L’eclisse dell’anima

Vi avverto: la prenderò alla larga, perché il discorso mi intriga parecchio e perché, con l’età che avanza, ho deciso di concedermi tempi diversi, più lenti e dilatati. Abbiate pazienza.

Sabato scorso ero al ristorante, avevo appena terminato la mia pizza e la mia birra.

Nell’attesa dell’amaro, lo sguardo vagava fra tavoli e volti. Ma era un vagare discreto. Ve lo assicuro.

Non sopporto chi mi fissa mentre sto mangiando; sarà che in me si risveglia prepotente l’istinto primordiale di difesa del cibo. Perciò non mi permetterei mai di infastidire qualcun altro con occhiate invadenti.

Dicevo, lo sguardo vagava (discreto) e notava la presenza in sala di due artisti affermati: Nanni Moretti e Gabriele Lavia. Non erano insieme. Erano seduti a tavoli diversi. Ognuno preso dalla consumazione delle proprie pietanze.

Sono rimasta di stucco nel notare come un gruppetto di donne, accomodate alla mia destra, continuassero a spintonarsi ammiccanti: “Hai visto chi c’è?”, “Nanni Moretti!… Sì, sì, è proprio lui!”, “Dai! Scattagli una foto!”, “Dai! Tanto non ti vede!”…

Atteggiamento cafone a parte, la cosa che più mi ha meravigliata è stata l’assoluta indifferenza riservata a Gabriele Lavia, a fronte di un comportamento che rasentava la molestia nei confronti del celebre regista-attore di Palombella rossa.

Ci ho riflettuto un po’, poi sono stata folgorata (sarà che nel frattempo era arrivato il tanto atteso amaro?): “Vuoi vedere che queste qui ignorano chi sia Gabriele Lavia?”.

La cosa mi ha deluso parecchio; senza nulla togliere al talento di Nanni Moretti, mi sono domandata: Ma come? Lavia: il protagonista di pellicole come “Profondo Rosso”, “Inferno” e “Zeder”!

Sto parlando di film girati negli anni settanta e ottanta: un’epoca in cui ci si impegnava a dirigere e produrre film horror di tutto rispetto. Il colpo di coda, a mio avviso, di un cinema italiano poi completamente caduto in disgrazia.

Allora, sorseggiando il mio amaro ghiacciato, ho tracciato un bilancio approssimativo.

In Italia sono scomparse tante cose.

Nell’ordine: Onestà in genere, onestà intellettuale in particolare, sentimenti, cultura, nel senso più ampio del termine, senso critico (nonché senso del dovere), passione per l’arte, in tutte le sue forme.

Il bilancio è approssimativo. Lo ripeto.

Ma veniamo al sodo.

Un simile paese, completamente in mano ai social e a Equitalia, diviso fra tifosi di calcio e… tifosi di calcio, il prossimo venti marzo si prepara a un grande, grandissimo evento: l’eclisse del secolo (…che poi, quante cavolo di eclisse del secolo ci sono in un secolo?)

Direte voi: cosa c’entra l’eclisse con Gabriele Lavia? Forse nulla, ma nella mia mente laboriosa si è verificato un piccolo corto circuito, che ha messo per un istante le due cose in relazione fra loro. L’analogia è difficile da spiegare ma ci proverò.

Prendiamo l’esempio del ristorante: io ero concentrata su Gabriele Lavia, mentre la maggior parte dei presenti in sala si sbracciava per rubare una foto a Nanni Moretti.

Adesso prendiamo il caso dell’eclisse.

Le persone saranno lì, con lo sguardo puntato, com’è normale che sia, sul sole che improvvisamente si oscura, mentre sono sicura che la mia attenzione sarà tutta concentrata sulla terra. Su me stessa. Sul respiro che rallenta per poi fermarsi del tutto. Sull’incapacità momentanea di provare eccitazione, timore o stupore, perché perfino i sentimenti impietriscono al freddo glaciale dell’ombra proiettata dalla luna.

Come sottolineò Michelangelo Antonioni, apprestandosi a girare il suo celebre film “L’eclisse”:

“Gelo improvviso. Silenzio diverso da tutti gli altri silenzi. Luce terrea, diversa da tutte le altre luci. E poi buio. Immobilità totale. Tutto quello che riesco a pensare è che durante l’eclisse probabilmente si fermano anche i sentimenti. E’ un’idea che ha vagamente a che fare con il film che sto preparando, una sensazione più che un’idea, ma che definisce già il film quando ancora il film è ben lontano dall’ essere definito. Tutto il lavoro venuto dopo, nelle riprese, si è sempre rapportato a quell’idea o sensazione o presentimento. Non sono più riuscito a prescinderne.”

