Cool Moleskine

Un vero scrittore non è mai dove lo vedi. È altrove.

Un vero scrittore è assorto, sbadato, confuso.

Un vero scrittore non dice quello che pensa, lo scrive. E dopo averlo scritto negherà perfino a se stesso di averlo pensato.

Un vero scrittore ha bisogno di un posto pratico e discreto in cui riporre il proprio disordine mentale. Un posto a portata di mano e di penna.

Un taccuino.

«Perdere il passaporto era l’ultima delle mie preoccupazioni, perdere un taccuino era una catastrofe», ammise Bruce Chatwin, colui che per primo, nell’opera “Le vie dei Canti”, nominò il celeberrimo “Moleskine”, compagno prezioso di mille irripetibili avventure.

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Elegante taccuino Moleskine. L’avorio della carta ha il colore vissuto del passato, gli angoli arrotondati assorbono gli urti del presente, mentre l’elastico di chiusura preserva intatto un mondo confuso di pensieri, consegnandolo al futuro.

Non vi è nulla di più hipstericamente hipster di un taccuino Moleskine. L’intellettuale anticonformista per antonomasia non se ne separa mai. Artisti come Oscar Wilde, Ernest Hemingway, Pablo Picasso, Vincent Van Gogh (tanto per fare alcuni nomi) lo sfoggiavano nei salotti, nei caffè, per le strade, durante un viaggio, prima ancora che divenisse un oggetto di culto.

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Adesso che la ditta produttrice è divenuta una Srl e, dall’aprile del 2013, è quotata in borsa, il rinomato taccuino ha perso gran parte del suo fascino bohemien.

Nonostante ciò, sono certa che dovendo scegliere, in treno, al bar o su di una panchina, fra sedermi accanto al sofisticato cultore di Tablet oppure vicino allo sconosciuto scapigliato, che maneggia distratto il suo taccuino fitto di appunti e di cancellature, di orecchie e di scarabocchi, opterei senz’altro per la seconda soluzione.

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Angelina Girasole, Noemi Lombardo – Brigantia Edizioni

“Addumate” la luce: lo spettacolo inizia!

Angelina, Rosa Spina e Maddalena entrano in scena in punta di piedi. Tre donne unite in un unico flusso di amore e di corrispondenza con la Natura: la fragile ingenuità della protagonista, Angelina Girasole; la maturità scaltra e circospetta di Rosa Spina; la sconfinata saggezza di Maddalena. Una triade femminile che rammenta il ciclo infinito delle fasi lunari. La nascita, la vita e la morte.

L’insegnamento impartito da questa meravigliosa fiaba è un monito per gli adulti e una promessa capace di confortare, con il calore di un abbraccio, tutti i bambini: c’è un “Dono” custodito nei nostri cuori, una virtù, che individuata e impiegata in modo adeguato, riesce a infondere luminosità tutt’intorno a noi. Scopriamo così, che esiste uno scopo più grande e ambizioso, un’Anima Mundi che intreccia di fili invisibili la trama della nostra esistenza.

Prendo in prestito le parole adoperate dalla strega cattiva, all’inizio della storia: «I Doni del Cielo ce li abbiamo tutti. A ognuno di noi, mentre ci formiamo nella panza delle nostre madri, ci si incastrano dentro delle qualità speciali che ci caratterizzano. Non tutti le scoprono, ma per esserci, ci sono in ogni essere vivente di questo pianeta: uomini, donne, animali, piante e magari nelle pietre! Tutto sta a capire quali sono questi doni, perché possiamo esprimerli al meglio ed entrare a far parte del Grande Disegno».

Detto questo, vi sembrerà strano che Angelina Girasole possa essere “soltanto” una favola. In effetti non è solo questo, come non lo sono mai state le migliori fiabe nella storia della letteratura. Si pensi agli insegnamenti racchiusi nelle celeberrime storie narrate dai fratelli Grimm.

Eppure Angelina Girasole possiede un “Dono” ulteriore: quello della leggerezza. Contribuiscono a ciò i dialoghi frizzanti, scanditi, di tanto in tanto, da alcune espressioni dialettali tipicamente siciliane; l’aroma fragrante di succulenti specialità culinarie (piatti prelibati come il pane con le panelle, lo sfincione e il gelo di mellone); le tinte vivaci di folclore palermitano. Suoni, odori e colori capaci di sprigionare un’indimenticabile sinestesia di emozioni.

