AAA cercasi streghe per tradurre antichi libri di magia

Chi ha letto e apprezzato il romanzo della scrittrice Audrey Niffenger, “La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo”, ha avuto modo di conoscere, se non altro per fama, la biblioteca Newberry di Chicago. Nella finzione della storia, infatti, il personaggio principale, Henry De Tamble, vi lavora. Si tratta di un’antica struttura in stile vittoriano, risalente al 1887, nella quale sono custoditi testi molto rari, la cui consultazione è di solito riservata a persone selezionate.

Dovete sapere che la Newberry, recentemente, contravvenendo alla sua rigorosa riservatezza, ha indetto un’iniziativa a dir poco originale: il direttore, David Spatafora, in accordo con i collaboratori, in particolare con Cristopher Fletcher, coordinatore del progetto, ha organizzato un programma di crowdsourcing (un’idea già messa in atto nel 2008 dagli amministratori di Facebook per tradurre parti del social network) per interpretare tre testi del XVII secolo.

Fin qui, nulla di strano, direte voi.

Vi sbagliate: la particolarità dell’iniziativa sta nel fatto che i manoscritti in questione parlano di magia, incantesimi, invocazioni demoniache, per cui la biblioteca, nel battage pubblicitario dedicato all’evento, ha ritenuto opportuno chiedere aiuto a streghe e stregoni moderni, gli unici probabilmente in grado di interpretare simboli ed espressioni ostiche per un profano.

Vi ho incuriosito, vero? Lo immaginavo. Anch’io sono saltata sulla sedia non appena ho letto l’articolo del New York Post dedicato all’argomento.

Una storia incredibile, quasi quanto quella della curiosa anomalia genetica che costringe Henry De Tamble a compiere i suoi pericolosi viaggi nel tempo.

Notando i numerosi follower (diverse migliaia!) dell’articolo condiviso nella mia pagina social, ho trovato strano che nessuno, in Italia, abbia dato il giusto rilievo alla faccenda.

Sarà perché siamo più bravi coi “miracoli” che con gli “incantesimi”, mi sono detta.

Allora, eccomi qui a parlarne con voi. D’altra parte la magia e l’esoterismo sono argomenti a me congeniali.

Entriamo nei dettagli pratici. I testi, dicevamo, sono tre: “The Book of Magical Charms” – non vi nasconderò che si tratta del mio preferito – “The Commonplace Book” e “Cases of Conscience Concerning Witchcraft”.

Il primo manoscritto, compilato da due anonime streghe nel 1600, contiene gli incantesimi più disparati: per imbrogliare ai dadi, alleviare i dolori mestruali e parlare con gli spiriti.

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Il secondo testo è una raccolta di questioni religiose e morali, insieme a brani di famosi autori cristiani. Dai diversi caratteri e idiomi utilizzati, i bibliotecari hanno tratto la conclusione che più compilatori si siano avvicendati nella redazione dei paragrafi.

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Il terzo manoscritto (la traduzione del titolo è: “Casi di coscienza in materia di stregoneria”) è stato redatto dal ministro puritano che ha presieduto i giudizi alle streghe di Salem. Costui difende le esecuzioni, ma critica l’utilizzo delle così dette “prove spettrali”, ossia quelle prove basate unicamente sulla testimonianza di chi garantisce di aver visto una strega in una visione o in un sogno.

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Christopher Fletcher, giustamente, sottolinea l’unicità del progetto: di rado al pubblico viene concessa la possibilità di venire a  contatto con materiali tanto preziosi e rari. Un’iniziativa ancor più apprezzabile se si considera il fatto che l’antica biblioteca di Chicago, di solito, consente la consultazione dei testi in archivio solo a chi abbia un progetto specifico.

In questo caso, invece, è stato addirittura inaugurato un portale (intitolato “Transcribing Faith”), un meraviglioso portale, lasciatemelo dire, al quale chiunque può accedere. È sufficiente accendere la connessione internet, e cliccare sul link qui riportato http://publications.newberry.org/dig/rc-transcribe/index

… e come per magia – è proprio il caso di dirlo – si svelerà un mondo incantato, perfetta fusione fra pergamena e pixel.

Streghe e stregoni dell’era moderna, amanti dell’esoterismo e dell’occulto, volete dare un’occhiata?

Per quanto mi riguarda, ho già sbirciato fra quelle pagine ingiallite dal tempo, fra caratteri e simboli dall’inchiostro scolorito, ed ho avuto la mia bella sorpresa.

Non credo alle coincidenze. Nulla accade per caso.

Dovete sapere che una delle mie ultime “fatiche” letterarie s’intitola “Aibofobia”: un thriller esoterico incentrato sui palindromi, le parole che possono essere lette in entrambi i sensi senza mutare di significato.

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Bene, fra le pagine di “The Book of Magical Charms” ce ne sono un paio che hanno attirato la mia attenzione perché riproducono in modo schematico il quadrato del Sator.

 

Il Sator è un simbolo palindromo particolarmente affascinante e misterioso che ha avuto un ruolo di rilievo nella composizione della trama del mio romanzo. Un simbolo rinvenuto nei posti più disparati della terra, applicato a campane, pareti, statue, e risalente a svariate epoche. Il più antico di questi reperti si trova a Pompei.

