“Il Ponte” (5° classificato al Concorso “Giallo Birra 2013”)

Nell’oscurità della notte Ponte Sant’Angelo si srotolava, come un nastro di luce sfavillante, sopra i flutti increspati del Tevere. L’acqua putrida lambiva indolente i massicci piloni di pietra, producendo un gorgoglio sommesso, appena percettibile nel silenzio irreale di una città apparentemente disabitata.

Un uomo dalla corporatura esile procedeva con andatura barcollante verso il Rione Ponte. Le due file parallele di angeli, posti sul parapetto, scrutavano dall’alto lo spettacolo poco edificante offerto dal passaggio di quell’ubriaco, che, dopo aver inciampato una, due, tre volte, finì per accasciarsi stremato accanto alla statua angelica con la testa coronata di spine. Nessun passante accorse a soccorrerlo. L’uomo rimase a terra per circa un’ora, biascicando parole incomprensibili. Completamente solo, lui e i dieci Angeli della Passione.

A un tratto, accadde un fatto inspiegabile. L’aria tiepida della primavera venne improvvisamente sferzata da un alito ghiacciato di neve. Il manto stradale, verso l’estremità del ponte, cui egli sembrava diretto prima di perdere i sensi, iniziò a coprirsi di un candido velo.

Scosso dai brividi, il viandante solitario iniziò a riprendersi e a ricordare qualcosa di sé: si chiamava Francesco e aveva trentanove anni. In un lasso di tempo molto breve aveva perso il lavoro, la casa, la moglie e se stesso. Il blocco dello scrittore, fenomeno che affligge, almeno una volta nella vita, chiunque sia dedito, con incurabile passione, a questo nobile mestiere, lo aveva reso irascibile, scontento e vizioso. Il vizio dell’alcol, in particolare, infestava il suo corpo disabitato, come un demone assetato dall’arsura infernale. L’anima era volata altrove, preda di fantastiche ossessioni.

La moglie aveva sopportato a fatica il suo stato di uomo deluso e frustrato per circa nove mesi. Quindi, una triste e uggiosa mattinata di fine novembre, di quelle in cui persino il Padreterno sembra voglia dar sfogo alle questioni insolute col genere umano, lei partorì la sua irrevocabile decisione: ognuno per la sua strada.

Era rimasto solo. Lui e la figura seducente di una bottiglia di birra. Non vi era paragone con nessun’altra donna: bionda, silenziosamente appagante e disponibile diverse volte in una sola giornata. Prima che il sole tramontasse, poteva scolarsi parecchi boccali. Quella sera, per esempio, aveva già fatto fuori tre bottiglie di buonissima birra ceca.

Adesso, ovviamente, la testa gli doleva come se avesse un’ascia conficcata nel cervello. Quando, con grande fatica, riuscì a sollevare le palpebre su una visione molto approssimativa di una realtà sfumata e fluttuante, notò, alla fine del ponte, una massiccia torre dal sapore tipicamente gotico, sormontata da guglie e pinnacoli, appoggiata da un lato a un arco a sesto acuto, che avrebbe dovuto consentire il passaggio ai pedoni.

In quella direzione un candido manto di neve si alzava gradualmente di spessore, coprendo e rendendo quasi irriconoscibili le statue e i fiochi lampioni.

Perplesso, Francesco diresse lo sguardo dalla parte del Castello. Lì tutto era rimasto invariato: i merli da cui si era gettata l’eroina pucciniana, sconvolta per la morte dell’amato, continuavano a impreziosire, con il loro suggestivo orlo, la coreografia notturna del Borgo.

A girarsi verso la parte opposta, invece, ove appena un’ora prima sorgeva il Rione Ponte, con la sua fila ordinata ed elegante di palazzi cinquecenteschi, tutto appariva diverso. C’era quella strana torre e poi, appena più in là, la forma tondeggiante di una grossa cupola. Ma la cosa più inquietante era, senza ombra di dubbio, il fenomeno meteorologico inconsueto e inspiegabile di una nevicata a giugno, localizzato, per quanto lui potesse verificare con i suoi stessi occhi, in un solo quartiere della città.

Prima ancora che riuscisse a muovere un passo in quella direzione, il ricordo legato a una fase spensierata e lontanissima della propria vita lo colpì con la violenza di un pugno ben assestato. Immagini di bagordi giovanili, sperimentati durante il piacevole soggiorno nella misteriosa città di Praga, si rincorsero nella sua mente annebbiata: goliardiche bevute di birra Malastrana si alternavano a rapporti occasionali con meravigliose ragazze ceche. Di certo, lo scopo originario del viaggio – quello di un approfondimento culturale per la tesi in letteratura straniera su Franz Kafka e il realismo magico – era stato del tutto mistificato.

