“La zattera della Medusa” si tinge di noir

“La prima cosa è il mio nome, la seconda quegli occhi, la terza un pensiero, la quarta la notte che viene, la quinta quei corpi straziati, la sesta è fame, la settima orrore, l’ottava i fantasmi della follia, la nona è la carne e la decima è un uomo che mi guarda e non uccide.

L’ultima è una vela.

Bianca. All’orizzonte.”

Così, nel suo romanzo “Oceano Mare”, Alessandro Baricco descrive le immagini che affollano la mente confusa di un naufrago, nel momento straziante in cui egli avvista la vela della nave, giunta a soccorrere lui e altri pochi superstiti, dopo tredici giorni trascorsi aggrappati alle assi sconnesse di una zattera.

Baricco sa che il ventre del mare non conosce istinti materni. Le creature cullate amorevolmente fra i suoi flutti sono destinate a soccombere in un guizzo prepotente di tempesta. L’oceano è una vastità inconoscibile, capace di ingoiare nella spuma vorticosa del proprio orgoglio l’equilibrio mentale di chi osa sfidarlo: l’uomo è piccolo e i suoi istinti sono talmente bassi al suo cospetto.

Così succede che in quei giorni di naufragio, vissuti fra sete, fame e disperazione, il buio delle tenebre abbia coperto con un velo scuro di omertà i crimini più efferati compiuti a bordo della zattera. Uccisioni, corpi straziati, atti di cannibalismo. La luce impietosa del sole che sorge illumina i macabri resti della mattanza. Chi è sopravvissuto si prepara a soccombere o a uccidere (se le forze lo consentiranno) la notte successiva. Difficile distinguere fra vittime e carnefici in quell’intricato ammasso di arti mutilati.

La cosa raccapricciante è che l’episodio narrato con tanta dovizia di particolari dal sapiente scrittore è ispirato a un fatto di cronaca realmente avvenuto.

Nel 1816, la fregata francese “Meduse” pilotata da un inesperto capitano, si incagliò su un banco di sabbia al largo della Mauritiana. L’equipaggio fu ripartito fra le poche scialuppe a disposizione. Una parte di esso, probabilmente composta dai meno privilegiati, venne destinata a una zattera di fortuna, inizialmente trainata dalle altre imbarcazioni e successivamente, quando il viaggio iniziò a farsi più arduo del previsto, abbandonata al suo destino.

La descrizione del groviglio di corpi, braccia e gambe in via di decomposizione, fornita dai pochi sopravvissuti, fece il giro del mondo e iniziò a ossessionare la mente di un giovane pittore, fino allora pressoché sconosciuto: Théodore Géricault. Costui in poco più di un anno, con un lavoro assiduo e instancabile, dopo aver compiuto accurate ricerche e raccolto notevoli quantità di materiale informativo, realizzò un’opera d’arte impressionante, per le dimensioni (491x 716cm) e la capacità espressiva delle figure, dipinte quasi a grandezza naturale. La zattera della Medusa di Géricault, attualmente custodita al museo del Louvre, inonda il cuore dello spettatore di amarezza e di speranza. I morti accanto i vivi. Il naufragio e i soccorsi. Pennellate di ombra e di luce che colpiscono, come tante pugnalate, il cuore pieno di sgomento di colui che osserva.

Accolta come un’aspra critica alla politica dell’Ancien Regime, l’opera di Géricault fece molto scalpore. Invece quei corpi nudi e tremanti, disperati e trucidati, crudi nel loro realismo e orrore, non rappresentano altro che il fragile involucro del tormento romantico. La morte ossessiona l’artista come forma espressiva più alta di vita. L’istinto di sopravvivenza induce l’uomo a compiere gesti estremi. La vita non è vera e non è appassionata fintantoché l’alito della morte non la inumidisce di rimpianto, di malinconia.

I tratti feroci di Géricault e le struggenti parole di Baricco hanno guidato la mia mente nel progettare una pena esemplare, una tortura ingegnosa, comminata da un poco ortodosso commissario a chi dimostra facile sprezzo della vita. Ne è nato un racconto (intitolato, ovviamente, “La zattera della Medusa”) selezionato, con mia grande soddisfazione, per la pubblicazione nell’antologia “Italian Noir 2”.

Ve ne lascio un breve assaggio, anzi un morso, giusto per solleticare la vostra curiosità: “Quarantotto ore dopo l’inizio della segregazione in quel tugurio, il loro cervello era partito, completamente fritto dai sintomi devastanti dell’astinenza da cibo, da roba e da aria pura.

Le narici, invase dall’odore rivoltante delle proprie e altrui feci, fremevano di disgusto e di raccapriccio. Una tremenda verità scardinò con violenza ogni freno inibitorio: la presenza degli altri era nociva e sottraeva ossigeno alla propria sopravvivenza. Le tenebre della seconda notte, trascorsa rinchiusi nel magazzino, furono letali per la maggior parte di loro. C’erano attrezzi da lavoro e da giardinaggio appoggiati alle rastrelliere arrugginite. Tutti, a un tratto, vennero folgorati dalla stessa furia omicida. Voglia di sopravvivere, certo. Ma, soprattutto, desiderio incontenibile di uccidere.”

Una moderna “Zattera della Medusa” a tinte noir, per sottolineare l’eterno conflitto fra uomo e natura, fra noto e ignoto, fra ragione e istinto.

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