Rétro ma non troppo ovvero anche le pulci (del mercatino) hanno la tosse 1

Dicono che per trovare un lavoro appagante occorra mescolare passione e talento. Anche se si tratta di inclinazioni originali, magari anacronistiche e del tutto inutili, va bene lo stesso. Poi la via, il modo di renderle attuali e attuabili si trova.

Chiariamo subito una questione: grossi talenti non ne ho, ma so cosa mi procura piacere.

Da piccola avrei voluto diventare un’archeologa. Ero affascinata dai ruderi, dall’alone di mistero che li circondava, entusiasta all’idea che avrei potuto scoprire un tesoro sepolto laddove nessuno si era mai sognato di andare a cercare. Non necessariamente gioielli e pietre preziose. Il gusto del macabro mi spingeva a preferire tombe e reperti funerari. Mi bastava inciampare in una fossa per far volare l’immaginazione e credere che, scavando, avrei potuto imbattermi in una fila interminabile di gradini diretti chissà dove.

Crescendo, pur non perdendo di vista le buche, ho iniziato ad amare la lettura. Continuavo a mostrare particolare predilezione per storie cupe e paurose: quando terminavo coi delitti, passavo ai fantasmi, quindi ai vampiri e ai licantropi. Ma in fin dei conti ho letto un po’ di tutto. Anche romanzi nei quali i personaggi vivono vite piuttosto tranquille senza necessariamente incappare in streghe e mostri. Del resto, in maturità, ho scoperto che i mostri veri si incontrano un po’ ovunque: in farmacia, al supermercato, in libreria… No, forse in libreria no.

Con l’avanzare degli anni ho iniziato ad apprezzare tutto ciò che è vecchio, ammantato di storia e di polvere. Ho capito che certi oggetti conservano minuscole particelle cosmiche di passato e, cosa importantissima, ho imparato a distinguere fra vintage e rétro. La parola vintage, che dovrebbe derivare dal francese vendenge, ossia vini d’annata e di pregio, indica oggetti di culto che hanno segnato un’epoca, vecchi di almeno venti anni. Con il termine rétro, invece, si indicano le “riproduzioni” in chiave moderna di vecchi oggetti. Il rétro, in poche parole, è un doveroso e gradito omaggio al passato.

La stessa cosa che vorrei fare io inaugurando questa rubrica che, per l’appunto, ho deciso di chiamare Rétro ma non troppo.

Dov’è il talento?, direte voi.

Nessun talento, infatti.

Però c’era quest’idea che mi frullava in testa da tempo: mettere insieme la scrittura, in forma di racconto, e i miei avventurosi viaggi spazio temporali al mercatino dell’usato. Due cose che mi entusiasmano moltissimo.

Insomma, pensate a me come una specie d’inviata-archeologa-bibliofila-di tutto un po’… e il profilo inizia a delinearsi più chiaro.

Vengo al sodo: durante la mia ultima visita fra vecchie croste di pittori più o meno sconosciuti e bicchieri di cristallo, in cosa mi sono imbattuta? Cosa ho acquistato? Cosa ho dovuto lasciare seppur a malincuore?

Partiamo dalla fine.

Cosa ho lasciato.

47285539_2153603141568941_6491155331970760704_n

In realtà non avevo in mente proprio lui, ma un altro libro. Un’altra prima edizione che mi era sfuggita in un precedente “viaggio”: Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino.

Non c’è stato nulla da fare. Non l’ho più trovato. Suppongo si sia offeso per il fatto che l’abbia abbandonato sulla scaffale, ostentando indifferenza ai suoi continui ammiccamenti. Deve essere ancora lì, ne sono certa, perché risulta nel registro dati del reparto.

Va bene, aspetterò che gli passi. Sempre che nel frattempo non lo arraffi qualcun altro.

Al suo posto, mi è venuto incontro, in maniera piuttosto sfacciata, un altro interessante romanzo: Punto di rottura di Daphne du Maurier. Ho scoperto che si tratta di una raccolta di racconti, alcuni dei quali, in perfetto stile du Maurier, partono da un’idea raccapricciante e allo stesso tempo geniale. Sapete che Hitchcock si è ispirato alle opere della du Maurier per realizzare capolavori cinematografici come Uccelli, La taverna della Giamaica e Rebecca, la prima moglie? Ecco, allora sapete di cosa parlo.

Fra i vari racconti ve n’è uno intitolato Lenti azzurre che mi ha parecchio incuriosito: il protagonista della storia, dopo un intervento agli occhi, scopre che le persone che lo circondano hanno tutte qualcosa di strano: un muso animalesco. Un aspetto che richiama chiaramente gusti e inclinazioni di ciascuno.

L’ho lasciato. Perché? La risposta è semplice: avevo le braccia cariche. Mi ero fatta un conto approssimativo ed era già piuttosto salato. Confido nel fatto che lo troverò al suo posto la prossima volta. Sperando che non si nasconda come il nostro amico di Berlino.

Adesso arriviamo al momento più gratificante della mia visita al mercatino:

cosa ho preso?

47679600_2153594334903155_806586032031006720_n

Non potevo perderlo. Un thriller dal titolo evocativo: La casa delle orbite vuote di Alberto Levi Kessler. È stato amore a prima vista, sia per la cover che ritrae un uomo “nero” con la maschera insanguinata di Topo Gigio, sia per il titolo, che ricorda il famoso film di Avati La casa dalle finestre che ridono.

47683515_2153594368236485_6912531949156302848_n

Beh, anche la trama non è niente male: ambientazione nella provincia italiana, serial killer efferato che asporta pezzi di cadaveri, lasciando quanto resta dei corpi straziati nei cassonetti.

Quindi, ho arraffato un altro thriller (è il genere che prediligo assieme all’horror, si era capito, no?) di Giorgio De Maria, un autore ingiustamente dimenticato, dice la quarta di copertina. In effetti, da quel poco che ho letto, sbirciando qui e lì, si tratta di un romanzo poco apprezzato negli anni della sua prima uscita, nel 1977.

48120771_2153594314903157_5550995129839386624_n

Mi era giunta voce della sua esistenza da un sito che apprezzo molto (Bizzarro Bazar). Trovarmelo davanti, come se aspettasse proprio me, è stato incredibile.

Infine un saggio. Visto che le case infestate vanno sempre di moda, almeno nel mio piccolo mondo inquieto, ho scelto di portarmi via Fantasmi Spettri e Case maledette di Maria e Alberto Fenoglio. Maria è una competente scrittrice in campo esoterico, una delle poche a possedere “un fantasma di famiglia”. Così è scritto in quarta e io mi sono fidata ciecamente.

48059049_2153592058236716_7772862131027836928_n

47574910_2153592134903375_2314670408252522496_n

Per concludere, vi racconterò in cosa mi sono imbattuta, e mi ha fatto battere forte, forte il cuore. Appena uno sguardo di ammirazione e nulla più, considerando il prezzo. Si tratta di un paio di gioiellini dattilografici degli anni 30. Belle, bellissime macchine da scrivere: una M 40 Olivetti e una Triumph modello Standard 12.

47577289_2153604814902107_8660881382941130752_n

Il cartellino riportava una cifra ragguardevole anche se, da una mia breve ricerca su siti come ebay et similia, ho scoperto che per questo genere di rarità i collezionisti sono disposti a spendere quasi il doppio.

Il mio resonto di viaggio per oggi finisce qui. Vado a scambiare due parole con i nuovi acquisti. Alla prossima!

P.S. Ricordatevi che anche le pulci hanno la tosse.

Soprattutto quelle del mercatino.

Pallidi Riflessi

Finalmente una mattina tranquilla. Sorseggio il caffè e osservo la città dalla finestra. Non devo correre laggiù, nelle strade trafficate. Mi sento un angelo che può permettersi una “sbirciatina” all’umanità.

All’improvviso, la voglia di scrivere sale. Prepotente.

Succede sempre così: trascuro il mio Daimon per qualche giorno e lui torna furente a rammentarmi di che materia sono fatta.

Parole.

Subito “abitata” da un pensiero, mi affretto a finire il mio caffè e accendo il computer.

Ecco cosa viene fuori:

Appena un riflesso nello specchio.

Mescolato ai profili degli edifici, ai grovigli delle antenne.

Scosto la tenda come se fosse una ciocca di capelli.

Inglese nella mente. Italiana nei gesti. Tedesca nello sguardo.

Spartana nelle decisioni. Etrusca nei sogni. Sumera nelle contraddizioni.  

Le parole sono aforismi romani. I pensieri sonetti tebani.

Il silenzio. Il silenzio ha il rumore ossessivo di fusa feline.

Un nodo arcano in cui si intrecciano i misteri del Passato.

Linee di drago lasciano scorrere il mio Sangue Mistico.

Traccio una mappa di rughe e cicatrici: una sacra Linea di San Michele.

Conduce ai santuari del dolore, ai templi dell’oblio, alle edicole del successo.

Io. Sono qui. Di fronte a me. Eterna Promessa di Vita.

 

Sono soddisfatta del risultato, al pari del mio Daimon, che sorride sprofondato nella poltrona.

Decido di ignorarlo per un po’. Inizio a googolare. Le dita pigiano svogliate sui tasti, spinte dalla vaga idea di qualcosa che abbia a che fare coi templi. Chissà perché.

Una poesia di Pasolini sbuca fuori dal web. Una mano tesa verso la Poesia.

Ne leggo i versi:

Io sono una forza del Passato.

Solo nella tradizione è il mio amore.

Vengo dai ruderi, dalle chiese,

dalle pale d’altare, dai borghi

abbandonati sugli Appennini o le Prealpi,

dove sono vissuti i fratelli.

Giro per la Tuscolana come un pazzo,

per l’Appia come un cane senza padrone.

O guardo i crepuscoli, le mattine

su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,

come i primi atti della Dopostoria,

cui io assisto, per privilegio d’anagrafe,

dall’orlo estremo di qualche età

sepolta. Mostruoso è chi è nato

dalle viscere di una donna morta.

E io, feto adulto, mi aggiro

più moderno di ogni moderno

a cercare fratelli che non sono più.

Trovo un commento personale dell’autore alla sua poesia:

Essere una forza del Passato significa percepire la parte più vitale della nostra Memoria, sede dei nostri Ricordi e dei nostri Conflitti. Non aver capito il proprio Passato significa riviverlo, ma vivere il Passato in forma lapidea significa togliere ad esso la parte vitale. La parola Forza esprime un concetto presente di dinamismo non necessariamente legato al movimento, quindi io non mi identifico nel Passato e non provengo dal passato, piuttosto vivo al presente sollecitato da forze multiformi. Io non mi identifico nel Passato, ma rivedo i suoi riti e i suoi cicli umani, gesti ripetuti nelle epoche che raccolgono i sentimenti di generazioni, e sento che il mio amore di oggi ha radici profonde in quel Passato. 

Vengo direttamente dai ruderi dei casolari abbandonati o distrutti dalle bombe, dalle chiese che costellano ogni nostra regione, dalle pale d’altare che pure ho studiato, analizzato, ammirato, dai borghi degli Appennini o dalle Prealpi, in cui la vita muore lasciandovi niente altro che pochi abitanti che si aggirano come fantasmi. Là sono vissuti i nostri fratelli, quelli che coltivavano il grano e aravano i campi secondo le fasi della luna, tra una carestia, una guerra o un padrone prepotente. Quello è il nostro Passato.

E mi ritrovo oggi, sulla via Tuscolana, quell’antica via che da Porta San Giovanni portava a Tusculum, la moderna Frascati. Ma in quale punto della Tuscolana giro come un pazzo? Che paesaggio è quello che ho attorno? Vedo case moderne, palazzoni fitti come alveari, tutti uguali ed io che giro con un cane randagio per l’Appia. Perchè devi sapere che la via Tuscolana per un certo tratto corre quasi parallela alla via Appia Nuova, sono strade vicine che comunicano. Io ora vivo qui, questi sono i nuovi paesaggi della nuova era, mi guardo intorno smarrito, sempre stupito e con in gola un nodo che non si scioglie.

Eppure guardo i tramonti e le mattine su Roma, perché chi non ha mai osservato un crepuscolo o un’alba romana almeno una volta, provato sulla pelle il calore di quei raggi solari così luminosi e potenti, è ben difficile che riesca a capire ciò di cui sto parlando. Assisto alle albe e ai tramonti da Roma, dalla Ciociaria e poi sul resto del mondo, al margine di una civiltà sepolta il primo agitarsi di una nuova era primitiva. Il tutto per il solo privilegio anagrafico di esservi piovuto, niente di speciale.

All’improvviso realizzo che io sono frutto di questo Passato ormai morto e mi percepisco come un essere mostruoso, al pari di chi è nato dal cadavere di una donna morta. Sono piovuto su questa terra senza possibilità di governare il mio destino, inconsapevole e fragile come un feto, ma vecchio di mille e mille secoli, mi aggiro saldato alla nostra epoca, inesorabilmente legato al nostro tempo, a cercare i fratelli che non sono più. Il perché di questa ricerca è motivato dall’esigenza di non perdere le nostre radici, per far sì che questo Dopostoria perda la sua anonimità, il solo modo per trovare nuovi linguaggi e nuove identità.

Ecco. Sento che abitiamo vicini. Non solo nella stessa città, ma nello stesso pensiero.

Pallidi riflessi.

Spettri infestanti di un ricordo diroccato.

 

AAA cercasi streghe per tradurre antichi libri di magia

Chi ha letto e apprezzato il romanzo della scrittrice Audrey Niffenger, “La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo”, ha avuto modo di conoscere, se non altro per fama, la biblioteca Newberry di Chicago. Nella finzione della storia, infatti, il personaggio principale, Henry De Tamble, vi lavora. Si tratta di un’antica struttura in stile vittoriano, risalente al 1887, nella quale sono custoditi testi molto rari, la cui consultazione è di solito riservata a persone selezionate.

Dovete sapere che la Newberry, recentemente, contravvenendo alla sua rigorosa riservatezza, ha indetto un’iniziativa a dir poco originale: il direttore, David Spatafora, in accordo con i collaboratori, in particolare con Cristopher Fletcher, coordinatore del progetto, ha organizzato un programma di crowdsourcing (un’idea già messa in atto nel 2008 dagli amministratori di Facebook per tradurre parti del social network) per interpretare tre testi del XVII secolo.

Fin qui, nulla di strano, direte voi.

Vi sbagliate: la particolarità dell’iniziativa sta nel fatto che i manoscritti in questione parlano di magia, incantesimi, invocazioni demoniache, per cui la biblioteca, nel battage pubblicitario dedicato all’evento, ha ritenuto opportuno chiedere aiuto a streghe e stregoni moderni, gli unici probabilmente in grado di interpretare simboli ed espressioni ostiche per un profano.

Vi ho incuriosito, vero? Lo immaginavo. Anch’io sono saltata sulla sedia non appena ho letto l’articolo del New York Post dedicato all’argomento.

Una storia incredibile, quasi quanto quella della curiosa anomalia genetica che costringe Henry De Tamble a compiere i suoi pericolosi viaggi nel tempo.

Notando i numerosi follower (diverse migliaia!) dell’articolo condiviso nella mia pagina social, ho trovato strano che nessuno, in Italia, abbia dato il giusto rilievo alla faccenda.

Sarà perché siamo più bravi coi “miracoli” che con gli “incantesimi”, mi sono detta.

Allora, eccomi qui a parlarne con voi. D’altra parte la magia e l’esoterismo sono argomenti a me congeniali.

Entriamo nei dettagli pratici. I testi, dicevamo, sono tre: “The Book of Magical Charms” – non vi nasconderò che si tratta del mio preferito – “The Commonplace Book” e “Cases of Conscience Concerning Witchcraft”.

Il primo manoscritto, compilato da due anonime streghe nel 1600, contiene gli incantesimi più disparati: per imbrogliare ai dadi, alleviare i dolori mestruali e parlare con gli spiriti.

bd0218571f6a9c9d443095067beb39d8

Il secondo testo è una raccolta di questioni religiose e morali, insieme a brani di famosi autori cristiani. Dai diversi caratteri e idiomi utilizzati, i bibliotecari hanno tratto la conclusione che più compilatori si siano avvicendati nella redazione dei paragrafi.

e70392dacbcabeeb96fdf061a8126018

Il terzo manoscritto (la traduzione del titolo è: “Casi di coscienza in materia di stregoneria”) è stato redatto dal ministro puritano che ha presieduto i giudizi alle streghe di Salem. Costui difende le esecuzioni, ma critica l’utilizzo delle così dette “prove spettrali”, ossia quelle prove basate unicamente sulla testimonianza di chi garantisce di aver visto una strega in una visione o in un sogno.

c8840ff7bdbcccfb470b17611f5a55a0

Christopher Fletcher, giustamente, sottolinea l’unicità del progetto: di rado al pubblico viene concessa la possibilità di venire a  contatto con materiali tanto preziosi e rari. Un’iniziativa ancor più apprezzabile se si considera il fatto che l’antica biblioteca di Chicago, di solito, consente la consultazione dei testi in archivio solo a chi abbia un progetto specifico.

In questo caso, invece, è stato addirittura inaugurato un portale (intitolato “Transcribing Faith”), un meraviglioso portale, lasciatemelo dire, al quale chiunque può accedere. È sufficiente accendere la connessione internet, e cliccare sul link qui riportato http://publications.newberry.org/dig/rc-transcribe/index

… e come per magia – è proprio il caso di dirlo – si svelerà un mondo incantato, perfetta fusione fra pergamena e pixel.

Streghe e stregoni dell’era moderna, amanti dell’esoterismo e dell’occulto, volete dare un’occhiata?

Per quanto mi riguarda, ho già sbirciato fra quelle pagine ingiallite dal tempo, fra caratteri e simboli dall’inchiostro scolorito, ed ho avuto la mia bella sorpresa.

Non credo alle coincidenze. Nulla accade per caso.

Dovete sapere che una delle mie ultime “fatiche” letterarie s’intitola “Aibofobia”: un thriller esoterico incentrato sui palindromi, le parole che possono essere lette in entrambi i sensi senza mutare di significato.

13315714_240052249709386_4759472276171618834_n

 

Bene, fra le pagine di “The Book of Magical Charms” ce ne sono un paio che hanno attirato la mia attenzione perché riproducono in modo schematico il quadrato del Sator.

 

Il Sator è un simbolo palindromo particolarmente affascinante e misterioso che ha avuto un ruolo di rilievo nella composizione della trama del mio romanzo. Un simbolo rinvenuto nei posti più disparati della terra, applicato a campane, pareti, statue, e risalente a svariate epoche. Il più antico di questi reperti si trova a Pompei.

Ora, mi domando, cosa ci fa quello che è ritenuto da molti esperti di esoterismo una sorta di “sigillo” templare, fra le pagine di un libro di magia del 1600? Il fatto che le streghe conoscessero e apprezzassero il potenziale magico del Sator mi fa ritenere che siano troppe le cose che ignoriamo del nostro mondo.

“Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia”, diceva Amleto.

Io mi accontenterei di capire le cose della terra. Quel libro di magia è qui, fra noi comuni mortali. Liberamente consultabile da chiunque grazie alla biblioteca Newberry. C’è un segreto impresso nelle sue pagine che attende di essere svelato.

A quel punto si potrebbe passare alle cose del cielo.

È un passaggio obbligato, ma non impossibile. Tu che ne pensi, Amleto?

00500392_b

 

 

 

 

La casa delle Signore Buie, Pupi Avati, Roberto Gandus – Golem Edizioni

Nella Sicilia di fine ‘700, l’amore tra il conte Morè Barreca e la bellissima Assunta è contrastato dalle responsabilità familiari, che richiedono che il giovane nobile sposi Nunzia, primogenita del marchese Macola e sorella maggiore della ragazza. Riusciranno la distanza e il confino nel monastero della “Contemplazione della morte” a spezzare un legame profondo e sincero? Tra oscure pratiche, rituali perversi e inquietanti misteri, la speranza ha la forma di un aquilone: può levarsi in volo alla prima brezza marina, ma il filo che lo sostiene è più delicato della seta.

Dal genio visionario di Pupi Avati e Roberto Gandus, un romanzo che prende spunto dalle cronache dell’archivio delle indagini tribunalizie della città di Noto.

 

Dopo “La casa dalle finestre che ridono”, un’altra inquietante dimora fa da scenario a una storia conturbante, di quelle che ti strisciano sotto la pelle per giorni e giorni, facendoti sussultare per ogni scricchiolio udito nel silenzio della notte.

“La casa delle Signore Buie”, a differenza del primo capolavoro mistery del regista bolognese, e di tante altre sue pellicole di successo, non è ambientata in Emilia, fra le nebbie della Bassa Padana, ma nell’assolatissima Siracusa.

Il tufo giallo, con cui è costruita la splendida città barocca di Noto, rende ancor più fiammeggiante la narrazione.

A questo proposito, vorrei sottolineare il sapiente gioco di alternanza, nella trama, fra luce e buio, sole e ombra: da un lato il chiarore infuocato dei vicoli mezzi deserti, delle campagne cosparse di ulivi e, dall’altro lato, l’oscurità della Casa delle Signore Buie, delle sue stanze claustrofobiche, dei suoi corridoi labirintici, le cui mura continuano a essudare una sostanza maleodorante.

La Casa delle Signore Buie è lontanissima dal sole e dalle note agrumate di Noto, è sperduta al largo delle coste siracusane, e circondata da un mare nerissimo. I gozzi che si avventurano per raggiungere le sue sponde devono navigare “a fiuto”, seguendo la rotta dell’istinto e del coraggio, e vengono accolti da un triste rintocco lontano di campana, che li guida nell’ultimo tratto, laddove la nebbia si fa più fitta.

L’alternanza – luce, buio – è ripetuta anche nelle voci narranti: quella piena di vita e di coraggio del conte Morè Barreca e quella sempre più spenta e scoraggiata della povera Assunta.

La mia passione per i villains mi ha portato subito ad adorare, già dal nome, la malvagia direttrice della Casa, Orietta del Presagio. Un personaggio che spunta fuori dalle cortine di velluto nero che coprono le alte finestre e che trasuda orrore come le mura della sua Casa.

“Orietta del Presagio era sofferente a un braccio, lo reggeva nell’incavo dell’altro, ma ciò non le impediva di stringere fra pollice e indice una piccola lima con cui rendeva taglienti le unghie dell’indice, del medio e dell’anulare con gesto ossessivo; teneva le spalle rivolte alla stretta finestra, in controluce la sua sagoma era, se possibile, ancora più enigmatica.”

Il Sacro Contagio, che deturpa la sua anima, di cui sono intrise le bende che ne avvolgono il braccio purulento, che contamina il suo fiato mefitico, la rende disturbante. Disturbante al pari di tutte quelle creature sinistre che vivono e respirano sulla terra, ma che hanno un piede calzato a fondo nell’Inferno e dall’Inferno traggono una forza soprannaturale.

Orietta è la sacra ancella della Morte, sua serva devota.

“In questo luogo la vita e la morte si confondono in modo inestricabile… Quello che i vostri preti rigettano con orrore ha assunto qui una sua magnificenza…”

La Morte travalica ogni confine razionale e diventa un capolavoro, al pari dell’enigmatico affresco raffigurante il martirio di San Sebastiano, ne “La casa dalle finestre che ridono”, a proposito del quale si diceva: “Solo un grande artista può dare un senso così… così vero alla morte”.

Un capolavoro da ammirare. Non a caso, secondo quanto affermato dal coautore, Roberto Gandus, l’idea narrativa nasce durante una visita di Pupi Avati a un antico convento delle monache Clarisse, nell’isola di Ischia. Nei sotterranei dell’imponente costruzione un’incredibile sorpresa: degli enormi troni in pietra sui quali venivano deposte le monache defunte. Al centro del sedile un buco, e sotto, in terra, un buiolo. I corpi lasciati lì a consumarsi producevano del liquami, che venivano poi raccolti nei bacili.

Questo macabro rituale, di cui ora restano a testimonianza gli inquietanti scanni, serviva a riunire le monache vive nei sotterranei in modo che potessero “contemplare la morte”, assistere cioè al deperimento del corpo, inutile contenitore dell’anima.

D’altra parte, “L’uomo è un’anima che trascina un cadavere. Noi deploriamo come morte il suo stancarsi, alla fine, di fare da spazzino”, diceva Guido Ceronetti.

 

La collezionista di organi, Alda Teodorani – Profondo Rosso

Osservando il titolo, “La collezionista di organi”, il primo istinto è stato quello di chiedermi: “esattamente… di quali organi stiamo parlando?”. Cercate di capire, Alda Teodorani è degna rappresentante degli undici folli scrittori (inferiori alla gang tarantiniana solo da un punto di vista numerico) che con l’antologia “Gioventù Cannibale”, negli anni novanta, misero a nudo la società italiana, svelandone il lato più morboso e cruento.

tumblr_li10rzjuhb1qhgojso1_500

Forse suggestionata dal titolo, mi sono domandata se corressi il rischio di imbattermi in altrettanta violenza, e se anche questa raccolta di racconti, come la sua lontana cugina cannibale, grondasse sangue o nascondesse pezzi di cadavere, infilati senza troppi complimenti fra l’indice e la quarta di copertina (lo zio Tibia sarebbe orgoglioso del mio humor nero). Invece così non è stato… non esattamente.

Fate attenzione, perché la cosa si fa più sofisticata (nel senso filosofico del termine).

Ci sono organi, sì, questo è vero, ma a ciascuno di loro è attribuita una funzione precisa. Ciascuno di loro offre uno spunto di riflessione e un insegnamento: la violenza, il dolore e la sofferenza hanno tutte una matrice comune: la solitudine. La solitudine crea disagio, la solitudine crea alienazione, la solitudine crea false aspettative, e, soprattutto, la solitudine crea morte. Morte che, bisogna essere precisi, non è quella scontata, a volte scenica e impressionante del corpo, ma è quella più silenziosa, subdola e nascosta dell’anima.

Il primo organo coinvolto nella trama è senza dubbio il cervello. Il cervello del lettore. La sua mente, piano piano, prende consapevolezza di un pensiero ricorrente, un pensiero molto disturbante: il male non ama la banalità, il male preferisce nascondersi in luoghi originali, a volte persino ricercati. Dimenticate i cliché della letteratura horror – vecchie case diroccate con finestre infrante e sgabuzzini che scendono all’inferno, dove sono pronti ad accogliervi (in tutta onestà) zombie putrefatti e vampiri assetati di sangue – e rimpiazzateli con affollati set cinematografici, studi medici e distretti di polizia, laddove uccidono, e sono pronti a coprire i loro efferati delitti, registi, aitanti giovanotti, dottori e poliziotti corrotti.

Il male colpisce alle spalle. Il male è vigliacco.

Un altro organo, il cuore. Un cuore carico, saturo di desiderio. Alcuni racconti di Alda hanno un risvolto erotico originale, direi spiazzante. Sì, perché l’eros, a differenza di quanto si è soliti pensare, non soddisfa, non appaga, ma stuzzica la fame, come succede con il predatore una volta che ha annusato l’odore seducente del sangue.

L’eros è insaziabile voluttà di carne e, a volte, di vendetta.

Il terzo “organo” chiamato in causa, forse il più importante di tutti, è l’anima.

L’anima dei personaggi aleggia spesso fra le pagine di questi racconti. In alcuni casi si tratta di fantasmi, in altri si tratta di strane entità, ma l’anima più tormentata e perversa è senza dubbio quella degli uomini che, in limine mortis, vengono chiamati a rispondere dei delitti compiuti. Allora, le parole di Alda risuonano severe e implacabili. Mi viene in mente la psicostasia, l’antico rito funerario con cui gli egizi pesavano l’anima dei defunti: da un lato l’anima, dall’altro la piuma, il simbolo della giustizia.

L’uomo non si salva. La piuma volteggia per aria, scalzata da un peso invincibile e questa umanità cialtrona, egoista, presuntuosa, corrotta e allucinata viene data in pasto alla dea Ammit, la divinità rappresentata nei geroglifici attraverso la fusione degli animali più temuti in Egitto: il coccodrillo, il leone e l’ippopotamo.

Una collezionista di anime perdute, questa dea Ammit… un po’ come la nostra Alda.

bd_weighing_of_the_heart

La luce delle trappole, Federica Dotto ‒ Montedit edizioni

Opera 3^ classificata al Concorso Ebook in… versi 2015.