Angelina Girasole

Autrice: Noemi Lombardo

Illustrazioni: Tiziana Alfonso

Brigantia Editrice

http://www.anobii.com/books/Angelina_Girasole/9788898336036/01b6dac0db466ce882/

Final girls

Il respiro affannoso nella penombra di un nascondiglio poco sicuro. Gocce di sudore imperlano la pelle giovane, soda ed elastica dell’ufficiale Ellen Ripley. I semplicissimi micro slip bianchi da lei indossati sono quanto di più sexy abbia prodotto l’industria dell’intimo negli ultimi cinquant’anni.

Difficile mettersi nei suoi panni succinti. E non ne faccio, ovviamente, una questione di taglia. L’intero equipaggio della Nostromo è stato sterminato. Unici sopravvissuti: Ellen e l’astuto gatto tigrato Jones. Un’orripilante creatura aliena con una sfilza di denti metallici si acquatta a pochi passi da lei, pronta per sbranarla in un solo morso. Gli slip non riuscirebbero a distrarla così come avverrebbe per qualsiasi umano.

Ma Ellen, non si da per vinta. Al contrario si infila una tuta spaziale, ha un piccolo diverbio con la creatura, quindi, con abile mossa, spinge il pulsante di espulsione e l’essere alieno viene finalmente proiettato all’esterno dell’astronave. Vai! Un altro po’ di spazzatura in giro per lo spazio.

L’ufficiale in slip si salva. Lei. Sola. Unica superstite della Nostromo. Eppure, nell’equipaggio ce n’erano tanti di maschietti giovani e prestanti. Niente da fare. Tutti morti. Falcidiati dalla creatura aliena, come mosche inermi.

Ma voi, appassionati di film horror, sapete bene che accade spesso, intendo questa cosa della donna unica sopravvissuta allo sterminio di genti (quasi sempre innocenti, la maggior parte delle volte stupide), e non vi meravigliate più di tanto ormai. Basti citare l’indimenticabile Jamie Lee Curtis, ovvero Laurie Strode, in “Halloween”; Heather Langenkamp, alias Nancy Thomson, in “Nightmare” e Patricia Tallman – Barbara ne “La notte dei morti viventi”.

Quello che forse non sapete – non lo sapevo nemmeno io, in effetti, fino a poco tempo fa – è che esiste un termine ben preciso per designare queste donne apparentemente “invincibili”: Final girls. Carol J. Clover, un professore americano, ha coniato la definizione nel suo libro dal titolo esplicativo: “Men Women and Chainsaws”, Uomini Donne e Motoseghe.

Le eroine dei film horror, secondo lo studioso, possiedono alcune peculiarità: sono magre, scattanti, razionali e intuitivamente frigide (o comunque poco disposte a spiattellarti in quattro e quattr’otto i propri argomenti sessuali).

Tali caratteristiche affascinano il pubblico indistintamente. Il fisico androgino non turba sessualmente lo spettatore maschio, che, anzi, è portato a immedesimarsi nel ruolo della protagonista; mentre le spettatrici donne, dal canto loro, non si lasciano andare a facili malignità. Voglio dire, sarebbe ridicolo immaginare la protagonista tutta curve e moine rifinire noncurante la sua french manicure, mentre Nightmare le si avvicina, facendo tintinnare il metallo scintillante del memorabile guanto artigliato. La bomba sexy con che cosa potrebbe eliminare il temibile Freddy Krueger? Con la sua lametta più affilata?

Non sarebbe credibile. Giusto.

Eppure le Final girls vengono apprezzate da uomini e donne non per l’invincibilità dimostrata sino all’epilogo vittorioso, ma per la loro apparente fragilità. Sicuramente contribuiscono, in questo senso, la fortuna sfacciata dimostrata dalle protagoniste nell’evitare i colpi mortali inferti ovunque intorno a loro e uno sfinimento fisico e psicologico del mostro serial killer, sempre più depresso in finale di film.

Ciò che rende veramente avvincente un film horror è quindi la capacità dimostrata dalla victim hero, NONOSTANTE TUTTO, di sopravvivere.

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Il mito di Davide e Golia torna ad affascinare l’uomo con la sua taumaturgica lezione di vita: l’intelligenza e la scaltrezza vincono sulla forza bruta, l’umiltà ha la meglio sulla bieca presunzione.

Bene. Eppure tutto ciò mi fa riflettere e non poco.

La donna: fashion victim nella realtà, victim hero nella finzione. Shopping e coiffeur nella vita, vestiti laceri e capelli spettinati nei film. Come si spiega? E soprattutto com’è possibile che quest’apparente antinomia riesca tanto a entusiasmare entrambi i sessi?

