“Una Bionda per il Presidente” (selezionato e pubblicato nell’antologia “I racconti di Cultora” – Historica Edizioni)

“Se dovessero sparire le api dalla superficie della Terra, all’uomo non rimarrebbero più di quattro anni di vita.”
Albert Einstein
Katie varcò la porta nord-est della stanza ovale con discrezione felina. Se non fosse stato per il tintinnio dei preziosi ciondoli Tiffany, ricadenti a grappolo dal bracciale di platino, il Presidente non si sarebbe accorto del suo ingresso.
L’elegante tailleur chiaro s’intonava perfettamente con la sfumatura avorio della tappezzeria e degli arredi. Non si sarebbe potuto dire altrettanto per il suo viso, scuro per la preoccupazione.
«Signor Presidente, sono qui per informarla che la colonia di api si è ripopolata in quantità sufficiente, e, finalmente, la preparazione della birra presidenziale può proseguire a pieno ritmo».
Il Presidente sollevò appena il sopracciglio: «Uhm… a me sembra un’ottima notizia, eppure percepisco un velo di preoccupazione…»
La segretaria personale del Presidente per tutta risposta appoggiò un piccolo fascicolo rilegato in pelle sulla Resolute desk. L’indice della mano destra picchiettò due volte sulla copertina: «Qui ci sono gli esami del laboratorio. Le api sono diverse. Sembra che abbiano subito una mutazione, probabilmente per adattarsi all’ambiente inquinato e nocivo».

Il Presidente intuì dove volesse arrivare Katie: purtroppo si era verificata una moria di api negli ultimi mesi di quell’anno. Interi sciami decimati dai pesticidi dispersi nell’aria e dalle drastiche variazioni climatiche del pianeta.
Gli scienziati non avevano formulato al riguardo dati definitivi, né previsioni attendibili, ma gli effetti dell’inquinamento erano sotto gli occhi di tutti: subdole alterazioni del comportamento animale, accompagnate dall’estinzione di intere specie.
Anche le api allevate nell’orto biologico della first lady, il cui miele veniva impiegato nella produzione della birra presidenziale, la White House Honey Blonde Ale, non erano scampate allo scempio. Ma adesso la cosa sembrava risolta. «La colonia di api si è ripopolata!»… così aveva esordito Katie.

Il Presidente provò a sdrammatizzare la situazione: «Katie, suvvia… saranno api diverse dalle precedenti, ma io sono certo che si tratti pur sempre di api democratiche e, per quanto mi riguarda, nient’altro conta più di questo!»
La segretaria abbozzò un sorriso; non voleva lasciarsi distrarre dal proverbiale sense of humor presidenziale.
Aprì il fascicolo e senza esitazioni, fra tanti diagrammi e tabelle percentuali, scelse un dato esplicativo dell’intera questione «È cambiata anche la qualità del miele prodotto e poiché si tratta di uno fra gli ingredienti principali utilizzati, è ovvio che sia cambiato anche il sapore finale della birra».
«Il sapore?»; il Presidente si fece più serio. «E com’è? Buono?»
Solo ora cominciava a farsi una ragione dell’espressione imbronciata dipinta sul volto giovanissimo della segretaria.
Katie sgualcì la copertina del fascicolo, nell’atto di prendere tempo: «Com’è… com’è …», l’esitazione trapelava da ogni singola pausa: «… È insolito».
«Insolito?», quell’aggettivo risuonò nel silenzio immacolato della stanza come la stridula cacofonia di un graffio su una lavagna.
«Gli chef hanno assaggiato personalmente la miscela e…».
«E?»; il Presidente era incalzante.
«… E sono stati evasivi al riguardo, ma tutti hanno convenuto su un fatto…».
«Katie, insomma, stiamo parlando di un’innocua bevanda artigianale. Una semplice birra! Non una nuova arma chimica progettata per sterminare l’intera popolazione mondiale. Quindi, ti prego, dimmi tutto ciò che c’è da sapere al riguardo, senza tentennamenti o reticenze».
Katie, scelse accuratamente le parole da adoperare e si fece coraggio: «Gli chef hanno riferito che la birra provoca uno stato di ebbrezza sui generis… nulla di violento, per carità! Solo delle allucinazioni particolari, accompagnate da manifestazioni paranoiche».

Il Presidente guardò la donna esterrefatto. Non riusciva a credere alle proprie orecchie e incominciò a dubitare del suo stato di lucidità mentale. Si domandò perfino se la segretaria, nel tentativo di sperimentare personalmente gli effetti della birra, avesse alzato troppo il gomito.
Katie lesse chiaramente quel pensiero, nell’espressione fin troppo esplicita del Presidente e, cercando di mantenere intatte dignità e professionalità, provò a suggerire una soluzione di emergenza: «In fin dei conti non c’è nulla di tossico nella birra; gli esami lo confermano. Personalmente non vi ho trovato niente di strano… ma ne ho gustato solo un sorso».
Non si era sbagliato: Katie aveva assaggiato la miscela!
«… Dunque suggerisco di farne omaggio, come avevamo progettato sin dal principio, agli ex funzionari dell’FBI o ai vecchi dipendenti della White House», concluse perentorio. Quindi si alzò dalla Resolute desk, avvicinandosi a passi lenti alla porta finestra affacciata sullo splendido Giardino delle Rose.

Sciami di api ronzavano instancabilmente, disegnando voli intricati fra le innumerevoli varietà colorate di calici dischiusi. Insetti innocui intenti a produrre l’oro prezioso del loro miele: uno dei tanti doni inestimabili elargiti dalla Natura all’uomo. Non vi poteva essere nulla di pericoloso in tutto ciò.
Anche Darwin lo aveva chiarito nei suoi studi sull’evoluzione: non è la più forte delle specie che sopravvive, né la più intelligente, ma quella più reattiva ai cambiamenti.
Le api avevano saputo adattarsi ai mutamenti climatici e il miele si era “evoluto” assieme a loro. La Natura non commette errori.
La White House Honey Blonde Ale era a posto, forse persino migliore della precedente versione. I suoi collaboratori avrebbero apprezzato un così gentile e simpatico omaggio.
Oltretutto, un’altra questione più spinosa, la dilagante rivoluzione in Egitto, richiedeva tutta la sua attenzione.
Non poteva certo dilungarsi oltre in frivole discussioni culinarie.
Si girò deciso verso la segretaria, che attendeva in posa compita, accanto alla Resolute desk: «Hai Capito, Katie? Procedete pure con le spedizioni! Inviate una cassa di sei bottiglie a ciascun nominativo contenuto negli elenchi compilati».

§§§

Se c’era una cosa che Bernie detestava, oltre l’ipocrisia dei propri simili, era la birra calda. Due cose tanto lontane fra loro, a pensarci bene, avevano un’origine comune: la natura alterata da condizioni ambientali avverse.
Il calore nel caso di bevande, le delusioni nel caso di esseri umani, sono in grado di provocare lo stesso tipo di deterioramento.
Bernie fece schioccare la lingua sul palato per cercare di intuire meglio il sapore della miscela. Aveva uno strano retrogusto dolciastro, simile al miele.
Era un peccato che la birra non fosse fredda al punto giusto. In quel modo non era possibile stabilirne la bontà.
D’altra parte la sua fretta era ampiamente giustificata. L’idea che il Presidente degli Stati Uniti avesse omaggiato proprio lui, Bernie Smith, funzionario dell’FBI in pensione, con un’intera cassa di White House Honey Blonde Ale, lo aveva commosso fin quasi alle lacrime.
Alla commozione si aggiungevano, ovviamente, la curiosità e l’astinenza da alcool.
Adesso, però, era il caso di raffreddare le bottiglie rimaste e gustarle nel modo migliore. Bernie Smith si alzò con fatica dalla sua vecchia poltrona di velluto color muschio, strusciando le pantofole fino alla cucina. Nel tragitto, passando accanto alla foto incorniciata della moglie, morta da più di venti anni, accennò un brindisi.
In prossimità del frigo, l’anziano appoggiò la bottiglia quasi vuota sul tavolo. Lanciò un’occhiata compiaciuta alla cassa decorata con il logo della White House e, nell’impossibilità di sollevarla, la spinse con una gamba, come si fa con un cane che non si voglia decidere a uscire da casa per i suoi bisogni. Aprì il reparto del ghiaccio, vi ripose le birre e richiuse lo sportello. A quel punto la vide: la carne candida come l’avorio e morbida come burro si distribuiva lungo una silhouette di curve mozzafiato.
Un lenzuolo bianchissimo, forse lo stesso su cui giaceva morta il 5 agosto del 1962, era serrato in mezzo alle cosce nervose e saliva fino a coprirne appena il seno generoso.

Bernie cercò invano la spalliera di una sedia per appoggiare il peso invincibile della meraviglia, accompagnato a quello della vecchiaia. Il broncio si attenuò e le labbra si schiusero in un sorriso ammaliante: «Hai ragione, Bernie, “Marilyn” fa quest’effetto»

Sfregò gli occhi, mormorando la propria incredulità: «Come sono ridotto: un vecchio alcolizzato e depresso!», poi lanciò un’altra occhiata, dubbioso. Lei era ancora lì, splendida come tutti la ricordavano; l’eternità dei suoi trentasei anni portata con estrema disinvoltura.

«Bernie, non me lo sarei mai aspettato da te!»
Marilyn conosceva il nome del vecchio pensionato! Il suo ego usurato dal tempo e dalle delusioni venne sfiorato da un sussulto di orgoglio.
«Una vita trascorsa a studiare il mio caso: centinaia di bobine contenenti intercettazioni telefoniche analizzate e trascritte sospiro per sospiro; prove costruite ad arte poi smentite; tentativi di insabbiamenti stroncati; complotti orditi dalle più alte sfere pubblicamente smascherati… e poi? Tutto finito in una grande bolla di sapone! Ti sei arreso Bernie? Cos’è stato che ti ha ridotto così: la vecchiaia o la paura?»

L’orgoglio del pensionato, appena richiamato in causa da quella sfilza di accuse, lo spinse a reagire con prontezza e determinazione: «Piano! Piano! Piano! Un momento! Paura? Non ti rendi conto di cosa stai parlando! Da quel che io so, ti hanno usata tutti: la mafia, gli strizzacervelli, gli amici degli strizzacervelli, i produttori hollywoodiani, l’FBI e l’intera famiglia Kennedy! Perciò non ti permettere più di usare quel tono con me!»
L’attrice si limitò a sbattere le ciglia foltissime un paio di volte. Poi iniziò a parlare, con voce calma e suadente: «Capisco… pensavo che l’intuito ti avrebbe portato più in là dei soliti luoghi comuni costruiti ad arte sulla figura di Marilyn e degli altri divi hollywoodiani. Invece non è così… e mi spiace. La cosa è molto più complicata di ciò che pensi, bisogna partire da più lontano. Più precisamente, dalla fine della seconda guerra mondiale: cinquantacinque milioni di morti e un’economia allo stremo. L’uomo si era chiaramente rivelato il peggior nemico di se stesso. I conflitti, un tempo pianificati ad arte sulle carte geografiche, come giochi di guerra fra ragazzini depravati e corrotti, avevano preso direzioni inaspettate, trasformandosi in un orrore senza fine.
Questo è successo perché l’uomo è una creatura incontrollabile.
Le sue reazioni sono connesse a bisogni più complessi e profondi rispetto a quelli semplici e istintivi degli animali.
L’uomo è per sua natura tormentato, scontento, deluso, amareggiato.
Viste le premesse, il “Congresso” decise di correre ai ripari: bisognava escogitare un metodo per condizionare le scelte umane.
A seguito di questo tacito accordo fra le potenze mondiali, negli anni ’50, il mondo subì una trasformazione incredibile, anche se la maggior parte della gente non si accorse di nulla.
Bernie, hai presente una pista di bowling: lucente, dritta, piatta? Ecco! Così divenne il mondo! L’uomo, lanciando la palla del proprio destino non avrebbe potuto sbagliarsi più di tanto. Tutto era rigorosamente previsto.
Paradossalmente il compito di gestire la pista, con le sue luci sfavillanti e i suoi roboanti rumori di colpi andati a segno e di birilli gettati a terra, venne affidato alla fabbrica dei sogni per eccellenza: Hollywood!
L’intellighenzia postbellica si rese conto quanto fascino esercitasse sull’uomo medio, appena scampato al conflitto mondiale, il grande baraccone dello star system hollywoodiano.
Qualsiasi messaggio-osso venisse lanciato alla platea ansiosa e basita, l’effetto era tanto immediato quanto disarmante: un nugolo di bestioline uggiolanti si affannava alla disperata ricerca della propria briciola di identità. Emulare le dive e i divi del cinema divenne lo scopo principale dell’intera umanità scodinzolante. Patetici vero?
I divi del momento dettavano legge su ogni cosa: il modello di macchina da acquistare, la linea di abiti da indossare, la pettinatura da sfoggiare, la casa da abitare.
I subdoli consigli di un potentissimo deus ex machina non si limitavano a condizionare la moda e l’andamento del mercato, ma si arrogavano il diritto di guidare, il più delle volte deviandola, la morale.
Per non parlare, poi, delle grandi farse cinematografiche appositamente create negli Studios per rendere l’uomo medio più consapevole e soddisfatto dei notevoli traguardi raggiunti dalla società in cui viveva: la luna! Un grande passo per lo star system hollywoodiano!
Se qualcuno si ribellava al piano diabolico, per un rigurgito di moralità o per rimorso, avrebbe fatto la fine che è toccata in sorte a me e a tanti altri come me: Elisabeth Short, James Dean, Bruce Lee, Natalie Wood, Jean Seberg… davvero vuoi che io continui?»

