La casa delle Signore Buie, Pupi Avati, Roberto Gandus – Golem Edizioni

Nella Sicilia di fine ‘700, l’amore tra il conte Morè Barreca e la bellissima Assunta è contrastato dalle responsabilità familiari, che richiedono che il giovane nobile sposi Nunzia, primogenita del marchese Macola e sorella maggiore della ragazza. Riusciranno la distanza e il confino nel monastero della “Contemplazione della morte” a spezzare un legame profondo e sincero? Tra oscure pratiche, rituali perversi e inquietanti misteri, la speranza ha la forma di un aquilone: può levarsi in volo alla prima brezza marina, ma il filo che lo sostiene è più delicato della seta.

Dal genio visionario di Pupi Avati e Roberto Gandus, un romanzo che prende spunto dalle cronache dell’archivio delle indagini tribunalizie della città di Noto.

 

Dopo “La casa dalle finestre che ridono”, un’altra inquietante dimora fa da scenario a una storia conturbante, di quelle che ti strisciano sotto la pelle per giorni e giorni, facendoti sussultare per ogni scricchiolio udito nel silenzio della notte.

“La casa delle Signore Buie”, a differenza del primo capolavoro mistery del regista bolognese, e di tante altre sue pellicole di successo, non è ambientata in Emilia, fra le nebbie della Bassa Padana, ma nell’assolatissima Siracusa.

Il tufo giallo, con cui è costruita la splendida città barocca di Noto, rende ancor più fiammeggiante la narrazione.

A questo proposito, vorrei sottolineare il sapiente gioco di alternanza, nella trama, fra luce e buio, sole e ombra: da un lato il chiarore infuocato dei vicoli mezzi deserti, delle campagne cosparse di ulivi e, dall’altro lato, l’oscurità della Casa delle Signore Buie, delle sue stanze claustrofobiche, dei suoi corridoi labirintici, le cui mura continuano a essudare una sostanza maleodorante.

La Casa delle Signore Buie è lontanissima dal sole e dalle note agrumate di Noto, è sperduta al largo delle coste siracusane, e circondata da un mare nerissimo. I gozzi che si avventurano per raggiungere le sue sponde devono navigare “a fiuto”, seguendo la rotta dell’istinto e del coraggio, e vengono accolti da un triste rintocco lontano di campana, che li guida nell’ultimo tratto, laddove la nebbia si fa più fitta.

L’alternanza – luce, buio – è ripetuta anche nelle voci narranti: quella piena di vita e di coraggio del conte Morè Barreca e quella sempre più spenta e scoraggiata della povera Assunta.

La mia passione per i villains mi ha portato subito ad adorare, già dal nome, la malvagia direttrice della Casa, Orietta del Presagio. Un personaggio che spunta fuori dalle cortine di velluto nero che coprono le alte finestre e che trasuda orrore come le mura della sua Casa.

“Orietta del Presagio era sofferente a un braccio, lo reggeva nell’incavo dell’altro, ma ciò non le impediva di stringere fra pollice e indice una piccola lima con cui rendeva taglienti le unghie dell’indice, del medio e dell’anulare con gesto ossessivo; teneva le spalle rivolte alla stretta finestra, in controluce la sua sagoma era, se possibile, ancora più enigmatica.”

Il Sacro Contagio, che deturpa la sua anima, di cui sono intrise le bende che ne avvolgono il braccio purulento, che contamina il suo fiato mefitico, la rende disturbante. Disturbante al pari di tutte quelle creature sinistre che vivono e respirano sulla terra, ma che hanno un piede calzato a fondo nell’Inferno e dall’Inferno traggono una forza soprannaturale.

Orietta è la sacra ancella della Morte, sua serva devota.

“In questo luogo la vita e la morte si confondono in modo inestricabile… Quello che i vostri preti rigettano con orrore ha assunto qui una sua magnificenza…”

La Morte travalica ogni confine razionale e diventa un capolavoro, al pari dell’enigmatico affresco raffigurante il martirio di San Sebastiano, ne “La casa dalle finestre che ridono”, a proposito del quale si diceva: “Solo un grande artista può dare un senso così… così vero alla morte”.

Un capolavoro da ammirare. Non a caso, secondo quanto affermato dal coautore, Roberto Gandus, l’idea narrativa nasce durante una visita di Pupi Avati a un antico convento delle monache Clarisse, nell’isola di Ischia. Nei sotterranei dell’imponente costruzione un’incredibile sorpresa: degli enormi troni in pietra sui quali venivano deposte le monache defunte. Al centro del sedile un buco, e sotto, in terra, un buiolo. I corpi lasciati lì a consumarsi producevano del liquami, che venivano poi raccolti nei bacili.

Questo macabro rituale, di cui ora restano a testimonianza gli inquietanti scanni, serviva a riunire le monache vive nei sotterranei in modo che potessero “contemplare la morte”, assistere cioè al deperimento del corpo, inutile contenitore dell’anima.

D’altra parte, “L’uomo è un’anima che trascina un cadavere. Noi deploriamo come morte il suo stancarsi, alla fine, di fare da spazzino”, diceva Guido Ceronetti.

 

La collezionista di organi, Alda Teodorani – Profondo Rosso

Osservando il titolo, “La collezionista di organi”, il primo istinto è stato quello di chiedermi: “esattamente… di quali organi stiamo parlando?”. Cercate di capire, Alda Teodorani è degna rappresentante degli undici folli scrittori (inferiori alla gang tarantiniana solo da un punto di vista numerico) che con l’antologia “Gioventù Cannibale”, negli anni novanta, misero a nudo la società italiana, svelandone il lato più morboso e cruento.

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Forse suggestionata dal titolo, mi sono domandata se corressi il rischio di imbattermi in altrettanta violenza, e se anche questa raccolta di racconti, come la sua lontana cugina cannibale, grondasse sangue o nascondesse pezzi di cadavere, infilati senza troppi complimenti fra l’indice e la quarta di copertina (lo zio Tibia sarebbe orgoglioso del mio humor nero). Invece così non è stato… non esattamente.

Fate attenzione, perché la cosa si fa più sofisticata (nel senso filosofico del termine).

Ci sono organi, sì, questo è vero, ma a ciascuno di loro è attribuita una funzione precisa. Ciascuno di loro offre uno spunto di riflessione e un insegnamento: la violenza, il dolore e la sofferenza hanno tutte una matrice comune: la solitudine. La solitudine crea disagio, la solitudine crea alienazione, la solitudine crea false aspettative, e, soprattutto, la solitudine crea morte. Morte che, bisogna essere precisi, non è quella scontata, a volte scenica e impressionante del corpo, ma è quella più silenziosa, subdola e nascosta dell’anima.