Testarda come sono ci ho riflettuto a lungo e sono giunta a una conclusione. Non sono certa che vi piacerà sapere ma avendo sprecato il mio tempo e il mio pensiero non intendo buttare tutto alle ortiche. Quindi, ecco la mia spiegazione.

La donna, in realtà, non è affatto contenta di sé e dell’immagine che i media le hanno costruito addosso. Non è soddisfatta delle sue ingombranti unghie a forma di coltellino per il burro (peraltro molto utili in quei party in cui ti rifilano la solita tartina con il salmone), delle sue protesi posticce, dell’intimo che regola, stringe, alza e modella i glutei, dei suoi maquillage effetto Photoshop e soprattutto di quei dannatissimi plateau strutturalmente molto simili a palafitte del Neolitico.

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Gli uomini, dall’altro lato, non hanno mai avuto il coraggio di ammettere apertamente che la femminilità, a parer loro, non è ostentazione e superbia, ma discrezione e modestia.

Non hanno tutti i torti. Bisogna riconoscerlo. La metà del cielo, cui io stessa appartengo, ha un gran cervello, è vero, ma dovrebbe smettere di impiegarlo  in attività del tutto inutili come la classificazione di almeno venti  tonalità differenti di verde (verde cacciatore, verde arlecchino, verde menta, verde salvia, verde oliva, verde muschio, verde mimetico, verde smeraldo, verde mare, verde chiaro, verde scuro, verde semaforo, verde bottiglia… ), laddove il maschio continuerà a vedere sempre e soltanto verde.

La donna ha un’ammirevole forza di volontà, ma dovrebbe rinunciare a utilizzarla esclusivamente per accaparrarsi il saldo più appetibile di stagione.

La donna ha una gran dignità, ma dovrebbe imparare a usarla in maniera costruttiva, per raccogliere i pezzi infranti della propria immagine e specchiarsi appagata nel riflesso intatto della propria purezza originaria.

Donne, non aspettate l’arrotino per affilare i coltelli. Smettetela di piangervi addosso, attribuendo agli uomini colpe che non possiedono. Assumetevi le vostre responsabilità. Riconoscete gli  sbagli commessi e prendetevi alla fine l’incommensurabile soddisfazione di essere vere eroine, salvando voi stesse dal mostro più spaventoso che vi abbia mai inseguite: La vostra infantile, lamentosa e pervicace PUSILLANIMITA’ (cfr. pochezza d’animo).

Insomma… tirate fuori la final girl che è in Voi!

Io intanto vado a dire due paroline al Regista, che quella cosa lì del “… e tu partorirai con dolore!” mica mi convince tanto.

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Miss Peregrine’s Home for Peculiar Children

“Miss Peregrine’s Home for Peculiar Children” è il titolo del romanzo d’esordio di Ransom Riggs.

L’intenzione dell’autore, appassionato collezionista di vecchie fotografie, era inizialmente quella di pubblicare il materiale raccolto in tanti anni di ricerche in un libro fotografico. Ma le inquietanti foto d’epoca,  consumate dal tempo, sembravano volere sussurrare segreti ossessionanti a chiunque prestasse loro attenzione. Un breve bagliore al fulmicotone nell’oscurità dell’oblio cui erano state relegate.

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Lo scrittore ha ceduto alla sensazione sprigionata dalle strane visioni per inventare una storia. Ne è venuto fuori un romanzo illustrato che in pochissimo tempo ha scalato la vetta delle classifiche letterarie americane.

La trama mi ha subito entusiasmata: Jacob, il protagonista sedicenne della storia, viene terribilmente scosso dalla morte inaspettata e violenta del nonno, cui era molto legato.

Una lettera misteriosa lo spinge a raggiungere una remota isola a largo del Galles, in cui il nonno aveva trascorso la sua infanzia, crescendo in un orfanotrofio popolato da bambini dotati di particolari poteri. Esplorando i ruderi fatiscenti dell’orfanotrofio, Jacob intuisce che i piccoli ospiti della Miss Peregrine’s Home erano stati rinchiusi e isolati dal resto dal mondo per la pericolosità e non soltanto la peculiarità dei loro poteri.

La 20th Century Fox si è accaparrata i diritti per la trasposizione cinematografica del romanzo ed ha insistito perché Tim Burton venisse coinvolto nella realizzazione del film. Il famoso regista, interprete visionario di realtà distorte e orrorifiche, pare che sia entusiasta del progetto.