Questa la motivazione della Giuria:

«Se la poesia di Federica Dotto fosse musica, sarebbe una lirica d’arpa celtica, nella quale gli aspetti magici e favolistici della natura hanno un’armonia quasi esoterica, abbracciando un continuo colloquio mistico con le energie primordiali del sé, rivisitando la nascita, la vita, la morte. 
Ciò che è amaro nei versi dell’autrice, è temprato dalla consapevolezza sotterranea dell’inscindibile unione tra il poeta e il cosmo, tra i versi e gli archetipi universali, in un idillio che rinnova la speranza salvifica di sfuggire alla tristezza d’essere, attraverso un rapporto totale con se stessi, sfidando gli abissi e i demoni interiori.
 La poetessa usa un linguaggio colto, con una modulazione che al primo sguardo può apparire criptica e intimistica, ma la musicalità dei versi ci trascina in una danza dove ogni aspetto dell’esistenza umana è lungamente macerato e sofferto, bilanciato e armonizzato.
 Dietro ad ogni fenomeno naturale c’è un’equivalenza spirituale: tale corrispondenza è immediata, simultanea, cromaticamente e figurativamente affine. 
Ecco dunque che la sofferenza si eleva come un canto inevitabile, ergendosi come un Titano al di sopra delle miserie umane, delle banalità che tanto sconfiggono la brama di cielo del poeta. La luce delle trappole è il bagliore illusorio di ciò che la vita ci dà e ci toglie, ma anche l’ispirazione celeste e ardita di Federica Dotto, poetessa dell’anima». Alessandra Crabbia

Le mie impressioni:

Ciò che più mi ha colpito in questa silloge poetica, oltre all’indubbio talento che l’ha ispirata, è la duplice natura dell’autrice.

Federica Dotto, creatura sensibile e leggera, come solo una fata può essere, a tratti preferisce indossare i panni più provocatori di una strega: lo sguardo che indugia fra gli incubi, e il viso sollevato a invocare la luna. Il canto, allora, si trasforma in verso cupo.

Il titolo stesso della raccolta poetica è in equilibrio precario fra due estremi: la felicità di un istante e la dannazione eterna.

“La luce delle trappole” è una tagliola pronta a serrare i suoi denti scintillanti sul lettore. Un bagliore effimero, subito divorato da perenne oscurità.

Le continue metamorfosi vissute dall’autrice sottolineano ancor di più quest’ambivalenza: “La mia vita erba folle”, “Il nostro spirito pratito”, “nel ronzio del cuore vagiti di vento”.

Madre Natura intreccia i suoi rami rigogliosi attorno ai versi della silloge, scorre liquida nei labirinti scavati dalle metafore, soffia nei rintocchi delle pause e crepita attorno alla fiamma viva della passione. Poesia che si fa elementale: Terra, Acqua, Aria e Fuoco. E, a dominare ogni cosa, c’è lo Spirito selvaggio della poetessa.

La poesia che più mi ha emozionato è “Ho un campo sul dito”.

Leggetela con me, qui, ora:

Ho un campo sul dito

e un lombrico chiuso nell’orecchio.

Per quanto si dica

la mia natura è perduta

e un fiotto di mosche

mi esce dalle labbra.

Coltivarmi in cielo

è stata un’arguzia dell’inferno.

Il verso finale, sospeso fra cielo e inferno, è la quintessenza della poesia romantica: ambiguità, seduzione e morte. I temi preferiti dai poeti maledetti.

Federica Dotto ha un raro talento poetico: è un tenero bocciolo del male, pronto a schiudersi in un campo empireo.

cover1

La morte è un’opzione accettabile, Gabriella Grieco ‒ I Sognatori Casa Editrice

Trama:


Una donna entra in una stazione di polizia italiana e sequestra tre persone. È sola contro centinaia di agenti, ma nessuno può intervenire. La ragione? Semplice: la donna stringe in mano un detonatore; il detonatore è collegato a dell’esplosivo; l’esplosivo è assicurato a una cintura; la cintura gira attorno al torace dei sequestrati. Il pulsante del detonatore è già stato schiacciato: nel momento in cui il pollice dovesse allentare la presa, i sequestrati salterebbero per aria. Alla donna non accadrebbe nulla, qualora l’esplosione avvenisse lontano da lei. E se dovesse avvenire nelle sue vicinanze… non avrebbe importanza, poiché per la sequestratrice la morte è un’opzione accettabile. Pagina dopo pagina, il romanzo spiegherà chi è la donna e per quale motivo agisce con tanta rabbia e tanta determinazione.

Le mie riflessioni:

Ho incominciato a scrivere questa recensione dopo l’ennesima sentenza ingiustizialista italiana, per cui spero perdonerete il mio atteggiamento poco comprensivo nei confronti di chi, pur commettendo delitti anche molto gravi, rimane impunito o ottiene una pena lievissima.
È bene oltretutto che aggiunga una cosa: adoro le creature vendicative. La vendetta, dal mio punto di vista, non è altro che polvere di giustizia violata, posata sulla bilancia dell’Universo, per riequilibrare le sorti dell’intero Creato.
La giustizia è umana. La vendetta è divina.
I migliori, tenetelo bene a mente, sono tutti vendicativi. Le streghe sono vendicative, i gatti sono vendicativi, persino gli scrittori lo sono. Sì, certo! Perché gli scrittori, inventando storie avvincenti, e potendo scegliere il finale che più li entusiasma, non fanno altro che vendicarsi della vita.
Purtroppo, raramente la vita concede una seconda possibilità. Grazie all’immaginazione, invece, si possono sperimentare tutte le opzioni prospettabili. E Isabella, la protagonista di quest’avvincente thriller, si guadagna con sacrificio la propria occasione di riscatto.
In effetti, l’intera trama del romanzo si affida a una scelta fondamentale: quella fra giustizia e vendetta, ovvero fra vita e morte.
È ovvio che la decisione, una volta presa, conduce a esiti del tutto divergenti, e in un solo caso si può rimanere indifferenti, dondolandosi pericolosamente sull’orlo del dilemma, pur continuando a tenere a bada vertigine, nausea e senso del pericolo. In un solo caso: quando non si ha più nulla da perdere.
Solo a quel punto la morte diventa, come preannunciato dal titolo, un’opzione accettabile.
Mi viene in mente una frase, pronunciata da una splendida Juliette Binoche in una scena famosa del film “Il danno”: “Ho subito un danno. Le persone danneggiate sono pericolose. Sanno di poter sopravvivere… È la sopravvivenza che le rende tali… perché non hanno pietà. Sanno che gli altri possono sopravvivere, come loro.”
Già.
La nostra Isabella è un’agguerrita final girl, a metà fra la fatale protagonista de “Il danno” e la sanguinaria Beatrix Kiddo di “Kill Bill”.
Come Beatrix risorge dal coma e si accorge di aver perduto tutto. Tutto ciò per cui vale la pena vivere (ma non tutto ciò per cui vale ancora la pena morire). E come Anna Barton, alias Juliette Binoche, non vede l’ora di sperimentare il proprio grado di pericolosità.
Ora, è vero che il nemico di Isabella sono le Istituzioni e che la sua sete di giustizia/vendetta per trovare soddisfazione deve passare attraverso un percorso non proprio ortodosso. Tuttavia è altrettanto vero che una società corrotta fin nel midollo non merita compassione, ma disgusto, rifiuto, ribrezzo.
Sì, lo devo ammettere. Ho fatto il tifo per Isabella: ho sperato con tutto il cuore che riuscisse a ottenere la vendetta o, meglio ancora, la giustizia meritata, e ho dovuto trattenermi per non sbirciare fra le ultime pagine e verificare che fosse com’io speravo.
Sono certa che anche voi vi appassionerete alla trama, ai personaggi e soprattutto alla prosa di questo thriller: ai suoi dialoghi serrati, alle descrizioni fulminanti, alla rapidità dei cambi di scena.
Una prosa lapidaria come Isabella, che non si trastulla con inutili giochi di parole. Mai.
Il lettore, seppur incalzato dall’esplosione imminente, vorrebbe indugiare sui sentimenti feriti della protagonista. Isabella, però, non concede nulla, non si scopre, se non un attimo soltanto nel finale.
Arrivati a questo punto, la tensione si scioglie un poco, come a voler riprendere fiato dopo una lunghissima rincorsa, e si rivela nella sua interezza l’amaro messaggio del romanzo, lanciato nel vuoto di un panorama mozzafiato, sulla sommità di una montagna incantata: l’umanità è perduta in maniera definitiva solo quando non si hanno più speranze.
E ringraziando il cielo, per noi amanti della Vendetta, la Giustizia rappresenta un ottimo surrogato… Ehm, volevo dire: per noi amanti della Giustizia, la Vendetta rappresenta un ottimo surrogato.

Marnie dei Ricordi… e del Perdono

Per soli tre giorni, precisamente il 24-25-26 agosto, le sale cinematografiche italiane proietteranno un lungometraggio d’animazione giapponese diretto da Hiromasa Yonebayashi e prodotto dallo Studio Ghibli. La sceneggiatura è tratta dal romanzo della scrittrice e illustratrice britannica Joan G. Robinson “When Marnie was there”.
Personalmente trovo il titolo originale giapponese 思い出のマーニー (Omoide no Mānī), “Marnie dei ricordi”, molto più musicale e suggestivo della versione italiana “Quando c’era Marnie”.
È proprio ai ricordi perduti, infatti, che bisognerebbe risalire, per recuperare il significato profondo di questo piccolo gioiellino d’animazione.
Ma andiamo per gradi.
Anna è un’orfana di dodici anni insicura e introversa. Su consiglio del medico, la madre adottiva decide di farle trascorrere le vacanze estive al mare dagli zii, in modo che l’aria salubre del posto possa guarirla dall’asma.
Gli zii sono molto ospitali e simpatici, ma, nonostante questo, Anna continua a percepire disagio, incapace com’è di accettarsi e di relazionarsi con i propri coetanei. Così non le resta che dedicarsi al suo unico svago: il disegno.
Durante una delle sue abitudinarie passeggiate, alla ricerca di solitudine e d’ispirazione, la ragazzina s’imbatte in una villa misteriosa, circondata da un acquitrino, il cui livello s’innalza e si abbassa con il cambiare della marea.

marnie3
Inizialmente l’abitazione le sembra disabitata, ma visite successive le permettono di scorgere delle luci e, a una delle finestre del piano superiore, le pare di intravedere una ragazza bionda, seduta a una toeletta: una donna anziana, alle sue spalle, le pettina i capelli lunghissimi.
La ragazza non è altri che Marnie, con cui Anna, in occasione di una delle numerose escursioni alla villa, stringe un’amicizia segreta: i loro incontri hanno la consistenza dei sogni e il sapore dolce-amaro dei ricordi nostalgici.
Ecco, torniamo ai ricordi. Il nodo essenziale della storia.
Il lungometraggio è ricco di suggestive metafore, ma quella che più mi ha colpito ha per oggetto l’acqua, l’innalzamento improvviso della marea e il potere gravitazionale esercitato dalla presenza della luna: è sottinteso che i ricordi affiorano in superficie, se alimentati dalla forza liquida e catartica dell’inconscio.
Più potente ancora dell’inconscio c’è soltanto la capacità magica sprigionata dalle anime “interrotte”. Anime che si rivelano per quello che sono veramente, solo a coloro i quali hanno la sensibilità di coglierne il tormento.
Anime che hanno bisogno di saldare il conto con un destino crudele.
Anime creditrici di vita e di sogni.

Marnie.full.1838020
Sogni, sì. Infatti Marnie non è altro che la versione manga di Alice nel Paese delle Meraviglie. Stesso abitino celeste, stessi capelli biondi e occhioni azzurri. Stessa capacità di viaggiare attraverso solide illusioni, scombussolando i cuori, scalzando pregiudizi, insinuando dubbi.
Soltanto che il Paese delle Meraviglie, creato appositamente da Marnie per l’amica Anna, ha un sapore romantico- decadente, ambientato com’è nei dintorni della villa fatiscente, fra siros abbandonati, paludi misteriose e boschi incantati.
La storia, mano a mano che si rafforza il legame di amicizia fra le due ragazze, assume un ritmo sempre più lieve e continuo.
Puntuale come l’innalzamento della marea, Marnie si rivela ad Anna, la conduce a visitare le stanze lussuose della villa, la invita ai party eleganti organizzati dai genitori. Ora è una danza al chiaro di luna; ora è una gita in barca al tramonto, con le increspature all’orizzonte rese cangianti dalla lama obliqua dei raggi; ora è una sfida alla furia del temporale, incanalata nell’abisso cilindrico del siros buio e pericolante.
Le vacanze estive di Anna si trasformano piano piano in un’esperienza catartica, che le rivelerà chi è veramente, aiutandola ad accettare il dolore di un passato ormai rimosso e consentendole di comprendere il valore irrinunciabile del perdono: gesto generoso e salvifico, in grado di liberare le persone che amiamo e soprattutto noi stessi.

1429516309_1427741480_when-marnie-was-there-2014

“Una Bionda per il Presidente” (selezionato e pubblicato nell’antologia “I racconti di Cultora” – Historica Edizioni)

“Se dovessero sparire le api dalla superficie della Terra, all’uomo non rimarrebbero più di quattro anni di vita.”
Albert Einstein
Katie varcò la porta nord-est della stanza ovale con discrezione felina. Se non fosse stato per il tintinnio dei preziosi ciondoli Tiffany, ricadenti a grappolo dal bracciale di platino, il Presidente non si sarebbe accorto del suo ingresso.
L’elegante tailleur chiaro s’intonava perfettamente con la sfumatura avorio della tappezzeria e degli arredi. Non si sarebbe potuto dire altrettanto per il suo viso, scuro per la preoccupazione.
«Signor Presidente, sono qui per informarla che la colonia di api si è ripopolata in quantità sufficiente, e, finalmente, la preparazione della birra presidenziale può proseguire a pieno ritmo».
Il Presidente sollevò appena il sopracciglio: «Uhm… a me sembra un’ottima notizia, eppure percepisco un velo di preoccupazione…»
La segretaria personale del Presidente per tutta risposta appoggiò un piccolo fascicolo rilegato in pelle sulla Resolute desk. L’indice della mano destra picchiettò due volte sulla copertina: «Qui ci sono gli esami del laboratorio. Le api sono diverse. Sembra che abbiano subito una mutazione, probabilmente per adattarsi all’ambiente inquinato e nocivo».

Il Presidente intuì dove volesse arrivare Katie: purtroppo si era verificata una moria di api negli ultimi mesi di quell’anno. Interi sciami decimati dai pesticidi dispersi nell’aria e dalle drastiche variazioni climatiche del pianeta.
Gli scienziati non avevano formulato al riguardo dati definitivi, né previsioni attendibili, ma gli effetti dell’inquinamento erano sotto gli occhi di tutti: subdole alterazioni del comportamento animale, accompagnate dall’estinzione di intere specie.
Anche le api allevate nell’orto biologico della first lady, il cui miele veniva impiegato nella produzione della birra presidenziale, la White House Honey Blonde Ale, non erano scampate allo scempio. Ma adesso la cosa sembrava risolta. «La colonia di api si è ripopolata!»… così aveva esordito Katie.

Il Presidente provò a sdrammatizzare la situazione: «Katie, suvvia… saranno api diverse dalle precedenti, ma io sono certo che si tratti pur sempre di api democratiche e, per quanto mi riguarda, nient’altro conta più di questo!»
La segretaria abbozzò un sorriso; non voleva lasciarsi distrarre dal proverbiale sense of humor presidenziale.
Aprì il fascicolo e senza esitazioni, fra tanti diagrammi e tabelle percentuali, scelse un dato esplicativo dell’intera questione «È cambiata anche la qualità del miele prodotto e poiché si tratta di uno fra gli ingredienti principali utilizzati, è ovvio che sia cambiato anche il sapore finale della birra».
«Il sapore?»; il Presidente si fece più serio. «E com’è? Buono?»
Solo ora cominciava a farsi una ragione dell’espressione imbronciata dipinta sul volto giovanissimo della segretaria.
Katie sgualcì la copertina del fascicolo, nell’atto di prendere tempo: «Com’è… com’è …», l’esitazione trapelava da ogni singola pausa: «… È insolito».
«Insolito?», quell’aggettivo risuonò nel silenzio immacolato della stanza come la stridula cacofonia di un graffio su una lavagna.
«Gli chef hanno assaggiato personalmente la miscela e…».
«E?»; il Presidente era incalzante.
«… E sono stati evasivi al riguardo, ma tutti hanno convenuto su un fatto…».
«Katie, insomma, stiamo parlando di un’innocua bevanda artigianale. Una semplice birra! Non una nuova arma chimica progettata per sterminare l’intera popolazione mondiale. Quindi, ti prego, dimmi tutto ciò che c’è da sapere al riguardo, senza tentennamenti o reticenze».
Katie, scelse accuratamente le parole da adoperare e si fece coraggio: «Gli chef hanno riferito che la birra provoca uno stato di ebbrezza sui generis… nulla di violento, per carità! Solo delle allucinazioni particolari, accompagnate da manifestazioni paranoiche».

Il Presidente guardò la donna esterrefatto. Non riusciva a credere alle proprie orecchie e incominciò a dubitare del suo stato di lucidità mentale. Si domandò perfino se la segretaria, nel tentativo di sperimentare personalmente gli effetti della birra, avesse alzato troppo il gomito.
Katie lesse chiaramente quel pensiero, nell’espressione fin troppo esplicita del Presidente e, cercando di mantenere intatte dignità e professionalità, provò a suggerire una soluzione di emergenza: «In fin dei conti non c’è nulla di tossico nella birra; gli esami lo confermano. Personalmente non vi ho trovato niente di strano… ma ne ho gustato solo un sorso».
Non si era sbagliato: Katie aveva assaggiato la miscela!
«… Dunque suggerisco di farne omaggio, come avevamo progettato sin dal principio, agli ex funzionari dell’FBI o ai vecchi dipendenti della White House», concluse perentorio. Quindi si alzò dalla Resolute desk, avvicinandosi a passi lenti alla porta finestra affacciata sullo splendido Giardino delle Rose.

Sciami di api ronzavano instancabilmente, disegnando voli intricati fra le innumerevoli varietà colorate di calici dischiusi. Insetti innocui intenti a produrre l’oro prezioso del loro miele: uno dei tanti doni inestimabili elargiti dalla Natura all’uomo. Non vi poteva essere nulla di pericoloso in tutto ciò.
Anche Darwin lo aveva chiarito nei suoi studi sull’evoluzione: non è la più forte delle specie che sopravvive, né la più intelligente, ma quella più reattiva ai cambiamenti.
Le api avevano saputo adattarsi ai mutamenti climatici e il miele si era “evoluto” assieme a loro. La Natura non commette errori.
La White House Honey Blonde Ale era a posto, forse persino migliore della precedente versione. I suoi collaboratori avrebbero apprezzato un così gentile e simpatico omaggio.
Oltretutto, un’altra questione più spinosa, la dilagante rivoluzione in Egitto, richiedeva tutta la sua attenzione.
Non poteva certo dilungarsi oltre in frivole discussioni culinarie.
Si girò deciso verso la segretaria, che attendeva in posa compita, accanto alla Resolute desk: «Hai Capito, Katie? Procedete pure con le spedizioni! Inviate una cassa di sei bottiglie a ciascun nominativo contenuto negli elenchi compilati».

§§§

Se c’era una cosa che Bernie detestava, oltre l’ipocrisia dei propri simili, era la birra calda. Due cose tanto lontane fra loro, a pensarci bene, avevano un’origine comune: la natura alterata da condizioni ambientali avverse.
Il calore nel caso di bevande, le delusioni nel caso di esseri umani, sono in grado di provocare lo stesso tipo di deterioramento.
Bernie fece schioccare la lingua sul palato per cercare di intuire meglio il sapore della miscela. Aveva uno strano retrogusto dolciastro, simile al miele.
Era un peccato che la birra non fosse fredda al punto giusto. In quel modo non era possibile stabilirne la bontà.
D’altra parte la sua fretta era ampiamente giustificata. L’idea che il Presidente degli Stati Uniti avesse omaggiato proprio lui, Bernie Smith, funzionario dell’FBI in pensione, con un’intera cassa di White House Honey Blonde Ale, lo aveva commosso fin quasi alle lacrime.
Alla commozione si aggiungevano, ovviamente, la curiosità e l’astinenza da alcool.
Adesso, però, era il caso di raffreddare le bottiglie rimaste e gustarle nel modo migliore. Bernie Smith si alzò con fatica dalla sua vecchia poltrona di velluto color muschio, strusciando le pantofole fino alla cucina. Nel tragitto, passando accanto alla foto incorniciata della moglie, morta da più di venti anni, accennò un brindisi.
In prossimità del frigo, l’anziano appoggiò la bottiglia quasi vuota sul tavolo. Lanciò un’occhiata compiaciuta alla cassa decorata con il logo della White House e, nell’impossibilità di sollevarla, la spinse con una gamba, come si fa con un cane che non si voglia decidere a uscire da casa per i suoi bisogni. Aprì il reparto del ghiaccio, vi ripose le birre e richiuse lo sportello. A quel punto la vide: la carne candida come l’avorio e morbida come burro si distribuiva lungo una silhouette di curve mozzafiato.
Un lenzuolo bianchissimo, forse lo stesso su cui giaceva morta il 5 agosto del 1962, era serrato in mezzo alle cosce nervose e saliva fino a coprirne appena il seno generoso.

Bernie cercò invano la spalliera di una sedia per appoggiare il peso invincibile della meraviglia, accompagnato a quello della vecchiaia. Il broncio si attenuò e le labbra si schiusero in un sorriso ammaliante: «Hai ragione, Bernie, “Marilyn” fa quest’effetto»

Sfregò gli occhi, mormorando la propria incredulità: «Come sono ridotto: un vecchio alcolizzato e depresso!», poi lanciò un’altra occhiata, dubbioso. Lei era ancora lì, splendida come tutti la ricordavano; l’eternità dei suoi trentasei anni portata con estrema disinvoltura.

«Bernie, non me lo sarei mai aspettato da te!»
Marilyn conosceva il nome del vecchio pensionato! Il suo ego usurato dal tempo e dalle delusioni venne sfiorato da un sussulto di orgoglio.
«Una vita trascorsa a studiare il mio caso: centinaia di bobine contenenti intercettazioni telefoniche analizzate e trascritte sospiro per sospiro; prove costruite ad arte poi smentite; tentativi di insabbiamenti stroncati; complotti orditi dalle più alte sfere pubblicamente smascherati… e poi? Tutto finito in una grande bolla di sapone! Ti sei arreso Bernie? Cos’è stato che ti ha ridotto così: la vecchiaia o la paura?»

L’orgoglio del pensionato, appena richiamato in causa da quella sfilza di accuse, lo spinse a reagire con prontezza e determinazione: «Piano! Piano! Piano! Un momento! Paura? Non ti rendi conto di cosa stai parlando! Da quel che io so, ti hanno usata tutti: la mafia, gli strizzacervelli, gli amici degli strizzacervelli, i produttori hollywoodiani, l’FBI e l’intera famiglia Kennedy! Perciò non ti permettere più di usare quel tono con me!»
L’attrice si limitò a sbattere le ciglia foltissime un paio di volte. Poi iniziò a parlare, con voce calma e suadente: «Capisco… pensavo che l’intuito ti avrebbe portato più in là dei soliti luoghi comuni costruiti ad arte sulla figura di Marilyn e degli altri divi hollywoodiani. Invece non è così… e mi spiace. La cosa è molto più complicata di ciò che pensi, bisogna partire da più lontano. Più precisamente, dalla fine della seconda guerra mondiale: cinquantacinque milioni di morti e un’economia allo stremo. L’uomo si era chiaramente rivelato il peggior nemico di se stesso. I conflitti, un tempo pianificati ad arte sulle carte geografiche, come giochi di guerra fra ragazzini depravati e corrotti, avevano preso direzioni inaspettate, trasformandosi in un orrore senza fine.
Questo è successo perché l’uomo è una creatura incontrollabile.
Le sue reazioni sono connesse a bisogni più complessi e profondi rispetto a quelli semplici e istintivi degli animali.
L’uomo è per sua natura tormentato, scontento, deluso, amareggiato.
Viste le premesse, il “Congresso” decise di correre ai ripari: bisognava escogitare un metodo per condizionare le scelte umane.
A seguito di questo tacito accordo fra le potenze mondiali, negli anni ’50, il mondo subì una trasformazione incredibile, anche se la maggior parte della gente non si accorse di nulla.
Bernie, hai presente una pista di bowling: lucente, dritta, piatta? Ecco! Così divenne il mondo! L’uomo, lanciando la palla del proprio destino non avrebbe potuto sbagliarsi più di tanto. Tutto era rigorosamente previsto.
Paradossalmente il compito di gestire la pista, con le sue luci sfavillanti e i suoi roboanti rumori di colpi andati a segno e di birilli gettati a terra, venne affidato alla fabbrica dei sogni per eccellenza: Hollywood!
L’intellighenzia postbellica si rese conto quanto fascino esercitasse sull’uomo medio, appena scampato al conflitto mondiale, il grande baraccone dello star system hollywoodiano.
Qualsiasi messaggio-osso venisse lanciato alla platea ansiosa e basita, l’effetto era tanto immediato quanto disarmante: un nugolo di bestioline uggiolanti si affannava alla disperata ricerca della propria briciola di identità. Emulare le dive e i divi del cinema divenne lo scopo principale dell’intera umanità scodinzolante. Patetici vero?
I divi del momento dettavano legge su ogni cosa: il modello di macchina da acquistare, la linea di abiti da indossare, la pettinatura da sfoggiare, la casa da abitare.
I subdoli consigli di un potentissimo deus ex machina non si limitavano a condizionare la moda e l’andamento del mercato, ma si arrogavano il diritto di guidare, il più delle volte deviandola, la morale.
Per non parlare, poi, delle grandi farse cinematografiche appositamente create negli Studios per rendere l’uomo medio più consapevole e soddisfatto dei notevoli traguardi raggiunti dalla società in cui viveva: la luna! Un grande passo per lo star system hollywoodiano!
Se qualcuno si ribellava al piano diabolico, per un rigurgito di moralità o per rimorso, avrebbe fatto la fine che è toccata in sorte a me e a tanti altri come me: Elisabeth Short, James Dean, Bruce Lee, Natalie Wood, Jean Seberg… davvero vuoi che io continui?»

Era una domanda retorica. Marylin proseguì imperterrita nel suo lungo monologo. Il più brillante di un’intera carriera.
«Adesso ti fornisco io i dettagli del complotto, chi l’ha architettato e perché. Tu, intanto, mettiti comodo e gustati una birra del Presidente. Fredda come piace a te!…»
Bernie non avrebbe mai osato interromperla o contraddirla. Il tono melenso della sua voce si era fatto sempre più simile a un incessante, monotono ronzio, che riempiva le orecchie impastocchiandole di congiure, trame e macchinazioni, mentre un liquido denso e appiccicoso, pregno di sospetto e di rabbia, intasava ogni pertugio labirintico, come fa il miele nelle celle di un’arnia.