Il primo organo coinvolto nella trama è senza dubbio il cervello. Il cervello del lettore. La sua mente, piano piano, prende consapevolezza di un pensiero ricorrente, un pensiero molto disturbante: il male non ama la banalità, il male preferisce nascondersi in luoghi originali, a volte persino ricercati. Dimenticate i cliché della letteratura horror – vecchie case diroccate con finestre infrante e sgabuzzini che scendono all’inferno, dove sono pronti ad accogliervi (in tutta onestà) zombie putrefatti e vampiri assetati di sangue – e rimpiazzateli con affollati set cinematografici, studi medici e distretti di polizia, laddove uccidono, e sono pronti a coprire i loro efferati delitti, registi, aitanti giovanotti, dottori e poliziotti corrotti.

Il male colpisce alle spalle. Il male è vigliacco.

Un altro organo, il cuore. Un cuore carico, saturo di desiderio. Alcuni racconti di Alda hanno un risvolto erotico originale, direi spiazzante. Sì, perché l’eros, a differenza di quanto si è soliti pensare, non soddisfa, non appaga, ma stuzzica la fame, come succede con il predatore una volta che ha annusato l’odore seducente del sangue.

L’eros è insaziabile voluttà di carne e, a volte, di vendetta.

Il terzo “organo” chiamato in causa, forse il più importante di tutti, è l’anima.

L’anima dei personaggi aleggia spesso fra le pagine di questi racconti. In alcuni casi si tratta di fantasmi, in altri si tratta di strane entità, ma l’anima più tormentata e perversa è senza dubbio quella degli uomini che, in limine mortis, vengono chiamati a rispondere dei delitti compiuti. Allora, le parole di Alda risuonano severe e implacabili. Mi viene in mente la psicostasia, l’antico rito funerario con cui gli egizi pesavano l’anima dei defunti: da un lato l’anima, dall’altro la piuma, il simbolo della giustizia.

L’uomo non si salva. La piuma volteggia per aria, scalzata da un peso invincibile e questa umanità cialtrona, egoista, presuntuosa, corrotta e allucinata viene data in pasto alla dea Ammit, la divinità rappresentata nei geroglifici attraverso la fusione degli animali più temuti in Egitto: il coccodrillo, il leone e l’ippopotamo.

Una collezionista di anime perdute, questa dea Ammit… un po’ come la nostra Alda.

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La luce delle trappole, Federica Dotto ‒ Montedit edizioni

Opera 3^ classificata al Concorso Ebook in… versi 2015.

Questa la motivazione della Giuria:

«Se la poesia di Federica Dotto fosse musica, sarebbe una lirica d’arpa celtica, nella quale gli aspetti magici e favolistici della natura hanno un’armonia quasi esoterica, abbracciando un continuo colloquio mistico con le energie primordiali del sé, rivisitando la nascita, la vita, la morte. 
Ciò che è amaro nei versi dell’autrice, è temprato dalla consapevolezza sotterranea dell’inscindibile unione tra il poeta e il cosmo, tra i versi e gli archetipi universali, in un idillio che rinnova la speranza salvifica di sfuggire alla tristezza d’essere, attraverso un rapporto totale con se stessi, sfidando gli abissi e i demoni interiori.
 La poetessa usa un linguaggio colto, con una modulazione che al primo sguardo può apparire criptica e intimistica, ma la musicalità dei versi ci trascina in una danza dove ogni aspetto dell’esistenza umana è lungamente macerato e sofferto, bilanciato e armonizzato.
 Dietro ad ogni fenomeno naturale c’è un’equivalenza spirituale: tale corrispondenza è immediata, simultanea, cromaticamente e figurativamente affine. 
Ecco dunque che la sofferenza si eleva come un canto inevitabile, ergendosi come un Titano al di sopra delle miserie umane, delle banalità che tanto sconfiggono la brama di cielo del poeta. La luce delle trappole è il bagliore illusorio di ciò che la vita ci dà e ci toglie, ma anche l’ispirazione celeste e ardita di Federica Dotto, poetessa dell’anima». Alessandra Crabbia

Le mie impressioni:

Ciò che più mi ha colpito in questa silloge poetica, oltre all’indubbio talento che l’ha ispirata, è la duplice natura dell’autrice.

Federica Dotto, creatura sensibile e leggera, come solo una fata può essere, a tratti preferisce indossare i panni più provocatori di una strega: lo sguardo che indugia fra gli incubi, e il viso sollevato a invocare la luna. Il canto, allora, si trasforma in verso cupo.

Il titolo stesso della raccolta poetica è in equilibrio precario fra due estremi: la felicità di un istante e la dannazione eterna.

“La luce delle trappole” è una tagliola pronta a serrare i suoi denti scintillanti sul lettore. Un bagliore effimero, subito divorato da perenne oscurità.

Le continue metamorfosi vissute dall’autrice sottolineano ancor di più quest’ambivalenza: “La mia vita erba folle”, “Il nostro spirito pratito”, “nel ronzio del cuore vagiti di vento”.

Madre Natura intreccia i suoi rami rigogliosi attorno ai versi della silloge, scorre liquida nei labirinti scavati dalle metafore, soffia nei rintocchi delle pause e crepita attorno alla fiamma viva della passione. Poesia che si fa elementale: Terra, Acqua, Aria e Fuoco. E, a dominare ogni cosa, c’è lo Spirito selvaggio della poetessa.

La poesia che più mi ha emozionato è “Ho un campo sul dito”.

Leggetela con me, qui, ora:

Ho un campo sul dito

e un lombrico chiuso nell’orecchio.

Per quanto si dica

la mia natura è perduta

e un fiotto di mosche

mi esce dalle labbra.

Coltivarmi in cielo

è stata un’arguzia dell’inferno.

Il verso finale, sospeso fra cielo e inferno, è la quintessenza della poesia romantica: ambiguità, seduzione e morte. I temi preferiti dai poeti maledetti.

Federica Dotto ha un raro talento poetico: è un tenero bocciolo del male, pronto a schiudersi in un campo empireo.

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La morte è un’opzione accettabile, Gabriella Grieco ‒ I Sognatori Casa Editrice

Trama:


Una donna entra in una stazione di polizia italiana e sequestra tre persone. È sola contro centinaia di agenti, ma nessuno può intervenire. La ragione? Semplice: la donna stringe in mano un detonatore; il detonatore è collegato a dell’esplosivo; l’esplosivo è assicurato a una cintura; la cintura gira attorno al torace dei sequestrati. Il pulsante del detonatore è già stato schiacciato: nel momento in cui il pollice dovesse allentare la presa, i sequestrati salterebbero per aria. Alla donna non accadrebbe nulla, qualora l’esplosione avvenisse lontano da lei. E se dovesse avvenire nelle sue vicinanze… non avrebbe importanza, poiché per la sequestratrice la morte è un’opzione accettabile. Pagina dopo pagina, il romanzo spiegherà chi è la donna e per quale motivo agisce con tanta rabbia e tanta determinazione.

