La luce delle trappole, Federica Dotto ‒ Montedit edizioni

Opera 3^ classificata al Concorso Ebook in… versi 2015.

Questa la motivazione della Giuria:

«Se la poesia di Federica Dotto fosse musica, sarebbe una lirica d’arpa celtica, nella quale gli aspetti magici e favolistici della natura hanno un’armonia quasi esoterica, abbracciando un continuo colloquio mistico con le energie primordiali del sé, rivisitando la nascita, la vita, la morte. 
Ciò che è amaro nei versi dell’autrice, è temprato dalla consapevolezza sotterranea dell’inscindibile unione tra il poeta e il cosmo, tra i versi e gli archetipi universali, in un idillio che rinnova la speranza salvifica di sfuggire alla tristezza d’essere, attraverso un rapporto totale con se stessi, sfidando gli abissi e i demoni interiori.
 La poetessa usa un linguaggio colto, con una modulazione che al primo sguardo può apparire criptica e intimistica, ma la musicalità dei versi ci trascina in una danza dove ogni aspetto dell’esistenza umana è lungamente macerato e sofferto, bilanciato e armonizzato.
 Dietro ad ogni fenomeno naturale c’è un’equivalenza spirituale: tale corrispondenza è immediata, simultanea, cromaticamente e figurativamente affine. 
Ecco dunque che la sofferenza si eleva come un canto inevitabile, ergendosi come un Titano al di sopra delle miserie umane, delle banalità che tanto sconfiggono la brama di cielo del poeta. La luce delle trappole è il bagliore illusorio di ciò che la vita ci dà e ci toglie, ma anche l’ispirazione celeste e ardita di Federica Dotto, poetessa dell’anima». Alessandra Crabbia

Le mie impressioni:

Ciò che più mi ha colpito in questa silloge poetica, oltre all’indubbio talento che l’ha ispirata, è la duplice natura dell’autrice.

Federica Dotto, creatura sensibile e leggera, come solo una fata può essere, a tratti preferisce indossare i panni più provocatori di una strega: lo sguardo che indugia fra gli incubi, e il viso sollevato a invocare la luna. Il canto, allora, si trasforma in verso cupo.

Il titolo stesso della raccolta poetica è in equilibrio precario fra due estremi: la felicità di un istante e la dannazione eterna.

“La luce delle trappole” è una tagliola pronta a serrare i suoi denti scintillanti sul lettore. Un bagliore effimero, subito divorato da perenne oscurità.

Le continue metamorfosi vissute dall’autrice sottolineano ancor di più quest’ambivalenza: “La mia vita erba folle”, “Il nostro spirito pratito”, “nel ronzio del cuore vagiti di vento”.

Madre Natura intreccia i suoi rami rigogliosi attorno ai versi della silloge, scorre liquida nei labirinti scavati dalle metafore, soffia nei rintocchi delle pause e crepita attorno alla fiamma viva della passione. Poesia che si fa elementale: Terra, Acqua, Aria e Fuoco. E, a dominare ogni cosa, c’è lo Spirito selvaggio della poetessa.

La poesia che più mi ha emozionato è “Ho un campo sul dito”.

Leggetela con me, qui, ora:

Ho un campo sul dito

e un lombrico chiuso nell’orecchio.

Per quanto si dica

la mia natura è perduta

e un fiotto di mosche

mi esce dalle labbra.

Coltivarmi in cielo

è stata un’arguzia dell’inferno.

Il verso finale, sospeso fra cielo e inferno, è la quintessenza della poesia romantica: ambiguità, seduzione e morte. I temi preferiti dai poeti maledetti.

Federica Dotto ha un raro talento poetico: è un tenero bocciolo del male, pronto a schiudersi in un campo empireo.

cover1