La nostalgia felice, Amélie Nothomb – Edizioni Voland

La realtà si forma soltanto nella memoria (Marcel Proust).

L’ultimo romanzo di Amélie Nothomb, intitolato “La nostalgia felice”, è il resoconto del suo ritorno in Giappone dopo sedici anni, documentato in parallelo dai filmati della televisione francese. Una troupe di France 5 segue da vicino ogni passo compiuto dalla scrittrice, insinuandosi con telecamere e obiettivi fotografici nelle emozioni suscitate dalla vista della casa in cui Amélie ha trascorso i primi anni dell’infanzia, dall’abbraccio commosso con la vecchia governante, dalla visita alla scuola materna, dal tour nei luoghi in cui lei il suo amore giovanile hanno trascorso momenti indimenticabili, dall’omaggio commosso a Fukushima.

Un reportage. Sì, certo. Ma un reportage, se esposto alla maniera di Amélie, risulta poetico quanto un sonetto di  Shakespeare.

La scrittrice belga descrive il suo rapporto con il Giappone come uno di quei grandi amori impossibili che ti segnano per tutta la vita. E di quel tipo di amori possiede tutte le caratteristiche: l’incontro durante il periodo vulnerabile dell’infanzia, l’allontanamento e il successivo lutto (Amélie è costretta ad abbandonare il Giappone a soli cinque anni), il nuovo incontro a venti anni (negli anni, cioè, dei suoi “Stupori e tremori” e “Nè di Eva nè di Adamo”), la scoperta, la passione travolgente, infine la fuga e i sensi di colpa.

Si tratta di un viaggio interiore, la cui natura spirituale è chiara sin dal titolo: “La nostalgia felice”. Un titolo che possiede la delicatezza e la grazia di un fiore di ciliegio o di un haiku.

La Natsukashii orientale, “l’istante in cui la memoria rievoca un bel ricordo che la riempie di dolcezza” è contrapposta alla nostalgia triste, alla nostalgia tipicamente occidentale, che, in quanto espressione di un “valore passatista tossico”, viene solitamente disprezzata. La Natsukashii è la saporita, ghiotta madeleine di cui si nutre la memoria proustiana.

La lettura di Amélie immancabilmente mi trasmette un desiderio ineffabile di meraviglia. Ogni periodo è estasi. Ogni similitudine è incanto. Mi lascio cullare dalle sue parole, come se fosse lei a leggere, come se fossi io a scrivere. Amélie incarna quel fenomeno psicologico di cui lei stessa si fa interprete nelle ultime pagine del romanzo. Quel “contact high”, che colpisce le persone lucide qualora entrino in contatto con qualcuno che è sotto l’influenza di sostanze stupefacenti. Amélie mi trasferisce il suo stato d’intossicazione. Assorbo avidamente le sue splendide atmosfere. E grazie a lei scopro l’indicibile.

Cos’è che può essere definito indicibile, domanderete voi? Presto detto: indicibile è l’amore, indicibile è la natura, indicibile è la vita e, soprattutto, la morte. La perdita e la conquista. Indicibile è l’arte e la creatività che riesce a esprimerla. Indicibile è il ricordo.

Compito difficilissimo dello scrittore è narrare l’indicibile.

Amélie Nothomb ci riesce egregiamente.

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