11053199_711513968980884_7152794241888817102_n

“Il lago di Pilato” (Primo classificato “Un mese con Torinoir”)

«Manca ancora molto?» domandò sconfortato il commissario.
In quel momento avrebbe voluto essere uno stambecco, per balzare sui picchi impervi con disinvoltura.
Purtroppo la scarsa forma fisica lo costringeva ad assumere l’andatura goffa e lenta di uno scarafaggio, che arranca sotto il peso invincibile della sua corazza.
«Pochi minuti appena» rispose Giustino, mantenendo lo sguardo fisso innanzi a sé e cercando di non dare troppo peso alla retroguardia impacciata e ansimante. A differenza del suo compagno di viaggio, conosceva i percorsi di montagna a menadito: saltellava sul terreno scosceso, come nemmeno una capra avrebbe saputo fare, senza che una stilla di sudore ne imperlasse il volto cotto dal sole.
«Con tutta probabilità non si trattava nemmeno di pelle umana» rifletté cinicamente il commissario Fosco Martini. L’analisi accurata di un patologo avrebbe evidenziato la presenza nell’epidermide di una lega particolare: cuoio e acciaio. La classica pellaccia dura di un alieno montanaro, insomma.
«È curioso e allo stesso tempo irritante, che la gente di montagna attribuisca una durata esigua a percorsi che un uomo normale impiegherebbe ore a compiere. Le cose sono due: o siete degli inguaribili ottimisti o siete dei bugiardi spudorati» sentenziò il commissario con voce rotta dall’affanno.
Il cinismo ostentato da Fosco nascondeva una punta d’invidia per coloro che riuscivano a trovarsi a proprio agio in un mondo in cui lui, nonostante gli sforzi compiuti, non si sarebbe mai ambientato.
Mare, montagna, città o lago erano indifferenti. Fosco era una creatura irrequieta che, tempo massimo un paio di anni, scappava dalla destinazione assegnatagli per via del lavoro.
Giustino continuò a mostrare le spalle spaziose al proprio interlocutore, poi all’improvviso si girò e, puntando uno sguardo freddo e calcolatore su quella che doveva essere un’autorevole figura, ormai ridotta a un ammasso grondante di abiti e imprecazioni, replicò: «Io non sono di qui. Vengo da fuori».
Detto così: «Vengo da fuori» si poteva fantasticare chissà quale provenienza esotica.
Il dubbio sfiorò il commissario Fosco: «Da fuori?».
«Sì, da una cittadina di mare distante un centinaio di chilometri» rispose laconico, indicando in maniera vaga il punto in cui, appena poche ore prima, era sorto il sole infuocato di agosto.
Lo sguardo perplesso del commissario non lasciò scelta a Giustino: pur non avendone voglia, sapeva che avrebbe dovuto fornire una spiegazione.
«Ero un pescatore prima di trasferirmi sulle montagne e diventare il proprietario della Taverna Sibilla.»
«Incredibile!»
«Cosa? Che io non sia di queste parti?»
«No, che un pescatore decida improvvisamente di cambiare vita e di ritirarsi in montagna.»
Giustino proseguì il cammino, continuando a precedere il commissario di almeno una decina di passi, poi inaspettatamente esclamò: «Sono il leopardo del Kilimangiaro!».
«Prego?» Fosco era quasi certo di non aver udito bene. Pensò che la stanchezza e il sole cocente gli stessero tirando un brutto scherzo.
«Il leopardo di cui parla Hemingway in un famoso racconto. Il leopardo stecchito e congelato, che dei riceratori hanno trovato sulla vetta del Kilimangiaro… sono quasi seimila metri di altitudine, mica bazzecole. Nessuno ha mai saputo spiegare che cosa fosse andato a cercare fin lì.»
Il commissario stentava a credere a quanto aveva appena udito. Un alieno montanaro, ex pescatore, che gli citava Hemingway nel bel mezzo di un estenuante cammino fin sulla cima del Monte Vettore.
Però, adesso che ci pensava, c’era una certa somiglianza fisica fra l’uomo e il grande romanziere americano. La pelle abbrustolita dal sole, la folta barba bianca e la corporatura atletica gli donavano un’aria da avventuriero. Esattamente la stessa di Hemingway.
Perso nei suoi pensieri, Fosco non vide in tempo che Giustino si era fermato. Lo urtò da dietro, senza peraltro riuscire a spostarlo di un solo millimetro.
«Eccoci qui, siamo arrivati!», con tono enfatico aggiunse: «Il lago di Pilato».
Ai loro piedi si apriva una stretta valle fra i picchi impervi del monte. Due grossi bacini comunicanti, simili a un paio di occhiali, erano screziati dai riverberi accecanti di un cielo e di un sole smisuratamente vicini alla terra.
Il silenzio che pulsava nelle orecchie dei due viandanti, al ritmo incalzante dei loro cuori, colmi di meraviglia, era rotto unicamente dal sordo grugnito di una coppia di bufali.
C’era un carro di legno mezzo sgangherato accanto al più grosso dei due bacini. Gli animali lo trascinavano in maniera indolente, assecondando la natura e l’istinto: verso l’acqua se avevano sete, verso i radi ciuffi d’erba se avevano fame.
Sul piano di carico era adagiato un sacco voluminoso, avvolto da diversi giri di corda per tenerlo ben saldo alle assi. La sagoma dell’involucro lasciava intuire facilmente l’oggetto contenuto al suo interno: un corpo umano.
«Sono ancora lì, dove li ho visti ieri» precisò Giustino in un sussurro. Fosco pensò che non volesse far agitare i due bufali; in realtà, Giustino non si azzardava a disturbare il sonno eterno del cadavere.
Sembrava che Caronte stesso lo avesse infilato in un grezzo sudario di iuta per accompagnarlo in viaggio nell’aldilà, solcando le acque maledette del lago di Pilato, l’infernale Stige dei Monti Sibillini.
———
Il commissario Fosco, rinfrancato da una doccia corroborante, si affacciò al terrazzino della camera, posta al secondo piano della Taverna Sibilla, ansioso di godersi in tutta tranquillità il panorama mozzafiato offerto dal Monte Vettore. Lo sguardo si perse fra i misteri e le leggende custoditi negli anfratti boschivi circostanti, mentre i pensieri rovistavano nel ricordo dell’interessante conversazione telefonica con il Procuratore Aggiunto del Tribunale di Ascoli, Eleonora Speranza.
L’affascinante magistrato, così simile a una fata irlandese − figura esile e aggraziata, lunghi capelli rossi, piccole efelidi impertinenti che spiccavano su una carnagione lattescente, occhi verde smeraldo − essendo nata e cresciuta in quei luoghi, conosceva più dell’ignaro commissario Fosco Martini, originario di Bologna e appena trasferito per ragioni di servizio nelle Marche, le credenze e le superstizioni sussurrate a mezza voce dagli abitanti dei Monti Sibillini.
La graziosa voce all’altro capo del telefono gli aveva rivelato l’esistenza di uno strano commercio di anime e di poteri sovrannaturali, avvenuto in epoca medievale, sulle sponde del lago di Pilato.
Streghe e negromanti si presentavano nottetempo al cospetto della madida creatura, intessuta di alghe e di linfa, per invocare il demonio e consacrargli i propri grimori, i così detti libri del comando.
Quest’oscuro pellegrinaggio aveva esasperato gli abitanti del luogo che, temendo una dispersione nociva d’influssi negativi oltre la gola maledetta, decisero di comminare una pena esemplare a coloro i quali si fossero incautamente avvicinati.
Alcuni pellegrini vennero torturati e bruciati vivi. Ad altri toccò sorte peggiore: vennero dilaniati e quindi gettati nelle acque del lago per saziare la fame atavica degli spiriti acquatici.
Mentre il commissario Fosco si beava al suono della voce armoniosa, una visione del seducente magistrato, comodamente seduta nell’ufficio di una surreale Procura, continuava a ossessionarne la mente: un gatto nero si strusciava su faldoni vecchi e scoloriti, dai quali sbucavano documenti fitti di simboli incomprensibili; un paio di corvi gracchianti, appollaiati su vecchie poltrone sdrucite e impolverate, fornivano le penne corvine con cui venivano vergate le condanne a morte; negli alambicchi contorti, decorati da una fitta trama di ragnatele, ribollivano liquidi dai colori luminescenti.
E soprattutto lei − nella fervida immaginazione del commissario, più nitida che mai − Eleonora Speranza, una moderna maga Circe, avvolta nei veli lascivi e trasparenti di un abito aderente, che poco o nulla lasciava all’immaginazione.
La donna indossava un foulard color porpora intessuto di perline, legato dietro la nuca, come usano le zingare.
Gli occhi verde smeraldo s’illuminavano a tratti di una luce fredda, mentre le mani, dalle lunghe dita affusolate, si libravano con movimenti rotatori attorno a una sfera di vetro, simile a quelle sciocche boule-de-neige che si usano regalare a Natale, al cui interno era collocata una miniatura del lago di Pilato.
Nello spazio esiguo della boccia, piccoli cristalli ghiacciati volteggiavano lentamente, senza mai arrestare la loro caduta. Una tempesta eterna vi soffiava rigide folate di vento e di morte.
Il commissario Fosco, fece uno sforzo incredibile per distogliere il suo pensiero da quelle fantasie morbose e ricondurlo alla realtà delle cose.
Del resto si era giunti alla parte più interessante della conversazione: quella che riguardava il ritrovamento del cadavere in prossimità del bacino lacustre e la strana messa in scena architettata dall’assassino.
Secondo un’antica leggenda, riferita dal magistrato con dovizia di particolari, Pilato, una volta defunto, venne infilato in un sacco, adagiato in un carro e quindi affidato alla cieca volontà di un’inconsapevole coppia di bufali. Essi trainarono il corpo del reietto dalla città eterna sino all’eternità dell’oblio, cioè, sino ai piedi della cima del Redentore, in prossimità del lago. Da qui il nome: lago di Pilato.
A quel punto i sensi del commissario furono tutti desti e pronti per l’uso. La sua mente, stanca e confusa, riemerse dalla spirale ipnotica prodotta dalle parole suadenti del procuratore.
Quindi si trattava di una volgare emulazione? L’ammirazione istintivamente provata per il fantomatico assassino andò a farsi benedire. L’uomo che aveva lasciato vagare per giorni un corpo putrefatto, in balia di due bestie recalcitranti, in realtà non aveva fatto altro che copiare per filo e per segno un’antica leggenda di origine medievale.
Il commissario Fosco aveva appena terminato il riepilogo mentale dei fatti accadutigli in quella strana giornata di fine agosto, quando un lieve rumore alla porta lo indusse a sospettare di essere spiato. Aprì l’uscio di scatto, imbattendosi nel corpo procace di una giovane cameriera. «L’aria salubre e l’ottimo cibo producono buoni frutti» rifletté ironico.
«Mi spiace, temevo si fosse addormentato e non sapevo come avvertirla. Più tardi arriveranno alla taverna i proprietari del carro, così come lei ha richiesto.»

Il commissario si limitò ad annuire. La cameriera concluse: «Fra un’ora circa sarà pronta la cena. Io e il signor Giustino siamo contenti che abbia deciso di fermarsi tutto il tempo che sarà necessario per svolgere le indagini».
Il sorriso fin troppo disponibile della giovane lasciò il commissario senza parole.
Ringraziò e richiuse delicatamente la porta. La notte era ancora lunga e lui non sapeva nemmeno da dove cominciare. Forse qualche idea gli sarebbe giunta dall’identificazione di quel corpo trascinato al cospetto del demonio, ora sicuramente al vaglio delle autorità autoptiche.
Un tassello dell’enigma gli sfuggiva e, mentre si vestiva, il suo pensiero ritornò confuso al leopardo di Hemingway e alla seducente versione zingaresca della giovane procuratrice.
———
Cecilia ed Emidio Sagripanti, due anziani contadini di Foce, si erano presentati alla Taverna Sibilla mano nella mano e, sempre mano nella mano, si erano accomodati, a un cenno di Giustino, al tavolo centrale della piccola sala da pranzo, interamente rivestita di legno, nel tipico stile dei locali di montagna. A ogni domanda postagli dal commissario Fosco, seduto di fronte a loro, le dita callose si stringevano in una morsa sempre più serrata, sempre più spasmodica. Il nervosismo era un chiaro sintomo d’innocenza.
Fosco non aveva dubbi al riguardo, ma voleva ugualmente ricevere alcune delucidazioni in merito al carro trainato dai bufali. Mezzo di trasporto e bestie appartenevano ai due anziani coniugi, che gestivano una modesta azienda agricola, nel vicino comune di Montemonaco.
Giustino stesso, il giorno precedente, dopo essersi avventurato per la sua solita passeggiata meditativa fra i picchi dei Monti Sibillini, aveva riconosciuto il carro abbandonato nei pressi del lago di Pilato e si era accorto del macabro trasporto.
Tornato alla taverna, aveva avvertito le autorità e i coniugi Sagripanti del ritrovamento. Il commissario Fosco, incaricato delle indagini, si era recato immediatamente sul posto.
«Innanzi tutto vi devo chiedere di stare tranquilli. Siete due persone informate sui fatti e a questo titolo vi sto facendo delle semplici domande di routine. Non vi preoccupate, lo capite da voi che è una situazione del tutto informale… »
Cecilia ed Emidio assentirono col capo, ma lo sguardo continuava a rivelare un timore incontrollabile.
Il commissario Fosco intuì che erano del tutto inutili quei convenevoli. Non sarebbe mai riuscito a mettere l’anziana coppia a proprio agio. Tanto valeva arrivare dritti al dunque.
«Solitamente dove tenete custoditi i bufali?»
«In un recinto all’aperto, signor commissario.»
Emidio si affrettò a rispondere come se stesse partecipando a un quiz televisivo. Mancava il pulsante da premere ma, a giudicare dalla mano ormai violacea della consorte, quella stretta doveva essere un ottimo surrogato.
«Come immaginavo! Quindi, chiunque potrebbe aprire il recinto e far uscire le bestie… e il carro?»
«Il carro cosa?»
Emidio soltanto interloquiva, mentre la moglie si mordicchiava il labbro inferiore. Fosco non capiva bene se a causa del nervosismo o se per il dolore alla mano.
«Intendo dire: il carro dove lo tenete solitamente?»
«Il carro è un po’ vecchio e malandato e quindi lo lasciamo lì, accanto al recinto dei bufali. Non lo ricoveriamo mai nel fienile. Abbiamo comprato da poco un carro nuovo.»
«Un estraneo avrebbe potuto attaccare i bufali al carro?».
«I bufali sono animali più intelligenti dei bovini in genere. La femmina Riconosce persino la voce di chi la chiama per la mungitura. A me non dà mai retta, quella delinquente! Vedesse invece come risponde a mia moglie!… Una sfacciata, proprio! Sono bestie curiose e scommetterei il carro nuovo che gli sarebbe subito saltata la mosca al naso se un intruso si fosse azzardato a varcare la soglia del recinto.»
«Quindi chi ha osato avvicinarsi sapeva bene come muoversi… o ha avuto una gran fortuna.»
«La prima cosa che ha detto… la seconda, con tutto il rispetto, signor commissario, non regge proprio.»
Fosco Martini, annuì soddisfatto, mentre Giustino si avvicinò perplesso, con una manciata di fogli in mano.
«È arrivato il fax che stava aspettando, commissario.»
«Bene… » diede una rapida scorsa ai documenti che gli erano stati inviati dalla procura. Decise che sarebbe tornato in camera per leggerli con più calma e attenzione. Era giunto il momento di congedare Cecilia ed Emidio: «Vi ringrazio per la sollecitudine dimostrata. Potete andare»
Cecilia guardò perplessa il marito, il quale, con atteggiamento incredulo chiese ulteriore conferma: «Davvero possiamo andare? Non dobbiamo firmare nessun documento?»
Il commissario sollevò gli occhi dai suoi fogli: «Intende dire un verbale?» quindi sorrise bonariamente «No, non serve, è tutto qui nella mia testa.»
La stretta alle mani si allentò in maniera percepibile e Cecilia emise un lungo sospiro di sollievo.
———
Nella taverna si stava una meraviglia! Fosco valutò attentamente la possibilità di trasferire il commissariato in quel piccolo ambiente dotato di ogni confort. Il caffè caldo e fortissimo gli era stato servito in camera dalla cameriera, sempre molto premurosa. L’aria secca e frizzante della notte risvegliava la mente, rendendola reattiva a ogni tipo di stimolo e sollecitudine; il silenzio, quasi irreale, favoriva la concentrazione necessaria, mentre il lontano sciabordio di un ruscello ispirava fantasie malinconiche. L’ispettore Fosco Martini era fermamente convinto del fatto che occorresse una buona dose di malinconia per risolvere un caso di omicidio. La malinconia, infatti, aiuta a stabilire un legame empatico con l’omicida.
Le informazioni necessarie erano sparpagliate sotto i suoi occhi, stampate in chiari caratteri su una cinquantina di fogli, giunti nemmeno un’ora prima tramite fax. Freddi dati, cifre e nominativi si accavallavano senza alcuna apparente connessione logica. Sperava di trovare il sentimento che li legava, come un invisibile filo rosso, prima che il sole sorgesse. Occorrevano occhi buoni e allenati.
L’uomo ucciso, tale Giovanni Masi, nato a Cattolica nel 1943, commerciante ambulante, secondo un preliminare esame autoptico, era stato avvelenato con una dose massiccia di arsenico.
Non era stato facile risalire all’identità del cadavere per via di una grossa ustione al palmo delle mani, provocata da un acido, che aveva totalmente rimosso le impronte. Ma, attraverso un’indagine incrociata fra i recenti scomparsi della regione, si era alfine giunti all’identificazione.
L’uomo non aveva precedenti penali, tuttavia era stato coinvolto, una decina di anni prima in un fatto di cronaca nera: un grave incidente avvenuto in mare, causato da una di quelle tempeste estive che non lasciano scampo. Quattro pescatori si erano salvati, mentre un quinto, il più giovane e inesperto del gruppo, era stato dato per disperso. Le ricerche erano continuate invano per diversi giorni. Poi, quando le speranze di trovare almeno un corpo cui dare degna sepoltura erano cominciate ad affievolirsi, i resti del giovane ragazzo furono rinvenuti orribilmente accartocciati sugli scogli che delimitavano l’imbocco del porto. La vittima non indossava alcun salvagente. Quella negligenza, con tutta probabilità, gli era costata la vita.
I pensieri del commissario, a causa della stanchezza accumulata nel corso della giornata, iniziarono a fare giri sempre più tortuosi, smarrendo la strada della logica. Le palpebre si abbassarono dolcemente, mentre il corpo si abbandonava inerme a quel peso così confortante, precipitando nell’abisso invitante del sonno. L’unico appiglio al mondo reale rimasto, il lontano scroscio di ruscello, svanì in un istante e tutto si colorò di buio intorno a lui.
———
Il mattino successivo Fosco Martini si alzò di buon umore al primo canto di un gallo indisponente, che razzolava libero e indisturbato nel giardino circostante la taverna. Il commissario aveva ottimi progetti per quella giornata: risolvere il caso del misterioso omicidio e presentare una dettagliata relazione alla giovane procuratrice aggiunta, poi, magari, dopo aver valutato attentamente la sua disponibilità al riguardo, invitarla a cena.
A volte l’istinto ti conduce per mano dove la logica si rifiuterebbe persino di seguirti. Mentre sorseggiava il suo caffè ristretto, nella graziosa veranda della taverna, Fosco approfittò del fatto che Giustino si fosse avvicinato, nell’atto di servirgli un vassoio di deliziosi maritozzi, ponendogli a bruciapelo un quesito che gli ronzava nella testa: «Lei era un pescatore prima di trasferirsi qui, vero?»
Giustino si limitò ad annuire in maniera quasi automatica, come se il suo pensiero in realtà fosse concentrato altrove, in un punto imprecisato ma certamente molto distante dal luogo in cui stava avvenendo quella conversazione.
«Allora, mi saprebbe dire se è buona regola indossare i salvagente quando ci si avventura in mare aperto o se, per lo meno, i salvagente devono essere calcolati in numero sufficiente per tutti i membri dell’equipaggio?»
Giustino sembrò irrigidirsi, come se quella domanda lo avesse prelevato con forza dal posto in cui si era rifugiata la sua mente, per sbatterlo con estrema violenza nella confortevole veranda della Taverna Sibilla, fra gli aromi persistenti di caffè e di dolci appena sfornati.
Il commissario Fosco continuò a osservarlo con la tazza sospesa a mezz’aria.
Giustino abbassò lo sguardo, mentre impiegava lo straccio che aveva con sé per ripulire il tavolo da briciole inesistenti.
«Per noi italiani è uno sforzo rispettare le regole, persino quelle dettate dal buon senso per la salvaguardia della nostra incolumità. I salvagente, in caso di pericolo, dovrebbero essere sufficienti per l’intero equipaggio è ovvio ma…»
«Ma… ?»
«Ma bisogna sempre tenere in conto le eventuali eccezioni.»
«Eccezioni in sprezzo alla regola?»
«Sì, purtroppo.»
Giustino non era certamente una persona loquace, il commissario lo aveva capito, ma in quest’occasione sembrava quasi reticente… triste e reticente.
Incredibile davvero, dove l’istinto riesca a condurti, delle volte.
Appena terminata la colazione, Fosco fece una telefonata al commissariato. L’ispettore Mario Belli non si occupava semplicemente dell’archivio, egli, senza ombra di dubbio, rappresentava l’archivio del distretto provinciale, in carne e ossa. L’enorme stazza, quasi due metri per più di 110 chili, gli consentiva di arrivare senza l’ausilio di una scala agli scaffali più alti e inaccessibili. Le mani incredibilmente ampie maneggiavano più di un faldone alla volta, neanche si trattasse di inconsistenti sacchetti di patatine. Ma la qualità che lo rendeva un elemento insostituibile dell’ufficio era l’impareggiabile memoria da elefante. Nomi (persino quelli stranieri, difficilissimi da pronunciare), date e luoghi erano impressi nella sua mente in maniera indelebile per anni.
Fu sufficiente che Fosco gli chiedesse di verificare un paio di cose. Dopo un’ora appena, ricevette tutte le informazioni di cui aveva bisogno.
Andò a cercare Giustino, mentre avvertiva distintamente scariche di adrenalina riversarsi copiose nel sangue. Il proprietario della taverna sollevò lo sguardo dal bancone del bar, sorpreso nel vedere arrivare il commissario così eccitato.
«Ho bisogno di ritornare al lago. Vorrei che lei mi accompagnasse.»
Giustino, come c’era da aspettarsi, non rispose nulla. Si sfilò il grembiule che indossava, preparò uno zaino in cui mise acqua sufficiente per due persone e, quindi, sempre in silenzio, aprì la porta della taverna lasciando gentilmente che il commissario passasse.
La salita fino al lago fu meno faticosa della volta precedente. Al cospetto del lago di Pilato, Fosco si sentì meno affaticato, meno stupito e meno piccolo del giorno prima.
Il carro, il cadavere e i buoi erano stati portati via dalle autorità competenti. La valle era deserta e silenziosa. Non c’era nulla di cui avere timore. Creature soprannaturali non ve ne erano, a dispetto di secoli e secoli di antiche superstizioni, convinte del contrario. Era sempre la stessa squallida storia: l’uomo uccide l’uomo. Per potere, denaro o vendetta.
«Il morto si chiamava Giovanni Masi. Lei lo conosceva, vero?»
Giustino annuì.
«Aveva il palmo delle mani bruciate da un acido. Inizialmente ho commesso un errore pensando che la bruciatura fosse stata procurata per rendere impossibile l’identificazione, invece non era così. Si trattava di un rito. Ogni piccolo dettaglio di quest’omicidio è stato minuziosamente studiato per rendere la vendetta dell’omicida più gratificante. Giovanni Masi, in un momento cruciale della sua esistenza, quando doveva prendere una decisione fondamentale, per la sopravvivenza stessa di un gruppo di cinque pescatori, se n’è lavato le mani. Come Ponzio Pilato: “Volete Gesù o Barabba?” La storia si è ripetuta tale e quale. E’ stato sacrificato Gesù. Stavolta Gesù si chiamava Riccardo Festa ed era un povero ragazzo di appena sedici anni. Suo nipote, l’amatissimo figlio di sua sorella, vero Giustino?»
Giustino annuì nuovamente.
«Non essendosi mai sposato e non avendo figli, la famiglia di sua sorella era la cosa più cara che possedeva. Quel ragazzo, soprattutto, rappresentava il dono più bello che la vita le avesse concesso. La tempesta vi ha colti di sorpresa e mentre lei, responsabile dell’intero equipaggio, era scaraventato dai flutti in ogni direzione e faceva il possibile per mantenere tutto a galla, vite, carico e speranza, Giovanni si occupava di consegnare i salvagente a coloro che ancora non lo avevano indossato. I salvagente non erano in numero sufficiente per tutti. L’ultima cosa che lei vide, prima di essere spazzato via da un’onda più alta delle altre, fu Giovanni che tendeva l’unico salvagente rimasto a Barabba. L’uomo, ovviamente, non si chiamava così, ma si trattava effettivamente di un individuo malavitoso, cui molta gente, compreso Giovanni, doveva molti favori. Quando la vedetta, avvisata del vostro naufragio, vi mise in salvo, lei non fece altro che invocare il nome di suo nipote, finché non perse la voce. Era tutto trascritto nei verbali dell’epoca. Non ho dovuto far altro che inseguire il filo rosso»
«Il filo rosso?»
«I fatti apparentemente slegati fra loro si collegano inseguendo la passione che li ha provocati. Ci sono cose che io non so, però, e posso solo supporre. Evidentemente Giovanni Masi qualche giorno fa si è presentato alla taverna come se nulla fosse accaduto, pensando che le antiche ferite si fossero rimarginate. Non poteva certamente immaginare quanto odio e quanto rancore fossero stati segregati all’interno del piccolo locale, così lontano dal mare e dai tragici ricordi a esso legati. Il suo arrivo inopportuno, ha scoperchiato una botola da cui sono emerse furiose Erinni, assetate di sangue».
Giustino, come se fosse impossessato da una creatura demoniaca appena sorta dalle acque del lago Pilato, iniziò a parlare. Tanto quanto non aveva mai fatto in vita sua: «Amavo quel ragazzo come un figlio. Saperlo morto al posto di un “Barabba” che non meritava nemmeno di esser nato, mi faceva ribollire il sangue. Quello schifoso, delinquente, usuraio, puttaniere morì ammazzato, per mano della stessa gente malavitosa che frequentava, nemmeno un anno dopo la tragica vicenda del naufragio. Quel maledetto salvagente gli aveva concesso un anno in più di delitti, mentre, a mio nipote, aveva tolto tutta la vita che gli restava ancora da vivere. Non dimenticherò mai lo sguardo inorridito del povero Riccardo mentre gli veniva sottratto l’unico mezzo di sopravvivenza a disposizione. Lo sogno tutte le notti, sperando che qualcosa possa cambiare, invece no. La colpa fu tutta di Giovanni. Quando me lo sono visto arrivare alla taverna, come se volesse controllare con i suoi stessi occhi che fine avessi fatto, ho capito che lo avrei ucciso e che lo avrei fatto com’era giusto che fosse: nel modo in cui tocca al peggiore dei criminali. L’arsenico sciolto nella bibita, che gli ho offerto a denti stretti, non avrebbe lasciato tracce di sangue difficili da ripulire. È stato talmente semplice che avrei voglia di rifarlo anche adesso, ancora milioni di volte, per la sensazione di ebbrezza che mi ha donato. Osservare il suo viso rattrappirsi in una smorfia di dolore e di orrore, le sue membra contorcersi e sussultare negli spasmi che precedono la morte, mi hanno procurato un piacere indescrivibile. L’adrenalina accumulata in corpo mi ha aiutato a caricare nottetempo il corpo sul carro e a trascinarlo fin qui. Un vigliacco di quella specie meritava di essere accompagnato nell’ultimo viaggio come il peggiore di tutti; come Pilato!»
Questa volta fu Fosco ad annuire. Il suo gesto significava che aveva intuito i fatti, prima ancora che gli venissero descritti dal responsabile, fin nei dettagli più macabri.
Giustino si sentì svuotato. La rabbia e la frustrazione ospitate nel proprio corpo vigoroso per tutti quegli anni erano fuggite assieme alle Erinni, implacabili depositarie di vendetta e di morte. Adesso sembrava persino più piccolo e inerme.
Una carcassa di uomo sulla cima del Monte Vettore.
Solo il commissario Fosco Martini sapeva cosa fosse venuto a cercare un pescatore a una simile altitudine.

Dal sito di Torinoir:

Il lago di Pilato è il racconto che abbiamo scelto tra i tanti pervenuti per l’iniziativa Un mese con Torinoir.  L’autrice è Mariachiara Moscoloni, di cui, al termine di racconto, abbiamo inserito una esaustiva biografica. Un sincero grazie va  a tutti gli altri partecipanti.

Non vi resta che leggere l’avvincente opera della nostra tredicesima complice!

http://torinoir.altervista.org/wp/il-lago-di-pilato/

Un tuffo dove l’acqua è più blu – Factory day 2015 (Telese Terme)

Nel deplorevole scenario editoriale, in cui spiccano episodi poco edificanti di professionisti del settore (autori, traduttori, redattori) non pagati per il lavoro svolto, noi Sognatori rappresentiamo un’oasi felice, perché la nostra Casa Editrice, possiamo affermarlo senza timore di smentita, è differente.
Siamo diversi e orgogliosi di esserlo!
Concedetemi poche righe di un articolo per dimostrarvelo.
Nel frattempo vi invito ad accomodarvi su un virtuale divano rosso, nella mia mente molto simile a quello disegnato da Salvador Dalì nel suo ritratto a Mae West, mentre vi sarà offerto un gustoso assaggio di ospitalità factoriana.
Ecco qui: http://www.casadeisognatori.com/
Come potete vedere coi vostri occhi, una casa editrice diversa. Molto diversa.

L’Editore:
Aldo Moscatelli, Sognatore per eccellenza, è colui che ha progettato l’idea della Factory editoriale.
Il nostro lungimirante editore, ormai stanco di un sistema malato – fatto di scrittori poco motivati, di distributori pronti a tutto pur di ritardare il pagamento delle percentuali sul venduto (quando non falliscono, negando del tutto le medesime percentuali), di case editrici completamente asservite ai gusti stereotipati di un pubblico miope e facile a entusiasmi passeggeri – ha compiuto una scelta rivoluzionaria, dando vita a una struttura innovativa, non più piramidale ma orizzontale: una lunga, avvincente, staffetta, in cui gli atleti-scrittori si passano il testimone mettendocela tutta, affinché la vittoria del singolo rappresenti la vittoria del gruppo nel suo complesso.

Reclutamento:
Gli autori sono stati scelti attraverso un concorso indetto dall’editore un paio di anni fa (e recentemente altri sono stati aggiunti, nello stesso modo). La selezione è stata dura e in pochi ce l’hanno fatta. Ma quei pochi, giunti alla meta, rappresentano una sicurezza per la redazione, non più costretta a esaminare quantità incalcolabili di manoscritti.
Capite da voi che in questo modo il lavoro si dimezza. Il tempo, non sprecato a distinguere fra opere meritevoli e non di pubblicazione, viene impiegato in maniera più proficua, correggendo le bozze e ultimando i ritocchi necessari per arrivare al momento finale della stampa.