Le mie riflessioni:

Ho incominciato a scrivere questa recensione dopo l’ennesima sentenza ingiustizialista italiana, per cui spero perdonerete il mio atteggiamento poco comprensivo nei confronti di chi, pur commettendo delitti anche molto gravi, rimane impunito o ottiene una pena lievissima.
È bene oltretutto che aggiunga una cosa: adoro le creature vendicative. La vendetta, dal mio punto di vista, non è altro che polvere di giustizia violata, posata sulla bilancia dell’Universo, per riequilibrare le sorti dell’intero Creato.
La giustizia è umana. La vendetta è divina.
I migliori, tenetelo bene a mente, sono tutti vendicativi. Le streghe sono vendicative, i gatti sono vendicativi, persino gli scrittori lo sono. Sì, certo! Perché gli scrittori, inventando storie avvincenti, e potendo scegliere il finale che più li entusiasma, non fanno altro che vendicarsi della vita.
Purtroppo, raramente la vita concede una seconda possibilità. Grazie all’immaginazione, invece, si possono sperimentare tutte le opzioni prospettabili. E Isabella, la protagonista di quest’avvincente thriller, si guadagna con sacrificio la propria occasione di riscatto.
In effetti, l’intera trama del romanzo si affida a una scelta fondamentale: quella fra giustizia e vendetta, ovvero fra vita e morte.
È ovvio che la decisione, una volta presa, conduce a esiti del tutto divergenti, e in un solo caso si può rimanere indifferenti, dondolandosi pericolosamente sull’orlo del dilemma, pur continuando a tenere a bada vertigine, nausea e senso del pericolo. In un solo caso: quando non si ha più nulla da perdere.
Solo a quel punto la morte diventa, come preannunciato dal titolo, un’opzione accettabile.
Mi viene in mente una frase, pronunciata da una splendida Juliette Binoche in una scena famosa del film “Il danno”: “Ho subito un danno. Le persone danneggiate sono pericolose. Sanno di poter sopravvivere… È la sopravvivenza che le rende tali… perché non hanno pietà. Sanno che gli altri possono sopravvivere, come loro.”
Già.
La nostra Isabella è un’agguerrita final girl, a metà fra la fatale protagonista de “Il danno” e la sanguinaria Beatrix Kiddo di “Kill Bill”.
Come Beatrix risorge dal coma e si accorge di aver perduto tutto. Tutto ciò per cui vale la pena vivere (ma non tutto ciò per cui vale ancora la pena morire). E come Anna Barton, alias Juliette Binoche, non vede l’ora di sperimentare il proprio grado di pericolosità.
Ora, è vero che il nemico di Isabella sono le Istituzioni e che la sua sete di giustizia/vendetta per trovare soddisfazione deve passare attraverso un percorso non proprio ortodosso. Tuttavia è altrettanto vero che una società corrotta fin nel midollo non merita compassione, ma disgusto, rifiuto, ribrezzo.
Sì, lo devo ammettere. Ho fatto il tifo per Isabella: ho sperato con tutto il cuore che riuscisse a ottenere la vendetta o, meglio ancora, la giustizia meritata, e ho dovuto trattenermi per non sbirciare fra le ultime pagine e verificare che fosse com’io speravo.
Sono certa che anche voi vi appassionerete alla trama, ai personaggi e soprattutto alla prosa di questo thriller: ai suoi dialoghi serrati, alle descrizioni fulminanti, alla rapidità dei cambi di scena.
Una prosa lapidaria come Isabella, che non si trastulla con inutili giochi di parole. Mai.
Il lettore, seppur incalzato dall’esplosione imminente, vorrebbe indugiare sui sentimenti feriti della protagonista. Isabella, però, non concede nulla, non si scopre, se non un attimo soltanto nel finale.
Arrivati a questo punto, la tensione si scioglie un poco, come a voler riprendere fiato dopo una lunghissima rincorsa, e si rivela nella sua interezza l’amaro messaggio del romanzo, lanciato nel vuoto di un panorama mozzafiato, sulla sommità di una montagna incantata: l’umanità è perduta in maniera definitiva solo quando non si hanno più speranze.
E ringraziando il cielo, per noi amanti della Vendetta, la Giustizia rappresenta un ottimo surrogato… Ehm, volevo dire: per noi amanti della Giustizia, la Vendetta rappresenta un ottimo surrogato.

Marnie dei Ricordi… e del Perdono

Per soli tre giorni, precisamente il 24-25-26 agosto, le sale cinematografiche italiane proietteranno un lungometraggio d’animazione giapponese diretto da Hiromasa Yonebayashi e prodotto dallo Studio Ghibli. La sceneggiatura è tratta dal romanzo della scrittrice e illustratrice britannica Joan G. Robinson “When Marnie was there”.
Personalmente trovo il titolo originale giapponese 思い出のマーニー (Omoide no Mānī), “Marnie dei ricordi”, molto più musicale e suggestivo della versione italiana “Quando c’era Marnie”.
È proprio ai ricordi perduti, infatti, che bisognerebbe risalire, per recuperare il significato profondo di questo piccolo gioiellino d’animazione.
Ma andiamo per gradi.
Anna è un’orfana di dodici anni insicura e introversa. Su consiglio del medico, la madre adottiva decide di farle trascorrere le vacanze estive al mare dagli zii, in modo che l’aria salubre del posto possa guarirla dall’asma.
Gli zii sono molto ospitali e simpatici, ma, nonostante questo, Anna continua a percepire disagio, incapace com’è di accettarsi e di relazionarsi con i propri coetanei. Così non le resta che dedicarsi al suo unico svago: il disegno.
Durante una delle sue abitudinarie passeggiate, alla ricerca di solitudine e d’ispirazione, la ragazzina s’imbatte in una villa misteriosa, circondata da un acquitrino, il cui livello s’innalza e si abbassa con il cambiare della marea.

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Inizialmente l’abitazione le sembra disabitata, ma visite successive le permettono di scorgere delle luci e, a una delle finestre del piano superiore, le pare di intravedere una ragazza bionda, seduta a una toeletta: una donna anziana, alle sue spalle, le pettina i capelli lunghissimi.
La ragazza non è altri che Marnie, con cui Anna, in occasione di una delle numerose escursioni alla villa, stringe un’amicizia segreta: i loro incontri hanno la consistenza dei sogni e il sapore dolce-amaro dei ricordi nostalgici.
Ecco, torniamo ai ricordi. Il nodo essenziale della storia.
Il lungometraggio è ricco di suggestive metafore, ma quella che più mi ha colpito ha per oggetto l’acqua, l’innalzamento improvviso della marea e il potere gravitazionale esercitato dalla presenza della luna: è sottinteso che i ricordi affiorano in superficie, se alimentati dalla forza liquida e catartica dell’inconscio.
Più potente ancora dell’inconscio c’è soltanto la capacità magica sprigionata dalle anime “interrotte”. Anime che si rivelano per quello che sono veramente, solo a coloro i quali hanno la sensibilità di coglierne il tormento.
Anime che hanno bisogno di saldare il conto con un destino crudele.
Anime creditrici di vita e di sogni.

