Rétro ma non troppo ovvero anche le pulci (del mercatino) hanno la tosse 1

Dicono che per trovare un lavoro appagante occorra mescolare passione e talento. Anche se si tratta di inclinazioni originali, magari anacronistiche e del tutto inutili, va bene lo stesso. Poi la via, il modo di renderle attuali e attuabili si trova.

Chiariamo subito una questione: grossi talenti non ne ho, ma so cosa mi procura piacere.

Da piccola avrei voluto diventare un’archeologa. Ero affascinata dai ruderi, dall’alone di mistero che li circondava, entusiasta all’idea che avrei potuto scoprire un tesoro sepolto laddove nessuno si era mai sognato di andare a cercare. Non necessariamente gioielli e pietre preziose. Il gusto del macabro mi spingeva a preferire tombe e reperti funerari. Mi bastava inciampare in una fossa per far volare l’immaginazione e credere che, scavando, avrei potuto imbattermi in una fila interminabile di gradini diretti chissà dove.

Crescendo, pur non perdendo di vista le buche, ho iniziato ad amare la lettura. Continuavo a mostrare particolare predilezione per storie cupe e paurose: quando terminavo coi delitti, passavo ai fantasmi, quindi ai vampiri e ai licantropi. Ma in fin dei conti ho letto un po’ di tutto. Anche romanzi nei quali i personaggi vivono vite piuttosto tranquille senza necessariamente incappare in streghe e mostri. Del resto, in maturità, ho scoperto che i mostri veri si incontrano un po’ ovunque: in farmacia, al supermercato, in libreria… No, forse in libreria no.

Con l’avanzare degli anni ho iniziato ad apprezzare tutto ciò che è vecchio, ammantato di storia e di polvere. Ho capito che certi oggetti conservano minuscole particelle cosmiche di passato e, cosa importantissima, ho imparato a distinguere fra vintage e rétro. La parola vintage, che dovrebbe derivare dal francese vendenge, ossia vini d’annata e di pregio, indica oggetti di culto che hanno segnato un’epoca, vecchi di almeno venti anni. Con il termine rétro, invece, si indicano le “riproduzioni” in chiave moderna di vecchi oggetti. Il rétro, in poche parole, è un doveroso e gradito omaggio al passato.

La stessa cosa che vorrei fare io inaugurando questa rubrica che, per l’appunto, ho deciso di chiamare Rétro ma non troppo.

Dov’è il talento?, direte voi.

Nessun talento, infatti.

Però c’era quest’idea che mi frullava in testa da tempo: mettere insieme la scrittura, in forma di racconto, e i miei avventurosi viaggi spazio temporali al mercatino dell’usato. Due cose che mi entusiasmano moltissimo.

Insomma, pensate a me come una specie d’inviata-archeologa-bibliofila-di tutto un po’… e il profilo inizia a delinearsi più chiaro.

Vengo al sodo: durante la mia ultima visita fra vecchie croste di pittori più o meno sconosciuti e bicchieri di cristallo, in cosa mi sono imbattuta? Cosa ho acquistato? Cosa ho dovuto lasciare seppur a malincuore?

Partiamo dalla fine.

Cosa ho lasciato.

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In realtà non avevo in mente proprio lui, ma un altro libro. Un’altra prima edizione che mi era sfuggita in un precedente “viaggio”: Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino.

Non c’è stato nulla da fare. Non l’ho più trovato. Suppongo si sia offeso per il fatto che l’abbia abbandonato sulla scaffale, ostentando indifferenza ai suoi continui ammiccamenti. Deve essere ancora lì, ne sono certa, perché risulta nel registro dati del reparto.

Va bene, aspetterò che gli passi. Sempre che nel frattempo non lo arraffi qualcun altro.

Al suo posto, mi è venuto incontro, in maniera piuttosto sfacciata, un altro interessante romanzo: Punto di rottura di Daphne du Maurier. Ho scoperto che si tratta di una raccolta di racconti, alcuni dei quali, in perfetto stile du Maurier, partono da un’idea raccapricciante e allo stesso tempo geniale. Sapete che Hitchcock si è ispirato alle opere della du Maurier per realizzare capolavori cinematografici come Uccelli, La taverna della Giamaica e Rebecca, la prima moglie? Ecco, allora sapete di cosa parlo.