Era una domanda retorica. Marylin proseguì imperterrita nel suo lungo monologo. Il più brillante di un’intera carriera.
«Adesso ti fornisco io i dettagli del complotto, chi l’ha architettato e perché. Tu, intanto, mettiti comodo e gustati una birra del Presidente. Fredda come piace a te!…»
Bernie non avrebbe mai osato interromperla o contraddirla. Il tono melenso della sua voce si era fatto sempre più simile a un incessante, monotono ronzio, che riempiva le orecchie impastocchiandole di congiure, trame e macchinazioni, mentre un liquido denso e appiccicoso, pregno di sospetto e di rabbia, intasava ogni pertugio labirintico, come fa il miele nelle celle di un’arnia.

11053199_711513968980884_7152794241888817102_n

Annunci

“Il lago di Pilato” (Primo classificato “Un mese con Torinoir”)

«Manca ancora molto?», domandò sconfortato il commissario.
In quel momento avrebbe desiderato essere uno stambecco, per balzare sui picchi impervi con stupefacente disinvoltura.
Purtroppo la scarsa forma fisica lo costringeva ad assumere l’andatura goffa e lenta di un orrido scarafaggio, che arranca sotto il peso invincibile della sua enorme corazza.
«Pochi minuti appena», rispose Giustino, mantenendo lo sguardo fisso innanzi a sé e cercando di non dare troppo peso alla retroguardia impacciata e ansimante.
Era evidente che egli conoscesse i percorsi di montagna a menadito. Saltellava sul terreno scosceso, come nemmeno una capra avrebbe saputo fare e senza che una stilla di sudore ne imperlasse il volto cotto dal sole.
«Con tutta probabilità non si trattava nemmeno di pelle umana», rifletté cinicamente il commissario Fosco Martini. Un’analisi accurata di un patologo avrebbe evidenziato la presenza nell’epidermide di una particolare lega: cuoio e acciaio. La classica pellaccia dura di un alieno montanaro, insomma.
«È curioso e allo stesso tempo irritante, che la gente di montagna attribuisca una durata esigua a percorsi che un uomo normale impiegherebbe ore a compiere. Le cose sono due: o siete degli inguaribili ottimisti o siete dei bugiardi spudorati», sentenziò il commissario con voce rotta dall’affanno.
Il cinismo ostentato da Fosco nascondeva una punta d’invidia per coloro che riuscivano a trovarsi a proprio agio in un mondo in cui lui, nonostante gli sforzi compiuti, non avrebbe mai potuto ambientarsi.
Mare, montagna, città o lago erano indifferenti. Il commissario Fosco era un essere irrequieto e tormentato che, tempo massimo un paio di anni, scappava dalla destinazione assegnatagli per via del suo lavoro.
Giustino si arrestò e sembrò riflettere, continuando a mostrare le spalle spaziose al proprio interlocutore. Poi, all’improvviso si girò e, puntando uno sguardo freddo e calcolatore su quella che doveva essere un’autorevole figura, ormai ridotta a un ammasso grondante di abiti e imprecazioni, replicò con tono affettato: «Io non sono di qui. Vengo da fuori».
Detto così: «Vengo da fuori», si poteva fantasticare chissà quale provenienza esotica della compassata guida.
Il dubbio sfiorò il commissario Fosco: «Da fuori?».
«Sì, da una cittadina di mare distante un centinaio di chilometri», rispose laconico, indicando in maniera vaga il punto in cui, appena poche ore prima, era sorto il sole infuocato di agosto.
Lo sguardo perplesso del commissario non lasciò scelta a Giustino: pur non avendone voglia, sapeva che avrebbe dovuto fornire una spiegazione.
«Ero un pescatore prima di trasferirmi sulle montagne e diventare il proprietario della Taverna Sibilla».
«Che cosa strana!».
«Cosa? Che io non sia di queste parti?».
«No, che un pescatore, abituato alla distesa infinita del mare e a un clima decisamente più temperato, decida improvvisamente di cambiare vita e di ritirarsi in montagna».
Giustino proseguì il cammino, mantenendo la sua posizione distante innanzi al commissario. Fece ancora qualche passo poi inaspettatamente esclamò: «Sono il leopardo del Kilimangiaro!».
«Prego?», Fosco era quasi certo di non aver udito bene. La stanchezza e il sole cocente iniziavano a tirargli brutti scherzi.
«Il leopardo di cui parla Hemingway in un suo famoso racconto. Il leopardo stecchito e congelato, che è stato trovato sulla vetta del Kilimangiaro… sono quasi seimila metri di altitudine, mica bazzecole. Nessuno ha mai saputo spiegare che cosa fosse andato a cercare fin lì».
Il commissario stentava a credere a quanto aveva appena udito. Un alieno montanaro, ex pescatore, che gli citava Hemingway, nel bel mezzo di un estenuante cammino fin sulla cima del Monte Vettore.
Però, adesso che ci pensava, c’era una certa somiglianza fisica fra l’uomo e il grande romanziere americano. La pelle abbrustolita dal sole, la folta barba bianca e la corporatura atletica gli conferivano un’aria da avventuriero. Esattamente la stessa di Hemingway.
Perso nei suoi pensieri, Fosco non vide in tempo che Giustino si era fermato. Lo urtò da dietro, senza peraltro riuscire a spostarlo di un solo millimetro.
«Eccoci qui, siamo arrivati!». Con una leggera enfasi nel tono della voce, aggiunse: «Il lago di Pilato».
Ai loro piedi si apriva una stretta valle fra i picchi impervi del monte. Due grossi bacini comunicanti, simili a un paio di occhiali, erano screziati dai riverberi accecanti di un cielo e di un sole smisuratamente vicini alla terra.
Il silenzio che pulsava nelle orecchie dei due viandanti, al ritmo incalzante dei loro cuori, colmi di meraviglia, era rotto unicamente dal sordo grugnito di una coppia di bufali.
C’era un carro di legno mezzo sgangherato accanto al più grosso dei due bacini. Gli animali lo trascinavano in maniera indolente, assecondando la natura e l’istinto: verso l’acqua se avevano sete, verso i radi ciuffi d’erba se avevano fame.
Sul piano di carico era adagiato un sacco voluminoso, avvolto da diversi giri di corda per tenerlo ben saldo alle assi. La sagoma dell’involucro lasciava intuire facilmente l’oggetto contenuto al suo interno: un corpo umano.
«Sono ancora lì, dove li ho visti ieri», precisò Giustino in un sussurro. Fosco pensò che non volesse far agitare i due bufali; In realtà, Giustino non si azzardava a disturbare il sonno eterno del cadavere.
Sembrava che Caronte stesso lo avesse infilato in un grezzo sudario di iuta per accompagnarlo in viaggio nell’aldilà, solcando le acque maledette del lago di Pilato, l’infernale Stige dei Monti Sibillini.
———
Il commissario Fosco, rinfrancato da una doccia corroborante, si affacciò al terrazzino della sua camera, posta al secondo piano della Taverna Sibilla, ansioso di godersi, in tutta tranquillità, il panorama mozzafiato offerto dal Monte Vettore. Il suo sguardo si perse fra i misteri e le leggende custoditi negli anfratti boschivi circostanti, mentre i suoi pensieri rovistavano nel ricordo dell’interessante conversazione telefonica con il Procuratore Aggiunto del Tribunale di Ascoli, Eleonora Speranza.
L’affascinante magistrato, così simile a una fata irlandese − figura esile e aggraziata, lunghi capelli rossi, piccole efelidi impertinenti che spiccavano su una carnagione lattescente, occhi verde smeraldo − essendo nata e cresciuta in quei luoghi, conosceva più dell’ignaro commissario Fosco Martini, originario di Bologna e appena trasferito per ragioni di servizio nelle Marche, le credenze e le superstizioni sussurrate a mezza voce dagli abitanti dei Monti Sibillini.
La graziosa voce all’altro capo del telefono gli aveva rivelato l’esistenza di uno strano commercio di anime e di poteri sovrannaturali, avvenuto in epoca medievale, sulle sponde del lago di Pilato.
Streghe e negromanti si presentavano nottetempo al cospetto della madida creatura, intessuta di alghe e di linfa, per invocare il demonio e consacrargli i propri grimori, i così detti libri del comando.
Quest’oscuro pellegrinaggio aveva esasperato gli abitanti del luogo che, temendo una dispersione nociva d’influssi negativi oltre la gola maledetta, decisero di comminare una pena esemplare a coloro i quali si fossero incautamente avvicinati.
Alcuni pellegrini vennero torturati e bruciati vivi. Ad altri toccò sorte peggiore: vennero dilaniati e quindi gettati nelle acque del lago per saziare la fame atavica degli spiriti acquatici.
Mentre il commissario Fosco si beava al suono della voce armoniosa, una visione del seducente magistrato, comodamente seduta nell’ufficio di una surreale Procura, continuava a ossessionarne la mente: un gatto nero si strusciava su faldoni vecchi e scoloriti, da cui sbucavano documenti fitti di simboli incomprensibili; un paio di corvi gracchianti, appollaiati su vecchie poltrone sdrucite e impolverate, fornivano le penne corvine con cui venivano vergate le condanne a morte; negli alambicchi contorti, decorati da una fitta trama di ragnatele, ribollivano liquidi dai colori luminescenti.
E soprattutto lei − nella fervida immaginazione del commissario, più nitida che mai − Eleonora Speranza, una moderna maga Circe, avvolta nei veli lascivi e trasparenti di un abito aderente, che poco o nulla lasciava all’immaginazione.
La donna indossava un foulard color porpora intessuto di perline, legato dietro la nuca, come usano le zingare.
Gli occhi verde smeraldo s’illuminavano a tratti di una luce fredda, mentre le mani, dalle lunghe dita affusolate, si libravano con movimenti rotatori attorno a una sfera di vetro, simile a quelle sciocche boule-de-neige che si usano regalare a Natale, al cui interno era collocata una miniatura del lago di Pilato.
Nello spazio esiguo della boccia, piccoli cristalli ghiacciati volteggiavano lentamente, senza mai arrestare la loro caduta. Una tempesta eterna vi soffiava rigide folate di vento e di morte.
Il commissario Fosco, fece uno sforzo incredibile per distogliere il suo pensiero da quelle fantasie morbose e ricondurlo alla realtà delle cose.
Del resto si era giunti alla parte più interessante della conversazione: quella che riguardava il ritrovamento del cadavere in prossimità del bacino lacustre e la strana messa in scena architettata dall’assassino.
Secondo un’antica leggenda, riferita dal magistrato con dovizia di particolari, Pilato, una volta defunto, venne infilato in un sacco, adagiato in un carro e quindi affidato alla cieca volontà di un’inconsapevole coppia di bufali. Essi trainarono il corpo del reietto dalla città eterna sino all’eternità dell’oblio, cioè, sino ai piedi della cima del Redentore, in prossimità del lago. Da qui il nome: lago di Pilato.
A quel punto i sensi del commissario furono tutti desti e pronti per l’uso. La sua mente, stanca e confusa, riemerse dalla spirale ipnotica prodotta dalle parole suadenti del procuratore.
Quindi si trattava di una volgare emulazione? L’ammirazione istintivamente provata per il fantomatico assassino andò a farsi benedire. L’uomo che aveva lasciato vagare per giorni un corpo putrefatto, in balia di due bestie recalcitranti, in realtà non aveva fatto altro che copiare per filo e per segno un’antica leggenda di origine medievale.
Il commissario Fosco aveva appena terminato il riepilogo mentale dei fatti accadutigli in quella strana giornata di fine agosto, quando un lieve rumore alla porta lo indusse a sospettare di essere spiato. Aprì l’uscio di scatto, imbattendosi nel corpo procace di una giovane cameriera. «La sana alimentazione di montagna, unita all’aria pura e all’acqua salutare, producono i loro buoni frutti», rifletté ironico.
«Mi spiace, temevo si fosse addormentato e non sapevo come avvertirla. Più tardi arriveranno alla taverna i proprietari del carro, così come lei ha richiesto» Il commissario annuì, rigido e impettito per l’imbarazzo. La cameriera stava per andarsene, quando sembrò ripensarci: «Fra un’ora circa sarà pronta la cena. Io e il signor Giustino siamo contenti che abbia deciso di fermarsi tutto il tempo che sarà necessario per svolgere le indagini».
Il sorriso fin troppo disponibile sfoggiato dalla giovane lasciò il commissario senza parole.
Ringraziò e richiuse delicatamente la porta. La notte era ancora lunga e lui non sapeva nemmeno da dove cominciare. Forse qualche idea gli sarebbe giunta dall’identificazione di quel corpo trascinato al cospetto del demonio, ora sicuramente al vaglio delle autorità autoptiche.
Un tassello dell’enigma gli sfuggiva e, mentre si vestiva, il suo pensiero ritornò confuso al leopardo di Hemingway e alla seducente versione zingaresca della giovane procuratrice.
———
Cecilia ed Emidio Sagripanti, due anziani contadini di Foce, si erano presentati alla Taverna Sibilla mano nella mano e, sempre mano nella mano, si erano accomodati, a un cenno di Giustino, al tavolo centrale della piccola sala da pranzo, interamente rivestita di legno, nel tipico stile dei locali di montagna. A ogni domanda postagli dal commissario Fosco, seduto di fronte a loro, le dita callose si stringevano in una morsa sempre più serrata, sempre più spasmodica. Il nervosismo era un chiaro sintomo d’innocenza.
Fosco non aveva dubbi al riguardo, ma voleva ugualmente ricevere alcune delucidazioni in merito al carro trainato dai bufali. Mezzo di trasporto e bestie appartenevano, infatti, ai due anziani coniugi, che gestivano una modesta azienda agricola, nel vicino comune di Montemonaco.
Giustino stesso, il giorno precedente, dopo essersi avventurato per la sua solita passeggiata meditativa fra i picchi dei Monti Sibillini, aveva riconosciuto il carro abbandonato nei pressi del lago di Pilato e si era accorto del macabro trasporto.
Tornato alla taverna, aveva avvertito le autorità e i coniugi Sagripanti del ritrovamento. Il commissario Fosco, incaricato delle indagini, si era recato immediatamente sul posto.
«Innanzi tutto vi devo chiedere di stare tranquilli. Siete due persone informate sui fatti e a questo titolo vi sto facendo delle semplici domande di routine. Non vi preoccupate, lo capite da voi che è una situazione del tutto informale… ».
Cecilia ed Emidio assentirono col capo, ma lo sguardo continuava a rivelare una confusione e un timore incontrollabili.
Il commissario Fosco intuì che erano del tutto inutili quei convenevoli. Non sarebbe mai riuscito a mettere l’anziana coppia a proprio agio. Tanto valeva arrivare dritti al dunque.
«Solitamente dove tenete custoditi i bufali?».
«In un recinto all’aperto, signor commissario».
Emidio si affrettò a rispondere come se stesse partecipando a un quiz televisivo. Mancava il pulsante da premere ma, a giudicare dalla mano ormai violacea della consorte, quella stretta doveva essere un ottimo surrogato.
«Come immaginavo! Quindi, chiunque potrebbe aprire il recinto e far uscire le bestie… e il carro?».