Collaborazione:
Non sarebbe facile per gli autori (sparsi in tutta Italia) interagire fra loro, se non potessero confrontarsi quotidianamente nel forum: un quartier generale in cui vengono prese le decisioni più importanti riguardanti le pubblicazioni, i consigli di scrittura, le presentazioni, le pagine social (blog, facebook, twitter, you tube), i concorsi letterari, le novità ecc. ecc.
Ogni proposta è rimessa al giudizio di tutti quanti. La maggioranza vince.
Le presentazioni costituiscono un altro momento di grande coesione in cui vari autori (in genere quelli che risiedono nelle zone vicine al luogo dell’evento) si rendono disponibili per ricoprire i ruoli necessari: organizzatore, relatore, lettore, addetto stampa…
La capacità di collaborare è davvero sorprendente e ricalca appieno il logo delle ruote dentate che contraddistingue la Casa editrice. Un meccanismo perfetto e ormai ampiamente rodato, a dispetto di chi giurava che non avrebbe potuto funzionare a lungo.
Ci vuole impegno, non lo nego, ma vi assicuro che qui, come in tante altre organizzazioni di successo, è sufficiente che ciascuno faccia la sua parte.
In poche parole, siamo la dimostrazione che “Si può fare!”: l’Editoria alternativa esiste e ha un nome preciso: I Sognatori – Factory editoriale.

2drxtao
Confortevole il divano su cui vi ho fatto accomodare, vero? Che vi dicevo? Siamo ospitali noi factoriani! E lo siamo così tanto che abbiamo deciso di dare una festa: un’intera giornata (il prossimo 30 maggio, dalle ore 10.15 alle ore 21.15) dedicata alla cultura e allo svago.
Il Parco termale di Telese (in provincia di Benevento) ospiterà l’evento, coinvolgendo la cittadinanza, le scolaresche e tutti i turisti che avranno piacere di partecipare.
Ci saranno presentazioni dei nostri libri, seminari, rappresentazioni teatrali e premiazioni per le scuole che hanno aderito all’iniziativa indicendo concorsi a tema.
Nella locandina potrete consultare il programma in modo più dettagliato:
10:15 – Apertura
11:30 – E così vorresti fare lo scrittore (consigli random per che vuole affacciarsi sul mondo dell’editoria)
12:30 – Letteratura e ambiente: presentazione degli ECO-romanzi della factory!
PAUSA PRANZO
15:00 – Babbo Natale su Marte: i libri di genere “Spore” e “Mostri di Natale”
16:00 – Abbasso i libri! Tra fumetti, cinema e videogame, nuovi percorsi per la scrittura
17:15 – (presso la Fondazione Romano) Ansia, danza, a volte nuvola (Letteratura al femminile con “Oltre Mare” e “L’innumerevole fermento”)
17:30 – Il sud alla riscossa, presentazione de “Il primo viaggio di Selene tra le stelle” e “La morte è un’opzione accettabile”
18:30 – Gente oltre la storia, presentazione di “Eravamo una famiglia” e “Fin dove si scorge il mare”
19:30 – Comportati bene e resterai solo: arrabbiarsi è lecito, presentazione di “Apologia del Porco” e “Pillole”
20:30 – “Ti saluto spezzando la penna”, piece teatrale a cura de “I FiloTrammatici”

Ve l’avevo detto io! Siamo diversi noi Sognatori!
Vi aspettiamo a Telese, per conoscerci meglio e per contagiarvi con il nostro entusiasmo.

orari

L’eclisse dell’anima

Vi avverto: la prenderò alla larga, perché il discorso mi intriga parecchio e perché, con l’età che avanza, ho deciso di concedermi tempi diversi, più lenti e dilatati. Abbiate pazienza.

Sabato scorso ero al ristorante, avevo appena terminato la mia pizza e la mia birra.

Nell’attesa dell’amaro, lo sguardo vagava fra tavoli e volti. Ma era un vagare discreto. Ve lo assicuro.

Non sopporto chi mi fissa mentre sto mangiando; sarà che in me si risveglia prepotente l’istinto primordiale di difesa del cibo. Perciò non mi permetterei mai di infastidire qualcun altro con occhiate invadenti.

Dicevo, lo sguardo vagava (discreto) e notava la presenza in sala di due artisti affermati: Nanni Moretti e Gabriele Lavia. Non erano insieme. Erano seduti a tavoli diversi. Ognuno preso dalla consumazione delle proprie pietanze.

Sono rimasta di stucco nel notare come un gruppetto di donne, accomodate alla mia destra, continuassero a spintonarsi ammiccanti: “Hai visto chi c’è?”, “Nanni Moretti!… Sì, sì, è proprio lui!”, “Dai! Scattagli una foto!”, “Dai! Tanto non ti vede!”…

Atteggiamento cafone a parte, la cosa che più mi ha meravigliata è stata l’assoluta indifferenza riservata a Gabriele Lavia, a fronte di un comportamento che rasentava la molestia nei confronti del celebre regista-attore di Palombella rossa.

Ci ho riflettuto un po’, poi sono stata folgorata (sarà che nel frattempo era arrivato il tanto atteso amaro?): “Vuoi vedere che queste qui ignorano chi sia Gabriele Lavia?”.

La cosa mi ha deluso parecchio; senza nulla togliere al talento di Nanni Moretti, mi sono domandata: Ma come? Lavia: il protagonista di pellicole come “Profondo Rosso”, “Inferno” e “Zeder”!

Sto parlando di film girati negli anni settanta e ottanta: un’epoca in cui ci si impegnava a dirigere e produrre film horror di tutto rispetto. Il colpo di coda, a mio avviso, di un cinema italiano poi completamente caduto in disgrazia.

Allora, sorseggiando il mio amaro ghiacciato, ho tracciato un bilancio approssimativo.

In Italia sono scomparse tante cose.

Nell’ordine: Onestà in genere, onestà intellettuale in particolare, sentimenti, cultura, nel senso più ampio del termine, senso critico (nonché senso del dovere), passione per l’arte, in tutte le sue forme.

Il bilancio è approssimativo. Lo ripeto.

Ma veniamo al sodo.

Un simile paese, completamente in mano ai social e a Equitalia, diviso fra tifosi di calcio e… tifosi di calcio, il prossimo venti marzo si prepara a un grande, grandissimo evento: l’eclisse del secolo (…che poi, quante cavolo di eclisse del secolo ci sono in un secolo?)

Direte voi: cosa c’entra l’eclisse con Gabriele Lavia? Forse nulla, ma nella mia mente laboriosa si è verificato un piccolo corto circuito, che ha messo per un istante le due cose in relazione fra loro. L’analogia è difficile da spiegare ma ci proverò.

Prendiamo l’esempio del ristorante: io ero concentrata su Gabriele Lavia, mentre la maggior parte dei presenti in sala si sbracciava per rubare una foto a Nanni Moretti.

Adesso prendiamo il caso dell’eclisse.

Le persone saranno lì, con lo sguardo puntato, com’è normale che sia, sul sole che improvvisamente si oscura, mentre sono sicura che la mia attenzione sarà tutta concentrata sulla terra. Su me stessa. Sul respiro che rallenta per poi fermarsi del tutto. Sull’incapacità momentanea di provare eccitazione, timore o stupore, perché perfino i sentimenti impietriscono al freddo glaciale dell’ombra proiettata dalla luna.

Come sottolineò Michelangelo Antonioni, apprestandosi a girare il suo celebre film “L’eclisse”:

“Gelo improvviso. Silenzio diverso da tutti gli altri silenzi. Luce terrea, diversa da tutte le altre luci. E poi buio. Immobilità totale. Tutto quello che riesco a pensare è che durante l’eclisse probabilmente si fermano anche i sentimenti. E’ un’idea che ha vagamente a che fare con il film che sto preparando, una sensazione più che un’idea, ma che definisce già il film quando ancora il film è ben lontano dall’ essere definito. Tutto il lavoro venuto dopo, nelle riprese, si è sempre rapportato a quell’idea o sensazione o presentimento. Non sono più riuscito a prescinderne.”

Proprio in quel magnifico film del 1962 viene delineato un capovolgimento assoluto di valori: sono gli esseri umani ad essere alienati, “eclissati”, ridotti a oggetti vuoti, privi di sentimenti.

Le cose, viceversa, mantengono intatta la loro identità, conservano una sensibilità che sembra mancare negli uomini e diventano le protagoniste assolute del film, fino a prenderne il posto nelle struggenti inquadrature finali.

eclisse

Gli spazi sono descritti in maniera metafisica con i silenzi assordanti che popolano le Piazze d’Italia di Giorgio de Chirico. Una Roma deserta, ancora in fase embrionale, squadrata nella sua geometria lineare da palazzi candidi, immacolati.

giorgio-de-chirico-piazza-ditalia

E’ l’Italia del boom economico: il paese sta mutando a una velocità sorprendente, sta perdendo di umanità e arricchendosi di tecnologie. Un’unica fede, quella per il Dio Denaro, impone di fare, produrre, ammassare piuttosto che fermarsi un istante per sentire, pensare e amare.

L’eclisse in poche parole non riguarda il cielo che ci sovrasta ma la nostra anima.

Tra momenti di estraniamento e d’incomunicabilità, ci si accorge di essere soli in mezzo a tanti: “ci sono giorni in cui avere in mano una stoffa, un ago, un libro e un uomo è la stessa cosa”, dice Monica Vitti, la monumentale attrice, protagonista del film.

tumblr_mhze81BT2T1r1p7nfo1_1280

Ecco cosa c’entrano Lavia, il ristorante, le donne al tavolo accanto, i cellulari sempre in mano, la foto dell’attore da pubblicare nei social, il mio amaro ghiacciato, con l’eclisse del secolo.

Nulla possiede il valore che dovrebbe avere. Il mio sguardo quella sera galleggiava in una palude di sentimenti.

Un’eclisse che continua a oscurare il nostro paese da cinquant’anni a questa parte.

Sabato scorso si era fatto tardi. La cena era conclusa. Era rimasto il conto da pagare.

Nanni Moretti si è alzato, è passato accanto a Gabriele Lavia, l’ha sfiorato con una carezza. Un gesto, un sentimento, calore improvviso.

La foto, se mai è stata scattata, chissà in quale social sarà finita… e a testimoniare cosa, mi domando?

I miei sentimenti, invece, sono qui ora, nero su bianco. Pronti a eclissarsi fino alla prossima storia.

(Siete pregati di usare apposite lenti per leggere. In questo modo eviterete di procurare seri danni alla retina).

Monica-Vitti-80-anni-lontana-dalle-scene

“16” (selezionato e pubblicato nell’Antologia “Halloween All’Italiana 2014”)

Nina camminava a passo spedito, cercando di farsi largo in mezzo a piccoli assembramenti di maschere, dai trucchi e dai travestimenti poco credibili: lupi mannari, zombie e vampiri le sembravano più somiglianti a vulnerabili rappresentati porta a porta, che non a temibili creature della notte.

S’incurvò appena sotto il peso della sacca che trasportava dietro le spalle. Niente dolcetti o scherzetti per lei, solo interiora di manzo che gocciolavano al ritmo delle sue inesorabili falcate, tracciando una lunga scia di sangue. Nessuno ci fece caso: un travestimento fra i travestimenti.

Ormai era arrivata: il palazzo di cristallo, nel quale a breve sarebbe entrata, defilandosi dalla folla eccitata per i festeggiamenti di Halloween, si ergeva impettito e autoritario come una minaccia.

Presto avrebbe conosciuto l’uomo che aveva ingaggiato il padre come boxer professionista nel suo malfamato locale di scommesse clandestine. La triste fama di Ctonio le era ben nota ma Nina aveva aspettato paziente che i tempi fossero maturi prima di affrontarlo personalmente.

Nonna Ilde l’aveva messa al corrente della situazione fin da piccola; la sua sincerità era sconcertante. L’adorabile vecchietta, apparentemente armata di sole trine e naftalina, infilava le parole in un discorso come proiettili nel caricatore di una pistola: «Tuo padre non è un boxer, è un fenomeno da baraccone».

Già, l’attività praticata dal padre poteva essere assimilata al pugilato tanto quanto il linguaggio di gesti concitati adoperato in borsa avrebbe potuto essere paragonato a una danza.

La caccia grossa, che si svolgeva sul ring, fra le urla e le incitazioni di una folla inferocita, di tanto in tanto terminava con la morte di uno dei contendenti. Al vincitore, comunque, era consentito il prelievo di un macabro souvenir; “Vae victis”, stabiliva il cruento regolamento.

Si diceva in giro che, in gioventù, Ctonio avesse lavorato come attore al Grand Guignol di Parigi.

Nel famoso teatro orrorifico del quartiere Pigalle, il futuro ingaggiatore aveva esibito un talento perverso, infliggendo ai colleghi torture efferate: amputazioni, atti di necrofilia, squartamenti, decapitazioni. Ma si trattava pur sempre di una compagnia teatrale, di finzione scenica: una volta terminata la rappresentazione gli attori tornavano a casa con i propri piedi, la testa ancora sulle spalle e le viscere nella pancia.

Ctonio, sin da allora, cominciò ad accarezzare l’idea di sostituire la realtà alla finzione. Così nacque il “16”: nome, tanto semplice quanto enigmatico, utilizzato per designare un club esclusivo, destinato a scommettitori con grandi possibilità finanziarie. Non c’erano insegne che potessero segnalarne l’esatta ubicazione, ma in tanti, comprese le autorità compiacenti, erano al corrente del fatto che gli scontri clandestini, gestiti da Ctonio e dai suoi sette soci, si svolgessero nei sotterranei del grande palazzo di cristallo.

La cifra misteriosa vagava di bocca in bocca, insieme alla leggenda del suo significato esoterico.

Il sedici è l’unico numero capace di essere perimetro e area dello stesso quadrato; il quadrato del ring. Sedici è il numero delle corde, quattro per ogni lato, che delimitano lo spazio in cui avvengono gli incontri. Sedici è il numero atomico dello zolfo. Negli Arcani Maggiori la carta numero sedici è la Torre: essa simboleggia la necessità del male come aspetto complementare del bene o come la condizione che lo precede; il cambiamento di stato, doloroso ma indispensabile, per garantire l’evoluzione interiore… sedici è il numero dei colpi mortali inferti a tuo padre, Nina.

Nina intravide il riflesso del proprio volto nella vetrata d’ingresso dell’edificio. I suoi sedici anni erano in parte camuffati dal trucco con cui si era trasformata, giusto per l’occasione, in un ilare Joker. Per un breve, interminabile istante, credé di scorgere la figura del padre accanto a sé: un’ombra appena delineata fra il chiarore delle luci riflesse nel vetro.

Lo riconobbe dalla posa un po’ storta di lato. La posa orgogliosa di chi si regge in piedi nonostante tutte le botte ricevute.

Nina, tuo padre non è qui, accanto a te! … Tuo padre è morto!

«Mio padre è qui, accanto a me, proprio perché è morto!».

Con gesto deciso si tuffò nella porta girevole. In quel gorgo sentì risucchiare se stessa e tutte le sue insicurezze.

Ctonio sollevò appena le palpebre pesanti. L’ambiente circostante girava vorticosamente in un turbinio sfavillante di colori e di luci. Quando la giostra visiva rallentò la sua corsa, Ctonio si accorse di essere sul ring, riverso a terra. Un filo di bava, colatogli da un lato della bocca si era allargato in una macchia umida sul tappeto di gomma. Era stato drogato!

Avrebbe voluto tirarsi su, ma era troppo debole. Cercò istintivamente un appiglio sulle corde che delimitavano il bordo, ma la presa era viscida e le mani non riuscirono ad afferrarle. C’era qualcosa di strano nella consistenza e nell’aspetto di quelle funi: il colore rosato, l’irregolarità dello spessore, l’andamento serpeggiante. Sembravano quasi…

«Sono budella umane!», mentì Nina, chiarendo ogni amaro presagio di Ctonio.

«… Appartengono ai tuoi soci! Come puoi vedere, la magica sacralità del “16” è stata rispettata».

Ctonio andò a rifugiarsi carponi in un angolo, frustrato dall’incapacità di controllare i suoi movimenti, goffi e rallentati.

Le corde del ring si appiccicarono alla nuca glabra; un’imprecazione gli sfuggì dalla bocca impastata con un suono molle: «Mmmmaledizione!».

«Dici bene! Il lavoro non è ancora terminato. Così non può andare! Mancano otto metri d’intestino; mi servono le tue budella, Ctonio».

Nina si fece avanti, raggiungendo l’uomo nell’angolo in cui si era accartocciato, ormai privo di speranza. Il sorriso grottesco, sbafato di rossetto vermiglio, si ampliò in maniera inverosimile prima di pronunciare la fatidica condanna: «Vae victis!». Otto metri di budella si riversarono sul tappeto in un fiotto denso di orrore.

http://www.amazon.com/Halloween-allItaliana-2014-Italian-Edition-ebook/dp/B00QK5KGVM

Alla nostra!

Sono passati più di 5.200  anni dall’invenzione della ruota e della scrittura.

Circa 2.500 anni dalla fine dell’Impero Romano d’Occidente.

667 anni dalla peste nera.

523 anni dalla scoperta dell’America.

226 anni dalla rivoluzione francese.

154 anni dall’Unità d’Italia.

101 anni dallo scoppio della Grande Guerra.

100 anni dalla scoperta della relatività.

86 anni dal crollo di Wall Street.

70 anni dalla bomba atomica su Hiroshima.

56 anni dalla guerra in Vietnam.

46 anni dal primo uomo sulla Luna.

26 anni dalla caduta del muro di Berlino.

25 anni dalla guerra nel Golfo.

14 anni dal crollo delle Torri Gemelle.

13 anni dall’introduzione della moneta unica europea.

L’esperienza maturata dal genere umano è notevole. Voglio dire… non siamo nati ieri.

Eppure gli errori commessi sono sempre gli stessi.

Avidità, corruzione e violenza.

Sopraffazione, distruzione e morte.

Opportunismo.

Indifferenza.

Indifferenza.

E ancora indifferenza.

Il mondo distopico in cui viviamo si modella in maniera sorprendente alle previsioni più pessimiste, elaborate da famosi scrittori del passato.

Perdonatemi, ma in questo 2015 ormai imminente non vedo proprio nulla da festeggiare.

Le mie soddisfazioni personali, nella visione universale di un mondo migliore per tutti, lasciano il tempo che trovano.

Resta quell’amaro in bocca nell’alzare il calice al momento del brindisi. Quando un pensiero, già lo so, correrà istintivo al sagace aforisma della baronessa Blixen: “Che cos’è l’uomo, quando ci pensi, se non una macchina complicata e ingegnosa per trasformare, con sapienza infinita, il rosso vino di Shiraz in orina?”

Prosit!

Lo scrittore, sacerdote di Mnemosine

È in ogni uomo attendersi che forse la parola, una parola, possa trasformare la sostanza di una cosa. Ed è nello scrittore di crederlo con assiduità e fermezza. È ormai nel nostro mestiere, nel nostro compito. È fede in una magia: che un aggettivo possa giungere dove non giunse, cercando la verità, la ragione; o che un avverbio possa recuperare il segreto che si è sottratto a ogni indagine (Elio Vittorini).

Agatha Christie

Una magia, un segreto. Ecco la sostanza, la vera essenza della scrittura. Anche l’atto della scrittura può apparire, o almeno è così che appare ai miei occhi, un rito, e lo scrittore nel pieno della sua ispirazione ne incarna l’officiante. La liturgia di uno scrittore all’opera rammenta le pose e l’eleganza di un gatto e spesso questo misterioso felino ama accompagnarlo, apprezzando la quiete delle sue lunghe pause riflessive.

EH 3155P

Me lo immagino, lo scrittore-sacerdote, comodamente seduto al riparo di una confortevole veranda di legno bianco appena consumata dalla salsedine. Egli ama gli spazi che si collocano a metà fra l’interno e l’esterno, così come l’immensità del mare. Occupa una sedia dai braccioli ampi e appoggia le gambe appena sollevate sulla balaustra che ha di fronte. Il ticchettio monotono dei tasti pigiati ricorda il frinire estivo di una cicala o il lento oscillare di un’antichissima pendola.

ipirand001p1

Ancora un’altra visione, forse più romantica della precedente. Lui è chino sullo scrittoio; una penna corre silenziosa sulla carta; la luce fioca del lume tremola al passaggio di una falena stordita; da una tazza si leva una voluta di vapore; ovunque aleggia insistente una sinestesia di odori (la carta, il legno, il tè) e di pensieri (l’ansia, la sollecitudine, l’eccitazione). Una fragranza che invade le narici e la mente. Intensa e dolciastra; incenso che stordisce e provoca nausea. Le parole sono cibo offerto su un candido vassoio, capaci di placare quel senso di vuoto e di vertigine.

Working Edgar

Una magia, un segreto, un rito. Abbiamo l’officiante, l’animale totem, il tempio e l’offerta votiva, con tanto di candele e di incensi. Manca una sola cosa per completare il quadro: una divinità.

Chi è il Dio invocato dallo scrittore? A chi prega, per chi offre, in che cosa crede lo scrittore?

No, non è come pensate: le Muse ispiratrici costituiscono solo un tramite fra lui e l’elemento divino. Ma non vi siete sbagliati poi di molto nel momento in cui avete sussurrato istintivamente il nome delle nove creature Eliconie. La Dea adorata dagli scrittori, infatti, è Mnemosine, la Memoria, loro Madre.

Lo scrittore ha il compito di onorare, tramandandola, la Memoria. Non come uno storico, documentando in maniera fedele i fatti accaduti, piuttosto come un tramite medianico, capace di evocare i fantasmi del passato.

Spiriti inquieti, ombre tormentate, destini irrisolti, sono le fonti più prolifiche d’ispirazione di uno scrittore. Egli ascolta i sussurri accattivanti di questo sciame arcano e intreccia in maniera sapiente le sue trame, rammentando ai lettori che le parole sono eterne quanto le anime che le hanno pronunciate infinite volte prima di lui.

1966667_10203054402577546_280273504_n

Il Grimorio del Lago, di Maria Chiara Moscoloni

Una recensione a 5 stelle per “Il Grimorio del Lago”.

Rivista Fralerighe

Titolo: Il Grimorio del Lago

Autrice: Maria Chiara Moscoloni

Editore: Brigantia Editrice

Uscita: 2014

Genere: Romance / mistero / paranormale

Pagine: 248

Trama:

Romanzo al femminile in cui la nebbia del lago fa da sfondo alle emozioni che si agitano sulle sue sponde e nelle sue profondità. Bianca è una giovane mamma divorziata e in cerca di lavoro che per dare una svolta alla sua vita va a vivere, insieme alla figlia di sei anni, nella villa di una ricca e anziana signora molto malata, bisognosa di cure e compagnia. Tra le due donne si istaurerà un rapporto intenso, fatto di complicità, in cui l’anziana Elisa condurrà Bianca a osservare in punta di piedi il proprio oscuro e tormentato passato. La storia di Elisa si rivelerà poi misteriosamente intrecciata a quella di una fanciulla di nome Demetra, vissuta in quei luoghi cinquecento anni prima. Su entrambe incombe la maledizione che…

View original post 570 altre parole

WGT – Raduno Gotico a Lipsia

WGT ovvero Wave Gothic Treffen di Lipsia, città famosa per la sua storia ricca di personaggi importanti, legati al mondo della musica, quali Richard Wagner, Johann Sebastian Bach e Jakob Ludwig Felix Mendelssohn. Si tratta di un evento unico, il più importante del genere in Europa: un raduno per gli amanti di cultura goth e dark in tutte le sue sfumature; si fà per dire, perché sempre di nero si tratta. Concerti, balli in costume, esibizioni teatrali, rappresentazioni cinematografiche, appuntamenti letterali e tanto, tantissimo merchandising. Giusto per intenderci, un avvenimento a metà fra il Festival di Sanremo e il Carnevale di Venezia, diretto da un mefistofelico Pippo Baudo-borgomastro in costume vittoriano.

Il WGT, originariamente associato alla data del primo maggio, cioè a Valpurga, la famigerata notte delle streghe, attualmente si tiene ogni anno in occasione della Pentecoste. Dal 1992 ad oggi ha conosciuto alterne vicende, fino a rischiare la chiusura definitiva nel 2000. Adesso è un Festival musicale molto amato, soprattutto dai nostalgici della cultura dark anni ’80. Del resto, bisogna tenere a mente che fra le ambientazioni più suggestive del raduno gotico, vi sono quelle offerte dai vecchi edifici “del partito”. Ambienti in cui, nonostante il trascorrere inesorabile del tempo, si continua a percepire una struggente sensazione d’inappartenenza, caratteristica dei luoghi collocati storicamente dall’altra parte del “muro”.

Una manifestazione cult, dunque, ma che, almeno dando un’occhiata ai costumi indossati negli ultimi anni, inizia a subire la contaminazione di generi moderni, diversi dal gotico classico, come lo steam punk e il new weird.

Particolarissima location, poi, è quella offerta dallo Heidnische Dorf , il “Villaggio Pagano”, area nella quale il tempo sembra essersi fermato e dove il respiro del turista, appena rallentato per lo stupore, viene scandito dal suono di liuti e corni medievali. A tutto ciò, non vi dovesse bastare, si aggiungono, inutile dirlo, fiumi di ottima birra tedesca ghiacciata.

Sappiate che avete ancora pochi giorni per organizzarvi e partire. Chi resta in Italia può comunque consolarsi, godendo uno spettacolo ugualmente legato alla data tradizionale della Pentecoste (quest’anno cade l’8 di giugno): la pioggia di petali di rose rosse lanciata dall’occhio del Pantheon, per simboleggiare la discesa dello Spirito Santo sul capo di Maria e degli Apostoli nel cenacolo.

Pentecoste al Panthon

Nulla a che vedere con lo spirito gotico di cui parlavamo in precedenza. Anche se, a onor del vero, attorno al Pantheon gravitano tante leggende medievali dal forte odore di zolfo, come quella secondo cui l’oculum posto sulla sommità della cupola sia stato provocato dalla fuga di un diavolo. Ma questa è tutta un’altra storia, anzi, un altro articolo.

redon1

Un SalTo di qualità

“La macchina fotografica! Non ti azzardare a dimenticarla!” è stata l’ultima raccomandazione rivolta a me stessa, prima di caricare tutto il necessario nel bagagliaio dell’auto che mi avrebbe condotta alla stazione. Italo è un treno confortevole, veloce e puntuale; il salotto d’Italia, l’elegante città di Torino, mi ha accolta appena quattro ore dopo la mia partenza da Roma.

Riposata e relativamente tranquilla mi sono goduta la serata in ottima compagnia. Gli affetti più cari erano presenti ed erano felici quanto me dell’esperienza che mi avrebbe atteso di lì a poche ore: il mio esordio da scrittrice non poteva avere cornice più suggestiva di quella offerta dal Salone Internazionale del Libro.

Il mattino dopo è stato semplice attraversare l’intera città, da Porta Nuova a Lingotto, con una metropolitana talmente avveniristica da rammentarmi il treno sotterraneo della Umbrella Corporation. Non c’erano zombie claudicanti o doberman inferociti ad attendermi ma nugoli di ragazzi e di ragazze festosi, che si dirigevano sicuri alle biglietterie.

L’accredito professionale agli sportelli è stato rapido e indolore come un vaccino inoculato da un dottore esperto: la mattina del nove maggio 2014 sono stata ufficialmente immunizzata da ogni forma latente d’inesperienza. Almeno, in quel momento, così ho pensato. Poi ho scoperto che l’accredito professionale serviva soltanto a garantire l’ingresso nell’esclusivo lounge bar riservato agli scrittori, ai loro relatori e agli editori. Un posto, concedetemi la breve divagazione alcolica, dove ho potuto gustare un ottimo Pernod artigianale, il cui sapore all’anice era amalgamato perfettamente a quello della liquerizia. Insomma una vera prelibatezza!

Tornando al Salone la mia prima impressione, ammirando gli smisurati corridoi senza fine, intrecciati in un reticolo simile a quello delle grandi arterie torinesi, è stata che l’orgoglio sabaudo ricorda da vicino la grandeur francese. Ma è logico: il confine è a breve distanza ed è a mio parere molto labile. La sontuosità e l’eleganza dell’organizzazione, con i padiglioni più importanti arredati nello stile consono alla casa editrice o al servizio offerto, erano la prima cosa che saltava all’occhio.

Una romana si sente spaesata, potete facilmente capire cosa voglia intendere. Improvvisamente ho avuto un po’ vergogna della mia, seppur impercettibile, cadenza trasteverina. Intendiamoci, non ho gli eccessi di Sabrina Ferilli, ma una lieve romanità è pur sempre presente. Per cui, fra me e me ripetevo cadenzata: “Beato chi se lo fa il sofà”, “boRsa”, “chitaRRa”… tanto per essere sicura di non fare brutte figure.

Alla presentazione mancava davvero poco. L’ansia incominciava a salire. Sapevo che la mia editrice, Noemi Lombardo, una donna piena di carisma e di entusiasmo, mi avrebbe rivolto delle domande sul romanzo, sulla storia cui avevo dedicato tempo e passione, attraverso ricerche accurate, ore e ore di scrittura e diverse fasi di correzione. Dunque, non potevo essere impreparata. Logico. Ma la logica ha ben poco a che fare con quei momenti della vita in cui la morsa dell’irrazionalità ti addenta lo stomaco come un cracker friabile. Molliche della mia personalità erano sparpagliate lungo le passerelle del Salone. Alle mie spalle lasciavo una scia visibile, nonché altamente surreale, di me stessa.