Fra i vari racconti ve n’è uno intitolato Lenti azzurre che mi ha parecchio incuriosito: il protagonista della storia, dopo un intervento agli occhi, scopre che le persone che lo circondano hanno tutte qualcosa di strano: un muso animalesco. Un aspetto che richiama chiaramente gusti e inclinazioni di ciascuno.

L’ho lasciato. Perché? La risposta è semplice: avevo le braccia cariche. Mi ero fatta un conto approssimativo ed era già piuttosto salato. Confido nel fatto che lo troverò al suo posto la prossima volta. Sperando che non si nasconda come il nostro amico di Berlino.

Adesso arriviamo al momento più gratificante della mia visita al mercatino:

cosa ho preso?

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Non potevo perderlo. Un thriller dal titolo evocativo: La casa delle orbite vuote di Alberto Levi Kessler. È stato amore a prima vista, sia per la cover che ritrae un uomo “nero” con la maschera insanguinata di Topo Gigio, sia per il titolo, che ricorda il famoso film di Avati La casa dalle finestre che ridono.

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Beh, anche la trama non è niente male: ambientazione nella provincia italiana, serial killer efferato che asporta pezzi di cadaveri, lasciando quanto resta dei corpi straziati nei cassonetti.

Quindi, ho arraffato un altro thriller (è il genere che prediligo assieme all’horror, si era capito, no?) di Giorgio De Maria, un autore ingiustamente dimenticato, dice la quarta di copertina. In effetti, da quel poco che ho letto, sbirciando qui e lì, si tratta di un romanzo poco apprezzato negli anni della sua prima uscita, nel 1977.

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Mi era giunta voce della sua esistenza da un sito che apprezzo molto (Bizzarro Bazar). Trovarmelo davanti, come se aspettasse proprio me, è stato incredibile.

Infine un saggio. Visto che le case infestate vanno sempre di moda, almeno nel mio piccolo mondo inquieto, ho scelto di portarmi via Fantasmi Spettri e Case maledette di Maria e Alberto Fenoglio. Maria è una competente scrittrice in campo esoterico, una delle poche a possedere “un fantasma di famiglia”. Così è scritto in quarta e io mi sono fidata ciecamente.

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Per concludere, vi racconterò in cosa mi sono imbattuta, e mi ha fatto battere forte, forte il cuore. Appena uno sguardo di ammirazione e nulla più, considerando il prezzo. Si tratta di un paio di gioiellini dattilografici degli anni 30. Belle, bellissime macchine da scrivere: una M 40 Olivetti e una Triumph modello Standard 12.

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Il cartellino riportava una cifra ragguardevole anche se, da una mia breve ricerca su siti come ebay et similia, ho scoperto che per questo genere di rarità i collezionisti sono disposti a spendere quasi il doppio.

Il mio resonto di viaggio per oggi finisce qui. Vado a scambiare due parole con i nuovi acquisti. Alla prossima!

P.S. Ricordatevi che anche le pulci hanno la tosse.

Soprattutto quelle del mercatino.

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Chiara

Amo i gatti.
L’anima selvaggia e scaltra ben celata nel piccolo corpo elastico e nelle iridi screziate. Taglienti fessure, dischiuse in un varco ultraterreno inaccessibile.
Amo i libri.
La possibilità che ti concedono di essere chiunque, altrove e in ogni tempo, restando ferma. Le pupille incollate agli inafferrabili caratteri, le dita aggrappate alle pagine inconsistenti.
Amo le montagne e i boschi che le popolano.
La sensazione di essere esaminata dagli occhi curiosi ma discreti della Natura. Compagna inesplicabile, di frequentate solitudini.
Amo il mare.
Liquida sostanza impregnata di rabbia e di sale. Distillato prezioso di tempeste trascorse e di misteri abissali.
Amo ferire, imbrattare e mettere a dura prova il mio corpo.
Per constatarne il limite, per curiosità infantile e per avvertire quel senso di spossatezza, che è inspiegabile fonte di appagamento e di soddisfazione.
Amo la luna.
Il gesto curioso con cui si affaccia ogni notte per scrutarmi, domandandosi cosa appaia realmente al di là del mio volto visibile.
Amo il mio nome.
La luminosa intensità del suo significato e l’ombra sinistra proiettata dalla sua sostanza.