«Il carro cosa?».
Emidio soltanto interloquiva, mentre la moglie si mordicchiava il labbro inferiore. Fosco non capiva bene se a causa del nervosismo o se per il dolore alla mano.
«Intendo dire: il carro dove lo tenete solitamente?».
«Il carro è un po’ vecchio e malandato e quindi lo lasciamo lì, accanto al recinto dei bufali. Non lo ricoveriamo mai nel fienile. Abbiamo comprato da poco un carro nuovo».
«Un estraneo avrebbe potuto attaccare i bufali al carro?».
«I bufali sono animali più intelligenti dei bovini in genere. La femmina Riconosce persino la voce di chi la chiama per la mungitura. A me non da mai retta, quella delinquente! Vedesse invece come risponde a mia moglie!… Una sfacciata, proprio! Sono bestie curiose e scommetterei il carro nuovo che gli sarebbe subito saltata la mosca al naso se un intruso si fosse azzardato a varcare la soglia del recinto… ».
«Quindi chi ha osato avvicinarsi sapeva bene come muoversi… o ha avuto una gran fortuna».
«La prima cosa che ha detto… la seconda, con tutto il rispetto, signor commissario, non regge proprio».
Fosco Martini, annuì soddisfatto, mentre Giustino si avvicinò perplesso, con una manciata di fogli in mano.
«È arrivato il fax che stava aspettando, commissario».
«Bene… » diede una rapida scorsa ai documenti che gli erano stati inviati dalla procura. Decise che sarebbe tornato in camera per leggerli con più calma e attenzione. Era giunto il momento di congedare Cecilia ed Emidio: «Vi ringrazio per la sollecitudine dimostrata. Potete andare».
Cecilia guardò perplessa il marito, il quale, con atteggiamento incredulo chiese ulteriore conferma: «Davvero possiamo andare? Non dobbiamo firmare nessun documento?».
Il commissario sollevò gli occhi dai suoi fogli: «Intende dire un verbale?», quindi sorrise bonariamente, «No, non serve, è tutto qui nella mia testa».
La stretta alle mani si allentò in maniera percepibile e Cecilia emise un lungo sospiro di sollievo.
———
Nella taverna si stava una meraviglia! Fosco valutò attentamente la possibilità di trasferire il commissariato in quel piccolo ambiente dotato di ogni confort. Il caffè caldo e fortissimo gli era stato servito in camera dalla cameriera, sempre molto premurosa. L’aria secca e frizzante della notte risvegliava la mente, rendendola reattiva a ogni tipo di stimolo e sollecitudine; il silenzio, quasi irreale, favoriva la concentrazione necessaria, mentre il lontano sciabordio di un ruscello ispirava fantasie malinconiche. L’ispettore Fosco Martini era fermamente convinto del fatto che occorresse una buona dose di malinconia per risolvere un caso di omicidio. La malinconia, infatti, aiuta a stabilire un legame empatico con l’omicida.
Le informazioni necessarie erano sparpagliate sotto i suoi occhi, stampate in chiari caratteri su una cinquantina di fogli, giunti nemmeno un’ora prima tramite fax. Freddi dati, cifre e nominativi si accavallavano senza alcuna apparente connessione logica. Sperava di trovare il sentimento che li legava, come un invisibile filo rosso, prima che il sole sorgesse. Occorrevano occhi buoni e allenati.
L’uomo ucciso, tale Giovanni Masi, nato a Cattolica nel 1943, commerciante ambulante, secondo un preliminare esame autoptico, era stato avvelenato con una dose massiccia di arsenico.
Non era stato facile risalire all’identità del cadavere per via di una grossa ustione al palmo delle mani, provocata da un acido, che aveva totalmente rimosso le impronte. Ma, attraverso un’indagine incrociata fra i recenti scomparsi della regione, si era alfine giunti all’identificazione.
L’uomo non aveva precedenti penali, tuttavia era stato coinvolto, una decina di anni prima in un fatto di cronaca nera: un grave incidente avvenuto in mare, causato da una di quelle tempeste estive che non lasciano scampo. Quattro pescatori si erano salvati, mentre un quinto, il più giovane e inesperto del gruppo, travolto dai furenti flutti dell’Adriatico, venne dato per disperso. Le ricerche continuarono invano per diversi giorni. Poi, quando le speranze, anche soltanto di trovare un corpo cui dare degna sepoltura, incominciarono ad affievolirsi, i resti del giovane ragazzo furono trovati orribilmente accartocciati sugli scogli che delimitavano l’imbocco del porto. La vittima non indossava alcun salvagente. Quella negligenza, con tutta probabilità, gli era costata la vita.
I pensieri del commissario, a causa della stanchezza accumulata nel corso della giornata, iniziarono a fare giri sempre più tortuosi, smarrendo la strada della logica. Le palpebre si abbassarono dolcemente, mentre il corpo si abbandonava inerme a quel peso così confortante, precipitando nell’abisso invitante del sonno. L’unico appiglio al mondo reale rimasto, il lontano scroscio di ruscello, svanì in un istante e tutto si colorò di buio intorno a lui.
———
Il mattino successivo Fosco Martini si alzò di buon umore al primo canto di un gallo indisponente, che razzolava libero e indisturbato nel giardino circostante la taverna. Il commissario aveva ottimi progetti per quella giornata: risolvere il caso del misterioso omicidio e presentare una dettagliata relazione alla giovane procuratrice aggiunta, poi, magari, dopo aver valutato attentamente la sua disponibilità al riguardo, invitarla a cena.
A volte l’istinto ti conduce per mano dove la logica si rifiuterebbe persino di seguirti. Mentre sorseggiava il suo caffè ristretto, nella graziosa veranda della taverna, Fosco approfittò del fatto che Giustino si fosse avvicinato, nell’atto di servirgli un vassoio di deliziosi maritozzi, ponendogli a bruciapelo un quesito che gli ronzava nella testa: «Lei era un pescatore prima di trasferirsi qui, vero?».
Giustino si limitò ad annuire in maniera quasi automatica, come se il suo pensiero in realtà fosse concentrato altrove, in un punto imprecisato ma certamente molto distante dal luogo in cui stava avvenendo quella conversazione.
«Allora, mi saprebbe dire se è buona regola indossare i salvagente quando ci si avventura in mare aperto o se, per lo meno, i salvagente devono essere calcolati in numero sufficiente per tutti i membri dell’equipaggio?».
Giustino sembrò irrigidirsi, come se quella domanda lo avesse prelevato con la forza dal posto incommensurabilmente lontano in cui si era rifugiata la sua mente, per sbatterlo con estrema violenza lì, nella confortevole veranda della Taverna Sibilla, fra gli aromi persistenti di caffè e di dolci appena sfornati.
Il commissario Fosco, continuò a osservarlo interrogativo, con la tazza sospesa a mezz’aria.
Giustino abbassò lo sguardo, mentre impiegava lo straccio che aveva con sé per ripulire il tavolo da briciole inesistenti.
«Per noi italiani è uno sforzo rispettare le regole, persino quelle dettate dal buon senso per la salvaguardia della nostra incolumità. I salvagente, in caso di pericolo, dovrebbero essere sufficienti per l’intero equipaggio è ovvio ma… ».
«Ma… ?».
«Ma bisogna sempre tenere in conto le eventuali eccezioni».
«Eccezioni in sprezzo alla regola?».
«Sì, purtroppo».
Giustino non era certamente una persona loquace, il commissario lo aveva capito, ma in quest’occasione sembrava quasi reticente… triste e reticente.
Incredibile davvero, dove l’istinto riesca a condurti, delle volte.
Appena terminata la colazione, Fosco fece una telefonata al commissariato. L’ispettore Mario Belli non si occupava semplicemente dell’archivio, egli, senza ombra di dubbio, rappresentava l’archivio del distretto provinciale, in carne e ossa. L’enorme stazza di quasi due metri per più di 110 chili gli consentiva di arrivare, senza l’ausilio di una scala, fin negli scaffali più alti e inaccessibili. Le mani incredibilmente ampie maneggiavano più di un faldone alla volta, come se fossero inconsistenti sacchetti di patatine. Ma la qualità che lo rendeva un elemento insostituibile dell’ufficio era l’impareggiabile memoria da elefante. Nomi (persino quelli stranieri, difficilissimi da pronunciare), date e luoghi erano impressi nella sua mente in maniera indelebile per anni.
Fu sufficiente che Fosco gli chiedesse di verificare un paio di cose. Dopo un’ora appena, ricevette tutte le informazioni di cui aveva bisogno.
Andò a cercare Giustino, mentre avvertiva distintamente scariche di adrenalina riversarsi copiose nel sangue. Il proprietario della taverna sollevò lo sguardo dal bancone del bar, sorpreso nel vedere arrivare il commissario così eccitato.
«Ho bisogno di ritornare al lago. Vorrei che lei mi accompagnasse».
Giustino, come c’era da aspettarsi, non rispose nulla. Si sfilò il grembiule che indossava, preparò uno zaino in cui mise acqua sufficiente per due persone e, quindi, sempre in silenzio, aprì la porta della taverna lasciando gentilmente che il commissario passasse.
La salita fino al lago fu meno faticosa della volta precedente. Al cospetto del lago di Pilato, Fosco si sentì meno affaticato, meno stupito e meno piccolo del giorno prima.
Il carro, il cadavere e i buoi erano stati portati via dalle autorità competenti. La valle era deserta e silenziosa. Non c’era nulla di cui avere timore. Creature soprannaturali non ve ne erano, a dispetto di secoli e secoli di antiche superstizioni, convinte del contrario. Era sempre la stessa squallida storia: l’uomo uccide l’uomo. Per potere, denaro o vendetta.
«Il morto si chiamava Giovanni Masi. Lei lo conosceva, vero?».
Giustino annuì.
«Aveva il palmo delle mani bruciate da un acido. Inizialmente ho commesso un errore pensando che la bruciatura fosse stata procurata per rendere impossibile l’identificazione, invece non era così. Si trattava di un rito. Ogni piccolo dettaglio di quest’omicidio è stato minuziosamente studiato per rendere la vendetta dell’omicida più gratificante. Giovanni Masi, in un momento cruciale della sua esistenza, quando doveva prendere una decisione fondamentale, per la sopravvivenza stessa di un gruppo di cinque pescatori, se n’è lavato le mani. Come Ponzio Pilato: “Volete Gesù o Barabba?” La storia si è ripetuta tale e quale. E’ stato sacrificato Gesù. Stavolta Gesù si chiamava Riccardo Festa ed era un povero ragazzo di appena sedici anni. Suo nipote, l’amatissimo figlio di sua sorella, vero Giustino?»
Giustino annuì nuovamente.
«Non essendosi mai sposato e non avendo figli, la famiglia di sua sorella era quanto di più caro possedesse. Quel ragazzo, soprattutto, tanto pieno di ammirazione per lo zio pescatore, da chiedere con insistenza di poterlo accompagnare in una battuta di pesca, rappresentava il dono più bello che la vita le avesse concesso. La tempesta vi ha colti di sorpresa e mentre lei, responsabile dell’intero equipaggio, era scaraventato dai flutti in ogni direzione e faceva il possibile per mantenere tutto a galla, vite, carico e speranza, Giovanni si occupava di consegnare i salvagente a coloro che ancora non lo avevano indossato. I salvagente non erano in numero sufficiente per tutti. L’ultima cosa che lei vide, prima di essere spazzato via da un’onda più alta delle altre, fu Giovanni che tendeva l’unico salvagente rimasto a Barabba. L’uomo, ovviamente, non si chiamava così, ma si trattava effettivamente di un individuo malavitoso, cui molta gente, compreso Giovanni, doveva molti favori. Quando la vedetta, avvisata del vostro naufragio, vi mise in salvo, lei non fece altro che invocare il nome di suo nipote, finché non perse la voce. Era tutto trascritto nei verbali dell’epoca. Non ho dovuto far altro che inseguire il filo rosso».
«Il filo rosso?».
«I fatti apparentemente slegati fra loro si collegano inseguendo la passione che li ha provocati. Ci sono cose che io non so, però, e posso solo supporre. Evidentemente Giovanni Masi qualche giorno fa si è presentato alla taverna come se nulla fosse accaduto, pensando che le antiche ferite si fossero rimarginate. Non poteva certamente immaginare quanto odio e quanto rancore fossero stati segregati all’interno del piccolo locale, così lontano dal mare e dai tragici ricordi a esso legati. Il suo inopportuno arrivo, ha scoperchiato una botola da cui sono emerse furiose Erinni, assetate di sangue».
Giustino, come se fosse impossessato da una creatura demoniaca appena sorta dalle acque del lago Pilato, iniziò a parlare. Tanto quanto non aveva mai fatto in vita sua: «Amavo quel ragazzo come un figlio. Saperlo morto al posto di un “Barabba” che non meritava nemmeno di esser nato, mi faceva ribollire il sangue. Quello schifoso, delinquente, usuraio, puttaniere morì ammazzato, per mano della stessa gente malavitosa che frequentava, nemmeno un anno dopo la tragica vicenda del naufragio. Quel maledetto salvagente gli aveva concesso un anno in più di delitti, mentre, a mio nipote, aveva tolto tutta la vita che gli restava ancora da vivere. Non dimenticherò mai lo sguardo inorridito del povero Riccardo mentre gli veniva sottratto l’unico mezzo di sopravvivenza a disposizione. Lo sogno tutte le notti, sperando che qualcosa possa cambiare, invece no. La colpa fu tutta di Giovanni. Quando me lo sono visto arrivare alla taverna, come se volesse controllare con i suoi stessi occhi che fine avessi fatto, ho capito che lo avrei ucciso e che lo avrei fatto com’era giusto che fosse: nel modo in cui tocca al peggiore dei criminali. L’arsenico sciolto nella bibita, che gli ho offerto a denti stretti, non avrebbe lasciato tracce di sangue difficili da ripulire. È stato talmente semplice che avrei voglia di rifarlo anche adesso, ancora milioni di volte, per la sensazione di ebbrezza che mi ha donato. Osservare il suo viso rattrappirsi in una smorfia di dolore e di orrore, le sue membra contorcersi e sussultare negli spasmi che precedono la morte, mi hanno procurato un piacere indescrivibile. L’adrenalina accumulata in corpo mi ha aiutato a caricare nottetempo il corpo sul carro e a trascinarlo fin qui. Un vigliacco di quella specie meritava di essere accompagnato nell’ultimo viaggio come il peggiore di tutti; come Pilato!».
Questa volta fu Fosco ad annuire. Il suo gesto significava che aveva intuito i fatti, prima ancora che gli venissero descritti dal responsabile, fin nei dettagli più macabri.
Giustino si sentì svuotato. La rabbia e la frustrazione ospitate nel proprio corpo vigoroso per tutti quegli anni erano fuggite assieme alle Erinni, implacabili depositarie di vendetta e di morte. Adesso sembrava persino più piccolo e inerme.
Una carcassa di uomo sulla cima del Monte Vettore.
Solo il commissario Fosco Martini sapeva cosa fosse venuto a cercare un pescatore a una simile altitudine.