Qui in Italia aspettiamo fiduciosi che Tim Burton ci stupisca, come sempre, con le sue spettrali ambientazioni e i suoi macabri personaggi.

Nel frattempo, non so voi, ma io proverò ad ammazzare il tempo sfogliando gli album fotografici dei miei antenati. Non si sa mai che arrivi la giusta ispirazione per una trama terrificante.

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Barbablù, Amélie Nothomb − Edizioni Voland

Fin dal titolo, “Barbablù”, s’intuisce il proposito della talentuosa e raffinata autrice di rivisitare in chiave moderna l’inquietante fiaba di Charles Perrault.

Saturnine, affascinante ragazza belga, risponde a un’inserzione per un alloggio in affitto nei quartieri alti di Parigi. La cifra richiesta è estremamente irrisoria, considerando i lussi e le comodità che le vengono offerti assieme alla sistemazione: una stanza finemente arredata, un letto sontuoso, un bagno dotato di ogni comfort. L’esaltazione iniziale della giovane, nell’apprendere la notizia di essere la prescelta fra un numero non indifferente di pretendenti, cede ben presto il posto alla delusione: dietro l’esibita magnificenza si nasconde l’insidia di una trappola, oltretutto, sapientemente congegnata.

La camera affittata, infatti, si trova nel prestigioso appartamento del nobile spagnolo Elemirio Nibal y Milcar, uomo eccentrico, afflitto da agorafobia, che vive rinchiuso in casa, dilettandosi nella sua ricercata passione per la cucina e per il cucito. Saturnine si trova “costretta” a condividere le abitudini raffinate e la vita costellata di benessere e agiatezza dell’uomo. La squisitezza, con cui il nobile Elemirio, Grande di Spagna, intrattiene la nuova ospite − cucinando piatti prelibati e confezionando abiti su misura, in tinte appositamente create grazie al suo insolito estro cromatico − è pari all’amore e alla sollecitudine riservata alle precedenti otto coinquiline, misteriosamente sparite nel nulla. Sì, perché questo è, in definitiva, l’enigma da sbrogliare: dove sono finite le donne che hanno preceduto Saturnine nella bizzarra esperienza di coabitazione? E quale mistero è celato dietro l’unica porta che don Elemirio raccomanda alla giovane di non aprire, per nessun motivo al mondo? La matassa si dipanerà, lentamente, pagina dopo pagina, coinvolgendo il lettore nei dialoghi intensi e vivaci dei due protagonisti. Da un lato il cinismo spietato e irriverente dell’anticonformista Saturnine, dall’altro la spiazzante ingenuità di un amore offerto con eleganza e devozione dal distinto ospite.

Si rimane col fiato sospeso sino alla fine − del resto, questa è una caratteristica ricorrente nei romanzi della Nothomb − quando la profondità di un sentimento inaspettato scioglierà le riserve e il gelo che avvolgono la personalità caparbia di Saturnine e dissuggellerà, per sempre, il meccanismo che presiede, non solo al funzionamento della misteriosa porta ma a quello, ancor più complicato e macchinoso, dell’amore.

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Concludo con una piacevole notizia per gli amanti del cinema francese e del carismatico attore Daniel Auteuil. L’affascinante interprete del film “La fille sur le ponte” (La ragazza sul ponte), sarà regista e protagonista della versione cinematografica di Barbablù. Sono curiosa di vederlo recitare non più nel ruolo di Gabor, lanciatore professionista di coltelli, ma in quello del nobile Elemirio.

Propongo un brindisi virtuale, prendendo in prestito una delle costosissime bottiglie di champagne, di cui Saturnine e la stessa Amélie vanno ghiotte.

In alto i calici!

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“La zattera della Medusa” si tinge di noir

“La prima cosa è il mio nome, la seconda quegli occhi, la terza un pensiero, la quarta la notte che viene, la quinta quei corpi straziati, la sesta è fame, la settima orrore, l’ottava i fantasmi della follia, la nona è la carne e la decima è un uomo che mi guarda e non uccide.

L’ultima è una vela.

Bianca. All’orizzonte.”

Così, nel suo romanzo “Oceano Mare”, Alessandro Baricco descrive le immagini che affollano la mente confusa di un naufrago, nel momento straziante in cui egli avvista la vela della nave, giunta a soccorrere lui e altri pochi superstiti, dopo tredici giorni trascorsi aggrappati alle assi sconnesse di una zattera.