Ora, mi domando, cosa ci fa quello che è ritenuto da molti esperti di esoterismo una sorta di “sigillo” templare, fra le pagine di un libro di magia del 1600? Il fatto che le streghe conoscessero e apprezzassero il potenziale magico del Sator mi fa ritenere che siano troppe le cose che ignoriamo del nostro mondo.

“Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia”, diceva Amleto.

Io mi accontenterei di capire le cose della terra. Quel libro di magia è qui, fra noi comuni mortali. Liberamente consultabile da chiunque grazie alla biblioteca Newberry. C’è un segreto impresso nelle sue pagine che attende di essere svelato.

A quel punto si potrebbe passare alle cose del cielo.

È un passaggio obbligato, ma non impossibile. Tu che ne pensi, Amleto?

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La casa delle Signore Buie, Pupi Avati, Roberto Gandus – Golem Edizioni

Nella Sicilia di fine ‘700, l’amore tra il conte Morè Barreca e la bellissima Assunta è contrastato dalle responsabilità familiari, che richiedono che il giovane nobile sposi Nunzia, primogenita del marchese Macola e sorella maggiore della ragazza. Riusciranno la distanza e il confino nel monastero della “Contemplazione della morte” a spezzare un legame profondo e sincero? Tra oscure pratiche, rituali perversi e inquietanti misteri, la speranza ha la forma di un aquilone: può levarsi in volo alla prima brezza marina, ma il filo che lo sostiene è più delicato della seta.

Dal genio visionario di Pupi Avati e Roberto Gandus, un romanzo che prende spunto dalle cronache dell’archivio delle indagini tribunalizie della città di Noto.

 

Dopo “La casa dalle finestre che ridono”, un’altra inquietante dimora fa da scenario a una storia conturbante, di quelle che ti strisciano sotto la pelle per giorni e giorni, facendoti sussultare per ogni scricchiolio udito nel silenzio della notte.

“La casa delle Signore Buie”, a differenza del primo capolavoro mistery del regista bolognese, e di tante altre sue pellicole di successo, non è ambientata in Emilia, fra le nebbie della Bassa Padana, ma nell’assolatissima Siracusa.

Il tufo giallo, con cui è costruita la splendida città barocca di Noto, rende ancor più fiammeggiante la narrazione.

A questo proposito, vorrei sottolineare il sapiente gioco di alternanza, nella trama, fra luce e buio, sole e ombra: da un lato il chiarore infuocato dei vicoli mezzi deserti, delle campagne cosparse di ulivi e, dall’altro lato, l’oscurità della Casa delle Signore Buie, delle sue stanze claustrofobiche, dei suoi corridoi labirintici, le cui mura continuano a essudare una sostanza maleodorante.

La Casa delle Signore Buie è lontanissima dal sole e dalle note agrumate di Noto, è sperduta al largo delle coste siracusane, e circondata da un mare nerissimo. I gozzi che si avventurano per raggiungere le sue sponde devono navigare “a fiuto”, seguendo la rotta dell’istinto e del coraggio, e vengono accolti da un triste rintocco lontano di campana, che li guida nell’ultimo tratto, laddove la nebbia si fa più fitta.

L’alternanza – luce, buio – è ripetuta anche nelle voci narranti: quella piena di vita e di coraggio del conte Morè Barreca e quella sempre più spenta e scoraggiata della povera Assunta.

La mia passione per i villains mi ha portato subito ad adorare, già dal nome, la malvagia direttrice della Casa, Orietta del Presagio. Un personaggio che spunta fuori dalle cortine di velluto nero che coprono le alte finestre e che trasuda orrore come le mura della sua Casa.

“Orietta del Presagio era sofferente a un braccio, lo reggeva nell’incavo dell’altro, ma ciò non le impediva di stringere fra pollice e indice una piccola lima con cui rendeva taglienti le unghie dell’indice, del medio e dell’anulare con gesto ossessivo; teneva le spalle rivolte alla stretta finestra, in controluce la sua sagoma era, se possibile, ancora più enigmatica.”

Il Sacro Contagio, che deturpa la sua anima, di cui sono intrise le bende che ne avvolgono il braccio purulento, che contamina il suo fiato mefitico, la rende disturbante. Disturbante al pari di tutte quelle creature sinistre che vivono e respirano sulla terra, ma che hanno un piede calzato a fondo nell’Inferno e dall’Inferno traggono una forza soprannaturale.

Orietta è la sacra ancella della Morte, sua serva devota.

“In questo luogo la vita e la morte si confondono in modo inestricabile… Quello che i vostri preti rigettano con orrore ha assunto qui una sua magnificenza…”

La Morte travalica ogni confine razionale e diventa un capolavoro, al pari dell’enigmatico affresco raffigurante il martirio di San Sebastiano, ne “La casa dalle finestre che ridono”, a proposito del quale si diceva: “Solo un grande artista può dare un senso così… così vero alla morte”.

Un capolavoro da ammirare. Non a caso, secondo quanto affermato dal coautore, Roberto Gandus, l’idea narrativa nasce durante una visita di Pupi Avati a un antico convento delle monache Clarisse, nell’isola di Ischia. Nei sotterranei dell’imponente costruzione un’incredibile sorpresa: degli enormi troni in pietra sui quali venivano deposte le monache defunte. Al centro del sedile un buco, e sotto, in terra, un buiolo. I corpi lasciati lì a consumarsi producevano del liquami, che venivano poi raccolti nei bacili.