Proprio in quel magnifico film del 1962 viene delineato un capovolgimento assoluto di valori: sono gli esseri umani ad essere alienati, “eclissati”, ridotti a oggetti vuoti, privi di sentimenti.

Le cose, viceversa, mantengono intatta la loro identità, conservano una sensibilità che sembra mancare negli uomini e diventano le protagoniste assolute del film, fino a prenderne il posto nelle struggenti inquadrature finali.

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Gli spazi sono descritti in maniera metafisica con i silenzi assordanti che popolano le Piazze d’Italia di Giorgio de Chirico. Una Roma deserta, ancora in fase embrionale, squadrata nella sua geometria lineare da palazzi candidi, immacolati.

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E’ l’Italia del boom economico: il paese sta mutando a una velocità sorprendente, sta perdendo di umanità e arricchendosi di tecnologie. Un’unica fede, quella per il Dio Denaro, impone di fare, produrre, ammassare piuttosto che fermarsi un istante per sentire, pensare e amare.

L’eclisse in poche parole non riguarda il cielo che ci sovrasta ma la nostra anima.

Tra momenti di estraniamento e d’incomunicabilità, ci si accorge di essere soli in mezzo a tanti: “ci sono giorni in cui avere in mano una stoffa, un ago, un libro e un uomo è la stessa cosa”, dice Monica Vitti, la monumentale attrice, protagonista del film.

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Ecco cosa c’entrano Lavia, il ristorante, le donne al tavolo accanto, i cellulari sempre in mano, la foto dell’attore da pubblicare nei social, il mio amaro ghiacciato, con l’eclisse del secolo.

Nulla possiede il valore che dovrebbe avere. Il mio sguardo quella sera galleggiava in una palude di sentimenti.

Un’eclisse che continua a oscurare il nostro paese da cinquant’anni a questa parte.

Sabato scorso si era fatto tardi. La cena era conclusa. Era rimasto il conto da pagare.

Nanni Moretti si è alzato, è passato accanto a Gabriele Lavia, l’ha sfiorato con una carezza. Un gesto, un sentimento, calore improvviso.

La foto, se mai è stata scattata, chissà in quale social sarà finita… e a testimoniare cosa, mi domando?

I miei sentimenti, invece, sono qui ora, nero su bianco. Pronti a eclissarsi fino alla prossima storia.

(Siete pregati di usare apposite lenti per leggere. In questo modo eviterete di procurare seri danni alla retina).

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Alla nostra!

Sono passati più di 5.200  anni dall’invenzione della ruota e della scrittura.

Circa 2.500 anni dalla fine dell’Impero Romano d’Occidente.

667 anni dalla peste nera.

523 anni dalla scoperta dell’America.

226 anni dalla rivoluzione francese.

154 anni dall’Unità d’Italia.

101 anni dallo scoppio della Grande Guerra.

100 anni dalla scoperta della relatività.

86 anni dal crollo di Wall Street.

70 anni dalla bomba atomica su Hiroshima.

56 anni dalla guerra in Vietnam.

46 anni dal primo uomo sulla Luna.

26 anni dalla caduta del muro di Berlino.

25 anni dalla guerra nel Golfo.

14 anni dal crollo delle Torri Gemelle.

13 anni dall’introduzione della moneta unica europea.

L’esperienza maturata dal genere umano è notevole. Voglio dire… non siamo nati ieri.

Eppure gli errori commessi sono sempre gli stessi.

Avidità, corruzione e violenza.

Sopraffazione, distruzione e morte.

Opportunismo.

Indifferenza.

Indifferenza.

E ancora indifferenza.

Il mondo distopico in cui viviamo si modella in maniera sorprendente alle previsioni più pessimiste, elaborate da famosi scrittori del passato.

Perdonatemi, ma in questo 2015 ormai imminente non vedo proprio nulla da festeggiare.

Le mie soddisfazioni personali, nella visione universale di un mondo migliore per tutti, lasciano il tempo che trovano.

Resta quell’amaro in bocca nell’alzare il calice al momento del brindisi. Quando un pensiero, già lo so, correrà istintivo al sagace aforisma della baronessa Blixen: “Che cos’è l’uomo, quando ci pensi, se non una macchina complicata e ingegnosa per trasformare, con sapienza infinita, il rosso vino di Shiraz in orina?”

Prosit!

Dolcetti e violenza

Nell’amore astratto per l’umanità quasi sempre si finisce con l’amare solo se stessi.

C’è una saggezza infinita in queste parole di Dostoevskij. Nel periodo che precede il Natale possiedono un’attualità e una stringenza assiomatica impareggiabili. Mi piacerebbe tanto tatuarle a fuoco vivo sugli avambracci, carichi di buste, di quei milioni di persone che si affannano alla disperata ricerca degli “ultimi” doni.