“Bene!”, mi sono detta, in un ultimo rigurgito di sicurezza (forse il vaccino inoculato al momento dell’accredito professionale iniziava ad avere i suoi benefici effetti), “Per lo meno, utilizzando l’efficace strategia di Pollicino, troverò senza difficoltà la strada del ritorno”. Anche perché, effettivamente, ci si poteva smarrire fra quelle pile infinite di libri e fra quei serpenti di folla oceanica che si snodavano sinuosi negli spazi circostanti.

La visione della grande cupola di San Pietro, composta da volumi impilati come mattoni, ha resettato tutto di un botto la confusione del mio navigatore gastrico; la sala dell’Incubatore era ormai prossima, sempre dritta innanzi a me.

La realtà fisica dell’Incubatore fa fede al suo nome: una nicchia tranquilla e confortevole, lontana dal gran caos delle più importanti sale colorate, dove persino il brusio incessante del Salone si trasforma in un quieto sussurro. Fasciata dall’abbraccio rassicurante di un discreto numero di sedie occupate, ho presentato entusiasta il mio romanzo d’esordio. Sguardi curiosi si posavano sulla neonata scrittrice. Ho capito cosa provi un bambino di poche ore messo in mostra dietro l’ampia vetrata del nido.

Il tempo è passato in fretta. Al termine della presentazione sono stata raggiunta da una giovane giornalista; un’apparizione angelica, dalla voce soave, così lontana dal classico stereotipo dell’intervistatrice agguerrita e invadente. L’Incubatore continuava a vezzeggiarmi nel tepore della sua culla.

Oramai, però, eravamo agli sgoccioli. Bisognava far posto ad altri eventi, ad altre presentazioni. Così, una volta terminata la mia avventura da scrittrice, è cominciata quella da lettrice. Sarò breve: al Salone del Libro, se uno scrittore rischia di perdersi, una lettrice finisce inevitabilmente col dannarsi. Per l’eternità. Ma come ci si può districare in quel girone infernale di proposte letterarie? Classici, novità, interviste, personalità, seminari e tutto ciò che di meglio (e di peggio) offre il panorama culturale italiano e internazionale. Il forcone del demonio mi ha incalzato più volte.

Ho trovato un breve riparo nel lounge bar cui prima ho fatto cenno. Certe esperienze richiedono una buona dose di alcol in corpo per essere poi ricordate sobriamente con maggior soddisfazione. Come sosteneva Hemingway: scrivere da ubriachi, correggere da sobri.

Evaporati i fumi dell’ubriacatura da emozioni, posso correggere le impressioni registrate in quei momenti concitati. Devo fare una premessa: le mie competenze non sono sufficienti per analizzare in maniera critica i dati tecnici sciorinati dalle statistiche. Aumento delle visite, diminuzione delle vendite o viceversa. Ma, mi domando, davvero vogliamo imbrigliare la cultura o il pensiero – non c’è nulla di più etereo del pensiero – in formule, dati, numeri e contratti? Affermazioni integraliste che operano una netta distinzione fra ciò che è Bene e ciò che è Male sono prive di senso.

Nella letteratura esistono sfumature impercettibili, che trascendono qualsiasi tentativo di classificazione. Basti ricordare personaggi come il dottor Jekyll e Mr Hide, il Faust di Goethe e Dorian Gray. Convinzioni aprioristiche, per cui il progresso, con i suoi ebook, app e video, stia lentamente, ma inesorabilmente uccidendo la cultura, lasciano il tempo che trovano in un mondo fantastico capace di creare un romanzo come “Ventimila leghe sotto i mari” o “Dalla Terra alla Luna”. Tanti, d’altra parte, sono certi che il libro cartaceo sia una realtà ormai obsoleta. Io suppongo che la dolcissima Clarissa di Farenheit 451 non sarebbe d’accordo.

Lo ammetto: non so nulla di vendite e di percentuali. Io ragiono da scrittrice e sopra ogni cosa, da lettrice. Ho letto da qualche parte un pensiero: “I libri sono un altro fuoco di Prometeo: se lasciamo che si spenga, resteremo al buio”. Il Libro è un simulacro, capace di trasportare con sé le vestigia dell’umanità. Esso possiede la stessa sacralità del coltello e del fuoco. La crisi, allora, se c’è, se esiste davvero, riguarda il sistema cui è asservita l’Editoria, non riguarda il Libro.

Accidenti! Alla fine non ho avuto il tempo di scattare foto. Ma ho qualcosa di meglio: l’intervista rilasciata a Noemi Cuffia, per la rivista Extratorino, la potete trovare qui http://extratorino.it/giovani-autrici-crescono-mariachiara-moscoloni/

Il Grimorio del Lago – Dietro le quinte: l’arte del dubbio.

La scrittura, come altre forme di arte (pittura, scultura, musica, cinematografia…), è un incantesimo, una magia, che insinua dubbi sulla realtà.

Esattamente in questo consiste la fantasia degli artisti: la capacità di coltivare il dubbio. Una piantina gracile e rara, da molti considerata perfino tossica.

Eppure Paracelso lo aveva chiarito più di cinquecento anni fa: “Nulla è di per sé veleno, tutto è di per sé veleno, è la dose che fa il veleno”.

Devo ammettere che la mia dose quotidiana di dubbio è elevata: la realtà offre spazi troppo ristretti perché io possa sentirmi a mio agio. Ho bisogno di costruire castelli altrove; più che castelli, case diroccate, preferibilmente infestate da presenze inquietanti: fantasmi, creature soprannaturali e… streghe.

Ho bisogno di ascoltare i miei mostri.

Il “Monstrum” (dal latino “monere”, avvisare, ammonire) è un segno divino. Il mostro, nel significato originario, è il mostrarsi improvviso di qualcosa di straordinario, che viola la natura e contemporaneamente è un ammonimento per l’uomo.

In questo modo sono nati la mia scrittura, la mia passione per le storie oscure, “Il Grimorio del Lago”. Da un dubbio.

Le streghe esistono davvero? Di certo sono esistiti i roghi. Hanno infiammato l’Europa per più di duecento anni. Ma le accuse rivolte alle presunte streghe avevano un fondamento di verità, oppure rappresentavano solo un pretesto attraverso cui ci si liberava di una persona scomoda?

“Quella della stregoneria era un’accusa semplice, facile da dimostrare, con confessioni estorte tramite torture, che annichilivano ogni forma di giudizio in chi le subiva; soprattutto, era un’accusa sufficientemente vigliacca, da consentire, a uomini di così bassa levatura morale, di lavarsi per sempre la coscienza da eventuali colpe o rimorsi.”

Così parla la protagonista del mio romanzo, Elisa.

“Il Grimorio del Lago” è una storia tutta al femminile. Tre donne – Bianca, Elisa e Demetra – che si avvicinano e reagiscono in maniera diversa al “monstrum”, al prodigio della Natura.

Da scrittrice, molti sono i “segni” cui ho prestato ascolto.

Spesso ho avuto la sensazione che una mano invisibile guidasse la penna in un percorso fantastico, conducendomi passo per passo in posti completamente sconosciuti e svelandomi segreti affascinanti.

Con la Brigantia Editrice è stato amore a prima vista.  Mi è bastato leggere la sezione intitolata “chi siamo” presente nel sito ufficiale: “Brigantia, è uno dei nomi di una delle più importanti dee del pantheon celtico: Brigid, la triplice dea del fuoco. Come lei, anche il fuoco che la rappresenta ha una valenza triplice: il fuoco del focolare, che fa di Brigid la patrona della guarigione, della fertilità e della famiglia; il fuoco della forgia come simbolo di trasformazione e coraggio, e il fuoco dell’ispirazione che la fa patrona della poesia e della letteratura.” (http://www.brigantiaeditrice.it/index.php?id_cms=4&controller=cms).

Infine la copertina del libro. Cercavo un’immagine che potesse riassumere  i messaggi contenuti nel romanzo – il mistero del lago, la presenza femminile, il trascorrere inesorabile del tempo – e mi è balzata subito all’occhio la creazione di un talentuoso fotografo spagnolo, Antonio Mora (http://www.mylovt.com/), capace di fondere nelle sue oniriche forme espressive, paesaggi e volti umani. Il titolo attribuito dall’artista alla foto è, guarda caso, “La Dama del Lago”.

Mi congedo dando un piccolo consiglio ai futuri lettori de “Il Grimorio del Lago”: lasciatevi coinvolgere dai sensi. Soprattutto dal più importante fra essi. Il sesto. Il dubbio.

“Il Grimorio del Lago”, romanzo drammatico – esoterico

Autrice Mariachiara Moscoloni

Secondo classificato al Premio Internazionale di Narrativa “Le Fenici” 2013

Brigantia Editrice

http://www.brigantiaeditrice.it/index.php?id_product=25&controller=product

Ciliegi e Samurai

Un vecchio adagio giapponese recita: 花は桜木人は武士 HANAWA SAKURA GI HITO WA BUSHI. Tra i fiori il ciliegio, tra gli uomini il guerriero.

Il samurai è consapevole di essere solo di passaggio su questa terra. La sua esistenza è tanto intensa e magnifica quanto effimera. Nell’iconografia classica giapponese, il ciliegio (sakura) rappresenta contemporaneamente la bellezza e la caducità della vita. Il gesto con cui il vento di primavera rapisce i suoi petali rosa è paragonabile alla morte. Un gesto delicato ed elegante. Mai brutale e radicale. Il ciliegio-samurai cosparge il terreno col mistero del suo sangue prezioso, rendendo fertile tutto ciò che tocca, attraverso l’humus di valori eterni.

DSCF7470

Un’antichissima tradizione nipponica, legata al culto dei ciliegi, è l’Hanami (Ammirare i fiori). Quando le piante sono in piena fioritura, i giapponesi organizzano festosi picnic, apparecchiati su grandi teli azzurri, a base di sushi e birra (vi ho mai detto che adoro i giapponesi?).

Durante la notte l’Hanami cambia nome e diventa Yozakura (La notte del ciliegio), ma il senso del rito non cambia: celebrare la rinascita, il dono della vita, rimanendo sgomenti di fronte alla transitorietà di tanta bellezza.

Dovete sapere che quest’anno ho celebrato il primo Hanami della mia vita. Non in Giappone ma qui in Italia.

DSCF7591

Il Parco Lago dell’Eur, fra i viali e i giardini popolati di nobili sakura, donati nel 1956 dal primo ministro giapponese in visita a Roma, ospita il grazioso evento.

DSCF7456

Vi consiglio una visita al Parco nei prossimi giorni, quando i ciliegi avranno raggiunto l’apice della loro fioritura. Incontrerete persone che indossano eleganti kimono, altre che sorseggiano birra all’ombra delle piante, altre ancora che ingaggiano duelli con la katana.

Magari potrete decidere di affittare un pedalò per attraversare in lungo e in largo il laghetto (stando attenti, mi raccomando, ai canoisti, molto suscettibili di fronte agli improvvisi cambi di rotta).

DSCF7480

Un’esperienza emozionante e stimolante.

La tradizione dell’Hanami, il culto giapponese dei sakura, il poetico paragone fra il guerriero samurai e il ciliegio, sono nozioni che ho scoperto da adulta.

DSCF7461

 

Eppure, alzando lo sguardo verso le gemme appena sbocciate, mi sono ricordata il mio amore precoce per i ciliegi. Quand’ero piccola e i miei coetanei si ostinavano a rappresentare le chiome degli alberi con soffici nuvole verdi, io scuotevo la testa e mi impegnavo a fare la differenza.
I miei rami, punteggiati di minuscoli fiorellini rosa, artigliavano l’azzurro del cielo, aggrappandosi tenaci  alla vita. Per me l’albero era sinonimo di ciliegio. Per me era promessa di vita e di rinascita. Per me era sempre primavera.

Anche se, affacciandomi dalle finestre della scuola, le foglie erano già tutte un fremito d’autunno.

DSCF7577

I colori del Male, Lidia Del Gaudio – Lettere Animate Edizioni

“Marie si era alzata, in silenzio aveva camminato fino al grande

salotto e aveva squarciato col coltello il quadro davanti al quale

aveva trovato il ragazzo. Non aveva guardato cosa raffigurasse, non

le interessava, per lei era solo la causa della smorfia crudele sul volto

del suo tesoro, un ghigno che l’aveva reso irriconoscibile, gli aveva

risucchiato il fiato e lasciato la bocca aperta in un urlo muto.

Non si era neppure accorta dei canarini che giacevano stecchiti sul

fondo della gabbia.”

Va bene, va bene, lo ammetto. Ho una passione, neanche troppo nascosta, per le storie che raccontano di quadri, pittori maledetti ed entità maligne annidate nelle sfumature più oscure di una tela. Ma credetemi, “I colori del Male” è un romanzo che si fa amare a prescindere dalle propensioni soggettive del lettore.

La struttura narrativa, con i dosati flash back, capaci di ritrarre in maniera fedele scorci storici fra i più inquietanti del nostro passato, è orchestrata in maniera impeccabile.

Pochi tratti efficaci delineano i contorni salienti dei personaggi. Sono sufficienti un gesto o una frase per intuirne l’anima.

Le parti descrittive e quelle introspettive si amalgamano alla perfezione, dividendosi equamente lo spazio delimitato della cornice.

I dialoghi non concedono nulla al caso. Sono pennellate decise e vibranti. Di tanto in tanto lasciano gocciolare segreti, intuizioni, allusioni.

L’intero romanzo è un dipinto nello stile dannato di Caravaggio. Un chiaroscuro che evidenzia ombre, dando volume ai recessi dell’io. Una lumeggiatura che esplode, accecante, nei pochi tratti in cui è percepibile la soluzione dell’enigma.

A proposito di ombreggiature. Vi siete mai chiesti che intensità abbiano i “Colori del Male”?

No? Bene, sono qui per spiegarvelo.

Prendete le tinte cupe del terrore infantile. Tanto per intenderci, quelle utilizzate nel romanzo capolavoro di Stephen King, “IT”.

Adesso, mescolatele con la sfumatura mortifera che infetta il ritratto di Dorian Gray.

Ecco, così, esattamente! Avete ottenuto la giusta nuance.

Milo, il bambino undicenne protagonista del romanzo, potrebbe entrare a pieno titolo nelle fila dei piccoli “Perdenti” di Derry. La mamma è morta recentemente e il papà è continuamente distratto dal suo lavoro di scrittore. Le vacanze estive, trascorse in Umbria, nel vecchio casale del nonno, vengono turbate da un sogno ricorrente. Da quando Milo si è introdotto furtivamente, in compagnia della sua amichetta Daniela, in una cantina abbandonata piena di oggetti antichi, sottraendone alcuni per sfida, un lamento di bambini straccioni, lacrimosi e affamati ha iniziato a farsi strada nella sua mente intorpidita dal sonno.

Sul coro dei piccoli “Perdenti” si alza la voce seducente di Coquin Mechant, il modello preferito del pittore André Dubois. Il dipinto che lo ritrae in tutta la sua bellezza, vagamente esotica e maliziosa, custodisce il segreto di un morbo appestante, capace di mietere vittime innocenti ogni volta che, nel corso della storia, passa di mano in mano. Coquin conosce il segreto dell’immortalità, esattamente come il mito di Dorian Gray.

Iniziate a sentirla anche voi questa nenia infantile?

Sì. Ne ero certa.

Uno strepito dissonante di carillon invade le mie orecchie. Una vocina beffarda mi intima di cercare il “quadro maledetto”. La curiosità (accidenti a lei!) mi consente di trovare quasi subito ciò che sospettavo già, in cuor mio, esistesse. Ecco qui:

thehandsresisthim01

The Hands Resist Him (1972), è un dipinto dell’artista Bill Stoneham che ritrae un bambino e una bambola dalle orbite vuote. Le loro figure inquietanti si stagliano di fronte a una porta a vetri. Una miriade di minuscoli palmi premono disperatamente contro il vetro, come se volessero superare quell’ideale confine che separa il mondo reale e quello dei sogni.

Gli ultimi proprietari del dipinto lo avevano recuperato per caso nel deposito di una vecchia fabbrica abbandonata. Dopo averlo tenuto con sé per un po’ di tempo, se ne erano liberati perché convinti che si trattasse di un’opera maledetta. Essi sostenevano che durante la notte il bambino e la bambola si muovessero e che il personaggio femminile impugnasse una pistola con cui minacciava il personaggio maschile, costringendolo a uscire dal quadro. Stoneham apparve molto sorpreso dal clamore suscitato dalla sua opera. Secondo lui l’arma impugnata dalla bambola non era altro che una batteria.

Soltanto una leggenda montata ad arte sul web? Forse. O forse no.

Magari i quadri maledetti esistono davvero. In “The Hands resist him” non è certamente raffigurato il nostro “Coquin Mechant”, ma resta comunque quella sensazione straziante di vocine lamentose che squarciano il tempo e lo spazio, per giungere sino a noi.

Mi viene in mente la frase di Paul Valéry riportata nell’incipit del romanzo: Il pittore non deve dipingere quel che vede, ma quel che si vedrà.

Lo stesso potrebbe dirsi per lo scrittore. Egli non deve raccontare quello che accade, ma quello che accadrebbe SE.

Lidia Del Gaudio, autrice del romanzo “I colori del Male”, ha instillato in me il dubbio, prepotente e invincibile, che  il male si approfitti in maniera subdola delle debolezze umane per affermare il suo potere. Allora, quale tempio migliore vi potrebbe essere di un dipinto, ove sacrificare la più riprovevole delle debolezze umane?

Quella per cui si brama il successo, la fama, il potere. La debolezza in nome della quale si combattono guerre, si uccidono persone innocenti, si è disposti a tradire, rubare e corrompere. La debolezza dell’uomo prediletta dal Male: la vanità.

hands-resist-dettaglio-02

http://www.ibs.it/ebook/del-gaudio-lidia/colori-del-male/9788868820435.html

La nostalgia felice, Amélie Nothomb – Edizioni Voland

La realtà si forma soltanto nella memoria (Marcel Proust).

L’ultimo romanzo di Amélie Nothomb, intitolato “La nostalgia felice”, è il resoconto del suo ritorno in Giappone dopo sedici anni, documentato in parallelo dai filmati della televisione francese. Una troupe di France 5 segue da vicino ogni passo compiuto dalla scrittrice, insinuandosi con telecamere e obiettivi fotografici nelle emozioni suscitate dalla vista della casa in cui Amélie ha trascorso i primi anni dell’infanzia, dall’abbraccio commosso con la vecchia governante, dalla visita alla scuola materna, dal tour nei luoghi in cui lei il suo amore giovanile hanno trascorso momenti indimenticabili, dall’omaggio commosso a Fukushima.

Un reportage. Sì, certo. Ma un reportage, se esposto alla maniera di Amélie, risulta poetico quanto un sonetto di  Shakespeare.

La scrittrice belga descrive il suo rapporto con il Giappone come uno di quei grandi amori impossibili che ti segnano per tutta la vita. E di quel tipo di amori possiede tutte le caratteristiche: l’incontro durante il periodo vulnerabile dell’infanzia, l’allontanamento e il successivo lutto (Amélie è costretta ad abbandonare il Giappone a soli cinque anni), il nuovo incontro a venti anni (negli anni, cioè, dei suoi “Stupori e tremori” e “Nè di Eva nè di Adamo”), la scoperta, la passione travolgente, infine la fuga e i sensi di colpa.

Si tratta di un viaggio interiore, la cui natura spirituale è chiara sin dal titolo: “La nostalgia felice”. Un titolo che possiede la delicatezza e la grazia di un fiore di ciliegio o di un haiku.

La Natsukashii orientale, “l’istante in cui la memoria rievoca un bel ricordo che la riempie di dolcezza” è contrapposta alla nostalgia triste, alla nostalgia tipicamente occidentale, che, in quanto espressione di un “valore passatista tossico”, viene solitamente disprezzata. La Natsukashii è la saporita, ghiotta madeleine di cui si nutre la memoria proustiana.

La lettura di Amélie immancabilmente mi trasmette un desiderio ineffabile di meraviglia. Ogni periodo è estasi. Ogni similitudine è incanto. Mi lascio cullare dalle sue parole, come se fosse lei a leggere, come se fossi io a scrivere. Amélie incarna quel fenomeno psicologico di cui lei stessa si fa interprete nelle ultime pagine del romanzo. Quel “contact high”, che colpisce le persone lucide qualora entrino in contatto con qualcuno che è sotto l’influenza di sostanze stupefacenti. Amélie mi trasferisce il suo stato d’intossicazione. Assorbo avidamente le sue splendide atmosfere. E grazie a lei scopro l’indicibile.

Cos’è che può essere definito indicibile, domanderete voi? Presto detto: indicibile è l’amore, indicibile è la natura, indicibile è la vita e, soprattutto, la morte. La perdita e la conquista. Indicibile è l’arte e la creatività che riesce a esprimerla. Indicibile è il ricordo.

Compito difficilissimo dello scrittore è narrare l’indicibile.

Amélie Nothomb ci riesce egregiamente.

La grande amarezza

“Non sopporto niente e nessuno. Neanche me stesso. Soprattutto me stesso. Solo una cosa sopporto. La sfumatura”. Dice Sorrentino.

Io, invece, non sopporto tutte quelle suorine che sgambettano un po’ ovunque. Ogni quattro fotogrammi una suora buttata lì, senza senso. Mai viste tante monache in vita mia. Eppure ero convinta che la maggior parte degli istituti religiosi fossero stati costretti a chiudere per mancanza di “personale”, ovvero per crisi di vocazione. Vivo nella città eterna ed è più facile che io incontri per strada mia sorella (peraltro residente fuori Roma), che non una sorella qualsiasi.

Ma, a dirla tutta, ci sono altre cose che non digerisco. Non sopporto gli outing forzati (o sforzati), i discorsi autoreferenziali, i cliché, le spogliarelliste che devono essere salvate a tutti i costi, le volgarità esibite in maniera provocatoria, le grandi sniffate, i canti gregoriani urlati per redimere lo spettatore, le persone che si deprimono perché sono depresse, le istruzioni per i funerali, i ricordi nostalgici di amori giovanili, quelli che ardono sotto la cenere per anni, la bava alla bocca delle sante ultracentenarie.

E, mi pare assolutamente ovvio, non sopporto certi attori, certi ruoli scontati, certe recitazioni da principianti, certi dialoghi inutili, con una forte presenza di sottintesi, che non sottintendono proprio un bel nulla.

In poche parole non sopporto la scarsa credibilità, la superficialità, la banalità e la clamorosa prevedibilità.

Non sopporto i prodotti confezionati ad arte per compiacere i fruitori del genere. Gli americani saranno stati contenti di scartare questa caramella italiana kitsch, cialtrona e volgare, come un adolescente cui capita fra le mani l’ultimo capolavoro paranormal romance di Becca Fitzpatrick.

Tanto per concludere, non sopporto la piccola grande bellezza. Sia quella che ha vinto l’oscar, sia quella con lo stemma Fiat guidata dal regista.

Tarantino, ne sono certa, avrà storto il naso più di me. Disse una volta a proposito del cinema italiano odierno: “Mi deprime. Lei forse vedrà più film italiani di me, ma quelli che ho visto negli ultimi tre anni sembrano tutti uguali. Non fanno che parlare di: ragazzo che cresce, ragazza che cresce, coppia in crisi, genitori, vacanze per minorati mentali. Che cosa è successo? Me lo dica lei. Ho amato così tanto il cinema italiano degli Anni ’60 e ’70 e alcuni film degli Anni ’80, e ora sento che è tutto finito. Una vera tragedia”.

Già, una vera tragedia. Con la Grande Bellezza abbiamo fatto incetta di stereotipi: c’è il minorato mentale che si suicida, c’è il genitore che non lo sa gestire, c’è più di una coppia in crisi e c’è il ragazzo-protagonista che cresce. Se non bastasse questo, c’erano Sabrina Ferilli, Carlo Verdone, Serena Grandi e Antonello Venditti (sì, pure lui).

Dalì nel Paese delle Meraviglie

Salvador Dalì. L’ecletticità dei grandi artisti. La pazzia dei geni. La capacità visionaria degli incompleti, di coloro i quali si aggrappano con tenacia alla metà del proprio io, scisso fra realtà e illusione, perennemente distante e inafferrabile. La frattura in Dalì era tanto più evidente e tangibile perché trovava supporto nella morte precoce del fratello maggiore, suo omonimo, e nella delirante convinzione di esserne la reincarnazione: “Ci somigliavamo come due gocce d’acqua, ma rilasciavamo riflessi diversi. Probabilmente lui era una prima versione di me, ma concepito in termini assoluti”.

Il lato giocoso, eccentrico, perfino spudorato dell’artista catalano attirano da sempre la mia natura.

Accosto la sua personalità a quella di un bambino dispettoso, viziato e irrequieto. Scorrendone la biografia, ho sorriso indulgente di fronte ai suoi comportamenti dissacranti più divertenti (penso, per esempio, al messaggio inviato a Ceausescu, con cui invitava il dittatore rumeno a impugnare uno scettro come simbolo della sua potenza). Ovviamente ho storto il naso, imbarazzata e piena di rammarico, di fronte alle trovate di pessimo gusto, come nel caso della scritta provocatoria apposta a un proprio disegno: “Qualche volta, per divertimento, sputo sul ritratto di mia madre”.

Bisogna stare molto attenti, rimanere lucidi e obiettivi quando si parla di Dalì, perché la follia di quest’artista è contagiosa. Passeggiare fra i suoi dipinti surreali è come calarsi in un Paese delle Meraviglie, dove tutto è il contrario di tutto. Il fine diventa lo scopo. La pazzia è normalità. Il tempo è cancellato. Si conta sulle punta delle dita, ma le dita a volte non bastano e allora si adoperano le punte insidiose di due baffetti impertinenti, ripiegati su se stessi all’infinito.

salvador-dali-e-philippe-halsman-L-41Xpo-

Dalì è un Cappellaio Matto. Il tè da lui servito ha il sapore forte dell’eccesso e della stravaganza. Pura miscela catalana. Il bimbo capriccioso che è in lui non può non identificarsi nel nonsense Carolliano di Alice nel Paese delle Meraviglie. Così avviene il colpo da maestro: nel 1969 Dalì collabora a un’edizione speciale di Alice in Wonderland della Press-Random House di New York, realizzando dodici splendide litografie (una per ciascun capitolo), più un’acquaforte per il frontespizio.

alicesalvador-dali_alice-in-wonderland

L’Alice di Dalì va in giro saltellando con una corda, simbolo del tempo che passa, della ciclicità degli eventi, ossessivi nella loro ripetitività. Lo stesso corpo di Alice si trasforma in una meridiana vivente, intenta a proiettare l’ombra lunga e sottile del proprio destino. Alle sue spalle la luce splendente di un’infanzia ormai al tramonto.

“Destino” è il titolo di un’altra incredibile collaborazione di Dalì, fanciullino giocoso, con Walt Disney. Una triplice “D” (anzi quadruplice, considerando la colonna sonora del compositore Armando Dominguez) quella che si intreccia per dar vita a una piccola gemma surreale, incastonata nella montatura dorata dell’animazione disneyana.

Il progetto, totalmente dimenticato per circa cinquant’anni (dal 1945 al 1999), è stato rispolverato dal nipote di Walt Disney, mentre lavorava alla realizzazione di Fantasia 2000.

Osservando “Destino” (http://www.youtube.com/watch?v=1GFkN4deuZU), sei intensi minuti di poesia, è difficile trattenere la commozione. Si avverte netta la sensazione che “La persistenza della memoria”, l’idea geniale che consacrò Dalì come uno dei maggiori esponenti del surrealismo, continui a colare da quegli orologi fermi e deformi. Molle nostalgia crepuscolare di un passato che ricorre incessantemente.

Nel film d’animazione le anime dei due protagonisti, un uomo e una donna, s’inseguono in un turbinio onirico di allusioni e d’illusioni. Il finale è un messaggio struggente d’immortalità. L’amore, come l’arte, non ha una collocazione spazio-temporale. La sua persistenza è eterna. I delicati pistilli di dente di leone, tanto ricorrenti nell’immaginario di Dalì, simboleggiano la ciclicità e il ritorno. L’oracolo del Destino è racchiuso in quei soffici globi. Dalì, ostinato, dal Paese delle Meraviglie che lo accoglie ora, ci soffia ancora i suoi sogni e i suoi desideri di bimbo capriccioso.

lgst4028dandelion-salvador-dali-poster

Ceci n’est pas une pont

Il fascino di un ponte è inafferrabile. Una linea di cemento, di legno, a volte soltanto di corde, sospesa fra due sponde. Un’invitante congiunzione. Una prepotente “e” tesa nel vuoto. Tu e qualcos’altro. Altrove da te.