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Sogni, sì. Infatti Marnie non è altro che la versione manga di Alice nel Paese delle Meraviglie. Stesso abitino celeste, stessi capelli biondi e occhioni azzurri. Stessa capacità di viaggiare attraverso solide illusioni, scombussolando i cuori, scalzando pregiudizi, insinuando dubbi.
Soltanto che il Paese delle Meraviglie, creato appositamente da Marnie per l’amica Anna, ha un sapore romantico- decadente, ambientato com’è nei dintorni della villa fatiscente, fra siros abbandonati, paludi misteriose e boschi incantati.
La storia, mano a mano che si rafforza il legame di amicizia fra le due ragazze, assume un ritmo sempre più lieve e continuo.
Puntuale come l’innalzamento della marea, Marnie si rivela ad Anna, la conduce a visitare le stanze lussuose della villa, la invita ai party eleganti organizzati dai genitori. Ora è una danza al chiaro di luna; ora è una gita in barca al tramonto, con le increspature all’orizzonte rese cangianti dalla lama obliqua dei raggi; ora è una sfida alla furia del temporale, incanalata nell’abisso cilindrico del siros buio e pericolante.
Le vacanze estive di Anna si trasformano piano piano in un’esperienza catartica, che le rivelerà chi è veramente, aiutandola ad accettare il dolore di un passato ormai rimosso e consentendole di comprendere il valore irrinunciabile del perdono: gesto generoso e salvifico, in grado di liberare le persone che amiamo e soprattutto noi stessi.

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Il Grimorio del Lago – Dietro le quinte: l’arte del dubbio.

La scrittura, come altre forme di arte (pittura, scultura, musica, cinematografia…), è un incantesimo, una magia, che insinua dubbi sulla realtà.

Esattamente in questo consiste la fantasia degli artisti: la capacità di coltivare il dubbio. Una piantina gracile e rara, da molti considerata perfino tossica.

Eppure Paracelso lo aveva chiarito più di cinquecento anni fa: “Nulla è di per sé veleno, tutto è di per sé veleno, è la dose che fa il veleno”.

Devo ammettere che la mia dose quotidiana di dubbio è elevata: la realtà offre spazi troppo ristretti perché io possa sentirmi a mio agio. Ho bisogno di costruire castelli altrove; più che castelli, case diroccate, preferibilmente infestate da presenze inquietanti: fantasmi, creature soprannaturali e… streghe.

Ho bisogno di ascoltare i miei mostri.

Il “Monstrum” (dal latino “monere”, avvisare, ammonire) è un segno divino. Il mostro, nel significato originario, è il mostrarsi improvviso di qualcosa di straordinario, che viola la natura e contemporaneamente è un ammonimento per l’uomo.

In questo modo sono nati la mia scrittura, la mia passione per le storie oscure, “Il Grimorio del Lago”. Da un dubbio.

Le streghe esistono davvero? Di certo sono esistiti i roghi. Hanno infiammato l’Europa per più di duecento anni. Ma le accuse rivolte alle presunte streghe avevano un fondamento di verità, oppure rappresentavano solo un pretesto attraverso cui ci si liberava di una persona scomoda?

“Quella della stregoneria era un’accusa semplice, facile da dimostrare, con confessioni estorte tramite torture, che annichilivano ogni forma di giudizio in chi le subiva; soprattutto, era un’accusa sufficientemente vigliacca, da consentire, a uomini di così bassa levatura morale, di lavarsi per sempre la coscienza da eventuali colpe o rimorsi.”

Così parla la protagonista del mio romanzo, Elisa.

“Il Grimorio del Lago” è una storia tutta al femminile. Tre donne – Bianca, Elisa e Demetra – che si avvicinano e reagiscono in maniera diversa al “monstrum”, al prodigio della Natura.

Da scrittrice, molti sono i “segni” cui ho prestato ascolto.

Spesso ho avuto la sensazione che una mano invisibile guidasse la penna in un percorso fantastico, conducendomi passo per passo in posti completamente sconosciuti e svelandomi segreti affascinanti.

Con la Brigantia Editrice è stato amore a prima vista.  Mi è bastato leggere la sezione intitolata “chi siamo” presente nel sito ufficiale: “Brigantia, è uno dei nomi di una delle più importanti dee del pantheon celtico: Brigid, la triplice dea del fuoco. Come lei, anche il fuoco che la rappresenta ha una valenza triplice: il fuoco del focolare, che fa di Brigid la patrona della guarigione, della fertilità e della famiglia; il fuoco della forgia come simbolo di trasformazione e coraggio, e il fuoco dell’ispirazione che la fa patrona della poesia e della letteratura.” (http://www.brigantiaeditrice.it/index.php?id_cms=4&controller=cms).

Infine la copertina del libro. Cercavo un’immagine che potesse riassumere  i messaggi contenuti nel romanzo – il mistero del lago, la presenza femminile, il trascorrere inesorabile del tempo – e mi è balzata subito all’occhio la creazione di un talentuoso fotografo spagnolo, Antonio Mora (http://www.mylovt.com/), capace di fondere nelle sue oniriche forme espressive, paesaggi e volti umani. Il titolo attribuito dall’artista alla foto è, guarda caso, “La Dama del Lago”.

Mi congedo dando un piccolo consiglio ai futuri lettori de “Il Grimorio del Lago”: lasciatevi coinvolgere dai sensi. Soprattutto dal più importante fra essi. Il sesto. Il dubbio.

“Il Grimorio del Lago”, romanzo drammatico – esoterico

Autrice Mariachiara Moscoloni

Secondo classificato al Premio Internazionale di Narrativa “Le Fenici” 2013

Brigantia Editrice

http://www.brigantiaeditrice.it/index.php?id_product=25&controller=product

I colori del Male, Lidia Del Gaudio – Lettere Animate Edizioni

“Marie si era alzata, in silenzio aveva camminato fino al grande

salotto e aveva squarciato col coltello il quadro davanti al quale

aveva trovato il ragazzo. Non aveva guardato cosa raffigurasse, non

le interessava, per lei era solo la causa della smorfia crudele sul volto

del suo tesoro, un ghigno che l’aveva reso irriconoscibile, gli aveva

risucchiato il fiato e lasciato la bocca aperta in un urlo muto.

Non si era neppure accorta dei canarini che giacevano stecchiti sul

fondo della gabbia.”

Va bene, va bene, lo ammetto. Ho una passione, neanche troppo nascosta, per le storie che raccontano di quadri, pittori maledetti ed entità maligne annidate nelle sfumature più oscure di una tela. Ma credetemi, “I colori del Male” è un romanzo che si fa amare a prescindere dalle propensioni soggettive del lettore.