Dal sito di Torinoir:

Il lago di Pilato è il racconto che abbiamo scelto tra i tanti pervenuti per l’iniziativa Un mese con Torinoir.  L’autrice è Mariachiara Moscoloni, di cui, al termine di racconto, abbiamo inserito una esaustiva biografica. Un sincero grazie va  a tutti gli altri partecipanti.

Non vi resta che leggere l’avvincente opera della nostra tredicesima complice!

http://torinoir.altervista.org/wp/il-lago-di-pilato/

“16” (selezionato e pubblicato nell’Antologia “Halloween All’Italiana 2014”)

Nina camminava a passo spedito, cercando di farsi largo in mezzo a piccoli assembramenti di maschere, dai trucchi e dai travestimenti poco credibili: lupi mannari, zombie e vampiri le sembravano più somiglianti a vulnerabili rappresentati porta a porta, che non a temibili creature della notte.

S’incurvò appena sotto il peso della sacca che trasportava dietro le spalle. Niente dolcetti o scherzetti per lei, solo interiora di manzo che gocciolavano al ritmo delle sue inesorabili falcate, tracciando una lunga scia di sangue. Nessuno ci fece caso: un travestimento fra i travestimenti.

Ormai era arrivata: il palazzo di cristallo, nel quale a breve sarebbe entrata, defilandosi dalla folla eccitata per i festeggiamenti di Halloween, si ergeva impettito e autoritario come una minaccia.

Presto avrebbe conosciuto l’uomo che aveva ingaggiato il padre come boxer professionista nel suo malfamato locale di scommesse clandestine. La triste fama di Ctonio le era ben nota ma Nina aveva aspettato paziente che i tempi fossero maturi prima di affrontarlo personalmente.

Nonna Ilde l’aveva messa al corrente della situazione fin da piccola; la sua sincerità era sconcertante. L’adorabile vecchietta, apparentemente armata di sole trine e naftalina, infilava le parole in un discorso come proiettili nel caricatore di una pistola: «Tuo padre non è un boxer, è un fenomeno da baraccone».

Già, l’attività praticata dal padre poteva essere assimilata al pugilato tanto quanto il linguaggio di gesti concitati adoperato in borsa avrebbe potuto essere paragonato a una danza.

La caccia grossa, che si svolgeva sul ring, fra le urla e le incitazioni di una folla inferocita, di tanto in tanto terminava con la morte di uno dei contendenti. Al vincitore, comunque, era consentito il prelievo di un macabro souvenir; “Vae victis”, stabiliva il cruento regolamento.

Si diceva in giro che, in gioventù, Ctonio avesse lavorato come attore al Grand Guignol di Parigi.

Nel famoso teatro orrorifico del quartiere Pigalle, il futuro ingaggiatore aveva esibito un talento perverso, infliggendo ai colleghi torture efferate: amputazioni, atti di necrofilia, squartamenti, decapitazioni. Ma si trattava pur sempre di una compagnia teatrale, di finzione scenica: una volta terminata la rappresentazione gli attori tornavano a casa con i propri piedi, la testa ancora sulle spalle e le viscere nella pancia.

Ctonio, sin da allora, cominciò ad accarezzare l’idea di sostituire la realtà alla finzione. Così nacque il “16”: nome, tanto semplice quanto enigmatico, utilizzato per designare un club esclusivo, destinato a scommettitori con grandi possibilità finanziarie. Non c’erano insegne che potessero segnalarne l’esatta ubicazione, ma in tanti, comprese le autorità compiacenti, erano al corrente del fatto che gli scontri clandestini, gestiti da Ctonio e dai suoi sette soci, si svolgessero nei sotterranei del grande palazzo di cristallo.

La cifra misteriosa vagava di bocca in bocca, insieme alla leggenda del suo significato esoterico.

Il sedici è l’unico numero capace di essere perimetro e area dello stesso quadrato; il quadrato del ring. Sedici è il numero delle corde, quattro per ogni lato, che delimitano lo spazio in cui avvengono gli incontri. Sedici è il numero atomico dello zolfo. Negli Arcani Maggiori la carta numero sedici è la Torre: essa simboleggia la necessità del male come aspetto complementare del bene o come la condizione che lo precede; il cambiamento di stato, doloroso ma indispensabile, per garantire l’evoluzione interiore… sedici è il numero dei colpi mortali inferti a tuo padre, Nina.

Nina intravide il riflesso del proprio volto nella vetrata d’ingresso dell’edificio. I suoi sedici anni erano in parte camuffati dal trucco con cui si era trasformata, giusto per l’occasione, in un ilare Joker. Per un breve, interminabile istante, credé di scorgere la figura del padre accanto a sé: un’ombra appena delineata fra il chiarore delle luci riflesse nel vetro.

Lo riconobbe dalla posa un po’ storta di lato. La posa orgogliosa di chi si regge in piedi nonostante tutte le botte ricevute.

Nina, tuo padre non è qui, accanto a te! … Tuo padre è morto!

«Mio padre è qui, accanto a me, proprio perché è morto!».

Con gesto deciso si tuffò nella porta girevole. In quel gorgo sentì risucchiare se stessa e tutte le sue insicurezze.

Ctonio sollevò appena le palpebre pesanti. L’ambiente circostante girava vorticosamente in un turbinio sfavillante di colori e di luci. Quando la giostra visiva rallentò la sua corsa, Ctonio si accorse di essere sul ring, riverso a terra. Un filo di bava, colatogli da un lato della bocca si era allargato in una macchia umida sul tappeto di gomma. Era stato drogato!

Avrebbe voluto tirarsi su, ma era troppo debole. Cercò istintivamente un appiglio sulle corde che delimitavano il bordo, ma la presa era viscida e le mani non riuscirono ad afferrarle. C’era qualcosa di strano nella consistenza e nell’aspetto di quelle funi: il colore rosato, l’irregolarità dello spessore, l’andamento serpeggiante. Sembravano quasi…

«Sono budella umane!», mentì Nina, chiarendo ogni amaro presagio di Ctonio.

«… Appartengono ai tuoi soci! Come puoi vedere, la magica sacralità del “16” è stata rispettata».

Ctonio andò a rifugiarsi carponi in un angolo, frustrato dall’incapacità di controllare i suoi movimenti, goffi e rallentati.

Le corde del ring si appiccicarono alla nuca glabra; un’imprecazione gli sfuggì dalla bocca impastata con un suono molle: «Mmmmaledizione!».

«Dici bene! Il lavoro non è ancora terminato. Così non può andare! Mancano otto metri d’intestino; mi servono le tue budella, Ctonio».

Nina si fece avanti, raggiungendo l’uomo nell’angolo in cui si era accartocciato, ormai privo di speranza. Il sorriso grottesco, sbafato di rossetto vermiglio, si ampliò in maniera inverosimile prima di pronunciare la fatidica condanna: «Vae victis!». Otto metri di budella si riversarono sul tappeto in un fiotto denso di orrore.

http://www.amazon.com/Halloween-allItaliana-2014-Italian-Edition-ebook/dp/B00QK5KGVM

“Il letto di Procuste” (9° classificato al terzo Contest “La Lettera Matta”)

Gli umani inventano mostri acquattati sotto i letti,

per distogliere l’attenzione da quelli che vi si agitano sopra.