La suggestioni oniriche tipiche dell’arte surrealista riescono a esprimere, più di quanto non siano in grado le mie parole, le ineffabili emozioni suscitate dalla vista di un ponte. Adoro Magritte e la forza evocativa dei suoi dipinti. Ce n’è uno, in particolare, nonostante la disarmante semplicità delle linee geometriche, che mi fa riflettere sulla latente complessità del mondo reale. Già dal titolo dell’opera “Il ponte di Eraclito”, si evince un sfumatura alchemica: la Natura che trasmuta.

Eraclito era il famoso filosofo del “Nessun uomo può bagnarsi nello stesso fiume per due volte”, ma più conosciuto per il suo efficace “Panta rei”, tutto scorre. Nella vita tutto cambia, tutto si trasforma, tutto è in movimento. In questo, peraltro, la filosofia di Eraclito si avvicina molto a una visione estetica della cultura giapponese, quella del wabi-sabi, per cui “nulla dura, nulla è finito, nulla è perfetto”.

magritte-ponte-di-eraclito_580x360

Il ponte raffigurato dal pittore belga è drasticamente imperfetto, interrotto. Non si capisce se sia in parte crollato o se debba ancora essere terminato. Ma quello che conta è il riflesso nell’acqua sottostante. Lì, sulla superficie leggermente increspata dal vento, si materializza per incanto il ponte nella sua interezza. Il ricordo (in caso di crollo), o il presagio (in caso di incompiutezza) di un ponte che è stato o che sarà.

Il collegamento fra passato e futuro, fra ricordo e immaginazione, fra verità e fantasia. Una commistione inestricabile fra mondi diversi, avvalorata dalla presenza di nuvole soffici, che avvolgono in un impalpabile sogno la realtà, ormai sfumata, del ponte.

Ma viene istintivo domandarsi se veramente il ponte interrotto rappresenti la realtà o se non la rappresenti piuttosto, in tutto o in parte, il riflesso cangiante dell’acqua. La cruda, violenta franchezza di quell’acqua, la stessa che restituì a Magritte il corpo privo di vita della madre, suicidatasi, quando lui era poco più di un bambino, gettandosi nel fiume Sambre. L’intuizione, quasi trascendentale, di una Natura sincera nel suo apparire, più delle immagini che la rappresentano. La “Trahison des images”, il tradimento delle immagini, raccontato in tanti dipinti magrittiani, è esemplarmente rappresentata in quest’opera. Ceci n’est pas une pont. Tanto per parafrasare il titolo di un altro famoso dipinto-paradosso del pittore surrealista.

Magritte coglie il mistero dell’universo, percepisce, come lui stesso ammise, “il silenzio del mondo”. Nulla a che fare, quindi, con l’inconscio caotico ed egocentrico raffigurato da Salvador Dalì in un altro magnifico ponte surrealista: “Il ponte dei sogni crollati”. In quest’opera un’euforia di sogni, che hanno assunto le sembianze di corpi umani appena stilizzati, di abbozzi di vita, si muove danzante e oscillante, fino ad arrestarsi e dissolversi nel nulla, laddove il ponte è irrimediabilmente interrotto.

salvador_dali_the_broken_bridge_and_the_dream

L’arte è piena di ponti. L’immaginazione è satura di passaggi, varchi, accessi. Compito imprescindibile di un artista è individuare quelle aperture, quegli spiragli da cui filtra la luce magica della fantasia. Un mistero che illumina a tratti la razionalità della mente.

Esistono persino passaggi nascosti in maniera maliziosa, come il ponte di Buriano, celato in un piccolo cammeo, oltre la spalla destra della Monna Lisa. Quel ponte in stile romanico, che attraversa l’Arno e si spinge nelle frastagliate formazioni rocciose della costa, lascia intuire un’altra possibilità, un’altra interpretazione. Una mirabile magia in atto.

Mona_Lisa_detail_background_right

Allora, il misterioso sorriso della Gioconda sembra alludere proprio a questo: all’eterna incompiutezza dell’uomo e dei suoi inafferrabili sogni.

“Uno studioso al microscopio vede molto più di noi. Ma c’è un momento, un punto, in cui anch’egli deve fermarsi. Ebbene, è a quel punto che per me comincia la poesia” (disse Magritte).

Siamo giunti a quel punto. È giusto arrestarsi qui.

Poesia.

Maleficent: hail the villains

“Siccome Dio poteva creare una libertà che non consentisse il male ne viene che il male l’ha voluto lui. Ma il male lo offende. È quindi un banale caso di masochismo”.

Ha ragione Pavese? Probabilmente, in parte sì.

Eppure. Eppure. Eppure. Dio non è uno sciocco. Egli sapeva bene ciò che faceva nel momento apicale della Creazione. Certo, qualche cosetta, qui e lì,  gli è sfuggita di mano. Sfido io! L’intero Creato in appena sette giorni! È comprensibile una piccola svista. E noi gliela perdoniamo volentieri, senza stare troppo a recriminare.

Tuttavia, questa cosa dell’eterno conflitto fra il bene e il male, a mio modesto avviso, non è soltanto frutto di una deriva divina di tipo masochista, ma possiede una ragione profonda di essere, una funzione ben precisa: fornire all’uomo un utile momento di svago e di evasione dai noiosissimi stereotipi imposti dalla bontà a tutti i costi. La vita umana, come la trama dei migliori film campioni d’incassi, sarebbe del tutto svuotata di contenuto e di fascino se privata dell’attrattiva del male.

Ecco il ring dove si combatte l’eterno conflitto. Nel lato più luminoso (e pulito) abbiamo l’eroe, abbagliante nella sua tenuta multi accessoriata da combattimento. Buono, puro, coraggioso, spesso anche bello. Ma così bello da far tremare le vene nei polsi. Ti piace vincere facile, eh!

Nell’angolo più oscuro (e lercio) abbiamo il cattivo. Malefico, corrotto, vigliacco, spesso brutto. Non bruttissimo, però: l’increspatura impercettibile delle labbra, dischiuse in sorriso beffardo e la piega del sopracciglio, arrampicato sull’impervietà di una fronte perennemente arrovellata in pensieri contorti e inaccessibili, lo rendono comunque una creatura terribilmente seducente. Il cattivo, dicevamo, deve lottare con le unghie e con i denti (dove li abbia); dannarsi l’anima (ovviamente!); ingoiare il boccone amaro dell’esilio e della solitudine, cui viene solitamente relegato. Il più delle volte si trova costretto a subire i nauseanti alti e bassi di una personalità scissa, frantumata, a barcamenarsi nell’impossibilità di superare un dramma psicologico, un’antica ferita, un’ingiustizia subita.

Io non ho esitazioni. Per la verità non ne ho avute sin da piccola. Io tifo per il cattivo! E anche voi, ne converrete certamente: il male ha il suo fascino perverso.

Di più: i cattivi meritano un’occasione per riscattarsi.

Personaggi celebri come Dick Dastardly, Mercoledì Addams, Norman Bates, Joker, Dracula, Frankenstein, Hannibal Lecter, Tony Montana, Keyser Soze, Roy Batty… e tanti altri ancora. Io ho parteggiato per loro, mi sono commossa per loro e, soprattutto, ho sperato in un “unhappy end” in grado di gratificarli.

Non vi è nulla di più banale di un lieto fine. Purtroppo, mai una volta che le cose fossero andate per il verso sbagliato (che poi sarebbe quello giusto dal mio, lo ammetto, distopico punto di vista). Mai.

Il match, sistematicamente, si è concluso con una presagita vittoria degli eroi per K. O. tecnico, con buona pace degli scommettitori più accaniti. Alla fine, rimane un uomo soltanto, che pulisce svogliato gli spalti, prima gremiti dal pubblico, mentre le luci si spengono con un schiocco metallico.

È sempre andata così ed io, per la verità, mi ero quasi rassegnata a quest’accanimento crudele contro i malvagi. Quand’ecco giungere inaspettata la sorpresa: l’occasione di riscatto, fornita a una delle più seducenti regine malefiche disneyane. A tal punto Malefica, che esattamente questo è il suo nome.

Che meraviglia di donna! Ho sempre adorato il suo stile gotico: l’abito nero di raso dalla falda purpurea, il fedele compagno pennuto perennemente appollaiato sull’impugnatura lucente dello scettro affilato come uno stiletto e quel vistoso cappello cornuto, che le cinge il magnifico capo come un’orrida corona.

maleficent_teaserposter  angelina jolie march 2014

Angelina Jolie, nel film dal titolo “Maleficent”, che uscirà nelle sale cinematografiche il prossimo maggio, presterà il suo incantevole volto all’inquietante creatura. La storia, un sogno malinconico sospeso nell’etere fiabesco della Disney e cullato in una danza ipnotica dalla voce seducente di Lana Del Rey (Once upon a dream: http://www.youtube.com/watch?v=J0GyNwrd9oE), narra le vicissitudini della giovane Malefica, creatura pacifica, amante della natura, immersa in un bosco popolato di creature fantastiche con cui condivide una vita idilliaca. L’armonia della selva incantata viene drasticamente interrotta da un’invasione tanto violenta quanto ingiusta, a opera di un avido sovrano. Malefica viene così cacciata dal suo regno e gettata nell’infernale spira della vendetta. Di Lucifero la perfida strega possiede lo sguardo luminoso e incantatore, l’atteggiamento tormentato e la necessità di rivelare una verità che è stata manipolata e nascosta. Malefica assomiglia a un Lucifero gnostico, che precipita con il suo piumaggio nero di corvo nell’incubo di un abisso senza fine.

Finalmente il punto di vista di un cattivo. Finalmente l’oscurità delle tenebre dilagano nel mondo edulcorato della Disney. Finalmente l’unhappy end che aspettavo da una vita.

Fatine color pastello, principi azzurri e castelli incantati, con torri blu cobalto, che svettano graziose su un tappeto di candide nubi, dovete rassegnarvi: siete passati di moda. Once upon a time…

1926895_473618509411251_1088788615_n

Stolpersteine – Pietre d’inciampo

Il mio cuore è inciampato su una pietra lucente, è rotolato su incisioni scabrose.

Si è ferito sulle asperità delle “A”, sul pugnale tagliente delle “I”.

È stato inghiottito dall’abisso divaricato della “V”.

Lettere acuminate che tagliano la carne.

 QUI ABITAVA

ANNA TERRACINA

NATA 1921

ARRESTATA 7.4.1944

DEPORTATA AUSCHWITZ

Morire a ventitré anni, Dio mio!

Perdere ogni diritto, ogni dignità e poi morire!

I miei occhi scorgono un’ombra femminile accovacciata, che insegue con indice tremante poche righe.

Un’anima giunta da chissà dove, per leggere quello che un giorno era stato il proprio nome: sussurrato da un giovane amore; invocato da genitori affranti; disprezzato e sostituito, con un numero tatuato sull’avambraccio, da un soldato sconosciuto.

I passanti, presi dalla propria vita, la sfiorano inconsapevoli. Assenti.

Io, attirata dalla sua morte, mi avvicino incredula. Presente.

Un sussulto confuso di malinconia, e l’anima si disperde nel vento gelido dell’inverno. Eterna.

 

Nevermore!

Once upon a midnight dreary. Era una tetra mezzanotte. Esattamente come nell’incipit del famoso componimento poetico “The Raven”. L’ombra sinistra di un uomo vestito di scuro, con il viso nascosto dalla falda larga di un cappello e da una sciarpa bianca, si staglia nel chiarore dei lumini cimiteriali.

Accanto a lui spicca solitaria una delle prime lapidi all’ingresso del cimitero di Baltimora. Quella bianca, sormontata dal bassorilievo di un austero corvo. Il tempo sembra arrestarsi. Le fronde del lungo viale alberato, attorno al quale sono ordinatamente distribuite tombe e statue consumate dagli anni e dalle lacrime, si irrigidiscono per effetto di uno strano sortilegio. L’aria è satura di magia. Arabeschi di terrore si intrecciano sinuosi nell’oscurità.

Una bottiglia di pregiato cognac Martell, levata in aria da un esile braccio, emette un impercettibile bagliore. L’uomo misterioso brinda alla memoria del defunto: Edgar Allan Poe, il padre della letteratura dell’orrore. E’ il 19 dicembre del 2009. Ricorre il bicentenario della sua nascita. Purtroppo, sarà l’ultimo brindisi in suo onore.

00_visore_edgar_allan_poe_grave_the_poe_toaster

Il rito è stato rispettato con metodica ossessività da sessant’anni a questa parte. Dopo aver bevuto un goccio di alcol, direttamente dalla bottiglia, l’uomo si china sulla lapide, sistema il cognac e tre rose rosse in un ordine dal significato oscuro, bacia l’epitaffio, sussurra poche parole di commiato e quindi si dilegua rapido nel buio, scomparendo, questa volta, per sempre.

Le fronde degli alberi si agitano nuovamente, sospinte dall’alito leggero del vento e dal tempo, che riprende improvvisamente il suo corso prodigioso.

Non è un racconto del terrore, ma una notizia di cronaca, apparsa ogni anno, dal 1949 al 2009, il 19 gennaio, sul “The Evening Sun” di Baltimora. L’identità dell’uomo che brinda, omaggiando la memoria del famoso scrittore e soprannominato perciò The Poe Toaster  (dall’inglese “toast”: brindare), rimane un enigma. Tanti hanno provato ad appostarsi nella gelida oscurità della notte per cercare indizi sufficienti. Jeff Jerome, il curatore della Poe House and Museum di Baltimora, prima, e Gary Smith, giornalista del “Life”, poi, hanno documentato attimi preziosi della cerimonia (quest’ultimo scattando persino una foto), ma nessuno di loro ha osato intervenire per interromperla. Si sono limitati a osservare la scena in ossequioso silenzio. Stupore e rispetto hanno avuto la meglio sulla curiosità suscitata dall’inquietante figura del Poe Toaster.

Poe Toaster

Di lui sappiamo soltanto che, come l’allucinato protagonista del componimento “The Raven”, non ha saputo elaborare il grave lutto subito. Il lutto è una perdita incolmabile negli affetti e nella ricchezza dell’animo. Perdere scrittori e artisti dello spessore di Edgar Allan Poe ha reso l’intera umanità più povera, triste e confusa. Al Poe Toaster va il merito di averlo riconosciuto in tutti questi anni di delicati omaggi. Adesso che anche lui se n’è andato per sempre non c’è più nessuno che domandi al petulante corvo: “L’umanità potrà mai rassegnarsi alla perdita di un talento letterario così fervido?”.

D’altra parte, conosciamo tutti la risposta dell’uccello dal becco aguzzo: “Nevermore!”.

nevermore-the-raven

“Il letto di Procuste” (9° classificato al terzo Contest “La Lettera Matta”)

Gli umani inventano mostri acquattati sotto i letti,

per distogliere l’attenzione da quelli che vi si agitano sopra.

Si affacciò alla finestra, scostando leggermente la tendina e ammirando l’intensità del proprio volto riflesso nel vetro.

Minuscole goccioline incominciarono a picchiettare rade, sulle canne di vetro multicolori, accuratamente sistemate in fioriere di resina rettangolari.

Quelle graziose oasi di natura rigogliosa, fertile terriccio e grassi vermi satolli di humus, erano allineate in una fragile ma meticolosa barriera, addossata alla ringhiera scrostata del terrazzino. Unico, coraggioso baluardo contro la cementificazione, selvaggia e incontrollata, del quartiere periferico in cui la bella Magdalena viveva, ormai, da un paio di anni.

A voler essere esaustivi, Magdalena non era semplicemente bella. Magdalena era splendida.

Il mondo s’illuminava al suo passaggio. Sembrava che una scia di pagliuzze iridescenti seguisse fedele e composta l’incedere etereo dell’armoniosa silhouette.

I vicini, quando avevano la fortuna di incrociarla, sulla rampa sinuosa di scale, che lei percorreva leggera, quasi librandosi in un frullo impercettibile di ali, sino alla sommità, per giungere al grazioso sottotetto in cui abitava, godevano, alla vista della soave creatura. Si beavano del prezioso incontro, rapiti da una meraviglia estatica e trascendentale, tipica delle esperienze mistiche.

Estasiati dal portamento delicato del corpo perfetto. Trafitti dall’intensità magnetica degli occhi chiari. Turbati dal candore perlaceo della pelle levigata e intatta della sua giovane età. Inebriati dal profumo fresco e palpitante dei lunghissimi capelli biondi, sempre sciolti e vagamente ondeggianti, in una frenesia di bagliori abbacinanti. Un’aureola dorata non avrebbe potuto creare più luce sulla sommità di quel capo perfetto.

Alcuni di loro, soprattutto i più anziani, rimanevano appoggiati al corrimani, attenti a non vacillare, sollevando lo sguardo e attendendo, pazienti, il lieve rumore della porta all’ultimo piano, chiusa a proteggere quello che ritenevano essere il sacello inaccessibile di una fulgente divinità.

Magdalena era contenta di abitare all’ultimo piano dell’edificio.

Era nata e cresciuta in un paese di montagna, i cui panorami ricordavano quelli delle Alpi tirolesi, dipinti da Giovanni Segantini: aspri picchi ammantati di neve, screziati dai riverberi rosati di nostalgici tramonti.

Vivere in posti elevati e inaccessibili ti rammenta che la vita è un percorso irto e scabroso, fino alla sommità dei propri ideali.

Pochi riescono ad arrivare in cima. Alcuni si arrendono prima. Interrompono la salita, gravati dal peso del proprio corpo e allarmati dall’aria sempre più rarefatta. Ma Magdalena non era così. Magdalena continuava a salire, ovunque andasse. E continuava imperterrita a inalare a pieni polmoni, qualunque cosa respirasse.

Non si arrendeva mai. Ostinata e caparbia come una capra tibetana. Libera e disinvolta come un’aquila reale. Elegante e affusolata come una giovane betulla. Limpida e glaciale come il lago Achensee.

Il crepitio dissonante della pioggia, adesso, si era trasformato in un’esplosione scrosciante di nebulosi umori, gorgogliando liquida nelle grondaie e uscendone a fiotti, che, frammentandosi in putridi rigagnoli, raccoglievano, al loro passaggio, tutto il livore arroventato di una città frenetica e lo convogliavano nella cavità scura e vorace dei tombini.

Il semaforo all’incrocio pulsava distratto il suo ritmo vitale, in un alternarsi lento e ormai dimenticato da tutti, di rossi esangui e pallidi verdi.

L’inquietudine degli automobilisti, in file disordinate e caotiche, che premevano ovunque, pur di trovare varchi accessibili, era accompagnata ed esaltata dal movimento ipnotico dei tergicristalli.

Una miriade variopinta di ombrelli, sbocciarono progressivamente lungo i marciapiedi affollati, nascondendo sotto la propria fragile corolla, un mondo brulicante di passioni sconosciute e irrefrenabili.

La pioggia, nella città, creava suggestioni oniriche, in grado di aumentare le percezioni sensoriali e la portata dei desideri. Bisogni fisici e stimoli sessuali si acuivano al ritmo lento, poi più veloce e infine più languido dell’acqua.

L’uomo sarebbe arrivato presto, vinto dalla bramosia del suo richiamo.

Magdalena si scostò dal vetro della finestra imperlato di gocce. Non le importava granché di quella città disordinata. L’avrebbe lasciata liquefarsi sotto il fragore inarrestabile della pioggia estiva.

Piuttosto, controllò che tutto fosse al proprio posto, nel confortevole riparo della sua piccola tana.

La soffusa luce rosata creava una seducente atmosfera, colorando ogni singolo oggetto di conturbante malizia e rendendo ogni cosa desiderabile. Più di ogni altra, la pelle opalescente del suo magnifico viso.

Nessun talentuoso pittore avrebbe potuto dipingerne meglio l’incarnato. In effetti, non esistono simili sfumature, nella gamma infinita dei colori che l’arte ha inventato, copiandole dalla natura. Solo la luna le possiede. La bellezza di Magdalena racchiudeva in sé l’enigma della luna. L’enigma del lamentoso e devoto ululato dei lupi, persi nella sua contemplazione.

L’uomo era arrivato. Nessun ringhio famelico ne faceva intuire la presenza alla soglia della porta, ma Magdalena ne avvertiva fortissima l’avidità. Spalancò l’uscio, sorprendendo il proprio ospite nell’atto di suonare il campanello.

Non si sarebbe potuto dire se egli fosse rimasto più meravigliato dal tempismo dimostrato o dalla bellezza che gli si parò innanzi, tutto di un botto.

Ma era un individuo scaltro e pieno di risorse. Le stesse che gli avevano concesso, fin da giovane, di salire, sempre più in alto, nella scala vertiginosa della società. Non si perse d’animo ed entrò nella piccola, accogliente, alcova.

Tuttavia, per quanti sforzi egli facesse, nel vano tentativo di mostrarsi spontaneo e disinvolto, non riusciva a distogliere gli occhi dal volto magnifico di lei. I suoi amici lo avevano ben consigliato. Aveva viaggiato molto, nella propria vita, per piacere e per lavoro (che poi, a dirla tutta, per lui, erano la stessa cosa), e le occasioni di conoscere donne bellissime non gli erano certamente mancate. Nonostante ciò, mai gli era capitato di imbattersi in una simile creatura. Forse, solo una visita al paradiso avrebbe potuto concedergli un così fortunato incontro.

Magdalena gli sorrise enigmatica. L’uomo per un attimo temette che la donna angelo potesse intuire ogni suo singolo pensiero.

Provò a cacciar via quella sensazione avvicinandosi a lei, come si fa con le cose che ti appartengono, dando per scontato che fosse sua e che, comunque, avrebbe potuto farla sua tutte le volte che avesse desiderato.

Lei si lasciò annusare, mansueta, continuando a sorridere, con quel sorriso ineffabile, che la rendeva terribilmente seducente ma inaccessibile.

Fu sorpreso dall’intensità aromatica di quel profumo e dall’imprevedibile reazione olfattiva in lui suscitata. Odore di natura incontaminata, distese verdi e lussureggianti, spazi sconfinati, attraversati da repentini refoli di vento, che rapiscono la mente, scollegando sinapsi e sparpagliando ovunque neuroni cerebrali.

Perso.

Si sentì scoperto e indifeso, come mai gli era capitato prima, nella sua breve vita di predatore.

Magdalena lo rassicurò prendendolo per mano. In silenzio lo condusse verso un sontuoso letto stile impero.

Egli si accorse, solo allora, che, non avevano scambiato alcuna parola. Nemmeno si erano presentati. Non che fosse necessario, ma il desiderio impellente di sentirle pronunciare il proprio nome o qualsiasi altra parola lo travolse, in maniera più intensa, perfino, di quello fisico.

Improvvisamente lo colse un dubbio: «Parli la mia lingua?».

Lo guardò stupefatta: «Certo che parlo la tua lingua. Oltre alla tua, ne parlo correntemente altre tre, meno fluentemente altre due. Se hai delle preferenze, non devi far altro che scegliere».

L’uomo vacillò. Il suo granitico ego incominciò a creparsi, scalfito dalla punta acuminata di quella lingua superba. La dizione era assolutamente perfetta, limpida e chiara. Priva del petulante miagolio, tipico delle ragazze dell’est.

Lei tenne a precisare ulteriormente: «E’ incredibilmente amaro, a volte, constatare come la gente ami adagiarsi nella banalità dei luoghi comuni. Una ragazza straniera, che si concede per una manciata irrisoria di denaro, deve necessariamente essere una povera analfabeta. Non è vero? Anche tu la pensi così?».

Il suo modo di fare era volutamente provocatorio, allusivo e malizioso. Con una leggera spinta lo fece adagiare sul letto, mentre con le dita affusolate gli slacciava la camicia, bottone dopo bottone.

Venne travolto dall’alta marea di quelle parole salaci e di quei gesti disinvolti. Meravigliandosi del suo stato di soggezione, osò domandarle, con una sfumatura appena percettibile d’ironia nella voce: «Chissà quale titolo di studio puoi sfoggiare, allora… ».

«Un eccellente titolo di studio! Certamente non il migliore, ma ti assicuro che non è poi così semplice ottenere una laurea, come sono riuscita io, in pochissimi anni e con ottimi voti, al Collegio Accademico di Alba Iulia».

«Alba Iulia? Non ne ho mai sentito parlare, dove si trova?».

«Non la conosci perché, probabilmente, non sei una persona così colta come reputi di essere. Alba Iulia si trova in Transilvania».

Non si offese. La sua tracotante vanità era stata completamente neutralizzata dalla posizione privilegiata, sotto il corpo carezzevole di lei, e da quei modi seducenti.

«Che meraviglia! Una vampira laureata… ».

La battuta non era stata delle più felici. Se ne rese conto, immediatamente dopo averla proferita.

Un guizzo di luce attraversò il mare celeste dell’iride, perdendosi nella bianca e spumosa risacca che l’avvolgeva.

«Altri luoghi comuni… associare la Transilvania ai vampiri è come associare l’Italia agli spaghetti o, se preferisci, alla mafia… ».

Lentamente e con grazia, Magdalena iniziò a spogliarsi. Non ci volle molto, in realtà. Una volta scostate le sottili spalline di seta, l’abito scivolò giù come una valanga di onde voluttuose, trascinando a valle ogni più piccolo pudore.

L’uomo, oramai, non aveva più difese. Lei era magnifica, splendente di luce propria, come una divinità, e se fosse stato necessario invocare un nome per adorarla, egli non avrebbe saputo cosa scegliere, fra Nemesi o Catarsi.

Tutto, in quella donna, dal candore abbacinante della pelle, alla purezza incontaminata delle sue forme, invocava espiazione.

Disposto a espiare ogni sua colpa, presente, passata e, persino, futura, si abbandonò completamente, vittima consapevole e consenziente dei propri sensi.

Magdalena chiese per pura cortesia, sapendo che non ce ne fosse alcun bisogno, il permesso di legarlo al letto.

Annuì distrattamente, come se si trattasse di legare qualcun altro, al posto suo.

Lei si muoveva felina, mentre i lunghissimi capelli biondi gli lambivano carezzevoli la pelle, distraendolo ancor più da quello che stava avvenendo.

Le fasce di cuoio con cui gli vennero legati polsi e caviglie, spuntarono quasi per magia, dalle coltri profumatissime. Lo tenevano saldo al letto, rendendogli impossibile qualsiasi movimento, fatto salvo quello della testa, un po’ ciondolante, per via di un insolito avvallamento nel materasso.

Lei iniziò a parlare, prima sussurrando dolcemente nell’orecchio, poi, una volta accomodatasi languidamente a cavalcioni sopra di lui, alzando leggermente il tono della voce.

«C’è una storia che devi conoscere. Sai chi era Procuste?… No, sono certa che non lo sai. Adesso ti dirò io, chi fosse costui. Procuste, lo stiratore, era un brigante dell’Attica. Assaliva le proprie vittime in un modo curioso. Prima le neutralizzava, legandole su di un’incudine a forma di letto, quindi stirava il corpo dei viandanti più corti, o amputava le parti eccedenti di quelli più lunghi.

Con l’espressione ʻletto di Procusteʼ, quindi, si può correttamente indicare il tentativo di ridurre a un unico modello, cose, persone, comportamenti».

Iniziò a essere invaso da una spiacevole sensazione. Ma quella creatura angelica, certamente, non poteva avere cattive intenzioni. Non vi era nulla da temere. Ne era sicuro. Si rammaricò soltanto della posizione scomoda del proprio capo, sollevato appena per guardare la donna negli occhi.

Totalmente rapito dall’incessante discorso, proferito con sorprendente sicurezza, nei concetti e nell’eloquio, si limitava ad annuire ogni tanto, conservando un religioso silenzio.

«Purtroppo viviamo in un mondo stolto. Privo di un’apertura mentale sufficiente per scorgere le differenze esistenti fra individuo e individuo e per giudicare le persone in maniera corretta, senza farsi abbindolare da fuorvianti apparenze e da false superstizioni. Ci illudiamo che vi siano malattie inesistenti, razze inferiori, modelli privilegiati. Ingurgitiamo i messaggi subliminali di sistemi mediatici corrotti. Siamo tutti vittime di esasperanti, vigliacchi pregiudizi. Gli stessi sciocchi pregiudizi che spingono la società a giudicare un verme come te − ignorante, arrivista, speculatore, traditore, approfittatore − un uomo di successo, e una ragazza come me − colta, educata, spontanea, idealista − una prostituta priva di morale».

Non fu certo di aver capito bene. A scanso di equivoci provò a saggiare la consistenza delle cinghie cui era legato. Strette e resistenti.

Magdalena serrò le sue cosce attorno al corpo inerme e quel gesto, incredibilmente, fu sufficiente a placarlo. Continuò, quindi, il suo insolito monologo.

«L’abito non fa il monaco. Saggezza popolare dei bei tempi andati! Oggi non esiste più alcuna saggezza, cui appellarsi. Non vi è ombra di dubbio che l’abito faccia il monaco… anzi, per la precisione, l’abito è il monaco! Lo spirito sembra essere completamente evaporato e, sotto la veste talare, non si scorge più nulla.

