicurezza (forse il vaccino inoculato al momento dell’accredito professionale iniziava ad avere i suoi benefici effetti), “Per lo meno, utilizzando l’efficace strategia di Pollicino, troverò senza difficoltà la strada del ritorno”. Anche perché, effettivamente, ci si poteva smarrire fra quelle pile infinite di libri e fra quei serpenti di folla oceanica che si snodavano sinuosi negli spazi circostanti.

La visione della grande cupola di San Pietro, composta da volumi impilati come mattoni, ha resettato tutto di un botto la confusione del mio navigatore gastrico; la sala dell’Incubatore era ormai prossima, sempre dritta innanzi a me.

La realtà fisica dell’Incubatore fa fede al suo nome: una nicchia tranquilla e confortevole, lontana dal gran caos delle più importanti sale colorate, dove persino il brusio incessante del Salone si trasforma in un quieto sussurro. Fasciata dall’abbraccio rassicurante di un discreto numero di sedie occupate, ho presentato entusiasta il mio romanzo d’esordio. Sguardi curiosi si posavano sulla neonata scrittrice. Ho capito cosa provi un bambino di poche ore messo in mostra dietro l’ampia vetrata del nido.

Il tempo è passato in fretta. Al termine della presentazione sono stata raggiunta da una giovane giornalista; un’apparizione angelica, dalla voce soave, così lontana dal classico stereotipo dell’intervistatrice agguerrita e invadente. L’Incubatore continuava a vezzeggiarmi nel tepore della sua culla.

Oramai, però, eravamo agli sgoccioli. Bisognava far posto ad altri eventi, ad altre presentazioni. Così, una volta terminata la mia avventura da scrittrice, è cominciata quella da lettrice. Sarò breve: al Salone del Libro, se uno scrittore rischia di perdersi, una lettrice finisce inevitabilmente col dannarsi. Per l’eternità. Ma come ci si può districare in quel girone infernale di proposte letterarie? Classici, novità, interviste, personalità, seminari e tutto ciò che di meglio (e di peggio) offre il panorama culturale italiano e internazionale. Il forcone del demonio mi ha incalzato più volte.

Ho trovato un breve riparo nel lounge bar cui prima ho fatto cenno. Certe esperienze richiedono una buona dose di alcol in corpo per essere poi ricordate sobriamente con maggior soddisfazione. Come sosteneva Hemingway: scrivere da ubriachi, correggere da sobri.

Evaporati i fumi dell’ubriacatura da emozioni, posso correggere le impressioni registrate in quei momenti concitati. Devo fare una premessa: le mie competenze non sono sufficienti per analizzare in maniera critica i dati tecnici sciorinati dalle statistiche. Aumento delle visite, diminuzione delle vendite o viceversa. Ma, mi domando, davvero vogliamo imbrigliare la cultura o il pensiero – non c’è nulla di più etereo del pensiero – in formule, dati, numeri e contratti? Affermazioni integraliste che operano una netta distinzione fra ciò che è Bene e ciò che è Male sono prive di senso.

Nella letteratura esistono sfumature impercettibili, che trascendono qualsiasi tentativo di classificazione. Basti ricordare personaggi come il dottor Jekyll e Mr Hide, il Faust di Goethe e Dorian Gray. Convinzioni aprioristiche, per cui il progresso, con i suoi ebook, app e video, stia lentamente, ma inesorabilmente uccidendo la cultura, lasciano il tempo che trovano in un mondo fantastico capace di creare un romanzo come “Ventimila leghe sotto i mari” o “Dalla Terra alla Luna”. Tanti, d’altra parte, sono certi che il libro cartaceo sia una realtà ormai obsoleta. Io suppongo che la dolcissima Clarissa di Farenheit 451 non sarebbe d’accordo.

Lo ammetto: non so nulla di vendite e di percentuali. Io ragiono da scrittrice e sopra ogni cosa, da lettrice. Ho letto da qualche parte un pensiero: “I libri sono un altro fuoco di Prometeo: se lasciamo che si spenga, resteremo al buio”. Il Libro è un simulacro, capace di trasportare con sé le vestigia dell’umanità. Esso possiede la stessa sacralità del coltello e del fuoco. La crisi, allora, se c’è, se esiste davvero, riguarda il sistema cui è asservita l’Editoria, non riguarda il Libro.

Accidenti! Alla fine non ho avuto il tempo di scattare foto. Ma ho qualcosa di meglio: l’intervista rilasciata a Noemi Cuffia, per la rivista Extratorino, la potete trovare qui http://extratorino.it/giovani-autrici-crescono-mariachiara-moscoloni/

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