Si affacciò alla finestra, scostando leggermente la tendina e ammirando l’intensità del proprio volto riflesso nel vetro.

Minuscole goccioline incominciarono a picchiettare rade, sulle canne di vetro multicolori, accuratamente sistemate in fioriere di resina rettangolari.

Quelle graziose oasi di natura rigogliosa, fertile terriccio e grassi vermi satolli di humus, erano allineate in una fragile ma meticolosa barriera, addossata alla ringhiera scrostata del terrazzino. Unico, coraggioso baluardo contro la cementificazione, selvaggia e incontrollata, del quartiere periferico in cui la bella Magdalena viveva, ormai, da un paio di anni.

A voler essere esaustivi, Magdalena non era semplicemente bella. Magdalena era splendida.

Il mondo s’illuminava al suo passaggio. Sembrava che una scia di pagliuzze iridescenti seguisse fedele e composta l’incedere etereo dell’armoniosa silhouette.

I vicini, quando avevano la fortuna di incrociarla, sulla rampa sinuosa di scale, che lei percorreva leggera, quasi librandosi in un frullo impercettibile di ali, sino alla sommità, per giungere al grazioso sottotetto in cui abitava, godevano, alla vista della soave creatura. Si beavano del prezioso incontro, rapiti da una meraviglia estatica e trascendentale, tipica delle esperienze mistiche.

Estasiati dal portamento delicato del corpo perfetto. Trafitti dall’intensità magnetica degli occhi chiari. Turbati dal candore perlaceo della pelle levigata e intatta della sua giovane età. Inebriati dal profumo fresco e palpitante dei lunghissimi capelli biondi, sempre sciolti e vagamente ondeggianti, in una frenesia di bagliori abbacinanti. Un’aureola dorata non avrebbe potuto creare più luce sulla sommità di quel capo perfetto.

Alcuni di loro, soprattutto i più anziani, rimanevano appoggiati al corrimani, attenti a non vacillare, sollevando lo sguardo e attendendo, pazienti, il lieve rumore della porta all’ultimo piano, chiusa a proteggere quello che ritenevano essere il sacello inaccessibile di una fulgente divinità.

Magdalena era contenta di abitare all’ultimo piano dell’edificio.

Era nata e cresciuta in un paese di montagna, i cui panorami ricordavano quelli delle Alpi tirolesi, dipinti da Giovanni Segantini: aspri picchi ammantati di neve, screziati dai riverberi rosati di nostalgici tramonti.

Vivere in posti elevati e inaccessibili ti rammenta che la vita è un percorso irto e scabroso, fino alla sommità dei propri ideali.

Pochi riescono ad arrivare in cima. Alcuni si arrendono prima. Interrompono la salita, gravati dal peso del proprio corpo e allarmati dall’aria sempre più rarefatta. Ma Magdalena non era così. Magdalena continuava a salire, ovunque andasse. E continuava imperterrita a inalare a pieni polmoni, qualunque cosa respirasse.

Non si arrendeva mai. Ostinata e caparbia come una capra tibetana. Libera e disinvolta come un’aquila reale. Elegante e affusolata come una giovane betulla. Limpida e glaciale come il lago Achensee.

Il crepitio dissonante della pioggia, adesso, si era trasformato in un’esplosione scrosciante di nebulosi umori, gorgogliando liquida nelle grondaie e uscendone a fiotti, che, frammentandosi in putridi rigagnoli, raccoglievano, al loro passaggio, tutto il livore arroventato di una città frenetica e lo convogliavano nella cavità scura e vorace dei tombini.

Il semaforo all’incrocio pulsava distratto il suo ritmo vitale, in un alternarsi lento e ormai dimenticato da tutti, di rossi esangui e pallidi verdi.

L’inquietudine degli automobilisti, in file disordinate e caotiche, che premevano ovunque, pur di trovare varchi accessibili, era accompagnata ed esaltata dal movimento ipnotico dei tergicristalli.

Una miriade variopinta di ombrelli, sbocciarono progressivamente lungo i marciapiedi affollati, nascondendo sotto la propria fragile corolla, un mondo brulicante di passioni sconosciute e irrefrenabili.

La pioggia, nella città, creava suggestioni oniriche, in grado di aumentare le percezioni sensoriali e la portata dei desideri. Bisogni fisici e stimoli sessuali si acuivano al ritmo lento, poi più veloce e infine più languido dell’acqua.

L’uomo sarebbe arrivato presto, vinto dalla bramosia del suo richiamo.

Magdalena si scostò dal vetro della finestra imperlato di gocce. Non le importava granché di quella città disordinata. L’avrebbe lasciata liquefarsi sotto il fragore inarrestabile della pioggia estiva.

Piuttosto, controllò che tutto fosse al proprio posto, nel confortevole riparo della sua piccola tana.

La soffusa luce rosata creava una seducente atmosfera, colorando ogni singolo oggetto di conturbante malizia e rendendo ogni cosa desiderabile. Più di ogni altra, la pelle opalescente del suo magnifico viso.

Nessun talentuoso pittore avrebbe potuto dipingerne meglio l’incarnato. In effetti, non esistono simili sfumature, nella gamma infinita dei colori che l’arte ha inventato, copiandole dalla natura. Solo la luna le possiede. La bellezza di Magdalena racchiudeva in sé l’enigma della luna. L’enigma del lamentoso e devoto ululato dei lupi, persi nella sua contemplazione.

L’uomo era arrivato. Nessun ringhio famelico ne faceva intuire la presenza alla soglia della porta, ma Magdalena ne avvertiva fortissima l’avidità. Spalancò l’uscio, sorprendendo il proprio ospite nell’atto di suonare il campanello.

Non si sarebbe potuto dire se egli fosse rimasto più meravigliato dal tempismo dimostrato o dalla bellezza che gli si parò innanzi, tutto di un botto.

Ma era un individuo scaltro e pieno di risorse. Le stesse che gli avevano concesso, fin da giovane, di salire, sempre più in alto, nella scala vertiginosa della società. Non si perse d’animo ed entrò nella piccola, accogliente, alcova.

Tuttavia, per quanti sforzi egli facesse, nel vano tentativo di mostrarsi spontaneo e disinvolto, non riusciva a distogliere gli occhi dal volto magnifico di lei. I suoi amici lo avevano ben consigliato. Aveva viaggiato molto, nella propria vita, per piacere e per lavoro (che poi, a dirla tutta, per lui, erano la stessa cosa), e le occasioni di conoscere donne bellissime non gli erano certamente mancate. Nonostante ciò, mai gli era capitato di imbattersi in una simile creatura. Forse, solo una visita al paradiso avrebbe potuto concedergli un così fortunato incontro.

Magdalena gli sorrise enigmatica. L’uomo per un attimo temette che la donna angelo potesse intuire ogni suo singolo pensiero.

Provò a cacciar via quella sensazione avvicinandosi a lei, come si fa con le cose che ti appartengono, dando per scontato che fosse sua e che, comunque, avrebbe potuto farla sua tutte le volte che avesse desiderato.

Lei si lasciò annusare, mansueta, continuando a sorridere, con quel sorriso ineffabile, che la rendeva terribilmente seducente ma inaccessibile.

Fu sorpreso dall’intensità aromatica di quel profumo e dall’imprevedibile reazione olfattiva in lui suscitata. Odore di natura incontaminata, distese verdi e lussureggianti, spazi sconfinati, attraversati da repentini refoli di vento, che rapiscono la mente, scollegando sinapsi e sparpagliando ovunque neuroni cerebrali.

Perso.

Si sentì scoperto e indifeso, come mai gli era capitato prima, nella sua breve vita di predatore.

Magdalena lo rassicurò prendendolo per mano. In silenzio lo condusse verso un sontuoso letto stile impero.

Egli si accorse, solo allora, che, non avevano scambiato alcuna parola. Nemmeno si erano presentati. Non che fosse necessario, ma il desiderio impellente di sentirle pronunciare il proprio nome o qualsiasi altra parola lo travolse, in maniera più intensa, perfino, di quello fisico.

Improvvisamente lo colse un dubbio: «Parli la mia lingua?».

Lo guardò stupefatta: «Certo che parlo la tua lingua. Oltre alla tua, ne parlo correntemente altre tre, meno fluentemente altre due. Se hai delle preferenze, non devi far altro che scegliere».

L’uomo vacillò. Il suo granitico ego incominciò a creparsi, scalfito dalla punta acuminata di quella lingua superba. La dizione era assolutamente perfetta, limpida e chiara. Priva del petulante miagolio, tipico delle ragazze dell’est.

Lei tenne a precisare ulteriormente: «E’ incredibilmente amaro, a volte, constatare come la gente ami adagiarsi nella banalità dei luoghi comuni. Una ragazza straniera, che si concede per una manciata irrisoria di denaro, deve necessariamente essere una povera analfabeta. Non è vero? Anche tu la pensi così?».

Il suo modo di fare era volutamente provocatorio, allusivo e malizioso. Con una leggera spinta lo fece adagiare sul letto, mentre con le dita affusolate gli slacciava la camicia, bottone dopo bottone.

Venne travolto dall’alta marea di quelle parole salaci e di quei gesti disinvolti. Meravigliandosi del suo stato di soggezione, osò domandarle, con una sfumatura appena percettibile d’ironia nella voce: «Chissà quale titolo di studio puoi sfoggiare, allora… ».

«Un eccellente titolo di studio! Certamente non il migliore, ma ti assicuro che non è poi così semplice ottenere una laurea, come sono riuscita io, in pochissimi anni e con ottimi voti, al Collegio Accademico di Alba Iulia».

«Alba Iulia? Non ne ho mai sentito parlare, dove si trova?».

«Non la conosci perché, probabilmente, non sei una persona così colta come reputi di essere. Alba Iulia si trova in Transilvania».

Non si offese. La sua tracotante vanità era stata completamente neutralizzata dalla posizione privilegiata, sotto il corpo carezzevole di lei, e da quei modi seducenti.

«Che meraviglia! Una vampira laureata… ».

La battuta non era stata delle più felici. Se ne rese conto, immediatamente dopo averla proferita.

Un guizzo di luce attraversò il mare celeste dell’iride, perdendosi nella bianca e spumosa risacca che l’avvolgeva.

«Altri luoghi comuni… associare la Transilvania ai vampiri è come associare l’Italia agli spaghetti o, se preferisci, alla mafia… ».

Lentamente e con grazia, Magdalena iniziò a spogliarsi. Non ci volle molto, in realtà. Una volta scostate le sottili spalline di seta, l’abito scivolò giù come una valanga di onde voluttuose, trascinando a valle ogni più piccolo pudore.

L’uomo, oramai, non aveva più difese. Lei era magnifica, splendente di luce propria, come una divinità, e se fosse stato necessario invocare un nome per adorarla, egli non avrebbe saputo cosa scegliere, fra Nemesi o Catarsi.

Tutto, in quella donna, dal candore abbacinante della pelle, alla purezza incontaminata delle sue forme, invocava espiazione.

Disposto a espiare ogni sua colpa, presente, passata e, persino, futura, si abbandonò completamente, vittima consapevole e consenziente dei propri sensi.

Magdalena chiese per pura cortesia, sapendo che non ce ne fosse alcun bisogno, il permesso di legarlo al letto.

Annuì distrattamente, come se si trattasse di legare qualcun altro, al posto suo.

Lei si muoveva felina, mentre i lunghissimi capelli biondi gli lambivano carezzevoli la pelle, distraendolo ancor più da quello che stava avvenendo.

Le fasce di cuoio con cui gli vennero legati polsi e caviglie, spuntarono quasi per magia, dalle coltri profumatissime. Lo tenevano saldo al letto, rendendogli impossibile qualsiasi movimento, fatto salvo quello della testa, un po’ ciondolante, per via di un insolito avvallamento nel materasso.

Lei iniziò a parlare, prima sussurrando dolcemente nell’orecchio, poi, una volta accomodatasi languidamente a cavalcioni sopra di lui, alzando leggermente il tono della voce.

«C’è una storia che devi conoscere. Sai chi era Procuste?… No, sono certa che non lo sai. Adesso ti dirò io, chi fosse costui. Procuste, lo stiratore, era un brigante dell’Attica. Assaliva le proprie vittime in un modo curioso. Prima le neutralizzava, legandole su di un’incudine a forma di letto, quindi stirava il corpo dei viandanti più corti, o amputava le parti eccedenti di quelli più lunghi.

Con l’espressione ʻletto di Procusteʼ, quindi, si può correttamente indicare il tentativo di ridurre a un unico modello, cose, persone, comportamenti».