Completamente uniformati a un volere superiore, che ci suggerisce il modo esatto in cui dobbiamo agire, abbiamo dimenticato di possedere ciascuno una testa propria, per pensare, decidere e giudicare individualmente.

In un mondo siffatto, crescono e proliferano parassiti come te. Esseri corrotti e privi di morale, cui la società ha consentito di emergere, perché rispondono esattamente ai requisiti imposti dalle leggi della giungla.

Ma c’è qualcuno o qualcosa che intende ribellarsi a tutto ciò.

Redivivi Procuste desiderano ardentemente pareggiare i conti. E lo capisci da te che, quando dico pareggiare, facendo riferimento al mito del brigante greco, ovviamente, intendo dire tagliare ciò che è in eccesso. La testa è del tutto superflua e inutile in un mondo ove c’è chi pensa al posto tuo e ti dice esattamente quello che devi o non devi fare. Quindi, adesso… ».

La pausa fu lunga, eccessivamente lunga ed esasperante per le sue orecchie tese nell’ascolto e il cervello ancora in stato confusionale. Gli organi sensoriali dell’uomo, messi così a dura prova dalla prolungata eccitazione fisica e mentale, accolsero le parole finali dell’interminabile discorso come un fiammifero acceso su un corpo cosparso di benzina. Un’ardente vampata di consapevolezza. Solo un modesto assaggio dell’Inferno che lo attendeva a fauci spalancate.

«… La taglieremo via!».

Iniziò a divincolarsi e a strillare, bestiale e impotente come un animale segregato in gabbia.

Ormai era troppo tardi. Il gesto di Magdalena, armata di una lama affilatissima, fu veloce e preciso. Dopo pochi secondi, l’inutile estremità si adagiò inerte, nell’apposita cavità del letto. Gli occhi dell’uomo, colmi di raccapricciante stupore, erano sbarrati nella contemplazione di una vita ormai perduta per sempre.

Magdalena pulì il proprio volto da uno schizzo impertinente di sangue, quindi, dopo aver afferrato il cellulare sul comodino, accanto al letto, compose rapida un numero.

Mentre attendeva una risposta, all’altro capo della linea telefonica, guardò costernata il corpo ormai privo di vita e la macchia color porpora che si espandeva rapidamente sulle candide lenzuola.

Una voce maschile, a lei ben nota, rispose al terzo squillo: «Pronto, Magdalena, dimmi… ».

«Venite a pulire. Sbrigatevi, ho fretta. Fra un paio d’ore ho un altro cliente… ».

3 lm 3

“Il dono”

Si aggirava indolente nei viali brulicanti di esuberante vitalità e risatine melliflue.

Dal fitto fogliame dei cespugli di alloro, che popolavano le aiuole verdissime, e dalle fervide menti degli studenti, sature di speranze e di ambizioni, esalava lo stesso profumo nostalgico di corruttibile vanità.

Quella briosa fragranza campestre La metteva profondamente a disagio.

La situazione, il luogo e perfino il periodo dell’anno – maggio, il mese delle rose: la Natura ormai greve di fiori e di frutti, l’istinto animale all’apice delle proprie pulsioni sessuali – La facevano sentire del tutto inopportuna.

Lei era abituata a frequentare luoghi completamente diversi. Ospedali, carceri e grandi arterie trafficate rappresentavano le mete preferite del Suo coerente vagabondare. Odore penetrante di farmaci, sudore e ferodi surriscaldati. Vibrazioni intense di paura, ira repressa e adrenalina. Questa l’alchimia chimica ed emozionale cui era assuefatta.

Solitamente si sentiva più motivata nelle Sue azioni e condivideva per Filo e per Segno le scelte compiute dal Fato. Quel giorno, purtroppo, non era così e non riusciva, per quanti sforzi facesse, ad afferrare il significato recondito di una Sua chiamata all’interno della quieta e graziosa cittadella universitaria.

Apparentemente un’oasi tranquilla nel marasma caotico e selvaggio di una metropoli cialtrona e incivile.

Si fermò perplessa a rimirare le splendide fattezze della mastodontica statua, raffigurante la Minerva, dea romana della sapienza e della guerra.

Non aveva mai creduto che vi fosse molta saggezza nell’arte bellica, in considerazione, soprattutto, dei suoi efferati e sanguinosi esiti, ma la dea Le era stata sempre simpatica, per via di quel misterioso animale totemico, la civetta, che l’accompagnava nelle raffigurazioni più comuni. Il piccolo rapace notturno, sin dall’epoca di antichissime civiltà, come quella azteca ed egizia, simboleggiava la morte e l’oscurità delle tenebre.

Quella considerazione, paradossalmente, La rinvigorì, restituendole una sferzata di fiducia e di alacrità. Proseguì, nonostante ciò, nell’esame minuzioso della statua. Le restava ancora parecchio tempo a disposizione e aveva intenzione di prendersela comoda.

Le braccia protese al cielo dell’invincibile guerriera, in un gesto rigido e impettito d’invocazione e di saluto, La fecero riflettere sul fatto che gli studenti non dovessero gradire in maniera particolare l’enfasi e l’autorità di una tale accoglienza.

Seguì la direzione di quello sguardo freddo e calcolatore, perfino più del Suo, fino all’ingresso principale, costituito da una successione di varchi squadrati, molto simili ai dolmen megalitici. Una porta universitaria rassomigliante al preistorico accesso funerario! Ne fu incredibilmente sorpresa.

Una cosa era certa: Lei amava l’architettura razionalista e il coacervo d’idee e fermenti intellettuali a essa sottesa. Le forme semplici e razionali, rifletté, possiedono un indiscutibile pregio: sono facilmente comprensibili e non celano significati reconditi particolari. L’eliminazione di ogni orpello o fronzolo, dalle finalità esclusivamente estetiche, godeva del Suo più sincero beneplacito. La linea pura, dritta e sobria poteva essere facilmente recisa. Come la Vita stessa.

Scosse il capo, desolata dal Suo humour macabro, e riprese la strada.

Era incredibile come tutti Le passassero accanto, senza far caso a Lei, al Suo abito scuro e un po’ liso dagli anni, al Suo pallore emaciato, alla Sua espressione colma di rammarico e attonito stupore. Poi, a un tratto, accadde qualcosa d’insolito.

Una ragazza bionda, che percorreva da sola il viale, in senso opposto al Suo, si fermò improvvisamente. Una corolla di panico si schiuse sul delicato stelo della sua esile figura.

Ella giurò che qualcuno, finalmente, si fosse accorto di Lei e che la moltitudine circostante, fremente di entusiasmo e di gioia, fosse improvvisamente scomparsa, risucchiata nel vortice insidioso di un respiro vitale trattenuto a morsi fra i denti serrati.

Precognizione di Morte. Accadeva raramente. Ma poteva accadere.

Che turbamento fu per Lei, solitamente così scevra di emozioni, scorgere gli occhi atterriti della giovane risalire la Sua figura ossuta e proseguire, in quel volo privo di ali, per innalzarsi fino al cielo, ammirandone l’azzurro opalescente. Il colore dell’infinito.

Ne lesse chiaramente il pensiero.

“Se adesso morissi, quante cose lascerei incompiute! Quante persone piangerebbero la mia assenza! Quanto mancherei a me stessa: alla me stessa che sarei potuta o dovuta essere!”.

La ragazza bionda stava per scoppiare in un pianto dirotto, inconsulto e irrefrenabile. Quella consapevolezza dilagante si era trasformata in un grumo denso di rimpianto che le bloccava l’esofago.

Improvvisamente, però, la fugace visione di Morte si dissolse, mentre la folla vitale riapparse, col suo brusio incessante di ardenti desideri e vane speranze.

Si era trattato soltanto di un sopralluogo: la Morte mostrò le sue scarne spalle alla Vita e si allontanò da lì.

La mattina successiva, 9 maggio del 1997, sarebbe tornata per compiere quanto era stato deciso.

§§§

L’indomani il sole splendeva alto nel cielo. Un’altra tiepida giornata di primavera.

Infastidita dal tripudio di luci e di colori sfavillanti decise che avrebbe trovato riparo in uno degli edifici accademici circostanti.

I lunghissimi corridoi della facoltà di Giurisprudenza erano fitti di ombre e cosparsi di residui polverosi. Incredibilmente, lo stesso aspetto, un po’ sciatto e abbandonato, convenzionalmente attribuito, in quell’epoca di declino e corruzione, alla Giustizia.

Venne attirata dal vocio confuso di un’aula. Mentre osservava dall’alto, con sguardo spento e implacabile, l’anfiteatro che si allargava ai suoi piedi, come un paio di braccia imploranti, intuì che la Sua vittima era lì, immersa nella folla fluttuante di vite distratte.

Al saluto di commiato del professore, tutti si alzarono desiderosi di allontanarsi al più presto dall’aula.

Seguì il serpente sinuoso di ebbrezza giovanile snodarsi per corridoi e scalinate, fino all’esterno dell’edificio. Di nuovo il sole abbagliante. Nei dardi scintillanti di luce, Lei soltanto poté riconoscere il luccichio sinistro di un proiettile.

Fu un attimo. Un istante eterno. La giovane, che cadde colpita dall’oltraggio di quel gesto umano, assomigliava in maniera impressionante alla ragazza bionda incontrata il giorno precedente. Ma non era lei.

Anche questa volta vi fu un pensiero da leggere. L’ultimo pensiero.

“Si affastellano nella mia mente, in disordine caotico e in un ronzio incessante di sciame, i miei desideri di giovane ragazza, le piccole ossessioni, gli insignificanti turbamenti, i sentimenti acerbi.

Adesso, inoltre, con gli occhi dell’Anima, riesco chiaramente a vedermi donna, laureata, professionista, circondata dall’affetto delle persone care.

Nitide visioni del mio Futuro si succedono in rapida sequenza logica.

Assisto, invasa da struggente malinconia, alla gigantesca proiezione di un flashforward della mia vita interrotta.

Io che sorrido estasiata durante i festeggiamenti per la mia laurea. Io che brindo col mio compagno, seduti sul pavimento di una casa ancora interamente da arredare. Io che allatto una bimba attaccata avidamente al mio seno.

Tutti quei Natali, quei viaggi e quelle ricorrenze felici che s’inseguono vorticosamente in immagini sempre più confuse.

Ovviamente ci sono anche litigi, lacrime, rinunce e delusioni.

In fondo che cos’è la vita se non un alternarsi prodigioso di tutti questi episodi?

Era tutto scritto. Era tutto previsto.

Ma la follia di uomini maledetti ha troncato quel naturale percorso.

La Morte, spiazzata, ha dovuto scegliere in fretta. Fra centinaia di giovani ragazzi ha colpito me. Perché? Non so.

So solo che altri avranno i miei festeggiamenti, i miei brindisi, i miei istinti materni… la mia gioia, le mie soddisfazioni, i miei traguardi… la mia rabbia, il mio dolore, il mio rimpianto.

Altri avranno il dono della vita. Della Mia Vita.

I miei occhi sono stanchi di ammirare il cielo terso, così splendente di luce e così… quieto, tranquillo, sereno. La mia anima, ansiosa di fuggire altrove, cede un ultimo struggente pensiero alla mente, anch’essa ormai consapevole dell’imminente distacco: La Vita è un magnifico Dono”.

La Morte si commosse.

Rinviò il triste momento, accordando altro tempo alla fragile Anima impreparata.

Il dono che Marta, perché questo era il nome della ragazza, Le aveva concesso, dilatando in un fiore purpureo di sgomento e di poesia quell’ultimo pensiero, era paragonabile, per pregio e per valore, unicamente all’inestimabile dono della Vita, elargito a chi, quel giorno, era sopravvissuto.

Dedicato a Marta Russo

“La zattera della Medusa” (selezionato e pubblicato nell’Antologia “Italian Noir 2”)

L’aria soffocante era satura di violenza e di morte. Dalle assi sconnesse filtrava una luce nostalgica.

«C’era stata vita là fuori − la sua vita − un giorno lontano…» pensò Bruce.

Lì dentro, invece, un cimitero caotico di braccia, teste e gambe si accatastava in mucchi disordinati di decomposizione.

Lui e i suoi cinque amici, si erano studiati da lontano per giorni, quindi si erano aggrediti verbalmente. La tensione fendeva l’aria come una lama affilatissima.

Il passo, dalle parole ai fatti, era stato breve e inevitabile. Vi erano state le prime aggressioni fisiche, con qualche occhio contuso e qualche spalla slogata.

Quarantotto ore dopo l’inizio della segregazione in quel tugurio, il cervello di tutti era partito, completamente fritto dai sintomi devastanti dell’astinenza da cibo, da roba e da aria pura.

Le narici, invase dall’odore rivoltante delle proprie e altrui feci, fremevano di disgusto e di raccapriccio. Una tremenda verità scardinò con violenza ogni freno inibitorio: la presenza degli altri era nociva e sottraeva ossigeno alla propria sopravvivenza.

Le tenebre della seconda notte, trascorsa rinchiusi nel magazzino, furono letali per la maggior parte di loro. C’erano attrezzi da lavoro e da giardinaggio appoggiati alle rastrelliere arrugginite. Tutti, a un tratto, vennero folgorati dalla stessa furia omicida. Voglia di sopravvivere, certo. Ma, soprattutto, desiderio incontenibile di uccidere.

Brancolando nel buio, s’impadronirono dell’oggetto più affilato che capitò loro sottomano.

I primi fendenti alla cieca. Gli ansimi, gli urli di rabbia e di dolore, le imprecazioni e infine… i colpi andati a segno e le grida strazianti. Non erano più uomini ma bestie al macello e i versi emessi, in punto di morte, erano simili a quelli di maiali sgozzati.

Bruce era l’unico sopravvissuto alla terribile mattanza. La ferita infertagli, con un colpo di falcetto, dal defunto Adrian, aveva aperto sul suo ventre rigonfio un taglio a forma di luna. Dal satellite fatto di sangue e brandelli di carne, spuntavano le interiora. Il palmo aperto della mano tratteneva tutto quello che poteva, il resto sgocciolava fuori in uno stillicidio esasperante di odio e rancore.

Consapevole del fatto che presto sarebbe giunto anche per lui il momento del trapasso, decise di compiere un ultimo gesto provocatorio e irriverente, rivolto a chi − e lui aveva una precisa idea circa l’ideatore dell’intera faccenda, quell’ispettore di polizia col viso ghiacciato in un’espressione di rancoroso disprezzo − li aveva costretti a uccidersi l’un l’altro, come animali.

Si rammentò a un tratto della magnifica Eleanor. Tutti l’adoravano. Non si poteva essere immuni a quel fascino antico di donna leggendaria. A guardarla e ascoltarla comprendevi e giustificavi gli uomini che, nel corso della storia, si erano suicidati per amore. Una volta, nel bel mezzo di una lezione, in cui erano capitati vicini di posto, gli aveva concesso un pensiero. Lui non si ricordava di che cosa si stesse parlando, ma saltò fuori questa cosa immensa dell’Ikebana, l’arte giapponese di comporre i fiori, come offerta votiva agli dei. La traduzione letterale della parola, lei aveva spiegato in un sussurro di voce, che gli aveva rimescolato le viscere − le stesse che oggi (chi l’avrebbe mai detto allora!) teneva in mano e gli ciondolavano per un bel tratto, come un guinzaglio sanguinolento − era “fiori viventi”.

Eleanor, stupefacente ed enigmatica, un mistero di ragazza che non si concedeva a nessuno. La sua inaccessibilità era stata violata in un modo bestiale. Il branco, le droghe, la frustrazione e la violenza, avevano potuto laddove la volontà della ragazza aveva posto un divieto assoluto.

La traballante lucidità di Bruce, adesso, non concedeva spazio a ragionamenti complicati. Tornando all’arte di comporre i fiori, un’idea malsana gli era balenata nel cervello, ormai in pappa: l’arte di comporre gli arti. Lui, Bruce Dickens, nel pieno delle sue incapacità mentali, con la morte che gli alitava sul collo, avrebbe realizzato una macabra composizione con l’unico fiore maledetto a sua disposizione: la mano mozzata dell’amico NicKo (l’aveva riconosciuta grazie al ridicolo anello, sormontato da una testa cornuta di diavolo, infilato sull’anulare). Mentre conficcava lo stelo reciso dell’osso radiale nello spazio rimasto fra alcune assi sconnesse del pavimento, Bruce canterellava una canzone e pensava a quanto sarebbe stata bella la sua composizione di fiori morti.

« … And so we lay, we lay in the same grave our chemical wedding day and so we lay, we lay in the same grave… ».

Un fiotto copioso di sangue gli colò dall’angolo della bocca lungo il collo. Fece in tempo a sollevare il dito medio di Nicko, nero di cancrena, pochi istanti prima di morire.

 

Sette giorni dopo.

 

La sigaretta gli penzolava insolente dalla bocca. Il pensiero che quei saccenti della scientifica, con le loro cuffiette, mascherine e pennellini, lo avrebbero nuovamente redarguito per via della cenere, disseminata un po’ ovunque sul pavimento, gli dipinse sul viso un sorriso beffardo. D’altra parte era consapevole che i colleghi, abituati al suo disprezzo per il codice e ai suoi tentativi, quasi ostentati, di inquinare la scena del crimine, si erano rassegnati a scansare, dall’elenco delle prove da esaminare, i residui delle immonde Belomorkanal da lui fumate.

«… Questa qui è la porcheria che si lascia dietro quello stronzo di Crowley!».

L’ispettore Crowley adorava le sigarette russe. Il modo rustico col quale erano confezionate le insolite papirose la diceva lunga sulla personalità di un loro estimatore: una sorta di bocchino, realizzato con un cilindro di cartone, alla cui estremità viene inserita una piccola cartina, ripiegata alla meglio, contenente trentacinque milligrammi di puro catrame. In breve un sapore fortissimo, rude, arcigno, selvaggio, in un contenitore dall’aspetto grossolano, che spesso si presta all’utilizzo della marijuana.

Se per uno scherzo beffardo del destino, un omicida, fumatore di Belomorkanal, avesse lasciato alcune tracce del suo passaggio, sarebbe stato del tutto ignorato per colpa del deprecabile precedente.

All’ispettore Crowley non fregava nulla della sua cattiva fama. La parte più condiscendente e generosa dei suoi colleghi lo definiva “il puttaniere”, per via delle torbide relazioni da lui intrattenute con le spogliarelliste dei locali a luci rosse, mentre quella più severa e risentita lo riteneva un maniaco schizofrenico, affetto da una forma aberrante di necrofilia.

In realtà, Alan Crowley considerava la morte l’orgasmo allucinato di una vita puttana. Gli essere umani si rassegnano a credere, che si tratti di un fatto del tutto naturale: si nasce, si vive e si muore. Invece, non vi era nulla di più artificioso, secondo il pensiero Crowleiano, della morte. Entità tanto finta e infida da non sapere nemmeno cosa farsene di quei corpi voluttuosamente stramazzati. Al suo passaggio lasciava una lunga scia di cadaveri, noncurante e impietosa, di fronte a qualsiasi forma di decomposizione.

Anche quel giorno, nel momento in cui varcò l’ingresso del magazzino e un miasma di carne putrefatta gli riempì le narici, il primo pensiero di Alan fu: «Morte, sei passata di qui? Dall’odore pare che ci toccherà pulire per un bel po’!».

Membra umane erano disseminate ovunque in un macabro puzzle da ricomporre. Il sangue rappreso, sorvolato da un impercettibile ronzio di mosche, sembrava il sigillo in ceralacca apposto sui trapassati, ma non vi era alcuna possibilità di mettere in dubbio l’autenticità di quei cadaveri.

Una cosa, più di tutte le altre, attirò la sua attenzione: una mano conficcata nelle assi irregolari del pavimento, al centro della stanza. L’osso radiale, completamente spolpato serviva da puntello. Il palmo era serrato in un pugno. Le nocche bianche sporgevano da brandelli violacei di pelle. Un solo dito, il medio, si ergeva solitario e impettito in un beffardo vaffanculo urlato silenziosamente dall’oltretomba.

L’ispettore iniziò a ridere, prima facendo sobbalzare il petto in una sorta di singhiozzo convulso, poi in maniera sempre più sguaiata, con il tipico grugnito catarroso dei fumatori accaniti.

Dovette attendere che l’eccesso di tosse passasse, quindi, si fece avanti di un passo, gettò la cicca della sua Belomorkanal a terra e, con una lieve rotazione del piede, la schiacciò assieme al dito eretto.

Il movimento produsse un suono croccante di ossa spezzate e uno gelatinoso di polpa maciullata.

L’esecuzione di morte per mano propria aveva dimostrato, l’ennesima volta, di essere lo strumento di giustizia più efficace.

 

Un mese prima.       

 

«Dichiaro gli imputati Dave Milian, Bruce Dickens, Steve Taylor, Nicko Hill, Adrian Costa e Janick Purdy, per il reato loro ascritto di omicidio… innocenti!».

Il giudice aveva sentenziato con il cipiglio autoritario e distratto, esibito da chi è certo di aver reso giustizia non solo alla causa discussa in quella mediocre aula di tribunale, ma al mondo intero.

L’incredulità e lo sgomento, dipinto sul volto dei familiari della vittima, era pari a quello manifestato il giorno in cui era stato loro comunicato il decesso di Eleanor, brillante studentessa di appena ventuno anni.

Nello stesso istante in cui il proprio sguardo incontrò l’espressione impotente e frustrata del Procuratore, l’ispettore incaricato delle indagini, Alan Crowley, seppe che si sarebbe occupato della faccenda a modo suo. Avrebbe trasformato un magazzino di periferia in una nuova, terrificante zattera della Medusa, facendo naufragare per sempre quelle sei inutili vite.

copertina-italian-noir-2-web

 

http://isognidicarmilla.wordpress.com/2013/12/07/disponibile-lantologia-italian-noir-2/

“Il Ponte” (5° classificato al Concorso “Giallo Birra 2013”)

Nell’oscurità della notte Ponte Sant’Angelo si srotolava, come un nastro di luce sfavillante, sopra i flutti increspati del Tevere. L’acqua putrida lambiva indolente i massicci piloni di pietra, producendo un gorgoglio sommesso, appena percettibile nel silenzio irreale di una città apparentemente disabitata.

Un uomo dalla corporatura esile procedeva con andatura barcollante verso il Rione Ponte. Le due file parallele di angeli, posti sul parapetto, scrutavano dall’alto lo spettacolo poco edificante offerto dal passaggio di quell’ubriaco, che, dopo aver inciampato una, due, tre volte, finì per accasciarsi stremato accanto alla statua angelica con la testa coronata di spine. Nessun passante accorse a soccorrerlo. L’uomo rimase a terra per circa un’ora, biascicando parole incomprensibili. Completamente solo, lui e i dieci Angeli della Passione.

A un tratto, accadde un fatto inspiegabile. L’aria tiepida della primavera venne improvvisamente sferzata da un alito ghiacciato di neve. Il manto stradale, verso l’estremità del ponte, cui egli sembrava diretto prima di perdere i sensi, iniziò a coprirsi di un candido velo.

Scosso dai brividi, il viandante solitario iniziò a riprendersi e a ricordare qualcosa di sé: si chiamava Francesco e aveva trentanove anni. In un lasso di tempo molto breve aveva perso il lavoro, la casa, la moglie e se stesso. Il blocco dello scrittore, fenomeno che affligge, almeno una volta nella vita, chiunque sia dedito, con incurabile passione, a questo nobile mestiere, lo aveva reso irascibile, scontento e vizioso. Il vizio dell’alcol, in particolare, infestava il suo corpo disabitato, come un demone assetato dall’arsura infernale. L’anima era volata altrove, preda di fantastiche ossessioni.

La moglie aveva sopportato a fatica il suo stato di uomo deluso e frustrato per circa nove mesi. Quindi, una triste e uggiosa mattinata di fine novembre, di quelle in cui persino il Padreterno sembra voglia dar sfogo alle questioni insolute col genere umano, lei partorì la sua irrevocabile decisione: ognuno per la sua strada.

Era rimasto solo. Lui e la figura seducente di una bottiglia di birra. Non vi era paragone con nessun’altra donna: bionda, silenziosamente appagante e disponibile diverse volte in una sola giornata. Prima che il sole tramontasse, poteva scolarsi parecchi boccali. Quella sera, per esempio, aveva già fatto fuori tre bottiglie di buonissima birra ceca.

Adesso, ovviamente, la testa gli doleva come se avesse un’ascia conficcata nel cervello. Quando, con grande fatica, riuscì a sollevare le palpebre su una visione molto approssimativa di una realtà sfumata e fluttuante, notò, alla fine del ponte, una massiccia torre dal sapore tipicamente gotico, sormontata da guglie e pinnacoli, appoggiata da un lato a un arco a sesto acuto, che avrebbe dovuto consentire il passaggio ai pedoni.

In quella direzione un candido manto di neve si alzava gradualmente di spessore, coprendo e rendendo quasi irriconoscibili le statue e i fiochi lampioni.

Perplesso, Francesco diresse lo sguardo dalla parte del Castello. Lì tutto era rimasto invariato: i merli da cui si era gettata l’eroina pucciniana, sconvolta per la morte dell’amato, continuavano a impreziosire, con il loro suggestivo orlo, la coreografia notturna del Borgo.

A girarsi verso la parte opposta, invece, ove appena un’ora prima sorgeva il Rione Ponte, con la sua fila ordinata ed elegante di palazzi cinquecenteschi, tutto appariva diverso. C’era quella strana torre e poi, appena più in là, la forma tondeggiante di una grossa cupola. Ma la cosa più inquietante era, senza ombra di dubbio, il fenomeno meteorologico inconsueto e inspiegabile di una nevicata a giugno, localizzato, per quanto lui potesse verificare con i suoi stessi occhi, in un solo quartiere della città.

Prima ancora che riuscisse a muovere un passo in quella direzione, il ricordo legato a una fase spensierata e lontanissima della propria vita lo colpì con la violenza di un pugno ben assestato. Immagini di bagordi giovanili, sperimentati durante il piacevole soggiorno nella misteriosa città di Praga, si rincorsero nella sua mente annebbiata: goliardiche bevute di birra Malastrana si alternavano a rapporti occasionali con meravigliose ragazze ceche. Di certo, lo scopo originario del viaggio – quello di un approfondimento culturale per la tesi in letteratura straniera su Franz Kafka e il realismo magico – era stato del tutto mistificato.

Francesco fu colto da un rigurgito improvviso di lucidità. Certo! Non vi era alcun dubbio: davanti ai suoi occhi galleggiava, avvolta nella spirale vorticosa della neve, l’estremità finale del Ponte Carlo, con la sua torre gotica e la cupola di San Nicola. Per chissà quale scherzo beffardo del destino (o della sua mente labile e contorta), Ponte Sant’Angelo, a metà circa del proprio percorso, assumeva le suggestive fattezze del famoso ponte praghese; le statue angeliche cedevano il passo a quelle dei santi; le acque fresche del Tevere scivolavano lentamente nei gelidi flutti della Moldava; la Città Eterna, in uno slancio appassionato di milioni di chilometri, abbracciava la sfuggente capitale boema.

Una folata di vento più intensa e rigida delle altre sollevò una gran quantità di nevischio. Quando i fiocchi si depositarono, ondeggiando lievi ai margini della strada, Francesco riuscì a scorgere un uomo piccolo e incredibilmente magro procedere deciso verso di lui. In principio una sagoma confusa nell’oscurità della notte, poi sempre più stagliata e delineata al chiarore intenso dei lampioni. Gli si fermò accanto, mantenendo lo sguardo fisso e acuto piantato nel suo. Quegli occhi incenerivano i pensieri e imploravano uno sfogo colloquiale. Purtroppo, la testa di Francesco pulsava al ritmo incessante di un dolore sordo. Non vi erano i presupposti, né la disposizione d’animo per intavolare un’amabile conversazione.

Lo sconosciuto, tuttavia, per nulla scoraggiato dalla muta e ostinata indifferenza dimostratagli, prese per primo la parola: «So che siamo colleghi».

Francesco si domandò cosa ne potesse sapere un estraneo di lui e del lavoro che svolgeva. Osò una battuta sarcastica che, appena proferita, suonò stonata e forzata persino alle proprie orecchie: «Anche lei è dedito all’alcol?».

L’uomo storse appena il naso. Le orecchie appariscenti parvero muoversi anch’esse, come per captare meglio il senso della sciocchezza appena udita.

«Si figuri! Certo che no. Sono astemio e mi attengo a una dieta vegetariana molto salutare. Ovviamente, intendevo dire che anch’io sono uno scrittore».

Francesco, a quel punto, incominciò a spazientirsi. Si sentiva privo di difese e quell’uomo gli incuteva una strana sensazione di sottomissione. Con la mano aperta, pollice e indice appoggiati alle tempie, come a voler tener fermo nella scatola cranica un cervello saltellante e inaffidabile, proferì tutto di un fiato: «Lei non sa nulla di me! Io non la conosco, non scrivo da moltissimo tempo e non ho alcuna intenzione di ricominciare a farlo!».

