“Una Bionda per il Presidente” (selezionato e pubblicato nell’antologia “I racconti di Cultora” – Historica Edizioni)

“Se dovessero sparire le api dalla superficie della Terra, all’uomo non rimarrebbero più di quattro anni di vita.”
Albert Einstein
Katie varcò la porta nord-est della stanza ovale con discrezione felina. Se non fosse stato per il tintinnio dei preziosi ciondoli Tiffany, ricadenti a grappolo dal bracciale di platino, il Presidente non si sarebbe accorto del suo ingresso.
L’elegante tailleur chiaro s’intonava perfettamente con la sfumatura avorio della tappezzeria e degli arredi. Non si sarebbe potuto dire altrettanto per il suo viso, scuro per la preoccupazione.
«Signor Presidente, sono qui per informarla che la colonia di api si è ripopolata in quantità sufficiente, e, finalmente, la preparazione della birra presidenziale può proseguire a pieno ritmo».
Il Presidente sollevò appena il sopracciglio: «Uhm… a me sembra un’ottima notizia, eppure percepisco un velo di preoccupazione…»
La segretaria personale del Presidente per tutta risposta appoggiò un piccolo fascicolo rilegato in pelle sulla Resolute desk. L’indice della mano destra picchiettò due volte sulla copertina: «Qui ci sono gli esami del laboratorio. Le api sono diverse. Sembra che abbiano subito una mutazione, probabilmente per adattarsi all’ambiente inquinato e nocivo».

Il Presidente intuì dove volesse arrivare Katie: purtroppo si era verificata una moria di api negli ultimi mesi di quell’anno. Interi sciami decimati dai pesticidi dispersi nell’aria e dalle drastiche variazioni climatiche del pianeta.
Gli scienziati non avevano formulato al riguardo dati definitivi, né previsioni attendibili, ma gli effetti dell’inquinamento erano sotto gli occhi di tutti: subdole alterazioni del comportamento animale, accompagnate dall’estinzione di intere specie.
Anche le api allevate nell’orto biologico della first lady, il cui miele veniva impiegato nella produzione della birra presidenziale, la White House Honey Blonde Ale, non erano scampate allo scempio. Ma adesso la cosa sembrava risolta. «La colonia di api si è ripopolata!»… così aveva esordito Katie.

Il Presidente provò a sdrammatizzare la situazione: «Katie, suvvia… saranno api diverse dalle precedenti, ma io sono certo che si tratti pur sempre di api democratiche e, per quanto mi riguarda, nient’altro conta più di questo!»
La segretaria abbozzò un sorriso; non voleva lasciarsi distrarre dal proverbiale sense of humor presidenziale.
Aprì il fascicolo e senza esitazioni, fra tanti diagrammi e tabelle percentuali, scelse un dato esplicativo dell’intera questione «È cambiata anche la qualità del miele prodotto e poiché si tratta di uno fra gli ingredienti principali utilizzati, è ovvio che sia cambiato anche il sapore finale della birra».
«Il sapore?»; il Presidente si fece più serio. «E com’è? Buono?»
Solo ora cominciava a farsi una ragione dell’espressione imbronciata dipinta sul volto giovanissimo della segretaria.
Katie sgualcì la copertina del fascicolo, nell’atto di prendere tempo: «Com’è… com’è …», l’esitazione trapelava da ogni singola pausa: «… È insolito».
«Insolito?», quell’aggettivo risuonò nel silenzio immacolato della stanza come la stridula cacofonia di un graffio su una lavagna.
«Gli chef hanno assaggiato personalmente la miscela e…».
«E?»; il Presidente era incalzante.
«… E sono stati evasivi al riguardo, ma tutti hanno convenuto su un fatto…».
«Katie, insomma, stiamo parlando di un’innocua bevanda artigianale. Una semplice birra! Non una nuova arma chimica progettata per sterminare l’intera popolazione mondiale. Quindi, ti prego, dimmi tutto ciò che c’è da sapere al riguardo, senza tentennamenti o reticenze».
Katie, scelse accuratamente le parole da adoperare e si fece coraggio: «Gli chef hanno riferito che la birra provoca uno stato di ebbrezza sui generis… nulla di violento, per carità! Solo delle allucinazioni particolari, accompagnate da manifestazioni paranoiche».

Il Presidente guardò la donna esterrefatto. Non riusciva a credere alle proprie orecchie e incominciò a dubitare del suo stato di lucidità mentale. Si domandò perfino se la segretaria, nel tentativo di sperimentare personalmente gli effetti della birra, avesse alzato troppo il gomito.
Katie lesse chiaramente quel pensiero, nell’espressione fin troppo esplicita del Presidente e, cercando di mantenere intatte dignità e professionalità, provò a suggerire una soluzione di emergenza: «In fin dei conti non c’è nulla di tossico nella birra; gli esami lo confermano. Personalmente non vi ho trovato niente di strano… ma ne ho gustato solo un sorso».
Non si era sbagliato: Katie aveva assaggiato la miscela!
«… Dunque suggerisco di farne omaggio, come avevamo progettato sin dal principio, agli ex funzionari dell’FBI o ai vecchi dipendenti della White House», concluse perentorio. Quindi si alzò dalla Resolute desk, avvicinandosi a passi lenti alla porta finestra affacciata sullo splendido Giardino delle Rose.

