Ceci n’est pas une pont

Il fascino di un ponte è inafferrabile. Una linea di cemento, di legno, a volte soltanto di corde, sospesa fra due sponde. Un’invitante congiunzione. Una prepotente “e” tesa nel vuoto. Tu e qualcos’altro. Altrove da te.

La suggestioni oniriche tipiche dell’arte surrealista riescono a esprimere, più di quanto non siano in grado le mie parole, le ineffabili emozioni suscitate dalla vista di un ponte. Adoro Magritte e la forza evocativa dei suoi dipinti. Ce n’è uno, in particolare, nonostante la disarmante semplicità delle linee geometriche, che mi fa riflettere sulla latente complessità del mondo reale. Già dal titolo dell’opera “Il ponte di Eraclito”, si evince un sfumatura alchemica: la Natura che trasmuta.

Eraclito era il famoso filosofo del “Nessun uomo può bagnarsi nello stesso fiume per due volte”, ma più conosciuto per il suo efficace “Panta rei”, tutto scorre. Nella vita tutto cambia, tutto si trasforma, tutto è in movimento. In questo, peraltro, la filosofia di Eraclito si avvicina molto a una visione estetica della cultura giapponese, quella del wabi-sabi, per cui “nulla dura, nulla è finito, nulla è perfetto”.

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Il ponte raffigurato dal pittore belga è drasticamente imperfetto, interrotto. Non si capisce se sia in parte crollato o se debba ancora essere terminato. Ma quello che conta è il riflesso nell’acqua sottostante. Lì, sulla superficie leggermente increspata dal vento, si materializza per incanto il ponte nella sua interezza. Il ricordo (in caso di crollo), o il presagio (in caso di incompiutezza) di un ponte che è stato o che sarà.

Il collegamento fra passato e futuro, fra ricordo e immaginazione, fra verità e fantasia. Una commistione inestricabile fra mondi diversi, avvalorata dalla presenza di nuvole soffici, che avvolgono in un impalpabile sogno la realtà, ormai sfumata, del ponte.

Ma viene istintivo domandarsi se veramente il ponte interrotto rappresenti la realtà o se non la rappresenti piuttosto, in tutto o in parte, il riflesso cangiante dell’acqua. La cruda, violenta franchezza di quell’acqua, la stessa che restituì a Magritte il corpo privo di vita della madre, suicidatasi, quando lui era poco più di un bambino, gettandosi nel fiume Sambre. L’intuizione, quasi trascendentale, di una Natura sincera nel suo apparire, più delle immagini che la rappresentano. La “Trahison des images”, il tradimento delle immagini, raccontato in tanti dipinti magrittiani, è esemplarmente rappresentata in quest’opera. Ceci n’est pas une pont. Tanto per parafrasare il titolo di un altro famoso dipinto-paradosso del pittore surrealista.

Magritte coglie il mistero dell’universo, percepisce, come lui stesso ammise, “il silenzio del mondo”. Nulla a che fare, quindi, con l’inconscio caotico ed egocentrico raffigurato da Salvador Dalì in un altro magnifico ponte surrealista: “Il ponte dei sogni crollati”. In quest’opera un’euforia di sogni, che hanno assunto le sembianze di corpi umani appena stilizzati, di abbozzi di vita, si muove danzante e oscillante, fino ad arrestarsi e dissolversi nel nulla, laddove il ponte è irrimediabilmente interrotto.

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L’arte è piena di ponti. L’immaginazione è satura di passaggi, varchi, accessi. Compito imprescindibile di un artista è individuare quelle aperture, quegli spiragli da cui filtra la luce magica della fantasia. Un mistero che illumina a tratti la razionalità della mente.

Esistono persino passaggi nascosti in maniera maliziosa, come il ponte di Buriano, celato in un piccolo cammeo, oltre la spalla destra della Monna Lisa. Quel ponte in stile romanico, che attraversa l’Arno e si spinge nelle frastagliate formazioni rocciose della costa, lascia intuire un’altra possibilità, un’altra interpretazione. Una mirabile magia in atto.

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Allora, il misterioso sorriso della Gioconda sembra alludere proprio a questo: all’eterna incompiutezza dell’uomo e dei suoi inafferrabili sogni.

“Uno studioso al microscopio vede molto più di noi. Ma c’è un momento, un punto, in cui anch’egli deve fermarsi. Ebbene, è a quel punto che per me comincia la poesia” (disse Magritte).

Siamo giunti a quel punto. È giusto arrestarsi qui.

Poesia.

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