Questo macabro rituale, di cui ora restano a testimonianza gli inquietanti scanni, serviva a riunire le monache vive nei sotterranei in modo che potessero “contemplare la morte”, assistere cioè al deperimento del corpo, inutile contenitore dell’anima.

D’altra parte, “L’uomo è un’anima che trascina un cadavere. Noi deploriamo come morte il suo stancarsi, alla fine, di fare da spazzino”, diceva Guido Ceronetti.

 

La collezionista di organi, Alda Teodorani – Profondo Rosso

Osservando il titolo, “La collezionista di organi”, il primo istinto è stato quello di chiedermi: “esattamente… di quali organi stiamo parlando?”. Cercate di capire, Alda Teodorani è degna rappresentante degli undici folli scrittori (inferiori alla gang tarantiniana solo da un punto di vista numerico) che con l’antologia “Gioventù Cannibale”, negli anni novanta, misero a nudo la società italiana, svelandone il lato più morboso e cruento.

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Forse suggestionata dal titolo, mi sono domandata se corressi il rischio di imbattermi in altrettanta violenza, e se anche questa raccolta di racconti, come la sua lontana cugina cannibale, grondasse sangue o nascondesse pezzi di cadavere, infilati senza troppi complimenti fra l’indice e la quarta di copertina (lo zio Tibia sarebbe orgoglioso del mio humor nero). Invece così non è stato… non esattamente.

Fate attenzione, perché la cosa si fa più sofisticata (nel senso filosofico del termine).

Ci sono organi, sì, questo è vero, ma a ciascuno di loro è attribuita una funzione precisa. Ciascuno di loro offre uno spunto di riflessione e un insegnamento: la violenza, il dolore e la sofferenza hanno tutte una matrice comune: la solitudine. La solitudine crea disagio, la solitudine crea alienazione, la solitudine crea false aspettative, e, soprattutto, la solitudine crea morte. Morte che, bisogna essere precisi, non è quella scontata, a volte scenica e impressionante del corpo, ma è quella più silenziosa, subdola e nascosta dell’anima.

Il primo organo coinvolto nella trama è senza dubbio il cervello. Il cervello del lettore. La sua mente, piano piano, prende consapevolezza di un pensiero ricorrente, un pensiero molto disturbante: il male non ama la banalità, il male preferisce nascondersi in luoghi originali, a volte persino ricercati. Dimenticate i cliché della letteratura horror – vecchie case diroccate con finestre infrante e sgabuzzini che scendono all’inferno, dove sono pronti ad accogliervi (in tutta onestà) zombie putrefatti e vampiri assetati di sangue – e rimpiazzateli con affollati set cinematografici, studi medici e distretti di polizia, laddove uccidono, e sono pronti a coprire i loro efferati delitti, registi, aitanti giovanotti, dottori e poliziotti corrotti.

Il male colpisce alle spalle. Il male è vigliacco.

Un altro organo, il cuore. Un cuore carico, saturo di desiderio. Alcuni racconti di Alda hanno un risvolto erotico originale, direi spiazzante. Sì, perché l’eros, a differenza di quanto si è soliti pensare, non soddisfa, non appaga, ma stuzzica la fame, come succede con il predatore una volta che ha annusato l’odore seducente del sangue.

L’eros è insaziabile voluttà di carne e, a volte, di vendetta.

Il terzo “organo” chiamato in causa, forse il più importante di tutti, è l’anima.

L’anima dei personaggi aleggia spesso fra le pagine di questi racconti. In alcuni casi si tratta di fantasmi, in altri si tratta di strane entità, ma l’anima più tormentata e perversa è senza dubbio quella degli uomini che, in limine mortis, vengono chiamati a rispondere dei delitti compiuti. Allora, le parole di Alda risuonano severe e implacabili. Mi viene in mente la psicostasia, l’antico rito funerario con cui gli egizi pesavano l’anima dei defunti: da un lato l’anima, dall’altro la piuma, il simbolo della giustizia.

L’uomo non si salva. La piuma volteggia per aria, scalzata da un peso invincibile e questa umanità cialtrona, egoista, presuntuosa, corrotta e allucinata viene data in pasto alla dea Ammit, la divinità rappresentata nei geroglifici attraverso la fusione degli animali più temuti in Egitto: il coccodrillo, il leone e l’ippopotamo.

Una collezionista di anime perdute, questa dea Ammit… un po’ come la nostra Alda.

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La luce delle trappole, Federica Dotto ‒ Montedit edizioni

Opera 3^ classificata al Concorso Ebook in… versi 2015.

Questa la motivazione della Giuria:

«Se la poesia di Federica Dotto fosse musica, sarebbe una lirica d’arpa celtica, nella quale gli aspetti magici e favolistici della natura hanno un’armonia quasi esoterica, abbracciando un continuo colloquio mistico con le energie primordiali del sé, rivisitando la nascita, la vita, la morte. 
Ciò che è amaro nei versi dell’autrice, è temprato dalla consapevolezza sotterranea dell’inscindibile unione tra il poeta e il cosmo, tra i versi e gli archetipi universali, in un idillio che rinnova la speranza salvifica di sfuggire alla tristezza d’essere, attraverso un rapporto totale con se stessi, sfidando gli abissi e i demoni interiori.
 La poetessa usa un linguaggio colto, con una modulazione che al primo sguardo può apparire criptica e intimistica, ma la musicalità dei versi ci trascina in una danza dove ogni aspetto dell’esistenza umana è lungamente macerato e sofferto, bilanciato e armonizzato.
 Dietro ad ogni fenomeno naturale c’è un’equivalenza spirituale: tale corrispondenza è immediata, simultanea, cromaticamente e figurativamente affine. 
Ecco dunque che la sofferenza si eleva come un canto inevitabile, ergendosi come un Titano al di sopra delle miserie umane, delle banalità che tanto sconfiggono la brama di cielo del poeta. La luce delle trappole è il bagliore illusorio di ciò che la vita ci dà e ci toglie, ma anche l’ispirazione celeste e ardita di Federica Dotto, poetessa dell’anima». Alessandra Crabbia