Siate sinceri una buona volta! Dolcetti e violenza. Questo è l’unico cesto dono che vorreste confezionare per celebrare le feste ormai imminenti. E sarebbe del tutto comprensibile, peraltro, visto e considerato lo squallore che ci circonda, da un punto di vista sociale, culturale, economico e (per carità, signora mia, non me ne parli!) politico.

Eppure sono tutti lì, ad affollare centri commerciali, trasmissioni televisive e social network con le loro incredibili ipocrisie sullo spirito del Natale. Si sentono tutti immensamente B U O N I. Più buoni del Natale, più buoni di Babbo, più buoni del pandoro. Più buoni, perfino, di Papa Francesco.

In questo periodo, gli animi di una quantità incalcolabile di individui, scaldati al tepore artificiale delle lucine natalizie, si convertono improvvisamente alla bontà. In uno slancio di generosità privo di freni inibitori c’è chi abbraccia l’amore universale, chi vuole adottare cani e gatti randagi, chi si fa fautore di proposte ecologiche, chi propone slogan d’effetto sulla cultura, chi è pronto a giurare che accompagnerà frotte di vecchiette da un marciapiede all’altro per l’intero anno a venire.

Non c’è niente da fare, è più forte di me: quando vedo un essere umano mosso da eccellenti propositi, a meno che non abbia scelto l’ascesi come chiave di volta della propria esistenza, inizio a dubitare. Non so voi, ma io sento puzza di fregatura.

La verità è che l’amore astratto è una contraddizione in termini, tanto quanto l’amore platonico. L’amore è un’esperienza fisica esclusiva. L’amore esige concretezza e sacrificio. Fatti nudi e crudi. Il resto sono tutte stronzate. Inutile affrettarsi a comprare doni in nome di un ipotetico sentimento che non sia cucito sulla carne viva.

Se non siete capaci di scegliere giorno per giorno la persona cui dedicarvi, la bestiola da accudire, la piantina da innaffiare, il libro con cui emozionarvi e la vecchietta bisognosa, inutile fare vuoti programmi per l’avvenire. Non vi crederà nessuno.

Quando le lucine natalizie si spegneranno, al pari del grande faro che avete puntato sul vostro smisurato ego, rimarrete soli. Al buio e al freddo della vostra ipocrisia.

Final girls

Il respiro affannoso nella penombra di un nascondiglio poco sicuro. Gocce di sudore imperlano la pelle giovane, soda ed elastica dell’ufficiale Ellen Ripley. I semplicissimi micro slip bianchi da lei indossati sono quanto di più sexy abbia prodotto l’industria dell’intimo negli ultimi cinquant’anni.

Difficile mettersi nei suoi panni succinti. E non ne faccio, ovviamente, una questione di taglia. L’intero equipaggio della Nostromo è stato sterminato. Unici sopravvissuti: Ellen e l’astuto gatto tigrato Jones. Un’orripilante creatura aliena con una sfilza di denti metallici si acquatta a pochi passi da lei, pronta per sbranarla in un solo morso. Gli slip non riuscirebbero a distrarla così come avverrebbe per qualsiasi umano.

Ma Ellen, non si da per vinta. Al contrario si infila una tuta spaziale, ha un piccolo diverbio con la creatura, quindi, con abile mossa, spinge il pulsante di espulsione e l’essere alieno viene finalmente proiettato all’esterno dell’astronave. Vai! Un altro po’ di spazzatura in giro per lo spazio.

L’ufficiale in slip si salva. Lei. Sola. Unica superstite della Nostromo. Eppure, nell’equipaggio ce n’erano tanti di maschietti giovani e prestanti. Niente da fare. Tutti morti. Falcidiati dalla creatura aliena, come mosche inermi.

Ma voi, appassionati di film horror, sapete bene che accade spesso, intendo questa cosa della donna unica sopravvissuta allo sterminio di genti (quasi sempre innocenti, la maggior parte delle volte stupide), e non vi meravigliate più di tanto ormai. Basti citare l’indimenticabile Jamie Lee Curtis, ovvero Laurie Strode, in “Halloween”; Heather Langenkamp, alias Nancy Thomson, in “Nightmare” e Patricia Tallman – Barbara ne “La notte dei morti viventi”.

Quello che forse non sapete – non lo sapevo nemmeno io, in effetti, fino a poco tempo fa – è che esiste un termine ben preciso per designare queste donne apparentemente “invincibili”: Final girls. Carol J. Clover, un professore americano, ha coniato la definizione nel suo libro dal titolo esplicativo: “Men Women and Chainsaws”, Uomini Donne e Motoseghe.