«Si sbaglia. Io so molte cose sul suo conto e lei, anche se indirettamente, mi conosce bene. Ha letto alcuni dei miei romanzi e quasi tutti i miei racconti. Il suo preferito è uno fra i più noti ed emblematici della mia produzione letteraria: ʻLa metamorfosiʼ».

Una cornacchia, spuntata da chissà dove, volteggiò sinistra sopra le loro teste. Con un gran frullio di ali terminò il suo volo radente appollaiandosi sopra il parapetto del ponte. Lo sguardo stolto e crudele si puntava alternativamente sui due interlocutori.

Francesco si scosse dal torpore, finalmente consapevole e colmo di raccapriccio: quell’uomo era Franz Kafka, il famoso scrittore ceco! Rabbrividì osservando la neve alle spalle dell’uomo srotolarsi silenziosa come un tappeto e guadagnare terreno nella loro direzione. Malastrana laggiù avanzava, rosicchiando via via un pezzetto sempre più grande di Roma. Francesco indietreggiò istintivamente di un passo, dubitando di se stesso e del suo stato mentale. Poi, per un attimo fugace, temette di essere vittima di uno scherzo di cattivo gusto.

«Nessuno scherzo. Sono proprio io. Anzi, ciò che resta di me: null’altro che un alito di sapienza soffiato in un impalpabile ectoplasma».

Kafka, l’ectoplasma o qualunque cosa fosse, era in grado di leggere il pensiero e con suo comprensibile allarme lo fece nuovamente: «Senti freddo perché la parte migliore di te è morta. Tu stesso hai compiuto questo ignobile delitto, una volta che sei divenuto facile preda delle tue insicurezze e ti sei lasciato piegare dai diktat delle convenzioni sociali. Devi immaginare la mente come un ponte, molto simile a questo. Un viale sospeso sul fluido corso della vita, in precario equilibrio fra realtà e fantasia, fra rinascimento e gotico, fra uomo artefice di se stesso e uomo in balia del volere divino, fra certezza e ignoto, fra luce e tenebre. Per tornare a scrivere devi smarrirti nei vicoli più oscuri e misteriosi del tuo inconscio. Luoghi romantici e leggendari come il Ruscello del Diavolo, l’abitazione di Faust in piazza Karlovo, l’emozionante cimitero dello Josefov, il ghetto ebraico, con la sua intricata distesa di lapidi disordinate. Devi perderti nella magica Malastrana della tua anima. L’alterazione che subisce un artista nel suo massimo momento espressivo è così intensa e profonda da suscitare raccapriccio e inquietudine in chi è abituato a cullarsi nella rassicurante normalità del quotidiano. L’arte è rischio, è provocazione, è smarrimento, è perdizione. L’arte è pura metamorfosi».

Detto questo, l’uomo iniziò a subire un’impercettibile trasformazione nel diafano velo dell’epidermide. Qualcosa percorreva rapidamente i vasi sanguigni che ne irroravano il capo. Improvvisi rigonfiamenti si evidenziavano in prossimità della giugulare, guizzavano veloci su per il collo, giungendo sino alla guancia e quindi alla tempia. Qui si soffermavano, pulsando ritmicamente al battito inferocito del cuore. Dopo brevi istanti s’inoltravano nella cavità nasale, attraversando sfuggenti l’arco sopraccigliare.

Il sedicente scrittore non sembrava avvertire alcun fastidio, nonostante il corpo estraneo fosse arrivato al naso, ingolfando lo spazio esiguo della narice. Lunghe antenne vibrarono, fuoriuscendo dal piccolo pertugio. Il raccapriccio e il disgusto provati da Francesco furono istintivi e incontrollabili. Si allontanò di qualche passo, ma la reazione dell’ectoplasma fu rapida e imprevedibile. Afferrò con decisione le antenne sfrigolanti e tirò via l’orribile blatta dalla cavità nasale, procurandosi una piccola emorragia.

Lo scarafaggio muoveva le zampe con incredibile frenesia, nonostante ciò le dita rimanevano serrate attorno alla spessa cuticola del guscio, con un gesto disinvolto e privo di ribrezzo. Quella strana creatura, esibendo la blatta come un minuscolo trofeo di cui andare fieri, si avvicinò pericolosamente a Francesco. Fu inutile tentare di divincolarsi. La mano libera allargò con una forza incredibile la bocca, premendo sulla mandibola come se fosse una pinza. L’altra mano lasciò precipitare l’insetto, facendolo atterrare con un tonfo asciutto e scricchiolante sulla lingua tesa e nervosa di Francesco. Il rapido dileguarsi dello scarafaggio giù per la trachea e l’esofago, convinse il mostruoso assalitore ad allentare la presa. Francesco, finalmente libero, si portò le mani alla gola e carponi sull’asfalto tossì in maniera convulsa, sperando di poter espellere l’indesiderato ospite. Purtroppo ogni suo tentativo fu vano. Il lieve formicolio avvertito al livello del petto lo spinse a pregare Dio, perché assicurasse alla bestia nauseante un percorso innocuo.

«Non ti accadrà nulla di male. Appena si adatterà all’interno del tuo organismo, depositerà svariati numeri di ovoteche, contenenti ciascuna almeno sedici uova. Nuove idee si schiuderanno in te e lentamente la metamorfosi sarà completa: ricomincerai a scrivere con passione e soddisfazione. Vedrai…».

Il rispetto e la soggezione ispiratagli dall’imponente figura, almeno da un punto di vista artistico, dello scrittore boemo, non riuscirono a trattenerlo dall’imprecare a denti stretti: «Dannazione! Mi hai ficcato un ripugnante scarafaggio giù per la gola e adesso pretendi che mi lasci rincuorare da questa promessa pazzesca di uova pronte a dischiudere grandiose idee letterarie? Tu sei pazzo!»

Kafka non si scompose: «Credimi è come ti dico. Adesso devo proprio andare. Ricordati di attraversare il ponte e visitare i luoghi di cui ti ho parlato. Rimanere sul lato sicuro non ti aiuterà a diventare un bravo scrittore. Rischia e sarai ricompensato».

Voltò rapido le spalle e, senza nemmeno salutare, si diresse a passo deciso verso la neve e la magia della sponda sconosciuta.

Francesco si appoggiò stremato al parapetto. Diversi conati di vomito lo scossero violentemente. Il vivace zampettare dell’insetto sembrava cessato. Quando sollevò lo sguardo, la torre gotica e il Ponte Carlo erano scomparsi. Non vi era più alcuna traccia nemmeno della neve. Chiuse gli occhi, reggendosi la testa con entrambe le mani e sforzandosi di trovare una spiegazione plausibile all’insolita esperienza. Fu distratto da un rumore metallico. Una bottiglia rotolò fino ai suoi piedi.  L’etichetta con i leoni rampanti intorno a un sole infuocato era quella a lui ben nota della birra Malastrana. Un messaggio attorcigliato al suo interno, spuntava fuori dal collo. Egli lo aprì con mani tremanti. Sulla carta consumata e ingiallita, campeggiava una scritta dai grandi caratteri:

Ci incontreremo nuovamente sul ponte,

in questa mezza terra di nessuno,

                                              che fa da confine fra la vita e l’arte.

                                                                                                                 Franz Kafka.

libro-img

Dolcetti e violenza

Nell’amore astratto per l’umanità quasi sempre si finisce con l’amare solo se stessi.

C’è una saggezza infinita in queste parole di Dostoevskij. Nel periodo che precede il Natale possiedono un’attualità e una stringenza assiomatica impareggiabili. Mi piacerebbe tanto tatuarle a fuoco vivo sugli avambracci, carichi di buste, di quei milioni di persone che si affannano alla disperata ricerca degli “ultimi” doni.

Siate sinceri una buona volta! Dolcetti e violenza. Questo è l’unico cesto dono che vorreste confezionare per celebrare le feste ormai imminenti. E sarebbe del tutto comprensibile, peraltro, visto e considerato lo squallore che ci circonda, da un punto di vista sociale, culturale, economico e (per carità, signora mia, non me ne parli!) politico.

Eppure sono tutti lì, ad affollare centri commerciali, trasmissioni televisive e social network con le loro incredibili ipocrisie sullo spirito del Natale. Si sentono tutti immensamente B U O N I. Più buoni del Natale, più buoni di Babbo, più buoni del pandoro. Più buoni, perfino, di Papa Francesco.

In questo periodo, gli animi di una quantità incalcolabile di individui, scaldati al tepore artificiale delle lucine natalizie, si convertono improvvisamente alla bontà. In uno slancio di generosità privo di freni inibitori c’è chi abbraccia l’amore universale, chi vuole adottare cani e gatti randagi, chi si fa fautore di proposte ecologiche, chi propone slogan d’effetto sulla cultura, chi è pronto a giurare che accompagnerà frotte di vecchiette da un marciapiede all’altro per l’intero anno a venire.

Non c’è niente da fare, è più forte di me: quando vedo un essere umano mosso da eccellenti propositi, a meno che non abbia scelto l’ascesi come chiave di volta della propria esistenza, inizio a dubitare. Non so voi, ma io sento puzza di fregatura.

La verità è che l’amore astratto è una contraddizione in termini, tanto quanto l’amore platonico. L’amore è un’esperienza fisica esclusiva. L’amore esige concretezza e sacrificio. Fatti nudi e crudi. Il resto sono tutte stronzate. Inutile affrettarsi a comprare doni in nome di un ipotetico sentimento che non sia cucito sulla carne viva.

Se non siete capaci di scegliere giorno per giorno la persona cui dedicarvi, la bestiola da accudire, la piantina da innaffiare, il libro con cui emozionarvi e la vecchietta bisognosa, inutile fare vuoti programmi per l’avvenire. Non vi crederà nessuno.

Quando le lucine natalizie si spegneranno, al pari del grande faro che avete puntato sul vostro smisurato ego, rimarrete soli. Al buio e al freddo della vostra ipocrisia.

Geo, la chimera di Dinamica Channel

Non amo la televisione in genere e le trasmissioni sportive in particolare.

Ma adoro contraddire me stessa. Trovare eccezioni dopo aver compilato una lista esaustiva di regole personali, chiaramente opinabili. Nel mio caleidoscopico Mondo delle Meraviglie le eccezioni non confermano la regola. La rendono meno categorica (dovrebbe essere così, no?). Mi piace infrangere le regole, soprattutto quelle autoimposte.

E allora eccomi lì, davanti allo schermo televisivo, con la tipica espressione soddisfatta del trasgressore seriale dipinta sul viso, a smanettare sui tasti del telecomando, mentre il digitale terrestre schizza i numeri dei canali in ordine crescente… 230, 234, 246… ci siamo quasi… 247, 249! Dinamica Channel.

Comodamente seduta su un divano a tre posti di pelle nera, perfettamente intonato al suo abbigliamento da dark lady, vi è un’affascinante chimera, metà donna e metà pantera; una sirena dalla coda aerodinamica, che guizza disinvolta sull’asfalto, fra interviste ad artisti del settore motociclistico (trasformazioni estreme e modifiche esclusive), appuntamenti in sella per raduni e fiere, informazioni tecniche e regole del codice stradale. L’affascinante conduttrice ha un nome e un cognome: Geo Gandolfo. Non lasciatevi ingannare dallo sguardo ammaliante e dall’abito di raso lucente: quella donna sa cavalcare una moto da strada come la più abile delle streghe, la propria scopa. Ed è esattamente questa la differenza che passa fra Geo e le altre conduttrici televisive di trasmissioni sportive: lei sa perfettamente di cosa sta parlando!

Parla di “potenza”, perché lei guida moto molto potenti, parla di “accelerazione”, perché lei accelera, parla di “frenata”, perché lei frena. In strada e in pista. E, soprattutto, lei non interrompe. In trasmissione. Le invadenti colleghe campy style, che adoperano gesti ostentati ed eccessiva enfasi, avrebbero qualcosa da imparare, osservando Geo mentre conduce “Moto Bazar”.

Non è facile mantenere l’equilibrio sul filo sottile che divide l’esperienza dalla presunzione, la femminilità dalla seduzione, la professionalità dall’impersonalità. Geo Gandolfo lo sa fare. Anche impennando, su una sola ruota.

536776_10200227564306840_251791728_n

Cool Moleskine

Un vero scrittore non è mai dove lo vedi. È altrove.

Un vero scrittore è assorto, sbadato, confuso.

Un vero scrittore non dice quello che pensa, lo scrive. E dopo averlo scritto negherà perfino a se stesso di averlo pensato.

Un vero scrittore ha bisogno di un posto pratico e discreto in cui riporre il proprio disordine mentale. Un posto a portata di mano e di penna.

Un taccuino.

«Perdere il passaporto era l’ultima delle mie preoccupazioni, perdere un taccuino era una catastrofe», ammise Bruce Chatwin, colui che per primo, nell’opera “Le vie dei Canti”, nominò il celeberrimo “Moleskine”, compagno prezioso di mille irripetibili avventure.

ritratto-bruce-chatwin-home

Elegante taccuino Moleskine. L’avorio della carta ha il colore vissuto del passato, gli angoli arrotondati assorbono gli urti del presente, mentre l’elastico di chiusura preserva intatto un mondo confuso di pensieri, consegnandolo al futuro.

Non vi è nulla di più hipstericamente hipster di un taccuino Moleskine. L’intellettuale anticonformista per antonomasia non se ne separa mai. Artisti come Oscar Wilde, Ernest Hemingway, Pablo Picasso, Vincent Van Gogh (tanto per fare alcuni nomi) lo sfoggiavano nei salotti, nei caffè, per le strade, durante un viaggio, prima ancora che divenisse un oggetto di culto.

o-wilde1

Adesso che la ditta produttrice è divenuta una Srl e, dall’aprile del 2013, è quotata in borsa, il rinomato taccuino ha perso gran parte del suo fascino bohemien.

Nonostante ciò, sono certa che dovendo scegliere, in treno, al bar o su di una panchina, fra sedermi accanto al sofisticato cultore di Tablet oppure vicino allo sconosciuto scapigliato, che maneggia distratto il suo taccuino fitto di appunti e di cancellature, di orecchie e di scarabocchi, opterei senz’altro per la seconda soluzione.

moleskine_by_MattiasA

Angelina Girasole, Noemi Lombardo – Brigantia Edizioni

“Addumate” la luce: lo spettacolo inizia!

Angelina, Rosa Spina e Maddalena entrano in scena in punta di piedi. Tre donne unite in un unico flusso di amore e di corrispondenza con la Natura: la fragile ingenuità della protagonista, Angelina Girasole; la maturità scaltra e circospetta di Rosa Spina; la sconfinata saggezza di Maddalena. Una triade femminile che rammenta il ciclo infinito delle fasi lunari. La nascita, la vita e la morte.

L’insegnamento impartito da questa meravigliosa fiaba è un monito per gli adulti e una promessa capace di confortare, con il calore di un abbraccio, tutti i bambini: c’è un “Dono” custodito nei nostri cuori, una virtù, che individuata e impiegata in modo adeguato, riesce a infondere luminosità tutt’intorno a noi. Scopriamo così, che esiste uno scopo più grande e ambizioso, un’Anima Mundi che intreccia di fili invisibili la trama della nostra esistenza.

Prendo in prestito le parole adoperate dalla strega cattiva, all’inizio della storia: «I Doni del Cielo ce li abbiamo tutti. A ognuno di noi, mentre ci formiamo nella panza delle nostre madri, ci si incastrano dentro delle qualità speciali che ci caratterizzano. Non tutti le scoprono, ma per esserci, ci sono in ogni essere vivente di questo pianeta: uomini, donne, animali, piante e magari nelle pietre! Tutto sta a capire quali sono questi doni, perché possiamo esprimerli al meglio ed entrare a far parte del Grande Disegno».

Detto questo, vi sembrerà strano che Angelina Girasole possa essere “soltanto” una favola. In effetti non è solo questo, come non lo sono mai state le migliori fiabe nella storia della letteratura. Si pensi agli insegnamenti racchiusi nelle celeberrime storie narrate dai fratelli Grimm.

Eppure Angelina Girasole possiede un “Dono” ulteriore: quello della leggerezza. Contribuiscono a ciò i dialoghi frizzanti, scanditi, di tanto in tanto, da alcune espressioni dialettali tipicamente siciliane; l’aroma fragrante di succulenti specialità culinarie (piatti prelibati come il pane con le panelle, lo sfincione e il gelo di mellone); le tinte vivaci di folclore palermitano. Suoni, odori e colori capaci di sprigionare un’indimenticabile sinestesia di emozioni.

Angelina Girasole

Autrice: Noemi Lombardo

Illustrazioni: Tiziana Alfonso

Brigantia Editrice

http://www.anobii.com/books/Angelina_Girasole/9788898336036/01b6dac0db466ce882/

Final girls

Il respiro affannoso nella penombra di un nascondiglio poco sicuro. Gocce di sudore imperlano la pelle giovane, soda ed elastica dell’ufficiale Ellen Ripley. I semplicissimi micro slip bianchi da lei indossati sono quanto di più sexy abbia prodotto l’industria dell’intimo negli ultimi cinquant’anni.

Difficile mettersi nei suoi panni succinti. E non ne faccio, ovviamente, una questione di taglia. L’intero equipaggio della Nostromo è stato sterminato. Unici sopravvissuti: Ellen e l’astuto gatto tigrato Jones. Un’orripilante creatura aliena con una sfilza di denti metallici si acquatta a pochi passi da lei, pronta per sbranarla in un solo morso. Gli slip non riuscirebbero a distrarla così come avverrebbe per qualsiasi umano.

Ma Ellen, non si da per vinta. Al contrario si infila una tuta spaziale, ha un piccolo diverbio con la creatura, quindi, con abile mossa, spinge il pulsante di espulsione e l’essere alieno viene finalmente proiettato all’esterno dell’astronave. Vai! Un altro po’ di spazzatura in giro per lo spazio.

L’ufficiale in slip si salva. Lei. Sola. Unica superstite della Nostromo. Eppure, nell’equipaggio ce n’erano tanti di maschietti giovani e prestanti. Niente da fare. Tutti morti. Falcidiati dalla creatura aliena, come mosche inermi.

Ma voi, appassionati di film horror, sapete bene che accade spesso, intendo questa cosa della donna unica sopravvissuta allo sterminio di genti (quasi sempre innocenti, la maggior parte delle volte stupide), e non vi meravigliate più di tanto ormai. Basti citare l’indimenticabile Jamie Lee Curtis, ovvero Laurie Strode, in “Halloween”; Heather Langenkamp, alias Nancy Thomson, in “Nightmare” e Patricia Tallman – Barbara ne “La notte dei morti viventi”.

Quello che forse non sapete – non lo sapevo nemmeno io, in effetti, fino a poco tempo fa – è che esiste un termine ben preciso per designare queste donne apparentemente “invincibili”: Final girls. Carol J. Clover, un professore americano, ha coniato la definizione nel suo libro dal titolo esplicativo: “Men Women and Chainsaws”, Uomini Donne e Motoseghe.

Le eroine dei film horror, secondo lo studioso, possiedono alcune peculiarità: sono magre, scattanti, razionali e intuitivamente frigide (o comunque poco disposte a spiattellarti in quattro e quattr’otto i propri argomenti sessuali).

Tali caratteristiche affascinano il pubblico indistintamente. Il fisico androgino non turba sessualmente lo spettatore maschio, che, anzi, è portato a immedesimarsi nel ruolo della protagonista; mentre le spettatrici donne, dal canto loro, non si lasciano andare a facili malignità. Voglio dire, sarebbe ridicolo immaginare la protagonista tutta curve e moine rifinire noncurante la sua french manicure, mentre Nightmare le si avvicina, facendo tintinnare il metallo scintillante del memorabile guanto artigliato. La bomba sexy con che cosa potrebbe eliminare il temibile Freddy Krueger? Con la sua lametta più affilata?

Non sarebbe credibile. Giusto.

Eppure le Final girls vengono apprezzate da uomini e donne non per l’invincibilità dimostrata sino all’epilogo vittorioso, ma per la loro apparente fragilità. Sicuramente contribuiscono, in questo senso, la fortuna sfacciata dimostrata dalle protagoniste nell’evitare i colpi mortali inferti ovunque intorno a loro e uno sfinimento fisico e psicologico del mostro serial killer, sempre più depresso in finale di film.

Ciò che rende veramente avvincente un film horror è quindi la capacità dimostrata dalla victim hero, NONOSTANTE TUTTO, di sopravvivere.

Ripley_and_Jonesy

Il mito di Davide e Golia torna ad affascinare l’uomo con la sua taumaturgica lezione di vita: l’intelligenza e la scaltrezza vincono sulla forza bruta, l’umiltà ha la meglio sulla bieca presunzione.

Bene. Eppure tutto ciò mi fa riflettere e non poco.

La donna: fashion victim nella realtà, victim hero nella finzione. Shopping e coiffeur nella vita, vestiti laceri e capelli spettinati nei film. Come si spiega? E soprattutto com’è possibile che quest’apparente antinomia riesca tanto a entusiasmare entrambi i sessi?

Testarda come sono ci ho riflettuto a lungo e sono giunta a una conclusione. Non sono certa che vi piacerà sapere ma avendo sprecato il mio tempo e il mio pensiero non intendo buttare tutto alle ortiche. Quindi, ecco la mia spiegazione.

La donna, in realtà, non è affatto contenta di sé e dell’immagine che i media le hanno costruito addosso. Non è soddisfatta delle sue ingombranti unghie a forma di coltellino per il burro (peraltro molto utili in quei party in cui ti rifilano la solita tartina con il salmone), delle sue protesi posticce, dell’intimo che regola, stringe, alza e modella i glutei, dei suoi maquillage effetto Photoshop e soprattutto di quei dannatissimi plateau strutturalmente molto simili a palafitte del Neolitico.

Lambert-560x248

Gli uomini, dall’altro lato, non hanno mai avuto il coraggio di ammettere apertamente che la femminilità, a parer loro, non è ostentazione e superbia, ma discrezione e modestia.

Non hanno tutti i torti. Bisogna riconoscerlo. La metà del cielo, cui io stessa appartengo, ha un gran cervello, è vero, ma dovrebbe smettere di impiegarlo  in attività del tutto inutili come la classificazione di almeno venti  tonalità differenti di verde (verde cacciatore, verde arlecchino, verde menta, verde salvia, verde oliva, verde muschio, verde mimetico, verde smeraldo, verde mare, verde chiaro, verde scuro, verde semaforo, verde bottiglia… ), laddove il maschio continuerà a vedere sempre e soltanto verde.

La donna ha un’ammirevole forza di volontà, ma dovrebbe rinunciare a utilizzarla esclusivamente per accaparrarsi il saldo più appetibile di stagione.

La donna ha una gran dignità, ma dovrebbe imparare a usarla in maniera costruttiva, per raccogliere i pezzi infranti della propria immagine e specchiarsi appagata nel riflesso intatto della propria purezza originaria.

Donne, non aspettate l’arrotino per affilare i coltelli. Smettetela di piangervi addosso, attribuendo agli uomini colpe che non possiedono. Assumetevi le vostre responsabilità. Riconoscete gli  sbagli commessi e prendetevi alla fine l’incommensurabile soddisfazione di essere vere eroine, salvando voi stesse dal mostro più spaventoso che vi abbia mai inseguite: La vostra infantile, lamentosa e pervicace PUSILLANIMITA’ (cfr. pochezza d’animo).

Insomma… tirate fuori la final girl che è in Voi!

Io intanto vado a dire due paroline al Regista, che quella cosa lì del “… e tu partorirai con dolore!” mica mi convince tanto.

tumblr_mbn6rxuBmI1rhq7xgo1_r1_1280

Miss Peregrine’s Home for Peculiar Children

“Miss Peregrine’s Home for Peculiar Children” è il titolo del romanzo d’esordio di Ransom Riggs.

L’intenzione dell’autore, appassionato collezionista di vecchie fotografie, era inizialmente quella di pubblicare il materiale raccolto in tanti anni di ricerche in un libro fotografico. Ma le inquietanti foto d’epoca,  consumate dal tempo, sembravano volere sussurrare segreti ossessionanti a chiunque prestasse loro attenzione. Un breve bagliore al fulmicotone nell’oscurità dell’oblio cui erano state relegate.

book-review-miss-peregrines-home-for-peculiar-children-by-ransom-riggs.w654

Lo scrittore ha ceduto alla sensazione sprigionata dalle strane visioni per inventare una storia. Ne è venuto fuori un romanzo illustrato che in pochissimo tempo ha scalato la vetta delle classifiche letterarie americane.

La trama mi ha subito entusiasmata: Jacob, il protagonista sedicenne della storia, viene terribilmente scosso dalla morte inaspettata e violenta del nonno, cui era molto legato.

Una lettera misteriosa lo spinge a raggiungere una remota isola a largo del Galles, in cui il nonno aveva trascorso la sua infanzia, crescendo in un orfanotrofio popolato da bambini dotati di particolari poteri. Esplorando i ruderi fatiscenti dell’orfanotrofio, Jacob intuisce che i piccoli ospiti della Miss Peregrine’s Home erano stati rinchiusi e isolati dal resto dal mondo per la pericolosità e non soltanto la peculiarità dei loro poteri.

La 20th Century Fox si è accaparrata i diritti per la trasposizione cinematografica del romanzo ed ha insistito perché Tim Burton venisse coinvolto nella realizzazione del film. Il famoso regista, interprete visionario di realtà distorte e orrorifiche, pare che sia entusiasta del progetto.

Qui in Italia aspettiamo fiduciosi che Tim Burton ci stupisca, come sempre, con le sue spettrali ambientazioni e i suoi macabri personaggi.

Nel frattempo, non so voi, ma io proverò ad ammazzare il tempo sfogliando gli album fotografici dei miei antenati. Non si sa mai che arrivi la giusta ispirazione per una trama terrificante.

Miss-Peregrines-Home-for-Peculiar-Children-500x180

Barbablù, Amélie Nothomb − Edizioni Voland

Fin dal titolo, “Barbablù”, s’intuisce il proposito della talentuosa e raffinata autrice di rivisitare in chiave moderna l’inquietante fiaba di Charles Perrault.

Saturnine, affascinante ragazza belga, risponde a un’inserzione per un alloggio in affitto nei quartieri alti di Parigi. La cifra richiesta è estremamente irrisoria, considerando i lussi e le comodità che le vengono offerti assieme alla sistemazione: una stanza finemente arredata, un letto sontuoso, un bagno dotato di ogni comfort. L’esaltazione iniziale della giovane, nell’apprendere la notizia di essere la prescelta fra un numero non indifferente di pretendenti, cede ben presto il posto alla delusione: dietro l’esibita magnificenza si nasconde l’insidia di una trappola, oltretutto, sapientemente congegnata.

La camera affittata, infatti, si trova nel prestigioso appartamento del nobile spagnolo Elemirio Nibal y Milcar, uomo eccentrico, afflitto da agorafobia, che vive rinchiuso in casa, dilettandosi nella sua ricercata passione per la cucina e per il cucito. Saturnine si trova “costretta” a condividere le abitudini raffinate e la vita costellata di benessere e agiatezza dell’uomo. La squisitezza, con cui il nobile Elemirio, Grande di Spagna, intrattiene la nuova ospite − cucinando piatti prelibati e confezionando abiti su misura, in tinte appositamente create grazie al suo insolito estro cromatico − è pari all’amore e alla sollecitudine riservata alle precedenti otto coinquiline, misteriosamente sparite nel nulla. Sì, perché questo è, in definitiva, l’enigma da sbrogliare: dove sono finite le donne che hanno preceduto Saturnine nella bizzarra esperienza di coabitazione? E quale mistero è celato dietro l’unica porta che don Elemirio raccomanda alla giovane di non aprire, per nessun motivo al mondo? La matassa si dipanerà, lentamente, pagina dopo pagina, coinvolgendo il lettore nei dialoghi intensi e vivaci dei due protagonisti. Da un lato il cinismo spietato e irriverente dell’anticonformista Saturnine, dall’altro la spiazzante ingenuità di un amore offerto con eleganza e devozione dal distinto ospite.

Si rimane col fiato sospeso sino alla fine − del resto, questa è una caratteristica ricorrente nei romanzi della Nothomb − quando la profondità di un sentimento inaspettato scioglierà le riserve e il gelo che avvolgono la personalità caparbia di Saturnine e dissuggellerà, per sempre, il meccanismo che presiede, non solo al funzionamento della misteriosa porta ma a quello, ancor più complicato e macchinoso, dell’amore.

daniel-auteuil-la-jeune-fille-sur-le-pont-3668524zcpqv

Concludo con una piacevole notizia per gli amanti del cinema francese e del carismatico attore Daniel Auteuil. L’affascinante interprete del film “La fille sur le ponte” (La ragazza sul ponte), sarà regista e protagonista della versione cinematografica di Barbablù. Sono curiosa di vederlo recitare non più nel ruolo di Gabor, lanciatore professionista di coltelli, ma in quello del nobile Elemirio.

Propongo un brindisi virtuale, prendendo in prestito una delle costosissime bottiglie di champagne, di cui Saturnine e la stessa Amélie vanno ghiotte.

In alto i calici!

AmelieNothombLeFigaro