“Il dono”

Si aggirava indolente nei viali brulicanti di esuberante vitalità e risatine melliflue.

Dal fitto fogliame dei cespugli di alloro, che popolavano le aiuole verdissime, e dalle fervide menti degli studenti, sature di speranze e di ambizioni, esalava lo stesso profumo nostalgico di corruttibile vanità.

Quella briosa fragranza campestre La metteva profondamente a disagio.

La situazione, il luogo e perfino il periodo dell’anno – maggio, il mese delle rose: la Natura ormai greve di fiori e di frutti, l’istinto animale all’apice delle proprie pulsioni sessuali – La facevano sentire del tutto inopportuna.

Lei era abituata a frequentare luoghi completamente diversi. Ospedali, carceri e grandi arterie trafficate rappresentavano le mete preferite del Suo coerente vagabondare. Odore penetrante di farmaci, sudore e ferodi surriscaldati. Vibrazioni intense di paura, ira repressa e adrenalina. Questa l’alchimia chimica ed emozionale cui era assuefatta.

Solitamente si sentiva più motivata nelle Sue azioni e condivideva per Filo e per Segno le scelte compiute dal Fato. Quel giorno, purtroppo, non era così e non riusciva, per quanti sforzi facesse, ad afferrare il significato recondito di una Sua chiamata all’interno della quieta e graziosa cittadella universitaria.

Apparentemente un’oasi tranquilla nel marasma caotico e selvaggio di una metropoli cialtrona e incivile.

Si fermò perplessa a rimirare le splendide fattezze della mastodontica statua, raffigurante la Minerva, dea romana della sapienza e della guerra.

Non aveva mai creduto che vi fosse molta saggezza nell’arte bellica, in considerazione, soprattutto, dei suoi efferati e sanguinosi esiti, ma la dea Le era stata sempre simpatica, per via di quel misterioso animale totemico, la civetta, che l’accompagnava nelle raffigurazioni più comuni. Il piccolo rapace notturno, sin dall’epoca di antichissime civiltà, come quella azteca ed egizia, simboleggiava la morte e l’oscurità delle tenebre.

Quella considerazione, paradossalmente, La rinvigorì, restituendole una sferzata di fiducia e di alacrità. Proseguì, nonostante ciò, nell’esame minuzioso della statua. Le restava ancora parecchio tempo a disposizione e aveva intenzione di prendersela comoda.

Le braccia protese al cielo dell’invincibile guerriera, in un gesto rigido e impettito d’invocazione e di saluto, La fecero riflettere sul fatto che gli studenti non dovessero gradire in maniera particolare l’enfasi e l’autorità di una tale accoglienza.

Seguì la direzione di quello sguardo freddo e calcolatore, perfino più del Suo, fino all’ingresso principale, costituito da una successione di varchi squadrati, molto simili ai dolmen megalitici. Una porta universitaria rassomigliante al preistorico accesso funerario! Ne fu incredibilmente sorpresa.

Una cosa era certa: Lei amava l’architettura razionalista e il coacervo d’idee e fermenti intellettuali a essa sottesa. Le forme semplici e razionali, rifletté, possiedono un indiscutibile pregio: sono facilmente comprensibili e non celano significati reconditi particolari. L’eliminazione di ogni orpello o fronzolo, dalle finalità esclusivamente estetiche, godeva del Suo più sincero beneplacito. La linea pura, dritta e sobria poteva essere facilmente recisa. Come la Vita stessa.

Scosse il capo, desolata dal Suo humour macabro, e riprese la strada.

Era incredibile come tutti Le passassero accanto, senza far caso a Lei, al Suo abito scuro e un po’ liso dagli anni, al Suo pallore emaciato, alla Sua espressione colma di rammarico e attonito stupore. Poi, a un tratto, accadde qualcosa d’insolito.

Una ragazza bionda, che percorreva da sola il viale, in senso opposto al Suo, si fermò improvvisamente. Una corolla di panico si schiuse sul delicato stelo della sua esile figura.

Ella giurò che qualcuno, finalmente, si fosse accorto di Lei e che la moltitudine circostante, fremente di entusiasmo e di gioia, fosse improvvisamente scomparsa, risucchiata nel vortice insidioso di un respiro vitale trattenuto a morsi fra i denti serrati.

Precognizione di Morte. Accadeva raramente. Ma poteva accadere.

Che turbamento fu per Lei, solitamente così scevra di emozioni, scorgere gli occhi atterriti della giovane risalire la Sua figura ossuta e proseguire, in quel volo privo di ali, per innalzarsi fino al cielo, ammirandone l’azzurro opalescente. Il colore dell’infinito.

Ne lesse chiaramente il pensiero.