Francesco fu colto da un rigurgito improvviso di lucidità. Certo! Non vi era alcun dubbio: davanti ai suoi occhi galleggiava, avvolta nella spirale vorticosa della neve, l’estremità finale del Ponte Carlo, con la sua torre gotica e la cupola di San Nicola. Per chissà quale scherzo beffardo del destino (o della sua mente labile e contorta), Ponte Sant’Angelo, a metà circa del proprio percorso, assumeva le suggestive fattezze del famoso ponte praghese; le statue angeliche cedevano il passo a quelle dei santi; le acque fresche del Tevere scivolavano lentamente nei gelidi flutti della Moldava; la Città Eterna, in uno slancio appassionato di milioni di chilometri, abbracciava la sfuggente capitale boema.

Una folata di vento più intensa e rigida delle altre sollevò una gran quantità di nevischio. Quando i fiocchi si depositarono, ondeggiando lievi ai margini della strada, Francesco riuscì a scorgere un uomo piccolo e incredibilmente magro procedere deciso verso di lui. In principio una sagoma confusa nell’oscurità della notte, poi sempre più stagliata e delineata al chiarore intenso dei lampioni. Gli si fermò accanto, mantenendo lo sguardo fisso e acuto piantato nel suo. Quegli occhi incenerivano i pensieri e imploravano uno sfogo colloquiale. Purtroppo, la testa di Francesco pulsava al ritmo incessante di un dolore sordo. Non vi erano i presupposti, né la disposizione d’animo per intavolare un’amabile conversazione.

Lo sconosciuto, tuttavia, per nulla scoraggiato dalla muta e ostinata indifferenza dimostratagli, prese per primo la parola: «So che siamo colleghi».

Francesco si domandò cosa ne potesse sapere un estraneo di lui e del lavoro che svolgeva. Osò una battuta sarcastica che, appena proferita, suonò stonata e forzata persino alle proprie orecchie: «Anche lei è dedito all’alcol?».

L’uomo storse appena il naso. Le orecchie appariscenti parvero muoversi anch’esse, come per captare meglio il senso della sciocchezza appena udita.

«Si figuri! Certo che no. Sono astemio e mi attengo a una dieta vegetariana molto salutare. Ovviamente, intendevo dire che anch’io sono uno scrittore».

Francesco, a quel punto, incominciò a spazientirsi. Si sentiva privo di difese e quell’uomo gli incuteva una strana sensazione di sottomissione. Con la mano aperta, pollice e indice appoggiati alle tempie, come a voler tener fermo nella scatola cranica un cervello saltellante e inaffidabile, proferì tutto di un fiato: «Lei non sa nulla di me! Io non la conosco, non scrivo da moltissimo tempo e non ho alcuna intenzione di ricominciare a farlo!».

«Si sbaglia. Io so molte cose sul suo conto e lei, anche se indirettamente, mi conosce bene. Ha letto alcuni dei miei romanzi e quasi tutti i miei racconti. Il suo preferito è uno fra i più noti ed emblematici della mia produzione letteraria: ʻLa metamorfosiʼ».

Una cornacchia, spuntata da chissà dove, volteggiò sinistra sopra le loro teste. Con un gran frullio di ali terminò il suo volo radente appollaiandosi sopra il parapetto del ponte. Lo sguardo stolto e crudele si puntava alternativamente sui due interlocutori.

Francesco si scosse dal torpore, finalmente consapevole e colmo di raccapriccio: quell’uomo era Franz Kafka, il famoso scrittore ceco! Rabbrividì osservando la neve alle spalle dell’uomo srotolarsi silenziosa come un tappeto e guadagnare terreno nella loro direzione. Malastrana laggiù avanzava, rosicchiando via via un pezzetto sempre più grande di Roma. Francesco indietreggiò istintivamente di un passo, dubitando di se stesso e del suo stato mentale. Poi, per un attimo fugace, temette di essere vittima di uno scherzo di cattivo gusto.

«Nessuno scherzo. Sono proprio io. Anzi, ciò che resta di me: null’altro che un alito di sapienza soffiato in un impalpabile ectoplasma».

Kafka, l’ectoplasma o qualunque cosa fosse, era in grado di leggere il pensiero e con suo comprensibile allarme lo fece nuovamente: «Senti freddo perché la parte migliore di te è morta. Tu stesso hai compiuto questo ignobile delitto, una volta che sei divenuto facile preda delle tue insicurezze e ti sei lasciato piegare dai diktat delle convenzioni sociali. Devi immaginare la mente come un ponte, molto simile a questo. Un viale sospeso sul fluido corso della vita, in precario equilibrio fra realtà e fantasia, fra rinascimento e gotico, fra uomo artefice di se stesso e uomo in balia del volere divino, fra certezza e ignoto, fra luce e tenebre. Per tornare a scrivere devi smarrirti nei vicoli più oscuri e misteriosi del tuo inconscio. Luoghi romantici e leggendari come il Ruscello del Diavolo, l’abitazione di Faust in piazza Karlovo, l’emozionante cimitero dello Josefov, il ghetto ebraico, con la sua intricata distesa di lapidi disordinate. Devi perderti nella magica Malastrana della tua anima. L’alterazione che subisce un artista nel suo massimo momento espressivo è così intensa e profonda da suscitare raccapriccio e inquietudine in chi è abituato a cullarsi nella rassicurante normalità del quotidiano. L’arte è rischio, è provocazione, è smarrimento, è perdizione. L’arte è pura metamorfosi».