Le mie impressioni:

Ciò che più mi ha colpito in questa silloge poetica, oltre all’indubbio talento che l’ha ispirata, è la duplice natura dell’autrice.

Federica Dotto, creatura sensibile e leggera, come solo una fata può essere, a tratti preferisce indossare i panni più provocatori di una strega: lo sguardo che indugia fra gli incubi, e il viso sollevato a invocare la luna. Il canto, allora, si trasforma in verso cupo.

Il titolo stesso della raccolta poetica è in equilibrio precario fra due estremi: la felicità di un istante e la dannazione eterna.

“La luce delle trappole” è una tagliola pronta a serrare i suoi denti scintillanti sul lettore. Un bagliore effimero, subito divorato da perenne oscurità.

Le continue metamorfosi vissute dall’autrice sottolineano ancor di più quest’ambivalenza: “La mia vita erba folle”, “Il nostro spirito pratito”, “nel ronzio del cuore vagiti di vento”.

Madre Natura intreccia i suoi rami rigogliosi attorno ai versi della silloge, scorre liquida nei labirinti scavati dalle metafore, soffia nei rintocchi delle pause e crepita attorno alla fiamma viva della passione. Poesia che si fa elementale: Terra, Acqua, Aria e Fuoco. E, a dominare ogni cosa, c’è lo Spirito selvaggio della poetessa.

La poesia che più mi ha emozionato è “Ho un campo sul dito”.

Leggetela con me, qui, ora:

Ho un campo sul dito

e un lombrico chiuso nell’orecchio.

Per quanto si dica

la mia natura è perduta

e un fiotto di mosche

mi esce dalle labbra.

Coltivarmi in cielo

è stata un’arguzia dell’inferno.

Il verso finale, sospeso fra cielo e inferno, è la quintessenza della poesia romantica: ambiguità, seduzione e morte. I temi preferiti dai poeti maledetti.

Federica Dotto ha un raro talento poetico: è un tenero bocciolo del male, pronto a schiudersi in un campo empireo.

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La morte è un’opzione accettabile, Gabriella Grieco ‒ I Sognatori Casa Editrice

Trama:


Una donna entra in una stazione di polizia italiana e sequestra tre persone. È sola contro centinaia di agenti, ma nessuno può intervenire. La ragione? Semplice: la donna stringe in mano un detonatore; il detonatore è collegato a dell’esplosivo; l’esplosivo è assicurato a una cintura; la cintura gira attorno al torace dei sequestrati. Il pulsante del detonatore è già stato schiacciato: nel momento in cui il pollice dovesse allentare la presa, i sequestrati salterebbero per aria. Alla donna non accadrebbe nulla, qualora l’esplosione avvenisse lontano da lei. E se dovesse avvenire nelle sue vicinanze… non avrebbe importanza, poiché per la sequestratrice la morte è un’opzione accettabile. Pagina dopo pagina, il romanzo spiegherà chi è la donna e per quale motivo agisce con tanta rabbia e tanta determinazione.

Le mie riflessioni:

Ho incominciato a scrivere questa recensione dopo l’ennesima sentenza ingiustizialista italiana, per cui spero perdonerete il mio atteggiamento poco comprensivo nei confronti di chi, pur commettendo delitti anche molto gravi, rimane impunito o ottiene una pena lievissima.
È bene oltretutto che aggiunga una cosa: adoro le creature vendicative. La vendetta, dal mio punto di vista, non è altro che polvere di giustizia violata, posata sulla bilancia dell’Universo, per riequilibrare le sorti dell’intero Creato.
La giustizia è umana. La vendetta è divina.
I migliori, tenetelo bene a mente, sono tutti vendicativi. Le streghe sono vendicative, i gatti sono vendicativi, persino gli scrittori lo sono. Sì, certo! Perché gli scrittori, inventando storie avvincenti, e potendo scegliere il finale che più li entusiasma, non fanno altro che vendicarsi della vita.
Purtroppo, raramente la vita concede una seconda possibilità. Grazie all’immaginazione, invece, si possono sperimentare tutte le opzioni prospettabili. E Isabella, la protagonista di quest’avvincente thriller, si guadagna con sacrificio la propria occasione di riscatto.
In effetti, l’intera trama del romanzo si affida a una scelta fondamentale: quella fra giustizia e vendetta, ovvero fra vita e morte.
È ovvio che la decisione, una volta presa, conduce a esiti del tutto divergenti, e in un solo caso si può rimanere indifferenti, dondolandosi pericolosamente sull’orlo del dilemma, pur continuando a tenere a bada vertigine, nausea e senso del pericolo. In un solo caso: quando non si ha più nulla da perdere.
Solo a quel punto la morte diventa, come preannunciato dal titolo, un’opzione accettabile.
Mi viene in mente una frase, pronunciata da una splendida Juliette Binoche in una scena famosa del film “Il danno”: “Ho subito un danno. Le persone danneggiate sono pericolose. Sanno di poter sopravvivere… È la sopravvivenza che le rende tali… perché non hanno pietà. Sanno che gli altri possono sopravvivere, come loro.”
Già.
La nostra Isabella è un’agguerrita final girl, a metà fra la fatale protagonista de “Il danno” e la sanguinaria Beatrix Kiddo di “Kill Bill”.
Come Beatrix risorge dal coma e si accorge di aver perduto tutto. Tutto ciò per cui vale la pena vivere (ma non tutto ciò per cui vale ancora la pena morire). E come Anna Barton, alias Juliette Binoche, non vede l’ora di sperimentare il proprio grado di pericolosità.
Ora, è vero che il nemico di Isabella sono le Istituzioni e che la sua sete di giustizia/vendetta per trovare soddisfazione deve passare attraverso un percorso non proprio ortodosso. Tuttavia è altrettanto vero che una società corrotta fin nel midollo non merita compassione, ma disgusto, rifiuto, ribrezzo.
Sì, lo devo ammettere. Ho fatto il tifo per Isabella: ho sperato con tutto il cuore che riuscisse a ottenere la vendetta o, meglio ancora, la giustizia meritata, e ho dovuto trattenermi per non sbirciare fra le ultime pagine e verificare che fosse com’io speravo.
Sono certa che anche voi vi appassionerete alla trama, ai personaggi e soprattutto alla prosa di questo thriller: ai suoi dialoghi serrati, alle descrizioni fulminanti, alla rapidità dei cambi di scena.
Una prosa lapidaria come Isabella, che non si trastulla con inutili giochi di parole. Mai.
Il lettore, seppur incalzato dall’esplosione imminente, vorrebbe indugiare sui sentimenti feriti della protagonista. Isabella, però, non concede nulla, non si scopre, se non un attimo soltanto nel finale.
Arrivati a questo punto, la tensione si scioglie un poco, come a voler riprendere fiato dopo una lunghissima rincorsa, e si rivela nella sua interezza l’amaro messaggio del romanzo, lanciato nel vuoto di un panorama mozzafiato, sulla sommità di una montagna incantata: l’umanità è perduta in maniera definitiva solo quando non si hanno più speranze.
E ringraziando il cielo, per noi amanti della Vendetta, la Giustizia rappresenta un ottimo surrogato… Ehm, volevo dire: per noi amanti della Giustizia, la Vendetta rappresenta un ottimo surrogato.

Marnie dei Ricordi… e del Perdono

Per soli tre giorni, precisamente il 24-25-26 agosto, le sale cinematografiche italiane proietteranno un lungometraggio d’animazione giapponese diretto da Hiromasa Yonebayashi e prodotto dallo Studio Ghibli. La sceneggiatura è tratta dal romanzo della scrittrice e illustratrice britannica Joan G. Robinson “When Marnie was there”.
Personalmente trovo il titolo originale giapponese 思い出のマーニー (Omoide no Mānī), “Marnie dei ricordi”, molto più musicale e suggestivo della versione italiana “Quando c’era Marnie”.
È proprio ai ricordi perduti, infatti, che bisognerebbe risalire, per recuperare il significato profondo di questo piccolo gioiellino d’animazione.
Ma andiamo per gradi.
Anna è un’orfana di dodici anni insicura e introversa. Su consiglio del medico, la madre adottiva decide di farle trascorrere le vacanze estive al mare dagli zii, in modo che l’aria salubre del posto possa guarirla dall’asma.
Gli zii sono molto ospitali e simpatici, ma, nonostante questo, Anna continua a percepire disagio, incapace com’è di accettarsi e di relazionarsi con i propri coetanei. Così non le resta che dedicarsi al suo unico svago: il disegno.
Durante una delle sue abitudinarie passeggiate, alla ricerca di solitudine e d’ispirazione, la ragazzina s’imbatte in una villa misteriosa, circondata da un acquitrino, il cui livello s’innalza e si abbassa con il cambiare della marea.

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Inizialmente l’abitazione le sembra disabitata, ma visite successive le permettono di scorgere delle luci e, a una delle finestre del piano superiore, le pare di intravedere una ragazza bionda, seduta a una toeletta: una donna anziana, alle sue spalle, le pettina i capelli lunghissimi.
La ragazza non è altri che Marnie, con cui Anna, in occasione di una delle numerose escursioni alla villa, stringe un’amicizia segreta: i loro incontri hanno la consistenza dei sogni e il sapore dolce-amaro dei ricordi nostalgici.
Ecco, torniamo ai ricordi. Il nodo essenziale della storia.
Il lungometraggio è ricco di suggestive metafore, ma quella che più mi ha colpito ha per oggetto l’acqua, l’innalzamento improvviso della marea e il potere gravitazionale esercitato dalla presenza della luna: è sottinteso che i ricordi affiorano in superficie, se alimentati dalla forza liquida e catartica dell’inconscio.
Più potente ancora dell’inconscio c’è soltanto la capacità magica sprigionata dalle anime “interrotte”. Anime che si rivelano per quello che sono veramente, solo a coloro i quali hanno la sensibilità di coglierne il tormento.
Anime che hanno bisogno di saldare il conto con un destino crudele.
Anime creditrici di vita e di sogni.