Iniziò a essere invaso da una spiacevole sensazione. Ma quella creatura angelica, certamente, non poteva avere cattive intenzioni. Non vi era nulla da temere. Ne era sicuro. Si rammaricò soltanto della posizione scomoda del proprio capo, sollevato appena per guardare la donna negli occhi.

Totalmente rapito dall’incessante discorso, proferito con sorprendente sicurezza, nei concetti e nell’eloquio, si limitava ad annuire ogni tanto, conservando un religioso silenzio.

«Purtroppo viviamo in un mondo stolto. Privo di un’apertura mentale sufficiente per scorgere le differenze esistenti fra individuo e individuo e per giudicare le persone in maniera corretta, senza farsi abbindolare da fuorvianti apparenze e da false superstizioni. Ci illudiamo che vi siano malattie inesistenti, razze inferiori, modelli privilegiati. Ingurgitiamo i messaggi subliminali di sistemi mediatici corrotti. Siamo tutti vittime di esasperanti, vigliacchi pregiudizi. Gli stessi sciocchi pregiudizi che spingono la società a giudicare un verme come te − ignorante, arrivista, speculatore, traditore, approfittatore − un uomo di successo, e una ragazza come me − colta, educata, spontanea, idealista − una prostituta priva di morale».

Non fu certo di aver capito bene. A scanso di equivoci provò a saggiare la consistenza delle cinghie cui era legato. Strette e resistenti.

Magdalena serrò le sue cosce attorno al corpo inerme e quel gesto, incredibilmente, fu sufficiente a placarlo. Continuò, quindi, il suo insolito monologo.

«L’abito non fa il monaco. Saggezza popolare dei bei tempi andati! Oggi non esiste più alcuna saggezza, cui appellarsi. Non vi è ombra di dubbio che l’abito faccia il monaco… anzi, per la precisione, l’abito è il monaco! Lo spirito sembra essere completamente evaporato e, sotto la veste talare, non si scorge più nulla.

Completamente uniformati a un volere superiore, che ci suggerisce il modo esatto in cui dobbiamo agire, abbiamo dimenticato di possedere ciascuno una testa propria, per pensare, decidere e giudicare individualmente.

In un mondo siffatto, crescono e proliferano parassiti come te. Esseri corrotti e privi di morale, cui la società ha consentito di emergere, perché rispondono esattamente ai requisiti imposti dalle leggi della giungla.

Ma c’è qualcuno o qualcosa che intende ribellarsi a tutto ciò.

Redivivi Procuste desiderano ardentemente pareggiare i conti. E lo capisci da te che, quando dico pareggiare, facendo riferimento al mito del brigante greco, ovviamente, intendo dire tagliare ciò che è in eccesso. La testa è del tutto superflua e inutile in un mondo ove c’è chi pensa al posto tuo e ti dice esattamente quello che devi o non devi fare. Quindi, adesso… ».

La pausa fu lunga, eccessivamente lunga ed esasperante per le sue orecchie tese nell’ascolto e il cervello ancora in stato confusionale. Gli organi sensoriali dell’uomo, messi così a dura prova dalla prolungata eccitazione fisica e mentale, accolsero le parole finali dell’interminabile discorso come un fiammifero acceso su un corpo cosparso di benzina. Un’ardente vampata di consapevolezza. Solo un modesto assaggio dell’Inferno che lo attendeva a fauci spalancate.

«… La taglieremo via!».

Iniziò a divincolarsi e a strillare, bestiale e impotente come un animale segregato in gabbia.

Ormai era troppo tardi. Il gesto di Magdalena, armata di una lama affilatissima, fu veloce e preciso. Dopo pochi secondi, l’inutile estremità si adagiò inerte, nell’apposita cavità del letto. Gli occhi dell’uomo, colmi di raccapricciante stupore, erano sbarrati nella contemplazione di una vita ormai perduta per sempre.

Magdalena pulì il proprio volto da uno schizzo impertinente di sangue, quindi, dopo aver afferrato il cellulare sul comodino, accanto al letto, compose rapida un numero.

Mentre attendeva una risposta, all’altro capo della linea telefonica, guardò costernata il corpo ormai privo di vita e la macchia color porpora che si espandeva rapidamente sulle candide lenzuola.

Una voce maschile, a lei ben nota, rispose al terzo squillo: «Pronto, Magdalena, dimmi… ».

«Venite a pulire. Sbrigatevi, ho fretta. Fra un paio d’ore ho un altro cliente… ».

3 lm 3

“Il dono”

Si aggirava indolente nei viali brulicanti di esuberante vitalità e risatine melliflue.

Dal fitto fogliame dei cespugli di alloro, che popolavano le aiuole verdissime, e dalle fervide menti degli studenti, sature di speranze e di ambizioni, esalava lo stesso profumo nostalgico di corruttibile vanità.

Quella briosa fragranza campestre La metteva profondamente a disagio.

La situazione, il luogo e perfino il periodo dell’anno – maggio, il mese delle rose: la Natura ormai greve di fiori e di frutti, l’istinto animale all’apice delle proprie pulsioni sessuali – La facevano sentire del tutto inopportuna.

Lei era abituata a frequentare luoghi completamente diversi. Ospedali, carceri e grandi arterie trafficate rappresentavano le mete preferite del Suo coerente vagabondare. Odore penetrante di farmaci, sudore e ferodi surriscaldati. Vibrazioni intense di paura, ira repressa e adrenalina. Questa l’alchimia chimica ed emozionale cui era assuefatta.

Solitamente si sentiva più motivata nelle Sue azioni e condivideva per Filo e per Segno le scelte compiute dal Fato. Quel giorno, purtroppo, non era così e non riusciva, per quanti sforzi facesse, ad afferrare il significato recondito di una Sua chiamata all’interno della quieta e graziosa cittadella universitaria.

Apparentemente un’oasi tranquilla nel marasma caotico e selvaggio di una metropoli cialtrona e incivile.

Si fermò perplessa a rimirare le splendide fattezze della mastodontica statua, raffigurante la Minerva, dea romana della sapienza e della guerra.

Non aveva mai creduto che vi fosse molta saggezza nell’arte bellica, in considerazione, soprattutto, dei suoi efferati e sanguinosi esiti, ma la dea Le era stata sempre simpatica, per via di quel misterioso animale totemico, la civetta, che l’accompagnava nelle raffigurazioni più comuni. Il piccolo rapace notturno, sin dall’epoca di antichissime civiltà, come quella azteca ed egizia, simboleggiava la morte e l’oscurità delle tenebre.

Quella considerazione, paradossalmente, La rinvigorì, restituendole una sferzata di fiducia e di alacrità. Proseguì, nonostante ciò, nell’esame minuzioso della statua. Le restava ancora parecchio tempo a disposizione e aveva intenzione di prendersela comoda.

Le braccia protese al cielo dell’invincibile guerriera, in un gesto rigido e impettito d’invocazione e di saluto, La fecero riflettere sul fatto che gli studenti non dovessero gradire in maniera particolare l’enfasi e l’autorità di una tale accoglienza.

Seguì la direzione di quello sguardo freddo e calcolatore, perfino più del Suo, fino all’ingresso principale, costituito da una successione di varchi squadrati, molto simili ai dolmen megalitici. Una porta universitaria rassomigliante al preistorico accesso funerario! Ne fu incredibilmente sorpresa.

Una cosa era certa: Lei amava l’architettura razionalista e il coacervo d’idee e fermenti intellettuali a essa sottesa. Le forme semplici e razionali, rifletté, possiedono un indiscutibile pregio: sono facilmente comprensibili e non celano significati reconditi particolari. L’eliminazione di ogni orpello o fronzolo, dalle finalità esclusivamente estetiche, godeva del Suo più sincero beneplacito. La linea pura, dritta e sobria poteva essere facilmente recisa. Come la Vita stessa.

Scosse il capo, desolata dal Suo humour macabro, e riprese la strada.

Era incredibile come tutti Le passassero accanto, senza far caso a Lei, al Suo abito scuro e un po’ liso dagli anni, al Suo pallore emaciato, alla Sua espressione colma di rammarico e attonito stupore. Poi, a un tratto, accadde qualcosa d’insolito.

Una ragazza bionda, che percorreva da sola il viale, in senso opposto al Suo, si fermò improvvisamente. Una corolla di panico si schiuse sul delicato stelo della sua esile figura.

Ella giurò che qualcuno, finalmente, si fosse accorto di Lei e che la moltitudine circostante, fremente di entusiasmo e di gioia, fosse improvvisamente scomparsa, risucchiata nel vortice insidioso di un respiro vitale trattenuto a morsi fra i denti serrati.

Precognizione di Morte. Accadeva raramente. Ma poteva accadere.

Che turbamento fu per Lei, solitamente così scevra di emozioni, scorgere gli occhi atterriti della giovane risalire la Sua figura ossuta e proseguire, in quel volo privo di ali, per innalzarsi fino al cielo, ammirandone l’azzurro opalescente. Il colore dell’infinito.

Ne lesse chiaramente il pensiero.

“Se adesso morissi, quante cose lascerei incompiute! Quante persone piangerebbero la mia assenza! Quanto mancherei a me stessa: alla me stessa che sarei potuta o dovuta essere!”.

La ragazza bionda stava per scoppiare in un pianto dirotto, inconsulto e irrefrenabile. Quella consapevolezza dilagante si era trasformata in un grumo denso di rimpianto che le bloccava l’esofago.

Improvvisamente, però, la fugace visione di Morte si dissolse, mentre la folla vitale riapparse, col suo brusio incessante di ardenti desideri e vane speranze.

Si era trattato soltanto di un sopralluogo: la Morte mostrò le sue scarne spalle alla Vita e si allontanò da lì.

La mattina successiva, 9 maggio del 1997, sarebbe tornata per compiere quanto era stato deciso.

§§§

L’indomani il sole splendeva alto nel cielo. Un’altra tiepida giornata di primavera.

Infastidita dal tripudio di luci e di colori sfavillanti decise che avrebbe trovato riparo in uno degli edifici accademici circostanti.

I lunghissimi corridoi della facoltà di Giurisprudenza erano fitti di ombre e cosparsi di residui polverosi. Incredibilmente, lo stesso aspetto, un po’ sciatto e abbandonato, convenzionalmente attribuito, in quell’epoca di declino e corruzione, alla Giustizia.

Venne attirata dal vocio confuso di un’aula. Mentre osservava dall’alto, con sguardo spento e implacabile, l’anfiteatro che si allargava ai suoi piedi, come un paio di braccia imploranti, intuì che la Sua vittima era lì, immersa nella folla fluttuante di vite distratte.

Al saluto di commiato del professore, tutti si alzarono desiderosi di allontanarsi al più presto dall’aula.

Seguì il serpente sinuoso di ebbrezza giovanile snodarsi per corridoi e scalinate, fino all’esterno dell’edificio. Di nuovo il sole abbagliante. Nei dardi scintillanti di luce, Lei soltanto poté riconoscere il luccichio sinistro di un proiettile.

Fu un attimo. Un istante eterno. La giovane, che cadde colpita dall’oltraggio di quel gesto umano, assomigliava in maniera impressionante alla ragazza bionda incontrata il giorno precedente. Ma non era lei.

Anche questa volta vi fu un pensiero da leggere. L’ultimo pensiero.

“Si affastellano nella mia mente, in disordine caotico e in un ronzio incessante di sciame, i miei desideri di giovane ragazza, le piccole ossessioni, gli insignificanti turbamenti, i sentimenti acerbi.

Adesso, inoltre, con gli occhi dell’Anima, riesco chiaramente a vedermi donna, laureata, professionista, circondata dall’affetto delle persone care.

Nitide visioni del mio Futuro si succedono in rapida sequenza logica.

Assisto, invasa da struggente malinconia, alla gigantesca proiezione di un flashforward della mia vita interrotta.

Io che sorrido estasiata durante i festeggiamenti per la mia laurea. Io che brindo col mio compagno, seduti sul pavimento di una casa ancora interamente da arredare. Io che allatto una bimba attaccata avidamente al mio seno.

Tutti quei Natali, quei viaggi e quelle ricorrenze felici che s’inseguono vorticosamente in immagini sempre più confuse.

Ovviamente ci sono anche litigi, lacrime, rinunce e delusioni.

In fondo che cos’è la vita se non un alternarsi prodigioso di tutti questi episodi?

Era tutto scritto. Era tutto previsto.

Ma la follia di uomini maledetti ha troncato quel naturale percorso.

La Morte, spiazzata, ha dovuto scegliere in fretta. Fra centinaia di giovani ragazzi ha colpito me. Perché? Non so.

So solo che altri avranno i miei festeggiamenti, i miei brindisi, i miei istinti materni… la mia gioia, le mie soddisfazioni, i miei traguardi… la mia rabbia, il mio dolore, il mio rimpianto.

Altri avranno il dono della vita. Della Mia Vita.