“Se adesso morissi, quante cose lascerei incompiute! Quante persone piangerebbero la mia assenza! Quanto mancherei a me stessa: alla me stessa che sarei potuta o dovuta essere!”.

La ragazza bionda stava per scoppiare in un pianto dirotto, inconsulto e irrefrenabile. Quella consapevolezza dilagante si era trasformata in un grumo denso di rimpianto che le bloccava l’esofago.

Improvvisamente, però, la fugace visione di Morte si dissolse, mentre la folla vitale riapparse, col suo brusio incessante di ardenti desideri e vane speranze.

Si era trattato soltanto di un sopralluogo: la Morte mostrò le sue scarne spalle alla Vita e si allontanò da lì.

La mattina successiva, 9 maggio del 1997, sarebbe tornata per compiere quanto era stato deciso.

§§§

L’indomani il sole splendeva alto nel cielo. Un’altra tiepida giornata di primavera.

Infastidita dal tripudio di luci e di colori sfavillanti decise che avrebbe trovato riparo in uno degli edifici accademici circostanti.

I lunghissimi corridoi della facoltà di Giurisprudenza erano fitti di ombre e cosparsi di residui polverosi. Incredibilmente, lo stesso aspetto, un po’ sciatto e abbandonato, convenzionalmente attribuito, in quell’epoca di declino e corruzione, alla Giustizia.

Venne attirata dal vocio confuso di un’aula. Mentre osservava dall’alto, con sguardo spento e implacabile, l’anfiteatro che si allargava ai suoi piedi, come un paio di braccia imploranti, intuì che la Sua vittima era lì, immersa nella folla fluttuante di vite distratte.

Al saluto di commiato del professore, tutti si alzarono desiderosi di allontanarsi al più presto dall’aula.

Seguì il serpente sinuoso di ebbrezza giovanile snodarsi per corridoi e scalinate, fino all’esterno dell’edificio. Di nuovo il sole abbagliante. Nei dardi scintillanti di luce, Lei soltanto poté riconoscere il luccichio sinistro di un proiettile.

Fu un attimo. Un istante eterno. La giovane, che cadde colpita dall’oltraggio di quel gesto umano, assomigliava in maniera impressionante alla ragazza bionda incontrata il giorno precedente. Ma non era lei.

Anche questa volta vi fu un pensiero da leggere. L’ultimo pensiero.

“Si affastellano nella mia mente, in disordine caotico e in un ronzio incessante di sciame, i miei desideri di giovane ragazza, le piccole ossessioni, gli insignificanti turbamenti, i sentimenti acerbi.

Adesso, inoltre, con gli occhi dell’Anima, riesco chiaramente a vedermi donna, laureata, professionista, circondata dall’affetto delle persone care.

Nitide visioni del mio Futuro si succedono in rapida sequenza logica.

Assisto, invasa da struggente malinconia, alla gigantesca proiezione di un flashforward della mia vita interrotta.

Io che sorrido estasiata durante i festeggiamenti per la mia laurea. Io che brindo col mio compagno, seduti sul pavimento di una casa ancora interamente da arredare. Io che allatto una bimba attaccata avidamente al mio seno.

Tutti quei Natali, quei viaggi e quelle ricorrenze felici che s’inseguono vorticosamente in immagini sempre più confuse.

Ovviamente ci sono anche litigi, lacrime, rinunce e delusioni.

In fondo che cos’è la vita se non un alternarsi prodigioso di tutti questi episodi?

Era tutto scritto. Era tutto previsto.

Ma la follia di uomini maledetti ha troncato quel naturale percorso.

La Morte, spiazzata, ha dovuto scegliere in fretta. Fra centinaia di giovani ragazzi ha colpito me. Perché? Non so.

So solo che altri avranno i miei festeggiamenti, i miei brindisi, i miei istinti materni… la mia gioia, le mie soddisfazioni, i miei traguardi… la mia rabbia, il mio dolore, il mio rimpianto.

Altri avranno il dono della vita. Della Mia Vita.

I miei occhi sono stanchi di ammirare il cielo terso, così splendente di luce e così… quieto, tranquillo, sereno. La mia anima, ansiosa di fuggire altrove, cede un ultimo struggente pensiero alla mente, anch’essa ormai consapevole dell’imminente distacco: La Vita è un magnifico Dono”.

La Morte si commosse.

Rinviò il triste momento, accordando altro tempo alla fragile Anima impreparata.

Il dono che Marta, perché questo era il nome della ragazza, Le aveva concesso, dilatando in un fiore purpureo di sgomento e di poesia quell’ultimo pensiero, era paragonabile, per pregio e per valore, unicamente all’inestimabile dono della Vita, elargito a chi, quel giorno, era sopravvissuto.

Dedicato a Marta Russo

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