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Sogni, sì. Infatti Marnie non è altro che la versione manga di Alice nel Paese delle Meraviglie. Stesso abitino celeste, stessi capelli biondi e occhioni azzurri. Stessa capacità di viaggiare attraverso solide illusioni, scombussolando i cuori, scalzando pregiudizi, insinuando dubbi.
Soltanto che il Paese delle Meraviglie, creato appositamente da Marnie per l’amica Anna, ha un sapore romantico- decadente, ambientato com’è nei dintorni della villa fatiscente, fra siros abbandonati, paludi misteriose e boschi incantati.
La storia, mano a mano che si rafforza il legame di amicizia fra le due ragazze, assume un ritmo sempre più lieve e continuo.
Puntuale come l’innalzamento della marea, Marnie si rivela ad Anna, la conduce a visitare le stanze lussuose della villa, la invita ai party eleganti organizzati dai genitori. Ora è una danza al chiaro di luna; ora è una gita in barca al tramonto, con le increspature all’orizzonte rese cangianti dalla lama obliqua dei raggi; ora è una sfida alla furia del temporale, incanalata nell’abisso cilindrico del siros buio e pericolante.
Le vacanze estive di Anna si trasformano piano piano in un’esperienza catartica, che le rivelerà chi è veramente, aiutandola ad accettare il dolore di un passato ormai rimosso e consentendole di comprendere il valore irrinunciabile del perdono: gesto generoso e salvifico, in grado di liberare le persone che amiamo e soprattutto noi stessi.

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“Una Bionda per il Presidente” (selezionato e pubblicato nell’antologia “I racconti di Cultora” – Historica Edizioni)

“Se dovessero sparire le api dalla superficie della Terra, all’uomo non rimarrebbero più di quattro anni di vita.”
Albert Einstein
Katie varcò la porta nord-est della stanza ovale con discrezione felina. Se non fosse stato per il tintinnio dei preziosi ciondoli Tiffany, ricadenti a grappolo dal bracciale di platino, il Presidente non si sarebbe accorto del suo ingresso.
L’elegante tailleur chiaro s’intonava perfettamente con la sfumatura avorio della tappezzeria e degli arredi. Non si sarebbe potuto dire altrettanto per il suo viso, scuro per la preoccupazione.
«Signor Presidente, sono qui per informarla che la colonia di api si è ripopolata in quantità sufficiente, e, finalmente, la preparazione della birra presidenziale può proseguire a pieno ritmo».
Il Presidente sollevò appena il sopracciglio: «Uhm… a me sembra un’ottima notizia, eppure percepisco un velo di preoccupazione…»
La segretaria personale del Presidente per tutta risposta appoggiò un piccolo fascicolo rilegato in pelle sulla Resolute desk. L’indice della mano destra picchiettò due volte sulla copertina: «Qui ci sono gli esami del laboratorio. Le api sono diverse. Sembra che abbiano subito una mutazione, probabilmente per adattarsi all’ambiente inquinato e nocivo».

Il Presidente intuì dove volesse arrivare Katie: purtroppo si era verificata una moria di api negli ultimi mesi di quell’anno. Interi sciami decimati dai pesticidi dispersi nell’aria e dalle drastiche variazioni climatiche del pianeta.
Gli scienziati non avevano formulato al riguardo dati definitivi, né previsioni attendibili, ma gli effetti dell’inquinamento erano sotto gli occhi di tutti: subdole alterazioni del comportamento animale, accompagnate dall’estinzione di intere specie.
Anche le api allevate nell’orto biologico della first lady, il cui miele veniva impiegato nella produzione della birra presidenziale, la White House Honey Blonde Ale, non erano scampate allo scempio. Ma adesso la cosa sembrava risolta. «La colonia di api si è ripopolata!»… così aveva esordito Katie.

Il Presidente provò a sdrammatizzare la situazione: «Katie, suvvia… saranno api diverse dalle precedenti, ma io sono certo che si tratti pur sempre di api democratiche e, per quanto mi riguarda, nient’altro conta più di questo!»
La segretaria abbozzò un sorriso; non voleva lasciarsi distrarre dal proverbiale sense of humor presidenziale.
Aprì il fascicolo e senza esitazioni, fra tanti diagrammi e tabelle percentuali, scelse un dato esplicativo dell’intera questione «È cambiata anche la qualità del miele prodotto e poiché si tratta di uno fra gli ingredienti principali utilizzati, è ovvio che sia cambiato anche il sapore finale della birra».
«Il sapore?»; il Presidente si fece più serio. «E com’è? Buono?»
Solo ora cominciava a farsi una ragione dell’espressione imbronciata dipinta sul volto giovanissimo della segretaria.
Katie sgualcì la copertina del fascicolo, nell’atto di prendere tempo: «Com’è… com’è …», l’esitazione trapelava da ogni singola pausa: «… È insolito».
«Insolito?», quell’aggettivo risuonò nel silenzio immacolato della stanza come la stridula cacofonia di un graffio su una lavagna.
«Gli chef hanno assaggiato personalmente la miscela e…».
«E?»; il Presidente era incalzante.
«… E sono stati evasivi al riguardo, ma tutti hanno convenuto su un fatto…».
«Katie, insomma, stiamo parlando di un’innocua bevanda artigianale. Una semplice birra! Non una nuova arma chimica progettata per sterminare l’intera popolazione mondiale. Quindi, ti prego, dimmi tutto ciò che c’è da sapere al riguardo, senza tentennamenti o reticenze».
Katie, scelse accuratamente le parole da adoperare e si fece coraggio: «Gli chef hanno riferito che la birra provoca uno stato di ebbrezza sui generis… nulla di violento, per carità! Solo delle allucinazioni particolari, accompagnate da manifestazioni paranoiche».