I miei occhi sono stanchi di ammirare il cielo terso, così splendente di luce e così… quieto, tranquillo, sereno. La mia anima, ansiosa di fuggire altrove, cede un ultimo struggente pensiero alla mente, anch’essa ormai consapevole dell’imminente distacco: La Vita è un magnifico Dono”.

La Morte si commosse.

Rinviò il triste momento, accordando altro tempo alla fragile Anima impreparata.

Il dono che Marta, perché questo era il nome della ragazza, Le aveva concesso, dilatando in un fiore purpureo di sgomento e di poesia quell’ultimo pensiero, era paragonabile, per pregio e per valore, unicamente all’inestimabile dono della Vita, elargito a chi, quel giorno, era sopravvissuto.

Dedicato a Marta Russo

“La zattera della Medusa” (selezionato e pubblicato nell’Antologia “Italian Noir 2”)

L’aria soffocante era satura di violenza e di morte. Dalle assi sconnesse filtrava una luce nostalgica.

«C’era stata vita là fuori − la sua vita − un giorno lontano…» pensò Bruce.

Lì dentro, invece, un cimitero caotico di braccia, teste e gambe si accatastava in mucchi disordinati di decomposizione.

Lui e i suoi cinque amici, si erano studiati da lontano per giorni, quindi si erano aggrediti verbalmente. La tensione fendeva l’aria come una lama affilatissima.

Il passo, dalle parole ai fatti, era stato breve e inevitabile. Vi erano state le prime aggressioni fisiche, con qualche occhio contuso e qualche spalla slogata.

Quarantotto ore dopo l’inizio della segregazione in quel tugurio, il cervello di tutti era partito, completamente fritto dai sintomi devastanti dell’astinenza da cibo, da roba e da aria pura.

Le narici, invase dall’odore rivoltante delle proprie e altrui feci, fremevano di disgusto e di raccapriccio. Una tremenda verità scardinò con violenza ogni freno inibitorio: la presenza degli altri era nociva e sottraeva ossigeno alla propria sopravvivenza.

Le tenebre della seconda notte, trascorsa rinchiusi nel magazzino, furono letali per la maggior parte di loro. C’erano attrezzi da lavoro e da giardinaggio appoggiati alle rastrelliere arrugginite. Tutti, a un tratto, vennero folgorati dalla stessa furia omicida. Voglia di sopravvivere, certo. Ma, soprattutto, desiderio incontenibile di uccidere.

Brancolando nel buio, s’impadronirono dell’oggetto più affilato che capitò loro sottomano.

I primi fendenti alla cieca. Gli ansimi, gli urli di rabbia e di dolore, le imprecazioni e infine… i colpi andati a segno e le grida strazianti. Non erano più uomini ma bestie al macello e i versi emessi, in punto di morte, erano simili a quelli di maiali sgozzati.

Bruce era l’unico sopravvissuto alla terribile mattanza. La ferita infertagli, con un colpo di falcetto, dal defunto Adrian, aveva aperto sul suo ventre rigonfio un taglio a forma di luna. Dal satellite fatto di sangue e brandelli di carne, spuntavano le interiora. Il palmo aperto della mano tratteneva tutto quello che poteva, il resto sgocciolava fuori in uno stillicidio esasperante di odio e rancore.

Consapevole del fatto che presto sarebbe giunto anche per lui il momento del trapasso, decise di compiere un ultimo gesto provocatorio e irriverente, rivolto a chi − e lui aveva una precisa idea circa l’ideatore dell’intera faccenda, quell’ispettore di polizia col viso ghiacciato in un’espressione di rancoroso disprezzo − li aveva costretti a uccidersi l’un l’altro, come animali.

Si rammentò a un tratto della magnifica Eleanor. Tutti l’adoravano. Non si poteva essere immuni a quel fascino antico di donna leggendaria. A guardarla e ascoltarla comprendevi e giustificavi gli uomini che, nel corso della storia, si erano suicidati per amore. Una volta, nel bel mezzo di una lezione, in cui erano capitati vicini di posto, gli aveva concesso un pensiero. Lui non si ricordava di che cosa si stesse parlando, ma saltò fuori questa cosa immensa dell’Ikebana, l’arte giapponese di comporre i fiori, come offerta votiva agli dei. La traduzione letterale della parola, lei aveva spiegato in un sussurro di voce, che gli aveva rimescolato le viscere − le stesse che oggi (chi l’avrebbe mai detto allora!) teneva in mano e gli ciondolavano per un bel tratto, come un guinzaglio sanguinolento − era “fiori viventi”.

Eleanor, stupefacente ed enigmatica, un mistero di ragazza che non si concedeva a nessuno. La sua inaccessibilità era stata violata in un modo bestiale. Il branco, le droghe, la frustrazione e la violenza, avevano potuto laddove la volontà della ragazza aveva posto un divieto assoluto.

La traballante lucidità di Bruce, adesso, non concedeva spazio a ragionamenti complicati. Tornando all’arte di comporre i fiori, un’idea malsana gli era balenata nel cervello, ormai in pappa: l’arte di comporre gli arti. Lui, Bruce Dickens, nel pieno delle sue incapacità mentali, con la morte che gli alitava sul collo, avrebbe realizzato una macabra composizione con l’unico fiore maledetto a sua disposizione: la mano mozzata dell’amico NicKo (l’aveva riconosciuta grazie al ridicolo anello, sormontato da una testa cornuta di diavolo, infilato sull’anulare). Mentre conficcava lo stelo reciso dell’osso radiale nello spazio rimasto fra alcune assi sconnesse del pavimento, Bruce canterellava una canzone e pensava a quanto sarebbe stata bella la sua composizione di fiori morti.

« … And so we lay, we lay in the same grave our chemical wedding day and so we lay, we lay in the same grave… ».

Un fiotto copioso di sangue gli colò dall’angolo della bocca lungo il collo. Fece in tempo a sollevare il dito medio di Nicko, nero di cancrena, pochi istanti prima di morire.

 

Sette giorni dopo.

 

La sigaretta gli penzolava insolente dalla bocca. Il pensiero che quei saccenti della scientifica, con le loro cuffiette, mascherine e pennellini, lo avrebbero nuovamente redarguito per via della cenere, disseminata un po’ ovunque sul pavimento, gli dipinse sul viso un sorriso beffardo. D’altra parte era consapevole che i colleghi, abituati al suo disprezzo per il codice e ai suoi tentativi, quasi ostentati, di inquinare la scena del crimine, si erano rassegnati a scansare, dall’elenco delle prove da esaminare, i residui delle immonde Belomorkanal da lui fumate.

«… Questa qui è la porcheria che si lascia dietro quello stronzo di Crowley!».

L’ispettore Crowley adorava le sigarette russe. Il modo rustico col quale erano confezionate le insolite papirose la diceva lunga sulla personalità di un loro estimatore: una sorta di bocchino, realizzato con un cilindro di cartone, alla cui estremità viene inserita una piccola cartina, ripiegata alla meglio, contenente trentacinque milligrammi di puro catrame. In breve un sapore fortissimo, rude, arcigno, selvaggio, in un contenitore dall’aspetto grossolano, che spesso si presta all’utilizzo della marijuana.

Se per uno scherzo beffardo del destino, un omicida, fumatore di Belomorkanal, avesse lasciato alcune tracce del suo passaggio, sarebbe stato del tutto ignorato per colpa del deprecabile precedente.

All’ispettore Crowley non fregava nulla della sua cattiva fama. La parte più condiscendente e generosa dei suoi colleghi lo definiva “il puttaniere”, per via delle torbide relazioni da lui intrattenute con le spogliarelliste dei locali a luci rosse, mentre quella più severa e risentita lo riteneva un maniaco schizofrenico, affetto da una forma aberrante di necrofilia.

In realtà, Alan Crowley considerava la morte l’orgasmo allucinato di una vita puttana. Gli essere umani si rassegnano a credere, che si tratti di un fatto del tutto naturale: si nasce, si vive e si muore. Invece, non vi era nulla di più artificioso, secondo il pensiero Crowleiano, della morte. Entità tanto finta e infida da non sapere nemmeno cosa farsene di quei corpi voluttuosamente stramazzati. Al suo passaggio lasciava una lunga scia di cadaveri, noncurante e impietosa, di fronte a qualsiasi forma di decomposizione.

Anche quel giorno, nel momento in cui varcò l’ingresso del magazzino e un miasma di carne putrefatta gli riempì le narici, il primo pensiero di Alan fu: «Morte, sei passata di qui? Dall’odore pare che ci toccherà pulire per un bel po’!».

Membra umane erano disseminate ovunque in un macabro puzzle da ricomporre. Il sangue rappreso, sorvolato da un impercettibile ronzio di mosche, sembrava il sigillo in ceralacca apposto sui trapassati, ma non vi era alcuna possibilità di mettere in dubbio l’autenticità di quei cadaveri.

Una cosa, più di tutte le altre, attirò la sua attenzione: una mano conficcata nelle assi irregolari del pavimento, al centro della stanza. L’osso radiale, completamente spolpato serviva da puntello. Il palmo era serrato in un pugno. Le nocche bianche sporgevano da brandelli violacei di pelle. Un solo dito, il medio, si ergeva solitario e impettito in un beffardo vaffanculo urlato silenziosamente dall’oltretomba.

L’ispettore iniziò a ridere, prima facendo sobbalzare il petto in una sorta di singhiozzo convulso, poi in maniera sempre più sguaiata, con il tipico grugnito catarroso dei fumatori accaniti.

Dovette attendere che l’eccesso di tosse passasse, quindi, si fece avanti di un passo, gettò la cicca della sua Belomorkanal a terra e, con una lieve rotazione del piede, la schiacciò assieme al dito eretto.

Il movimento produsse un suono croccante di ossa spezzate e uno gelatinoso di polpa maciullata.

L’esecuzione di morte per mano propria aveva dimostrato, l’ennesima volta, di essere lo strumento di giustizia più efficace.

 

Un mese prima.       

 

«Dichiaro gli imputati Dave Milian, Bruce Dickens, Steve Taylor, Nicko Hill, Adrian Costa e Janick Purdy, per il reato loro ascritto di omicidio… innocenti!».

Il giudice aveva sentenziato con il cipiglio autoritario e distratto, esibito da chi è certo di aver reso giustizia non solo alla causa discussa in quella mediocre aula di tribunale, ma al mondo intero.

L’incredulità e lo sgomento, dipinto sul volto dei familiari della vittima, era pari a quello manifestato il giorno in cui era stato loro comunicato il decesso di Eleanor, brillante studentessa di appena ventuno anni.

Nello stesso istante in cui il proprio sguardo incontrò l’espressione impotente e frustrata del Procuratore, l’ispettore incaricato delle indagini, Alan Crowley, seppe che si sarebbe occupato della faccenda a modo suo. Avrebbe trasformato un magazzino di periferia in una nuova, terrificante zattera della Medusa, facendo naufragare per sempre quelle sei inutili vite.

copertina-italian-noir-2-web

 

http://isognidicarmilla.wordpress.com/2013/12/07/disponibile-lantologia-italian-noir-2/

“Il Ponte” (5° classificato al Concorso “Giallo Birra 2013”)

Nell’oscurità della notte Ponte Sant’Angelo si srotolava, come un nastro di luce sfavillante, sopra i flutti increspati del Tevere. L’acqua putrida lambiva indolente i massicci piloni di pietra, producendo un gorgoglio sommesso, appena percettibile nel silenzio irreale di una città apparentemente disabitata.

Un uomo dalla corporatura esile procedeva con andatura barcollante verso il Rione Ponte. Le due file parallele di angeli, posti sul parapetto, scrutavano dall’alto lo spettacolo poco edificante offerto dal passaggio di quell’ubriaco, che, dopo aver inciampato una, due, tre volte, finì per accasciarsi stremato accanto alla statua angelica con la testa coronata di spine. Nessun passante accorse a soccorrerlo. L’uomo rimase a terra per circa un’ora, biascicando parole incomprensibili. Completamente solo, lui e i dieci Angeli della Passione.

A un tratto, accadde un fatto inspiegabile. L’aria tiepida della primavera venne improvvisamente sferzata da un alito ghiacciato di neve. Il manto stradale, verso l’estremità del ponte, cui egli sembrava diretto prima di perdere i sensi, iniziò a coprirsi di un candido velo.

Scosso dai brividi, il viandante solitario iniziò a riprendersi e a ricordare qualcosa di sé: si chiamava Francesco e aveva trentanove anni. In un lasso di tempo molto breve aveva perso il lavoro, la casa, la moglie e se stesso. Il blocco dello scrittore, fenomeno che affligge, almeno una volta nella vita, chiunque sia dedito, con incurabile passione, a questo nobile mestiere, lo aveva reso irascibile, scontento e vizioso. Il vizio dell’alcol, in particolare, infestava il suo corpo disabitato, come un demone assetato dall’arsura infernale. L’anima era volata altrove, preda di fantastiche ossessioni.