Baricco sa che il ventre del mare non conosce istinti materni. Le creature cullate amorevolmente fra i suoi flutti sono destinate a soccombere in un guizzo prepotente di tempesta. L’oceano è una vastità inconoscibile, capace di ingoiare nella spuma vorticosa del proprio orgoglio l’equilibrio mentale di chi osa sfidarlo: l’uomo è piccolo e i suoi istinti sono talmente bassi al suo cospetto.

Così succede che in quei giorni di naufragio, vissuti fra sete, fame e disperazione, il buio delle tenebre abbia coperto con un velo scuro di omertà i crimini più efferati compiuti a bordo della zattera. Uccisioni, corpi straziati, atti di cannibalismo. La luce impietosa del sole che sorge illumina i macabri resti della mattanza. Chi è sopravvissuto si prepara a soccombere o a uccidere (se le forze lo consentiranno) la notte successiva. Difficile distinguere fra vittime e carnefici in quell’intricato ammasso di arti mutilati.

La cosa raccapricciante è che l’episodio narrato con tanta dovizia di particolari dal sapiente scrittore è ispirato a un fatto di cronaca realmente avvenuto.

Nel 1816, la fregata francese “Meduse” pilotata da un inesperto capitano, si incagliò su un banco di sabbia al largo della Mauritiana. L’equipaggio fu ripartito fra le poche scialuppe a disposizione. Una parte di esso, probabilmente composta dai meno privilegiati, venne destinata a una zattera di fortuna, inizialmente trainata dalle altre imbarcazioni e successivamente, quando il viaggio iniziò a farsi più arduo del previsto, abbandonata al suo destino.

La descrizione del groviglio di corpi, braccia e gambe in via di decomposizione, fornita dai pochi sopravvissuti, fece il giro del mondo e iniziò a ossessionare la mente di un giovane pittore, fino allora pressoché sconosciuto: Théodore Géricault. Costui in poco più di un anno, con un lavoro assiduo e instancabile, dopo aver compiuto accurate ricerche e raccolto notevoli quantità di materiale informativo, realizzò un’opera d’arte impressionante, per le dimensioni (491x 716cm) e la capacità espressiva delle figure, dipinte quasi a grandezza naturale. La zattera della Medusa di Géricault, attualmente custodita al museo del Louvre, inonda il cuore dello spettatore di amarezza e di speranza. I morti accanto i vivi. Il naufragio e i soccorsi. Pennellate di ombra e di luce che colpiscono, come tante pugnalate, il cuore pieno di sgomento di colui che osserva.

Accolta come un’aspra critica alla politica dell’Ancien Regime, l’opera di Géricault fece molto scalpore. Invece quei corpi nudi e tremanti, disperati e trucidati, crudi nel loro realismo e orrore, non rappresentano altro che il fragile involucro del tormento romantico. La morte ossessiona l’artista come forma espressiva più alta di vita. L’istinto di sopravvivenza induce l’uomo a compiere gesti estremi. La vita non è vera e non è appassionata fintantoché l’alito della morte non la inumidisce di rimpianto, di malinconia.

I tratti feroci di Géricault e le struggenti parole di Baricco hanno guidato la mia mente nel progettare una pena esemplare, una tortura ingegnosa, comminata da un poco ortodosso commissario a chi dimostra facile sprezzo della vita. Ne è nato un racconto (intitolato, ovviamente, “La zattera della Medusa”) selezionato, con mia grande soddisfazione, per la pubblicazione nell’antologia “Italian Noir 2”.

Ve ne lascio un breve assaggio, anzi un morso, giusto per solleticare la vostra curiosità: “Quarantotto ore dopo l’inizio della segregazione in quel tugurio, il loro cervello era partito, completamente fritto dai sintomi devastanti dell’astinenza da cibo, da roba e da aria pura.

Le narici, invase dall’odore rivoltante delle proprie e altrui feci, fremevano di disgusto e di raccapriccio. Una tremenda verità scardinò con violenza ogni freno inibitorio: la presenza degli altri era nociva e sottraeva ossigeno alla propria sopravvivenza. Le tenebre della seconda notte, trascorsa rinchiusi nel magazzino, furono letali per la maggior parte di loro. C’erano attrezzi da lavoro e da giardinaggio appoggiati alle rastrelliere arrugginite. Tutti, a un tratto, vennero folgorati dalla stessa furia omicida. Voglia di sopravvivere, certo. Ma, soprattutto, desiderio incontenibile di uccidere.”

Una moderna “Zattera della Medusa” a tinte noir, per sottolineare l’eterno conflitto fra uomo e natura, fra noto e ignoto, fra ragione e istinto.