La struttura narrativa, con i dosati flash back, capaci di ritrarre in maniera fedele scorci storici fra i più inquietanti del nostro passato, è orchestrata in maniera impeccabile.

Pochi tratti efficaci delineano i contorni salienti dei personaggi. Sono sufficienti un gesto o una frase per intuirne l’anima.

Le parti descrittive e quelle introspettive si amalgamano alla perfezione, dividendosi equamente lo spazio delimitato della cornice.

I dialoghi non concedono nulla al caso. Sono pennellate decise e vibranti. Di tanto in tanto lasciano gocciolare segreti, intuizioni, allusioni.

L’intero romanzo è un dipinto nello stile dannato di Caravaggio. Un chiaroscuro che evidenzia ombre, dando volume ai recessi dell’io. Una lumeggiatura che esplode, accecante, nei pochi tratti in cui è percepibile la soluzione dell’enigma.

A proposito di ombreggiature. Vi siete mai chiesti che intensità abbiano i “Colori del Male”?

No? Bene, sono qui per spiegarvelo.

Prendete le tinte cupe del terrore infantile. Tanto per intenderci, quelle utilizzate nel romanzo capolavoro di Stephen King, “IT”.

Adesso, mescolatele con la sfumatura mortifera che infetta il ritratto di Dorian Gray.

Ecco, così, esattamente! Avete ottenuto la giusta nuance.

Milo, il bambino undicenne protagonista del romanzo, potrebbe entrare a pieno titolo nelle fila dei piccoli “Perdenti” di Derry. La mamma è morta recentemente e il papà è continuamente distratto dal suo lavoro di scrittore. Le vacanze estive, trascorse in Umbria, nel vecchio casale del nonno, vengono turbate da un sogno ricorrente. Da quando Milo si è introdotto furtivamente, in compagnia della sua amichetta Daniela, in una cantina abbandonata piena di oggetti antichi, sottraendone alcuni per sfida, un lamento di bambini straccioni, lacrimosi e affamati ha iniziato a farsi strada nella sua mente intorpidita dal sonno.

Sul coro dei piccoli “Perdenti” si alza la voce seducente di Coquin Mechant, il modello preferito del pittore André Dubois. Il dipinto che lo ritrae in tutta la sua bellezza, vagamente esotica e maliziosa, custodisce il segreto di un morbo appestante, capace di mietere vittime innocenti ogni volta che, nel corso della storia, passa di mano in mano. Coquin conosce il segreto dell’immortalità, esattamente come il mito di Dorian Gray.

Iniziate a sentirla anche voi questa nenia infantile?

Sì. Ne ero certa.

Uno strepito dissonante di carillon invade le mie orecchie. Una vocina beffarda mi intima di cercare il “quadro maledetto”. La curiosità (accidenti a lei!) mi consente di trovare quasi subito ciò che sospettavo già, in cuor mio, esistesse. Ecco qui:

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The Hands Resist Him (1972), è un dipinto dell’artista Bill Stoneham che ritrae un bambino e una bambola dalle orbite vuote. Le loro figure inquietanti si stagliano di fronte a una porta a vetri. Una miriade di minuscoli palmi premono disperatamente contro il vetro, come se volessero superare quell’ideale confine che separa il mondo reale e quello dei sogni.

Gli ultimi proprietari del dipinto lo avevano recuperato per caso nel deposito di una vecchia fabbrica abbandonata. Dopo averlo tenuto con sé per un po’ di tempo, se ne erano liberati perché convinti che si trattasse di un’opera maledetta. Essi sostenevano che durante la notte il bambino e la bambola si muovessero e che il personaggio femminile impugnasse una pistola con cui minacciava il personaggio maschile, costringendolo a uscire dal quadro. Stoneham apparve molto sorpreso dal clamore suscitato dalla sua opera. Secondo lui l’arma impugnata dalla bambola non era altro che una batteria.

Soltanto una leggenda montata ad arte sul web? Forse. O forse no.

Magari i quadri maledetti esistono davvero. In “The Hands resist him” non è certamente raffigurato il nostro “Coquin Mechant”, ma resta comunque quella sensazione straziante di vocine lamentose che squarciano il tempo e lo spazio, per giungere sino a noi.

Mi viene in mente la frase di Paul Valéry riportata nell’incipit del romanzo: Il pittore non deve dipingere quel che vede, ma quel che si vedrà.

Lo stesso potrebbe dirsi per lo scrittore. Egli non deve raccontare quello che accade, ma quello che accadrebbe SE.

Lidia Del Gaudio, autrice del romanzo “I colori del Male”, ha instillato in me il dubbio, prepotente e invincibile, che  il male si approfitti in maniera subdola delle debolezze umane per affermare il suo potere. Allora, quale tempio migliore vi potrebbe essere di un dipinto, ove sacrificare la più riprovevole delle debolezze umane?

Quella per cui si brama il successo, la fama, il potere. La debolezza in nome della quale si combattono guerre, si uccidono persone innocenti, si è disposti a tradire, rubare e corrompere. La debolezza dell’uomo prediletta dal Male: la vanità.

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http://www.ibs.it/ebook/del-gaudio-lidia/colori-del-male/9788868820435.html

La nostalgia felice, Amélie Nothomb – Edizioni Voland

La realtà si forma soltanto nella memoria (Marcel Proust).

L’ultimo romanzo di Amélie Nothomb, intitolato “La nostalgia felice”, è il resoconto del suo ritorno in Giappone dopo sedici anni, documentato in parallelo dai filmati della televisione francese. Una troupe di France 5 segue da vicino ogni passo compiuto dalla scrittrice, insinuandosi con telecamere e obiettivi fotografici nelle emozioni suscitate dalla vista della casa in cui Amélie ha trascorso i primi anni dell’infanzia, dall’abbraccio commosso con la vecchia governante, dalla visita alla scuola materna, dal tour nei luoghi in cui lei il suo amore giovanile hanno trascorso momenti indimenticabili, dall’omaggio commosso a Fukushima.

Un reportage. Sì, certo. Ma un reportage, se esposto alla maniera di Amélie, risulta poetico quanto un sonetto di  Shakespeare.

La scrittrice belga descrive il suo rapporto con il Giappone come uno di quei grandi amori impossibili che ti segnano per tutta la vita. E di quel tipo di amori possiede tutte le caratteristiche: l’incontro durante il periodo vulnerabile dell’infanzia, l’allontanamento e il successivo lutto (Amélie è costretta ad abbandonare il Giappone a soli cinque anni), il nuovo incontro a venti anni (negli anni, cioè, dei suoi “Stupori e tremori” e “Nè di Eva nè di Adamo”), la scoperta, la passione travolgente, infine la fuga e i sensi di colpa.

Si tratta di un viaggio interiore, la cui natura spirituale è chiara sin dal titolo: “La nostalgia felice”. Un titolo che possiede la delicatezza e la grazia di un fiore di ciliegio o di un haiku.