Le eroine dei film horror, secondo lo studioso, possiedono alcune peculiarità: sono magre, scattanti, razionali e intuitivamente frigide (o comunque poco disposte a spiattellarti in quattro e quattr’otto i propri argomenti sessuali).

Tali caratteristiche affascinano il pubblico indistintamente. Il fisico androgino non turba sessualmente lo spettatore maschio, che, anzi, è portato a immedesimarsi nel ruolo della protagonista; mentre le spettatrici donne, dal canto loro, non si lasciano andare a facili malignità. Voglio dire, sarebbe ridicolo immaginare la protagonista tutta curve e moine rifinire noncurante la sua french manicure, mentre Nightmare le si avvicina, facendo tintinnare il metallo scintillante del memorabile guanto artigliato. La bomba sexy con che cosa potrebbe eliminare il temibile Freddy Krueger? Con la sua lametta più affilata?

Non sarebbe credibile. Giusto.

Eppure le Final girls vengono apprezzate da uomini e donne non per l’invincibilità dimostrata sino all’epilogo vittorioso, ma per la loro apparente fragilità. Sicuramente contribuiscono, in questo senso, la fortuna sfacciata dimostrata dalle protagoniste nell’evitare i colpi mortali inferti ovunque intorno a loro e uno sfinimento fisico e psicologico del mostro serial killer, sempre più depresso in finale di film.

Ciò che rende veramente avvincente un film horror è quindi la capacità dimostrata dalla victim hero, NONOSTANTE TUTTO, di sopravvivere.

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Il mito di Davide e Golia torna ad affascinare l’uomo con la sua taumaturgica lezione di vita: l’intelligenza e la scaltrezza vincono sulla forza bruta, l’umiltà ha la meglio sulla bieca presunzione.

Bene. Eppure tutto ciò mi fa riflettere e non poco.

La donna: fashion victim nella realtà, victim hero nella finzione. Shopping e coiffeur nella vita, vestiti laceri e capelli spettinati nei film. Come si spiega? E soprattutto com’è possibile che quest’apparente antinomia riesca tanto a entusiasmare entrambi i sessi?

Testarda come sono ci ho riflettuto a lungo e sono giunta a una conclusione. Non sono certa che vi piacerà sapere ma avendo sprecato il mio tempo e il mio pensiero non intendo buttare tutto alle ortiche. Quindi, ecco la mia spiegazione.

La donna, in realtà, non è affatto contenta di sé e dell’immagine che i media le hanno costruito addosso. Non è soddisfatta delle sue ingombranti unghie a forma di coltellino per il burro (peraltro molto utili in quei party in cui ti rifilano la solita tartina con il salmone), delle sue protesi posticce, dell’intimo che regola, stringe, alza e modella i glutei, dei suoi maquillage effetto Photoshop e soprattutto di quei dannatissimi plateau strutturalmente molto simili a palafitte del Neolitico.

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Gli uomini, dall’altro lato, non hanno mai avuto il coraggio di ammettere apertamente che la femminilità, a parer loro, non è ostentazione e superbia, ma discrezione e modestia.

Non hanno tutti i torti. Bisogna riconoscerlo. La metà del cielo, cui io stessa appartengo, ha un gran cervello, è vero, ma dovrebbe smettere di impiegarlo  in attività del tutto inutili come la classificazione di almeno venti  tonalità differenti di verde (verde cacciatore, verde arlecchino, verde menta, verde salvia, verde oliva, verde muschio, verde mimetico, verde smeraldo, verde mare, verde chiaro, verde scuro, verde semaforo, verde bottiglia… ), laddove il maschio continuerà a vedere sempre e soltanto verde.

La donna ha un’ammirevole forza di volontà, ma dovrebbe rinunciare a utilizzarla esclusivamente per accaparrarsi il saldo più appetibile di stagione.

La donna ha una gran dignità, ma dovrebbe imparare a usarla in maniera costruttiva, per raccogliere i pezzi infranti della propria immagine e specchiarsi appagata nel riflesso intatto della propria purezza originaria.

Donne, non aspettate l’arrotino per affilare i coltelli. Smettetela di piangervi addosso, attribuendo agli uomini colpe che non possiedono. Assumetevi le vostre responsabilità. Riconoscete gli  sbagli commessi e prendetevi alla fine l’incommensurabile soddisfazione di essere vere eroine, salvando voi stesse dal mostro più spaventoso che vi abbia mai inseguite: La vostra infantile, lamentosa e pervicace PUSILLANIMITA’ (cfr. pochezza d’animo).

Insomma… tirate fuori la final girl che è in Voi!

Io intanto vado a dire due paroline al Regista, che quella cosa lì del “… e tu partorirai con dolore!” mica mi convince tanto.

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