La moglie aveva sopportato a fatica il suo stato di uomo deluso e frustrato per circa nove mesi. Quindi, una triste e uggiosa mattinata di fine novembre, di quelle in cui persino il Padreterno sembra voglia dar sfogo alle questioni insolute col genere umano, lei partorì la sua irrevocabile decisione: ognuno per la sua strada.

Era rimasto solo. Lui e la figura seducente di una bottiglia di birra. Non vi era paragone con nessun’altra donna: bionda, silenziosamente appagante e disponibile diverse volte in una sola giornata. Prima che il sole tramontasse, poteva scolarsi parecchi boccali. Quella sera, per esempio, aveva già fatto fuori tre bottiglie di buonissima birra ceca.

Adesso, ovviamente, la testa gli doleva come se avesse un’ascia conficcata nel cervello. Quando, con grande fatica, riuscì a sollevare le palpebre su una visione molto approssimativa di una realtà sfumata e fluttuante, notò, alla fine del ponte, una massiccia torre dal sapore tipicamente gotico, sormontata da guglie e pinnacoli, appoggiata da un lato a un arco a sesto acuto, che avrebbe dovuto consentire il passaggio ai pedoni.

In quella direzione un candido manto di neve si alzava gradualmente di spessore, coprendo e rendendo quasi irriconoscibili le statue e i fiochi lampioni.

Perplesso, Francesco diresse lo sguardo dalla parte del Castello. Lì tutto era rimasto invariato: i merli da cui si era gettata l’eroina pucciniana, sconvolta per la morte dell’amato, continuavano a impreziosire, con il loro suggestivo orlo, la coreografia notturna del Borgo.

A girarsi verso la parte opposta, invece, ove appena un’ora prima sorgeva il Rione Ponte, con la sua fila ordinata ed elegante di palazzi cinquecenteschi, tutto appariva diverso. C’era quella strana torre e poi, appena più in là, la forma tondeggiante di una grossa cupola. Ma la cosa più inquietante era, senza ombra di dubbio, il fenomeno meteorologico inconsueto e inspiegabile di una nevicata a giugno, localizzato, per quanto lui potesse verificare con i suoi stessi occhi, in un solo quartiere della città.

Prima ancora che riuscisse a muovere un passo in quella direzione, il ricordo legato a una fase spensierata e lontanissima della propria vita lo colpì con la violenza di un pugno ben assestato. Immagini di bagordi giovanili, sperimentati durante il piacevole soggiorno nella misteriosa città di Praga, si rincorsero nella sua mente annebbiata: goliardiche bevute di birra Malastrana si alternavano a rapporti occasionali con meravigliose ragazze ceche. Di certo, lo scopo originario del viaggio – quello di un approfondimento culturale per la tesi in letteratura straniera su Franz Kafka e il realismo magico – era stato del tutto mistificato.

Francesco fu colto da un rigurgito improvviso di lucidità. Certo! Non vi era alcun dubbio: davanti ai suoi occhi galleggiava, avvolta nella spirale vorticosa della neve, l’estremità finale del Ponte Carlo, con la sua torre gotica e la cupola di San Nicola. Per chissà quale scherzo beffardo del destino (o della sua mente labile e contorta), Ponte Sant’Angelo, a metà circa del proprio percorso, assumeva le suggestive fattezze del famoso ponte praghese; le statue angeliche cedevano il passo a quelle dei santi; le acque fresche del Tevere scivolavano lentamente nei gelidi flutti della Moldava; la Città Eterna, in uno slancio appassionato di milioni di chilometri, abbracciava la sfuggente capitale boema.

Una folata di vento più intensa e rigida delle altre sollevò una gran quantità di nevischio. Quando i fiocchi si depositarono, ondeggiando lievi ai margini della strada, Francesco riuscì a scorgere un uomo piccolo e incredibilmente magro procedere deciso verso di lui. In principio una sagoma confusa nell’oscurità della notte, poi sempre più stagliata e delineata al chiarore intenso dei lampioni. Gli si fermò accanto, mantenendo lo sguardo fisso e acuto piantato nel suo. Quegli occhi incenerivano i pensieri e imploravano uno sfogo colloquiale. Purtroppo, la testa di Francesco pulsava al ritmo incessante di un dolore sordo. Non vi erano i presupposti, né la disposizione d’animo per intavolare un’amabile conversazione.

Lo sconosciuto, tuttavia, per nulla scoraggiato dalla muta e ostinata indifferenza dimostratagli, prese per primo la parola: «So che siamo colleghi».

Francesco si domandò cosa ne potesse sapere un estraneo di lui e del lavoro che svolgeva. Osò una battuta sarcastica che, appena proferita, suonò stonata e forzata persino alle proprie orecchie: «Anche lei è dedito all’alcol?».

L’uomo storse appena il naso. Le orecchie appariscenti parvero muoversi anch’esse, come per captare meglio il senso della sciocchezza appena udita.

«Si figuri! Certo che no. Sono astemio e mi attengo a una dieta vegetariana molto salutare. Ovviamente, intendevo dire che anch’io sono uno scrittore».

Francesco, a quel punto, incominciò a spazientirsi. Si sentiva privo di difese e quell’uomo gli incuteva una strana sensazione di sottomissione. Con la mano aperta, pollice e indice appoggiati alle tempie, come a voler tener fermo nella scatola cranica un cervello saltellante e inaffidabile, proferì tutto di un fiato: «Lei non sa nulla di me! Io non la conosco, non scrivo da moltissimo tempo e non ho alcuna intenzione di ricominciare a farlo!».

«Si sbaglia. Io so molte cose sul suo conto e lei, anche se indirettamente, mi conosce bene. Ha letto alcuni dei miei romanzi e quasi tutti i miei racconti. Il suo preferito è uno fra i più noti ed emblematici della mia produzione letteraria: ʻLa metamorfosiʼ».

Una cornacchia, spuntata da chissà dove, volteggiò sinistra sopra le loro teste. Con un gran frullio di ali terminò il suo volo radente appollaiandosi sopra il parapetto del ponte. Lo sguardo stolto e crudele si puntava alternativamente sui due interlocutori.

Francesco si scosse dal torpore, finalmente consapevole e colmo di raccapriccio: quell’uomo era Franz Kafka, il famoso scrittore ceco! Rabbrividì osservando la neve alle spalle dell’uomo srotolarsi silenziosa come un tappeto e guadagnare terreno nella loro direzione. Malastrana laggiù avanzava, rosicchiando via via un pezzetto sempre più grande di Roma. Francesco indietreggiò istintivamente di un passo, dubitando di se stesso e del suo stato mentale. Poi, per un attimo fugace, temette di essere vittima di uno scherzo di cattivo gusto.

«Nessuno scherzo. Sono proprio io. Anzi, ciò che resta di me: null’altro che un alito di sapienza soffiato in un impalpabile ectoplasma».

Kafka, l’ectoplasma o qualunque cosa fosse, era in grado di leggere il pensiero e con suo comprensibile allarme lo fece nuovamente: «Senti freddo perché la parte migliore di te è morta. Tu stesso hai compiuto questo ignobile delitto, una volta che sei divenuto facile preda delle tue insicurezze e ti sei lasciato piegare dai diktat delle convenzioni sociali. Devi immaginare la mente come un ponte, molto simile a questo. Un viale sospeso sul fluido corso della vita, in precario equilibrio fra realtà e fantasia, fra rinascimento e gotico, fra uomo artefice di se stesso e uomo in balia del volere divino, fra certezza e ignoto, fra luce e tenebre. Per tornare a scrivere devi smarrirti nei vicoli più oscuri e misteriosi del tuo inconscio. Luoghi romantici e leggendari come il Ruscello del Diavolo, l’abitazione di Faust in piazza Karlovo, l’emozionante cimitero dello Josefov, il ghetto ebraico, con la sua intricata distesa di lapidi disordinate. Devi perderti nella magica Malastrana della tua anima. L’alterazione che subisce un artista nel suo massimo momento espressivo è così intensa e profonda da suscitare raccapriccio e inquietudine in chi è abituato a cullarsi nella rassicurante normalità del quotidiano. L’arte è rischio, è provocazione, è smarrimento, è perdizione. L’arte è pura metamorfosi».

Detto questo, l’uomo iniziò a subire un’impercettibile trasformazione nel diafano velo dell’epidermide. Qualcosa percorreva rapidamente i vasi sanguigni che ne irroravano il capo. Improvvisi rigonfiamenti si evidenziavano in prossimità della giugulare, guizzavano veloci su per il collo, giungendo sino alla guancia e quindi alla tempia. Qui si soffermavano, pulsando ritmicamente al battito inferocito del cuore. Dopo brevi istanti s’inoltravano nella cavità nasale, attraversando sfuggenti l’arco sopraccigliare.

Il sedicente scrittore non sembrava avvertire alcun fastidio, nonostante il corpo estraneo fosse arrivato al naso, ingolfando lo spazio esiguo della narice. Lunghe antenne vibrarono, fuoriuscendo dal piccolo pertugio. Il raccapriccio e il disgusto provati da Francesco furono istintivi e incontrollabili. Si allontanò di qualche passo, ma la reazione dell’ectoplasma fu rapida e imprevedibile. Afferrò con decisione le antenne sfrigolanti e tirò via l’orribile blatta dalla cavità nasale, procurandosi una piccola emorragia.

Lo scarafaggio muoveva le zampe con incredibile frenesia, nonostante ciò le dita rimanevano serrate attorno alla spessa cuticola del guscio, con un gesto disinvolto e privo di ribrezzo. Quella strana creatura, esibendo la blatta come un minuscolo trofeo di cui andare fieri, si avvicinò pericolosamente a Francesco. Fu inutile tentare di divincolarsi. La mano libera allargò con una forza incredibile la bocca, premendo sulla mandibola come se fosse una pinza. L’altra mano lasciò precipitare l’insetto, facendolo atterrare con un tonfo asciutto e scricchiolante sulla lingua tesa e nervosa di Francesco. Il rapido dileguarsi dello scarafaggio giù per la trachea e l’esofago, convinse il mostruoso assalitore ad allentare la presa. Francesco, finalmente libero, si portò le mani alla gola e carponi sull’asfalto tossì in maniera convulsa, sperando di poter espellere l’indesiderato ospite. Purtroppo ogni suo tentativo fu vano. Il lieve formicolio avvertito al livello del petto lo spinse a pregare Dio, perché assicurasse alla bestia nauseante un percorso innocuo.

«Non ti accadrà nulla di male. Appena si adatterà all’interno del tuo organismo, depositerà svariati numeri di ovoteche, contenenti ciascuna almeno sedici uova. Nuove idee si schiuderanno in te e lentamente la metamorfosi sarà completa: ricomincerai a scrivere con passione e soddisfazione. Vedrai…».

Il rispetto e la soggezione ispiratagli dall’imponente figura, almeno da un punto di vista artistico, dello scrittore boemo, non riuscirono a trattenerlo dall’imprecare a denti stretti: «Dannazione! Mi hai ficcato un ripugnante scarafaggio giù per la gola e adesso pretendi che mi lasci rincuorare da questa promessa pazzesca di uova pronte a dischiudere grandiose idee letterarie? Tu sei pazzo!»

Kafka non si scompose: «Credimi è come ti dico. Adesso devo proprio andare. Ricordati di attraversare il ponte e visitare i luoghi di cui ti ho parlato. Rimanere sul lato sicuro non ti aiuterà a diventare un bravo scrittore. Rischia e sarai ricompensato».

Voltò rapido le spalle e, senza nemmeno salutare, si diresse a passo deciso verso la neve e la magia della sponda sconosciuta.

Francesco si appoggiò stremato al parapetto. Diversi conati di vomito lo scossero violentemente. Il vivace zampettare dell’insetto sembrava cessato. Quando sollevò lo sguardo, la torre gotica e il Ponte Carlo erano scomparsi. Non vi era più alcuna traccia nemmeno della neve. Chiuse gli occhi, reggendosi la testa con entrambe le mani e sforzandosi di trovare una spiegazione plausibile all’insolita esperienza. Fu distratto da un rumore metallico. Una bottiglia rotolò fino ai suoi piedi.  L’etichetta con i leoni rampanti intorno a un sole infuocato era quella a lui ben nota della birra Malastrana. Un messaggio attorcigliato al suo interno, spuntava fuori dal collo. Egli lo aprì con mani tremanti. Sulla carta consumata e ingiallita, campeggiava una scritta dai grandi caratteri:

Ci incontreremo nuovamente sul ponte,

in questa mezza terra di nessuno,

                                              che fa da confine fra la vita e l’arte.

                                                                                                                 Franz Kafka.

libro-img