Sciami di api ronzavano instancabilmente, disegnando voli intricati fra le innumerevoli varietà colorate di calici dischiusi. Insetti innocui intenti a produrre l’oro prezioso del loro miele: uno dei tanti doni inestimabili elargiti dalla Natura all’uomo. Non vi poteva essere nulla di pericoloso in tutto ciò.
Anche Darwin lo aveva chiarito nei suoi studi sull’evoluzione: non è la più forte delle specie che sopravvive, né la più intelligente, ma quella più reattiva ai cambiamenti.
Le api avevano saputo adattarsi ai mutamenti climatici e il miele si era “evoluto” assieme a loro. La Natura non commette errori.
La White House Honey Blonde Ale era a posto, forse persino migliore della precedente versione. I suoi collaboratori avrebbero apprezzato un così gentile e simpatico omaggio.
Oltretutto, un’altra questione più spinosa, la dilagante rivoluzione in Egitto, richiedeva tutta la sua attenzione.
Non poteva certo dilungarsi oltre in frivole discussioni culinarie.
Si girò deciso verso la segretaria, che attendeva in posa compita, accanto alla Resolute desk: «Hai Capito, Katie? Procedete pure con le spedizioni! Inviate una cassa di sei bottiglie a ciascun nominativo contenuto negli elenchi compilati».

§§§

Se c’era una cosa che Bernie detestava, oltre l’ipocrisia dei propri simili, era la birra calda. Due cose tanto lontane fra loro, a pensarci bene, avevano un’origine comune: la natura alterata da condizioni ambientali avverse.
Il calore nel caso di bevande, le delusioni nel caso di esseri umani, sono in grado di provocare lo stesso tipo di deterioramento.
Bernie fece schioccare la lingua sul palato per cercare di intuire meglio il sapore della miscela. Aveva uno strano retrogusto dolciastro, simile al miele.
Era un peccato che la birra non fosse fredda al punto giusto. In quel modo non era possibile stabilirne la bontà.
D’altra parte la sua fretta era ampiamente giustificata. L’idea che il Presidente degli Stati Uniti avesse omaggiato proprio lui, Bernie Smith, funzionario dell’FBI in pensione, con un’intera cassa di White House Honey Blonde Ale, lo aveva commosso fin quasi alle lacrime.
Alla commozione si aggiungevano, ovviamente, la curiosità e l’astinenza da alcool.
Adesso, però, era il caso di raffreddare le bottiglie rimaste e gustarle nel modo migliore. Bernie Smith si alzò con fatica dalla sua vecchia poltrona di velluto color muschio, strusciando le pantofole fino alla cucina. Nel tragitto, passando accanto alla foto incorniciata della moglie, morta da più di venti anni, accennò un brindisi.
In prossimità del frigo, l’anziano appoggiò la bottiglia quasi vuota sul tavolo. Lanciò un’occhiata compiaciuta alla cassa decorata con il logo della White House e, nell’impossibilità di sollevarla, la spinse con una gamba, come si fa con un cane che non si voglia decidere a uscire da casa per i suoi bisogni. Aprì il reparto del ghiaccio, vi ripose le birre e richiuse lo sportello. A quel punto la vide: la carne candida come l’avorio e morbida come burro si distribuiva lungo una silhouette di curve mozzafiato.
Un lenzuolo bianchissimo, forse lo stesso su cui giaceva morta il 5 agosto del 1962, era serrato in mezzo alle cosce nervose e saliva fino a coprirne appena il seno generoso.

Bernie cercò invano la spalliera di una sedia per appoggiare il peso invincibile della meraviglia, accompagnato a quello della vecchiaia. Il broncio si attenuò e le labbra si schiusero in un sorriso ammaliante: «Hai ragione, Bernie, “Marilyn” fa quest’effetto»

Sfregò gli occhi, mormorando la propria incredulità: «Come sono ridotto: un vecchio alcolizzato e depresso!», poi lanciò un’altra occhiata, dubbioso. Lei era ancora lì, splendida come tutti la ricordavano; l’eternità dei suoi trentasei anni portata con estrema disinvoltura.

«Bernie, non me lo sarei mai aspettato da te!»
Marilyn conosceva il nome del vecchio pensionato! Il suo ego usurato dal tempo e dalle delusioni venne sfiorato da un sussulto di orgoglio.
«Una vita trascorsa a studiare il mio caso: centinaia di bobine contenenti intercettazioni telefoniche analizzate e trascritte sospiro per sospiro; prove costruite ad arte poi smentite; tentativi di insabbiamenti stroncati; complotti orditi dalle più alte sfere pubblicamente smascherati… e poi? Tutto finito in una grande bolla di sapone! Ti sei arreso Bernie? Cos’è stato che ti ha ridotto così: la vecchiaia o la paura?»

