Final girls

Il respiro affannoso nella penombra di un nascondiglio poco sicuro. Gocce di sudore imperlano la pelle giovane, soda ed elastica dell’ufficiale Ellen Ripley. I semplicissimi micro slip bianchi da lei indossati sono quanto di più sexy abbia prodotto l’industria dell’intimo negli ultimi cinquant’anni.

Difficile mettersi nei suoi panni succinti. E non ne faccio, ovviamente, una questione di taglia. L’intero equipaggio della Nostromo è stato sterminato. Unici sopravvissuti: Ellen e l’astuto gatto tigrato Jones. Un’orripilante creatura aliena con una sfilza di denti metallici si acquatta a pochi passi da lei, pronta per sbranarla in un solo morso. Gli slip non riuscirebbero a distrarla così come avverrebbe per qualsiasi umano.

Ma Ellen, non si da per vinta. Al contrario si infila una tuta spaziale, ha un piccolo diverbio con la creatura, quindi, con abile mossa, spinge il pulsante di espulsione e l’essere alieno viene finalmente proiettato all’esterno dell’astronave. Vai! Un altro po’ di spazzatura in giro per lo spazio.

L’ufficiale in slip si salva. Lei. Sola. Unica superstite della Nostromo. Eppure, nell’equipaggio ce n’erano tanti di maschietti giovani e prestanti. Niente da fare. Tutti morti. Falcidiati dalla creatura aliena, come mosche inermi.

Ma voi, appassionati di film horror, sapete bene che accade spesso, intendo questa cosa della donna unica sopravvissuta allo sterminio di genti (quasi sempre innocenti, la maggior parte delle volte stupide), e non vi meravigliate più di tanto ormai. Basti citare l’indimenticabile Jamie Lee Curtis, ovvero Laurie Strode, in “Halloween”; Heather Langenkamp, alias Nancy Thomson, in “Nightmare” e Patricia Tallman – Barbara ne “La notte dei morti viventi”.

Quello che forse non sapete – non lo sapevo nemmeno io, in effetti, fino a poco tempo fa – è che esiste un termine ben preciso per designare queste donne apparentemente “invincibili”: Final girls. Carol J. Clover, un professore americano, ha coniato la definizione nel suo libro dal titolo esplicativo: “Men Women and Chainsaws”, Uomini Donne e Motoseghe.

Le eroine dei film horror, secondo lo studioso, possiedono alcune peculiarità: sono magre, scattanti, razionali e intuitivamente frigide (o comunque poco disposte a spiattellarti in quattro e quattr’otto i propri argomenti sessuali).

Tali caratteristiche affascinano il pubblico indistintamente. Il fisico androgino non turba sessualmente lo spettatore maschio, che, anzi, è portato a immedesimarsi nel ruolo della protagonista; mentre le spettatrici donne, dal canto loro, non si lasciano andare a facili malignità. Voglio dire, sarebbe ridicolo immaginare la protagonista tutta curve e moine rifinire noncurante la sua french manicure, mentre Nightmare le si avvicina, facendo tintinnare il metallo scintillante del memorabile guanto artigliato. La bomba sexy con che cosa potrebbe eliminare il temibile Freddy Krueger? Con la sua lametta più affilata?

Non sarebbe credibile. Giusto.

Eppure le Final girls vengono apprezzate da uomini e donne non per l’invincibilità dimostrata sino all’epilogo vittorioso, ma per la loro apparente fragilità. Sicuramente contribuiscono, in questo senso, la fortuna sfacciata dimostrata dalle protagoniste nell’evitare i colpi mortali inferti ovunque intorno a loro e uno sfinimento fisico e psicologico del mostro serial killer, sempre più depresso in finale di film.

Ciò che rende veramente avvincente un film horror è quindi la capacità dimostrata dalla victim hero, NONOSTANTE TUTTO, di sopravvivere.

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Il mito di Davide e Golia torna ad affascinare l’uomo con la sua taumaturgica lezione di vita: l’intelligenza e la scaltrezza vincono sulla forza bruta, l’umiltà ha la meglio sulla bieca presunzione.

Bene. Eppure tutto ciò mi fa riflettere e non poco.

La donna: fashion victim nella realtà, victim hero nella finzione. Shopping e coiffeur nella vita, vestiti laceri e capelli spettinati nei film. Come si spiega? E soprattutto com’è possibile che quest’apparente antinomia riesca tanto a entusiasmare entrambi i sessi?

Testarda come sono ci ho riflettuto a lungo e sono giunta a una conclusione. Non sono certa che vi piacerà sapere ma avendo sprecato il mio tempo e il mio pensiero non intendo buttare tutto alle ortiche. Quindi, ecco la mia spiegazione.

La donna, in realtà, non è affatto contenta di sé e dell’immagine che i media le hanno costruito addosso. Non è soddisfatta delle sue ingombranti unghie a forma di coltellino per il burro (peraltro molto utili in quei party in cui ti rifilano la solita tartina con il salmone), delle sue protesi posticce, dell’intimo che regola, stringe, alza e modella i glutei, dei suoi maquillage effetto Photoshop e soprattutto di quei dannatissimi plateau strutturalmente molto simili a palafitte del Neolitico.

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Gli uomini, dall’altro lato, non hanno mai avuto il coraggio di ammettere apertamente che la femminilità, a parer loro, non è ostentazione e superbia, ma discrezione e modestia.

Non hanno tutti i torti. Bisogna riconoscerlo. La metà del cielo, cui io stessa appartengo, ha un gran cervello, è vero, ma dovrebbe smettere di impiegarlo  in attività del tutto inutili come la classificazione di almeno venti  tonalità differenti di verde (verde cacciatore, verde arlecchino, verde menta, verde salvia, verde oliva, verde muschio, verde mimetico, verde smeraldo, verde mare, verde chiaro, verde scuro, verde semaforo, verde bottiglia… ), laddove il maschio continuerà a vedere sempre e soltanto verde.

La donna ha un’ammirevole forza di volontà, ma dovrebbe rinunciare a utilizzarla esclusivamente per accaparrarsi il saldo più appetibile di stagione.

La donna ha una gran dignità, ma dovrebbe imparare a usarla in maniera costruttiva, per raccogliere i pezzi infranti della propria immagine e specchiarsi appagata nel riflesso intatto della propria purezza originaria.

Donne, non aspettate l’arrotino per affilare i coltelli. Smettetela di piangervi addosso, attribuendo agli uomini colpe che non possiedono. Assumetevi le vostre responsabilità. Riconoscete gli  sbagli commessi e prendetevi alla fine l’incommensurabile soddisfazione di essere vere eroine, salvando voi stesse dal mostro più spaventoso che vi abbia mai inseguite: La vostra infantile, lamentosa e pervicace PUSILLANIMITA’ (cfr. pochezza d’animo).

Insomma… tirate fuori la final girl che è in Voi!

Io intanto vado a dire due paroline al Regista, che quella cosa lì del “… e tu partorirai con dolore!” mica mi convince tanto.

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