Il Presidente guardò la donna esterrefatto. Non riusciva a credere alle proprie orecchie e incominciò a dubitare del suo stato di lucidità mentale. Si domandò perfino se la segretaria, nel tentativo di sperimentare personalmente gli effetti della birra, avesse alzato troppo il gomito.
Katie lesse chiaramente quel pensiero, nell’espressione fin troppo esplicita del Presidente e, cercando di mantenere intatte dignità e professionalità, provò a suggerire una soluzione di emergenza: «In fin dei conti non c’è nulla di tossico nella birra; gli esami lo confermano. Personalmente non vi ho trovato niente di strano… ma ne ho gustato solo un sorso».
Non si era sbagliato: Katie aveva assaggiato la miscela!
«… Dunque suggerisco di farne omaggio, come avevamo progettato sin dal principio, agli ex funzionari dell’FBI o ai vecchi dipendenti della White House», concluse perentorio. Quindi si alzò dalla Resolute desk, avvicinandosi a passi lenti alla porta finestra affacciata sullo splendido Giardino delle Rose.

Sciami di api ronzavano instancabilmente, disegnando voli intricati fra le innumerevoli varietà colorate di calici dischiusi. Insetti innocui intenti a produrre l’oro prezioso del loro miele: uno dei tanti doni inestimabili elargiti dalla Natura all’uomo. Non vi poteva essere nulla di pericoloso in tutto ciò.
Anche Darwin lo aveva chiarito nei suoi studi sull’evoluzione: non è la più forte delle specie che sopravvive, né la più intelligente, ma quella più reattiva ai cambiamenti.
Le api avevano saputo adattarsi ai mutamenti climatici e il miele si era “evoluto” assieme a loro. La Natura non commette errori.
La White House Honey Blonde Ale era a posto, forse persino migliore della precedente versione. I suoi collaboratori avrebbero apprezzato un così gentile e simpatico omaggio.
Oltretutto, un’altra questione più spinosa, la dilagante rivoluzione in Egitto, richiedeva tutta la sua attenzione.
Non poteva certo dilungarsi oltre in frivole discussioni culinarie.
Si girò deciso verso la segretaria, che attendeva in posa compita, accanto alla Resolute desk: «Hai Capito, Katie? Procedete pure con le spedizioni! Inviate una cassa di sei bottiglie a ciascun nominativo contenuto negli elenchi compilati».

§§§

Se c’era una cosa che Bernie detestava, oltre l’ipocrisia dei propri simili, era la birra calda. Due cose tanto lontane fra loro, a pensarci bene, avevano un’origine comune: la natura alterata da condizioni ambientali avverse.
Il calore nel caso di bevande, le delusioni nel caso di esseri umani, sono in grado di provocare lo stesso tipo di deterioramento.
Bernie fece schioccare la lingua sul palato per cercare di intuire meglio il sapore della miscela. Aveva uno strano retrogusto dolciastro, simile al miele.
Era un peccato che la birra non fosse fredda al punto giusto. In quel modo non era possibile stabilirne la bontà.
D’altra parte la sua fretta era ampiamente giustificata. L’idea che il Presidente degli Stati Uniti avesse omaggiato proprio lui, Bernie Smith, funzionario dell’FBI in pensione, con un’intera cassa di White House Honey Blonde Ale, lo aveva commosso fin quasi alle lacrime.
Alla commozione si aggiungevano, ovviamente, la curiosità e l’astinenza da alcool.
Adesso, però, era il caso di raffreddare le bottiglie rimaste e gustarle nel modo migliore. Bernie Smith si alzò con fatica dalla sua vecchia poltrona di velluto color muschio, strusciando le pantofole fino alla cucina. Nel tragitto, passando accanto alla foto incorniciata della moglie, morta da più di venti anni, accennò un brindisi.
In prossimità del frigo, l’anziano appoggiò la bottiglia quasi vuota sul tavolo. Lanciò un’occhiata compiaciuta alla cassa decorata con il logo della White House e, nell’impossibilità di sollevarla, la spinse con una gamba, come si fa con un cane che non si voglia decidere a uscire da casa per i suoi bisogni. Aprì il reparto del ghiaccio, vi ripose le birre e richiuse lo sportello. A quel punto la vide: la carne candida come l’avorio e morbida come burro si distribuiva lungo una silhouette di curve mozzafiato.
Un lenzuolo bianchissimo, forse lo stesso su cui giaceva morta il 5 agosto del 1962, era serrato in mezzo alle cosce nervose e saliva fino a coprirne appena il seno generoso.

Bernie cercò invano la spalliera di una sedia per appoggiare il peso invincibile della meraviglia, accompagnato a quello della vecchiaia. Il broncio si attenuò e le labbra si schiusero in un sorriso ammaliante: «Hai ragione, Bernie, “Marilyn” fa quest’effetto»

Sfregò gli occhi, mormorando la propria incredulità: «Come sono ridotto: un vecchio alcolizzato e depresso!», poi lanciò un’altra occhiata, dubbioso. Lei era ancora lì, splendida come tutti la ricordavano; l’eternità dei suoi trentasei anni portata con estrema disinvoltura.