L’orgoglio del pensionato, appena richiamato in causa da quella sfilza di accuse, lo spinse a reagire con prontezza e determinazione: «Piano! Piano! Piano! Un momento! Paura? Non ti rendi conto di cosa stai parlando! Da quel che io so, ti hanno usata tutti: la mafia, gli strizzacervelli, gli amici degli strizzacervelli, i produttori hollywoodiani, l’FBI e l’intera famiglia Kennedy! Perciò non ti permettere più di usare quel tono con me!»
L’attrice si limitò a sbattere le ciglia foltissime un paio di volte. Poi iniziò a parlare, con voce calma e suadente: «Capisco… pensavo che l’intuito ti avrebbe portato più in là dei soliti luoghi comuni costruiti ad arte sulla figura di Marilyn e degli altri divi hollywoodiani. Invece non è così… e mi spiace. La cosa è molto più complicata di ciò che pensi, bisogna partire da più lontano. Più precisamente, dalla fine della seconda guerra mondiale: cinquantacinque milioni di morti e un’economia allo stremo. L’uomo si era chiaramente rivelato il peggior nemico di se stesso. I conflitti, un tempo pianificati ad arte sulle carte geografiche, come giochi di guerra fra ragazzini depravati e corrotti, avevano preso direzioni inaspettate, trasformandosi in un orrore senza fine.
Questo è successo perché l’uomo è una creatura incontrollabile.
Le sue reazioni sono connesse a bisogni più complessi e profondi rispetto a quelli semplici e istintivi degli animali.
L’uomo è per sua natura tormentato, scontento, deluso, amareggiato.
Viste le premesse, il “Congresso” decise di correre ai ripari: bisognava escogitare un metodo per condizionare le scelte umane.
A seguito di questo tacito accordo fra le potenze mondiali, negli anni ’50, il mondo subì una trasformazione incredibile, anche se la maggior parte della gente non si accorse di nulla.
Bernie, hai presente una pista di bowling: lucente, dritta, piatta? Ecco! Così divenne il mondo! L’uomo, lanciando la palla del proprio destino non avrebbe potuto sbagliarsi più di tanto. Tutto era rigorosamente previsto.
Paradossalmente il compito di gestire la pista, con le sue luci sfavillanti e i suoi roboanti rumori di colpi andati a segno e di birilli gettati a terra, venne affidato alla fabbrica dei sogni per eccellenza: Hollywood!
L’intellighenzia postbellica si rese conto quanto fascino esercitasse sull’uomo medio, appena scampato al conflitto mondiale, il grande baraccone dello star system hollywoodiano.
Qualsiasi messaggio-osso venisse lanciato alla platea ansiosa e basita, l’effetto era tanto immediato quanto disarmante: un nugolo di bestioline uggiolanti si affannava alla disperata ricerca della propria briciola di identità. Emulare le dive e i divi del cinema divenne lo scopo principale dell’intera umanità scodinzolante. Patetici vero?
I divi del momento dettavano legge su ogni cosa: il modello di macchina da acquistare, la linea di abiti da indossare, la pettinatura da sfoggiare, la casa da abitare.
I subdoli consigli di un potentissimo deus ex machina non si limitavano a condizionare la moda e l’andamento del mercato, ma si arrogavano il diritto di guidare, il più delle volte deviandola, la morale.
Per non parlare, poi, delle grandi farse cinematografiche appositamente create negli Studios per rendere l’uomo medio più consapevole e soddisfatto dei notevoli traguardi raggiunti dalla società in cui viveva: la luna! Un grande passo per lo star system hollywoodiano!
Se qualcuno si ribellava al piano diabolico, per un rigurgito di moralità o per rimorso, avrebbe fatto la fine che è toccata in sorte a me e a tanti altri come me: Elisabeth Short, James Dean, Bruce Lee, Natalie Wood, Jean Seberg… davvero vuoi che io continui?»

Era una domanda retorica. Marylin proseguì imperterrita nel suo lungo monologo. Il più brillante di un’intera carriera.
«Adesso ti fornisco io i dettagli del complotto, chi l’ha architettato e perché. Tu, intanto, mettiti comodo e gustati una birra del Presidente. Fredda come piace a te!…»
Bernie non avrebbe mai osato interromperla o contraddirla. Il tono melenso della sua voce si era fatto sempre più simile a un incessante, monotono ronzio, che riempiva le orecchie impastocchiandole di congiure, trame e macchinazioni, mentre un liquido denso e appiccicoso, pregno di sospetto e di rabbia, intasava ogni pertugio labirintico, come fa il miele nelle celle di un’arnia.

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