Detto questo, l’uomo iniziò a subire un’impercettibile trasformazione nel diafano velo dell’epidermide. Qualcosa percorreva rapidamente i vasi sanguigni che ne irroravano il capo. Improvvisi rigonfiamenti si evidenziavano in prossimità della giugulare, guizzavano veloci su per il collo, giungendo sino alla guancia e quindi alla tempia. Qui si soffermavano, pulsando ritmicamente al battito inferocito del cuore. Dopo brevi istanti s’inoltravano nella cavità nasale, attraversando sfuggenti l’arco sopraccigliare.

Il sedicente scrittore non sembrava avvertire alcun fastidio, nonostante il corpo estraneo fosse arrivato al naso, ingolfando lo spazio esiguo della narice. Lunghe antenne vibrarono, fuoriuscendo dal piccolo pertugio. Il raccapriccio e il disgusto provati da Francesco furono istintivi e incontrollabili. Si allontanò di qualche passo, ma la reazione dell’ectoplasma fu rapida e imprevedibile. Afferrò con decisione le antenne sfrigolanti e tirò via l’orribile blatta dalla cavità nasale, procurandosi una piccola emorragia.

Lo scarafaggio muoveva le zampe con incredibile frenesia, nonostante ciò le dita rimanevano serrate attorno alla spessa cuticola del guscio, con un gesto disinvolto e privo di ribrezzo. Quella strana creatura, esibendo la blatta come un minuscolo trofeo di cui andare fieri, si avvicinò pericolosamente a Francesco. Fu inutile tentare di divincolarsi. La mano libera allargò con una forza incredibile la bocca, premendo sulla mandibola come se fosse una pinza. L’altra mano lasciò precipitare l’insetto, facendolo atterrare con un tonfo asciutto e scricchiolante sulla lingua tesa e nervosa di Francesco. Il rapido dileguarsi dello scarafaggio giù per la trachea e l’esofago, convinse il mostruoso assalitore ad allentare la presa. Francesco, finalmente libero, si portò le mani alla gola e carponi sull’asfalto tossì in maniera convulsa, sperando di poter espellere l’indesiderato ospite. Purtroppo ogni suo tentativo fu vano. Il lieve formicolio avvertito al livello del petto lo spinse a pregare Dio, perché assicurasse alla bestia nauseante un percorso innocuo.

«Non ti accadrà nulla di male. Appena si adatterà all’interno del tuo organismo, depositerà svariati numeri di ovoteche, contenenti ciascuna almeno sedici uova. Nuove idee si schiuderanno in te e lentamente la metamorfosi sarà completa: ricomincerai a scrivere con passione e soddisfazione. Vedrai…».

Il rispetto e la soggezione ispiratagli dall’imponente figura, almeno da un punto di vista artistico, dello scrittore boemo, non riuscirono a trattenerlo dall’imprecare a denti stretti: «Dannazione! Mi hai ficcato un ripugnante scarafaggio giù per la gola e adesso pretendi che mi lasci rincuorare da questa promessa pazzesca di uova pronte a dischiudere grandiose idee letterarie? Tu sei pazzo!»

Kafka non si scompose: «Credimi è come ti dico. Adesso devo proprio andare. Ricordati di attraversare il ponte e visitare i luoghi di cui ti ho parlato. Rimanere sul lato sicuro non ti aiuterà a diventare un bravo scrittore. Rischia e sarai ricompensato».

Voltò rapido le spalle e, senza nemmeno salutare, si diresse a passo deciso verso la neve e la magia della sponda sconosciuta.

Francesco si appoggiò stremato al parapetto. Diversi conati di vomito lo scossero violentemente. Il vivace zampettare dell’insetto sembrava cessato. Quando sollevò lo sguardo, la torre gotica e il Ponte Carlo erano scomparsi. Non vi era più alcuna traccia nemmeno della neve. Chiuse gli occhi, reggendosi la testa con entrambe le mani e sforzandosi di trovare una spiegazione plausibile all’insolita esperienza. Fu distratto da un rumore metallico. Una bottiglia rotolò fino ai suoi piedi.  L’etichetta con i leoni rampanti intorno a un sole infuocato era quella a lui ben nota della birra Malastrana. Un messaggio attorcigliato al suo interno, spuntava fuori dal collo. Egli lo aprì con mani tremanti. Sulla carta consumata e ingiallita, campeggiava una scritta dai grandi caratteri:

Ci incontreremo nuovamente sul ponte,

in questa mezza terra di nessuno,

                                              che fa da confine fra la vita e l’arte.

                                                                                                                 Franz Kafka.

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