La Natsukashii orientale, “l’istante in cui la memoria rievoca un bel ricordo che la riempie di dolcezza” è contrapposta alla nostalgia triste, alla nostalgia tipicamente occidentale, che, in quanto espressione di un “valore passatista tossico”, viene solitamente disprezzata. La Natsukashii è la saporita, ghiotta madeleine di cui si nutre la memoria proustiana.

La lettura di Amélie immancabilmente mi trasmette un desiderio ineffabile di meraviglia. Ogni periodo è estasi. Ogni similitudine è incanto. Mi lascio cullare dalle sue parole, come se fosse lei a leggere, come se fossi io a scrivere. Amélie incarna quel fenomeno psicologico di cui lei stessa si fa interprete nelle ultime pagine del romanzo. Quel “contact high”, che colpisce le persone lucide qualora entrino in contatto con qualcuno che è sotto l’influenza di sostanze stupefacenti. Amélie mi trasferisce il suo stato d’intossicazione. Assorbo avidamente le sue splendide atmosfere. E grazie a lei scopro l’indicibile.

Cos’è che può essere definito indicibile, domanderete voi? Presto detto: indicibile è l’amore, indicibile è la natura, indicibile è la vita e, soprattutto, la morte. La perdita e la conquista. Indicibile è l’arte e la creatività che riesce a esprimerla. Indicibile è il ricordo.

Compito difficilissimo dello scrittore è narrare l’indicibile.

Amélie Nothomb ci riesce egregiamente.

La grande amarezza

“Non sopporto niente e nessuno. Neanche me stesso. Soprattutto me stesso. Solo una cosa sopporto. La sfumatura”. Dice Sorrentino.

Io, invece, non sopporto tutte quelle suorine che sgambettano un po’ ovunque. Ogni quattro fotogrammi una suora buttata lì, senza senso. Mai viste tante monache in vita mia. Eppure ero convinta che la maggior parte degli istituti religiosi fossero stati costretti a chiudere per mancanza di “personale”, ovvero per crisi di vocazione. Vivo nella città eterna ed è più facile che io incontri per strada mia sorella (peraltro residente fuori Roma), che non una sorella qualsiasi.

Ma, a dirla tutta, ci sono altre cose che non digerisco. Non sopporto gli outing forzati (o sforzati), i discorsi autoreferenziali, i cliché, le spogliarelliste che devono essere salvate a tutti i costi, le volgarità esibite in maniera provocatoria, le grandi sniffate, i canti gregoriani urlati per redimere lo spettatore, le persone che si deprimono perché sono depresse, le istruzioni per i funerali, i ricordi nostalgici di amori giovanili, quelli che ardono sotto la cenere per anni, la bava alla bocca delle sante ultracentenarie.

E, mi pare assolutamente ovvio, non sopporto certi attori, certi ruoli scontati, certe recitazioni da principianti, certi dialoghi inutili, con una forte presenza di sottintesi, che non sottintendono proprio un bel nulla.

In poche parole non sopporto la scarsa credibilità, la superficialità, la banalità e la clamorosa prevedibilità.

Non sopporto i prodotti confezionati ad arte per compiacere i fruitori del genere. Gli americani saranno stati contenti di scartare questa caramella italiana kitsch, cialtrona e volgare, come un adolescente cui capita fra le mani l’ultimo capolavoro paranormal romance di Becca Fitzpatrick.

Tanto per concludere, non sopporto la piccola grande bellezza. Sia quella che ha vinto l’oscar, sia quella con lo stemma Fiat guidata dal regista.

Tarantino, ne sono certa, avrà storto il naso più di me. Disse una volta a proposito del cinema italiano odierno: “Mi deprime. Lei forse vedrà più film italiani di me, ma quelli che ho visto negli ultimi tre anni sembrano tutti uguali. Non fanno che parlare di: ragazzo che cresce, ragazza che cresce, coppia in crisi, genitori, vacanze per minorati mentali. Che cosa è successo? Me lo dica lei. Ho amato così tanto il cinema italiano degli Anni ’60 e ’70 e alcuni film degli Anni ’80, e ora sento che è tutto finito. Una vera tragedia”.

Già, una vera tragedia. Con la Grande Bellezza abbiamo fatto incetta di stereotipi: c’è il minorato mentale che si suicida, c’è il genitore che non lo sa gestire, c’è più di una coppia in crisi e c’è il ragazzo-protagonista che cresce. Se non bastasse questo, c’erano Sabrina Ferilli, Carlo Verdone, Serena Grandi e Antonello Venditti (sì, pure lui).

Maleficent: hail the villains

“Siccome Dio poteva creare una libertà che non consentisse il male ne viene che il male l’ha voluto lui. Ma il male lo offende. È quindi un banale caso di masochismo”.

Ha ragione Pavese? Probabilmente, in parte sì.

Eppure. Eppure. Eppure. Dio non è uno sciocco. Egli sapeva bene ciò che faceva nel momento apicale della Creazione. Certo, qualche cosetta, qui e lì,  gli è sfuggita di mano. Sfido io! L’intero Creato in appena sette giorni! È comprensibile una piccola svista. E noi gliela perdoniamo volentieri, senza stare troppo a recriminare.

Tuttavia, questa cosa dell’eterno conflitto fra il bene e il male, a mio modesto avviso, non è soltanto frutto di una deriva divina di tipo masochista, ma possiede una ragione profonda di essere, una funzione ben precisa: fornire all’uomo un utile momento di svago e di evasione dai noiosissimi stereotipi imposti dalla bontà a tutti i costi. La vita umana, come la trama dei migliori film campioni d’incassi, sarebbe del tutto svuotata di contenuto e di fascino se privata dell’attrattiva del male.

Ecco il ring dove si combatte l’eterno conflitto. Nel lato più luminoso (e pulito) abbiamo l’eroe, abbagliante nella sua tenuta multi accessoriata da combattimento. Buono, puro, coraggioso, spesso anche bello. Ma così bello da far tremare le vene nei polsi. Ti piace vincere facile, eh!

Nell’angolo più oscuro (e lercio) abbiamo il cattivo. Malefico, corrotto, vigliacco, spesso brutto. Non bruttissimo, però: l’increspatura impercettibile delle labbra, dischiuse in sorriso beffardo e la piega del sopracciglio, arrampicato sull’impervietà di una fronte perennemente arrovellata in pensieri contorti e inaccessibili, lo rendono comunque una creatura terribilmente seducente. Il cattivo, dicevamo, deve lottare con le unghie e con i denti (dove li abbia); dannarsi l’anima (ovviamente!); ingoiare il boccone amaro dell’esilio e della solitudine, cui viene solitamente relegato. Il più delle volte si trova costretto a subire i nauseanti alti e bassi di una personalità scissa, frantumata, a barcamenarsi nell’impossibilità di superare un dramma psicologico, un’antica ferita, un’ingiustizia subita.