«Bernie, non me lo sarei mai aspettato da te!»
Marilyn conosceva il nome del vecchio pensionato! Il suo ego usurato dal tempo e dalle delusioni venne sfiorato da un sussulto di orgoglio.
«Una vita trascorsa a studiare il mio caso: centinaia di bobine contenenti intercettazioni telefoniche analizzate e trascritte sospiro per sospiro; prove costruite ad arte poi smentite; tentativi di insabbiamenti stroncati; complotti orditi dalle più alte sfere pubblicamente smascherati… e poi? Tutto finito in una grande bolla di sapone! Ti sei arreso Bernie? Cos’è stato che ti ha ridotto così: la vecchiaia o la paura?»

L’orgoglio del pensionato, appena richiamato in causa da quella sfilza di accuse, lo spinse a reagire con prontezza e determinazione: «Piano! Piano! Piano! Un momento! Paura? Non ti rendi conto di cosa stai parlando! Da quel che io so, ti hanno usata tutti: la mafia, gli strizzacervelli, gli amici degli strizzacervelli, i produttori hollywoodiani, l’FBI e l’intera famiglia Kennedy! Perciò non ti permettere più di usare quel tono con me!»
L’attrice si limitò a sbattere le ciglia foltissime un paio di volte. Poi iniziò a parlare, con voce calma e suadente: «Capisco… pensavo che l’intuito ti avrebbe portato più in là dei soliti luoghi comuni costruiti ad arte sulla figura di Marilyn e degli altri divi hollywoodiani. Invece non è così… e mi spiace. La cosa è molto più complicata di ciò che pensi, bisogna partire da più lontano. Più precisamente, dalla fine della seconda guerra mondiale: cinquantacinque milioni di morti e un’economia allo stremo. L’uomo si era chiaramente rivelato il peggior nemico di se stesso. I conflitti, un tempo pianificati ad arte sulle carte geografiche, come giochi di guerra fra ragazzini depravati e corrotti, avevano preso direzioni inaspettate, trasformandosi in un orrore senza fine.
Questo è successo perché l’uomo è una creatura incontrollabile.
Le sue reazioni sono connesse a bisogni più complessi e profondi rispetto a quelli semplici e istintivi degli animali.
L’uomo è per sua natura tormentato, scontento, deluso, amareggiato.
Viste le premesse, il “Congresso” decise di correre ai ripari: bisognava escogitare un metodo per condizionare le scelte umane.
A seguito di questo tacito accordo fra le potenze mondiali, negli anni ’50, il mondo subì una trasformazione incredibile, anche se la maggior parte della gente non si accorse di nulla.
Bernie, hai presente una pista di bowling: lucente, dritta, piatta? Ecco! Così divenne il mondo! L’uomo, lanciando la palla del proprio destino non avrebbe potuto sbagliarsi più di tanto. Tutto era rigorosamente previsto.
Paradossalmente il compito di gestire la pista, con le sue luci sfavillanti e i suoi roboanti rumori di colpi andati a segno e di birilli gettati a terra, venne affidato alla fabbrica dei sogni per eccellenza: Hollywood!
L’intellighenzia postbellica si rese conto quanto fascino esercitasse sull’uomo medio, appena scampato al conflitto mondiale, il grande baraccone dello star system hollywoodiano.
Qualsiasi messaggio-osso venisse lanciato alla platea ansiosa e basita, l’effetto era tanto immediato quanto disarmante: un nugolo di bestioline uggiolanti si affannava alla disperata ricerca della propria briciola di identità. Emulare le dive e i divi del cinema divenne lo scopo principale dell’intera umanità scodinzolante. Patetici vero?
I divi del momento dettavano legge su ogni cosa: il modello di macchina da acquistare, la linea di abiti da indossare, la pettinatura da sfoggiare, la casa da abitare.
I subdoli consigli di un potentissimo deus ex machina non si limitavano a condizionare la moda e l’andamento del mercato, ma si arrogavano il diritto di guidare, il più delle volte deviandola, la morale.
Per non parlare, poi, delle grandi farse cinematografiche appositamente create negli Studios per rendere l’uomo medio più consapevole e soddisfatto dei notevoli traguardi raggiunti dalla società in cui viveva: la luna! Un grande passo per lo star system hollywoodiano!
Se qualcuno si ribellava al piano diabolico, per un rigurgito di moralità o per rimorso, avrebbe fatto la fine che è toccata in sorte a me e a tanti altri come me: Elisabeth Short, James Dean, Bruce Lee, Natalie Wood, Jean Seberg… davvero vuoi che io continui?»

Era una domanda retorica. Marylin proseguì imperterrita nel suo lungo monologo. Il più brillante di un’intera carriera.
«Adesso ti fornisco io i dettagli del complotto, chi l’ha architettato e perché. Tu, intanto, mettiti comodo e gustati una birra del Presidente. Fredda come piace a te!…»
Bernie non avrebbe mai osato interromperla o contraddirla. Il tono melenso della sua voce si era fatto sempre più simile a un incessante, monotono ronzio, che riempiva le orecchie impastocchiandole di congiure, trame e macchinazioni, mentre un liquido denso e appiccicoso, pregno di sospetto e di rabbia, intasava ogni pertugio labirintico, come fa il miele nelle celle di un’arnia.

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