Io non ho esitazioni. Per la verità non ne ho avute sin da piccola. Io tifo per il cattivo! E anche voi, ne converrete certamente: il male ha il suo fascino perverso.

Di più: i cattivi meritano un’occasione per riscattarsi.

Personaggi celebri come Dick Dastardly, Mercoledì Addams, Norman Bates, Joker, Dracula, Frankenstein, Hannibal Lecter, Tony Montana, Keyser Soze, Roy Batty… e tanti altri ancora. Io ho parteggiato per loro, mi sono commossa per loro e, soprattutto, ho sperato in un “unhappy end” in grado di gratificarli.

Non vi è nulla di più banale di un lieto fine. Purtroppo, mai una volta che le cose fossero andate per il verso sbagliato (che poi sarebbe quello giusto dal mio, lo ammetto, distopico punto di vista). Mai.

Il match, sistematicamente, si è concluso con una presagita vittoria degli eroi per K. O. tecnico, con buona pace degli scommettitori più accaniti. Alla fine, rimane un uomo soltanto, che pulisce svogliato gli spalti, prima gremiti dal pubblico, mentre le luci si spengono con un schiocco metallico.

È sempre andata così ed io, per la verità, mi ero quasi rassegnata a quest’accanimento crudele contro i malvagi. Quand’ecco giungere inaspettata la sorpresa: l’occasione di riscatto, fornita a una delle più seducenti regine malefiche disneyane. A tal punto Malefica, che esattamente questo è il suo nome.

Che meraviglia di donna! Ho sempre adorato il suo stile gotico: l’abito nero di raso dalla falda purpurea, il fedele compagno pennuto perennemente appollaiato sull’impugnatura lucente dello scettro affilato come uno stiletto e quel vistoso cappello cornuto, che le cinge il magnifico capo come un’orrida corona.

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Angelina Jolie, nel film dal titolo “Maleficent”, che uscirà nelle sale cinematografiche il prossimo maggio, presterà il suo incantevole volto all’inquietante creatura. La storia, un sogno malinconico sospeso nell’etere fiabesco della Disney e cullato in una danza ipnotica dalla voce seducente di Lana Del Rey (Once upon a dream: http://www.youtube.com/watch?v=J0GyNwrd9oE), narra le vicissitudini della giovane Malefica, creatura pacifica, amante della natura, immersa in un bosco popolato di creature fantastiche con cui condivide una vita idilliaca. L’armonia della selva incantata viene drasticamente interrotta da un’invasione tanto violenta quanto ingiusta, a opera di un avido sovrano. Malefica viene così cacciata dal suo regno e gettata nell’infernale spira della vendetta. Di Lucifero la perfida strega possiede lo sguardo luminoso e incantatore, l’atteggiamento tormentato e la necessità di rivelare una verità che è stata manipolata e nascosta. Malefica assomiglia a un Lucifero gnostico, che precipita con il suo piumaggio nero di corvo nell’incubo di un abisso senza fine.

Finalmente il punto di vista di un cattivo. Finalmente l’oscurità delle tenebre dilagano nel mondo edulcorato della Disney. Finalmente l’unhappy end che aspettavo da una vita.

Fatine color pastello, principi azzurri e castelli incantati, con torri blu cobalto, che svettano graziose su un tappeto di candide nubi, dovete rassegnarvi: siete passati di moda. Once upon a time…

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Geo, la chimera di Dinamica Channel

Non amo la televisione in genere e le trasmissioni sportive in particolare.

Ma adoro contraddire me stessa. Trovare eccezioni dopo aver compilato una lista esaustiva di regole personali, chiaramente opinabili. Nel mio caleidoscopico Mondo delle Meraviglie le eccezioni non confermano la regola. La rendono meno categorica (dovrebbe essere così, no?). Mi piace infrangere le regole, soprattutto quelle autoimposte.

E allora eccomi lì, davanti allo schermo televisivo, con la tipica espressione soddisfatta del trasgressore seriale dipinta sul viso, a smanettare sui tasti del telecomando, mentre il digitale terrestre schizza i numeri dei canali in ordine crescente… 230, 234, 246… ci siamo quasi… 247, 249! Dinamica Channel.

Comodamente seduta su un divano a tre posti di pelle nera, perfettamente intonato al suo abbigliamento da dark lady, vi è un’affascinante chimera, metà donna e metà pantera; una sirena dalla coda aerodinamica, che guizza disinvolta sull’asfalto, fra interviste ad artisti del settore motociclistico (trasformazioni estreme e modifiche esclusive), appuntamenti in sella per raduni e fiere, informazioni tecniche e regole del codice stradale. L’affascinante conduttrice ha un nome e un cognome: Geo Gandolfo. Non lasciatevi ingannare dallo sguardo ammaliante e dall’abito di raso lucente: quella donna sa cavalcare una moto da strada come la più abile delle streghe, la propria scopa. Ed è esattamente questa la differenza che passa fra Geo e le altre conduttrici televisive di trasmissioni sportive: lei sa perfettamente di cosa sta parlando!

Parla di “potenza”, perché lei guida moto molto potenti, parla di “accelerazione”, perché lei accelera, parla di “frenata”, perché lei frena. In strada e in pista. E, soprattutto, lei non interrompe. In trasmissione. Le invadenti colleghe campy style, che adoperano gesti ostentati ed eccessiva enfasi, avrebbero qualcosa da imparare, osservando Geo mentre conduce “Moto Bazar”.

Non è facile mantenere l’equilibrio sul filo sottile che divide l’esperienza dalla presunzione, la femminilità dalla seduzione, la professionalità dall’impersonalità. Geo Gandolfo lo sa fare. Anche impennando, su una sola ruota.

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Angelina Girasole, Noemi Lombardo – Brigantia Edizioni

“Addumate” la luce: lo spettacolo inizia!

Angelina, Rosa Spina e Maddalena entrano in scena in punta di piedi. Tre donne unite in un unico flusso di amore e di corrispondenza con la Natura: la fragile ingenuità della protagonista, Angelina Girasole; la maturità scaltra e circospetta di Rosa Spina; la sconfinata saggezza di Maddalena. Una triade femminile che rammenta il ciclo infinito delle fasi lunari. La nascita, la vita e la morte.

L’insegnamento impartito da questa meravigliosa fiaba è un monito per gli adulti e una promessa capace di confortare, con il calore di un abbraccio, tutti i bambini: c’è un “Dono” custodito nei nostri cuori, una virtù, che individuata e impiegata in modo adeguato, riesce a infondere luminosità tutt’intorno a noi. Scopriamo così, che esiste uno scopo più grande e ambizioso, un’Anima Mundi che intreccia di fili invisibili la trama della nostra esistenza.

Prendo in prestito le parole adoperate dalla strega cattiva, all’inizio della storia: «I Doni del Cielo ce li abbiamo tutti. A ognuno di noi, mentre ci formiamo nella panza delle nostre madri, ci si incastrano dentro delle qualità speciali che ci caratterizzano. Non tutti le scoprono, ma per esserci, ci sono in ogni essere vivente di questo pianeta: uomini, donne, animali, piante e magari nelle pietre! Tutto sta a capire quali sono questi doni, perché possiamo esprimerli al meglio ed entrare a far parte del Grande Disegno».

Detto questo, vi sembrerà strano che Angelina Girasole possa essere “soltanto” una favola. In effetti non è solo questo, come non lo sono mai state le migliori fiabe nella storia della letteratura. Si pensi agli insegnamenti racchiusi nelle celeberrime storie narrate dai fratelli Grimm.

Eppure Angelina Girasole possiede un “Dono” ulteriore: quello della leggerezza. Contribuiscono a ciò i dialoghi frizzanti, scanditi, di tanto in tanto, da alcune espressioni dialettali tipicamente siciliane; l’aroma fragrante di succulenti specialità culinarie (piatti prelibati come il pane con le panelle, lo sfincione e il gelo di mellone); le tinte vivaci di folclore palermitano. Suoni, odori e colori capaci di sprigionare un’indimenticabile sinestesia di emozioni.

Angelina Girasole

Autrice: Noemi Lombardo

Illustrazioni: Tiziana Alfonso

Brigantia Editrice

http://www.anobii.com/books/Angelina_Girasole/9788898336036/01b6dac0db466ce882/

Miss Peregrine’s Home for Peculiar Children

“Miss Peregrine’s Home for Peculiar Children” è il titolo del romanzo d’esordio di Ransom Riggs.

L’intenzione dell’autore, appassionato collezionista di vecchie fotografie, era inizialmente quella di pubblicare il materiale raccolto in tanti anni di ricerche in un libro fotografico. Ma le inquietanti foto d’epoca,  consumate dal tempo, sembravano volere sussurrare segreti ossessionanti a chiunque prestasse loro attenzione. Un breve bagliore al fulmicotone nell’oscurità dell’oblio cui erano state relegate.

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Lo scrittore ha ceduto alla sensazione sprigionata dalle strane visioni per inventare una storia. Ne è venuto fuori un romanzo illustrato che in pochissimo tempo ha scalato la vetta delle classifiche letterarie americane.

La trama mi ha subito entusiasmata: Jacob, il protagonista sedicenne della storia, viene terribilmente scosso dalla morte inaspettata e violenta del nonno, cui era molto legato.

Una lettera misteriosa lo spinge a raggiungere una remota isola a largo del Galles, in cui il nonno aveva trascorso la sua infanzia, crescendo in un orfanotrofio popolato da bambini dotati di particolari poteri. Esplorando i ruderi fatiscenti dell’orfanotrofio, Jacob intuisce che i piccoli ospiti della Miss Peregrine’s Home erano stati rinchiusi e isolati dal resto dal mondo per la pericolosità e non soltanto la peculiarità dei loro poteri.

La 20th Century Fox si è accaparrata i diritti per la trasposizione cinematografica del romanzo ed ha insistito perché Tim Burton venisse coinvolto nella realizzazione del film. Il famoso regista, interprete visionario di realtà distorte e orrorifiche, pare che sia entusiasta del progetto.

Qui in Italia aspettiamo fiduciosi che Tim Burton ci stupisca, come sempre, con le sue spettrali ambientazioni e i suoi macabri personaggi.

Nel frattempo, non so voi, ma io proverò ad ammazzare il tempo sfogliando gli album fotografici dei miei antenati. Non si sa mai che arrivi la giusta ispirazione per una trama terrificante.

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Barbablù, Amélie Nothomb − Edizioni Voland

Fin dal titolo, “Barbablù”, s’intuisce il proposito della talentuosa e raffinata autrice di rivisitare in chiave moderna l’inquietante fiaba di Charles Perrault.

Saturnine, affascinante ragazza belga, risponde a un’inserzione per un alloggio in affitto nei quartieri alti di Parigi. La cifra richiesta è estremamente irrisoria, considerando i lussi e le comodità che le vengono offerti assieme alla sistemazione: una stanza finemente arredata, un letto sontuoso, un bagno dotato di ogni comfort. L’esaltazione iniziale della giovane, nell’apprendere la notizia di essere la prescelta fra un numero non indifferente di pretendenti, cede ben presto il posto alla delusione: dietro l’esibita magnificenza si nasconde l’insidia di una trappola, oltretutto, sapientemente congegnata.

La camera affittata, infatti, si trova nel prestigioso appartamento del nobile spagnolo Elemirio Nibal y Milcar, uomo eccentrico, afflitto da agorafobia, che vive rinchiuso in casa, dilettandosi nella sua ricercata passione per la cucina e per il cucito. Saturnine si trova “costretta” a condividere le abitudini raffinate e la vita costellata di benessere e agiatezza dell’uomo. La squisitezza, con cui il nobile Elemirio, Grande di Spagna, intrattiene la nuova ospite − cucinando piatti prelibati e confezionando abiti su misura, in tinte appositamente create grazie al suo insolito estro cromatico − è pari all’amore e alla sollecitudine riservata alle precedenti otto coinquiline, misteriosamente sparite nel nulla. Sì, perché questo è, in definitiva, l’enigma da sbrogliare: dove sono finite le donne che hanno preceduto Saturnine nella bizzarra esperienza di coabitazione? E quale mistero è celato dietro l’unica porta che don Elemirio raccomanda alla giovane di non aprire, per nessun motivo al mondo? La matassa si dipanerà, lentamente, pagina dopo pagina, coinvolgendo il lettore nei dialoghi intensi e vivaci dei due protagonisti. Da un lato il cinismo spietato e irriverente dell’anticonformista Saturnine, dall’altro la spiazzante ingenuità di un amore offerto con eleganza e devozione dal distinto ospite.

Si rimane col fiato sospeso sino alla fine − del resto, questa è una caratteristica ricorrente nei romanzi della Nothomb − quando la profondità di un sentimento inaspettato scioglierà le riserve e il gelo che avvolgono la personalità caparbia di Saturnine e dissuggellerà, per sempre, il meccanismo che presiede, non solo al funzionamento della misteriosa porta ma a quello, ancor più complicato e macchinoso, dell’amore.

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Concludo con una piacevole notizia per gli amanti del cinema francese e del carismatico attore Daniel Auteuil. L’affascinante interprete del film “La fille sur le ponte” (La ragazza sul ponte), sarà regista e protagonista della versione cinematografica di Barbablù. Sono curiosa di vederlo recitare non più nel ruolo di Gabor, lanciatore professionista di coltelli, ma in quello del nobile Elemirio.

Propongo un brindisi virtuale, prendendo in prestito una delle costosissime bottiglie di champagne, di cui Saturnine e la stessa Amélie vanno ghiotte.

In alto i calici!

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