“Il lago di Pilato” (Primo classificato “Un mese con Torinoir”)

«Manca ancora molto?», domandò sconfortato il commissario.
In quel momento avrebbe desiderato essere uno stambecco, per balzare sui picchi impervi con stupefacente disinvoltura.
Purtroppo la scarsa forma fisica lo costringeva ad assumere l’andatura goffa e lenta di un orrido scarafaggio, che arranca sotto il peso invincibile della sua enorme corazza.
«Pochi minuti appena», rispose Giustino, mantenendo lo sguardo fisso innanzi a sé e cercando di non dare troppo peso alla retroguardia impacciata e ansimante.
Era evidente che egli conoscesse i percorsi di montagna a menadito. Saltellava sul terreno scosceso, come nemmeno una capra avrebbe saputo fare e senza che una stilla di sudore ne imperlasse il volto cotto dal sole.
«Con tutta probabilità non si trattava nemmeno di pelle umana», rifletté cinicamente il commissario Fosco Martini. Un’analisi accurata di un patologo avrebbe evidenziato la presenza nell’epidermide di una particolare lega: cuoio e acciaio. La classica pellaccia dura di un alieno montanaro, insomma.
«È curioso e allo stesso tempo irritante, che la gente di montagna attribuisca una durata esigua a percorsi che un uomo normale impiegherebbe ore a compiere. Le cose sono due: o siete degli inguaribili ottimisti o siete dei bugiardi spudorati», sentenziò il commissario con voce rotta dall’affanno.
Il cinismo ostentato da Fosco nascondeva una punta d’invidia per coloro che riuscivano a trovarsi a proprio agio in un mondo in cui lui, nonostante gli sforzi compiuti, non avrebbe mai potuto ambientarsi.
Mare, montagna, città o lago erano indifferenti. Il commissario Fosco era un essere irrequieto e tormentato che, tempo massimo un paio di anni, scappava dalla destinazione assegnatagli per via del suo lavoro.
Giustino si arrestò e sembrò riflettere, continuando a mostrare le spalle spaziose al proprio interlocutore. Poi, all’improvviso si girò e, puntando uno sguardo freddo e calcolatore su quella che doveva essere un’autorevole figura, ormai ridotta a un ammasso grondante di abiti e imprecazioni, replicò con tono affettato: «Io non sono di qui. Vengo da fuori».
Detto così: «Vengo da fuori», si poteva fantasticare chissà quale provenienza esotica della compassata guida.
Il dubbio sfiorò il commissario Fosco: «Da fuori?».
«Sì, da una cittadina di mare distante un centinaio di chilometri», rispose laconico, indicando in maniera vaga il punto in cui, appena poche ore prima, era sorto il sole infuocato di agosto.
Lo sguardo perplesso del commissario non lasciò scelta a Giustino: pur non avendone voglia, sapeva che avrebbe dovuto fornire una spiegazione.
«Ero un pescatore prima di trasferirmi sulle montagne e diventare il proprietario della Taverna Sibilla».
«Che cosa strana!».
«Cosa? Che io non sia di queste parti?».
«No, che un pescatore, abituato alla distesa infinita del mare e a un clima decisamente più temperato, decida improvvisamente di cambiare vita e di ritirarsi in montagna».
Giustino proseguì il cammino, mantenendo la sua posizione distante innanzi al commissario. Fece ancora qualche passo poi inaspettatamente esclamò: «Sono il leopardo del Kilimangiaro!».
«Prego?», Fosco era quasi certo di non aver udito bene. La stanchezza e il sole cocente iniziavano a tirargli brutti scherzi.
«Il leopardo di cui parla Hemingway in un suo famoso racconto. Il leopardo stecchito e congelato, che è stato trovato sulla vetta del Kilimangiaro… sono quasi seimila metri di altitudine, mica bazzecole. Nessuno ha mai saputo spiegare che cosa fosse andato a cercare fin lì».
Il commissario stentava a credere a quanto aveva appena udito. Un alieno montanaro, ex pescatore, che gli citava Hemingway, nel bel mezzo di un estenuante cammino fin sulla cima del Monte Vettore.
Però, adesso che ci pensava, c’era una certa somiglianza fisica fra l’uomo e il grande romanziere americano. La pelle abbrustolita dal sole, la folta barba bianca e la corporatura atletica gli conferivano un’aria da avventuriero. Esattamente la stessa di Hemingway.
Perso nei suoi pensieri, Fosco non vide in tempo che Giustino si era fermato. Lo urtò da dietro, senza peraltro riuscire a spostarlo di un solo millimetro.
«Eccoci qui, siamo arrivati!». Con una leggera enfasi nel tono della voce, aggiunse: «Il lago di Pilato».
Ai loro piedi si apriva una stretta valle fra i picchi impervi del monte. Due grossi bacini comunicanti, simili a un paio di occhiali, erano screziati dai riverberi accecanti di un cielo e di un sole smisuratamente vicini alla terra.
Il silenzio che pulsava nelle orecchie dei due viandanti, al ritmo incalzante dei loro cuori, colmi di meraviglia, era rotto unicamente dal sordo grugnito di una coppia di bufali.
C’era un carro di legno mezzo sgangherato accanto al più grosso dei due bacini. Gli animali lo trascinavano in maniera indolente, assecondando la natura e l’istinto: verso l’acqua se avevano sete, verso i radi ciuffi d’erba se avevano fame.
Sul piano di carico era adagiato un sacco voluminoso, avvolto da diversi giri di corda per tenerlo ben saldo alle assi. La sagoma dell’involucro lasciava intuire facilmente l’oggetto contenuto al suo interno: un corpo umano.
«Sono ancora lì, dove li ho visti ieri», precisò Giustino in un sussurro. Fosco pensò che non volesse far agitare i due bufali; In realtà, Giustino non si azzardava a disturbare il sonno eterno del cadavere.
Sembrava che Caronte stesso lo avesse infilato in un grezzo sudario di iuta per accompagnarlo in viaggio nell’aldilà, solcando le acque maledette del lago di Pilato, l’infernale Stige dei Monti Sibillini.
———
Il commissario Fosco, rinfrancato da una doccia corroborante, si affacciò al terrazzino della sua camera, posta al secondo piano della Taverna Sibilla, ansioso di godersi, in tutta tranquillità, il panorama mozzafiato offerto dal Monte Vettore. Il suo sguardo si perse fra i misteri e le leggende custoditi negli anfratti boschivi circostanti, mentre i suoi pensieri rovistavano nel ricordo dell’interessante conversazione telefonica con il Procuratore Aggiunto del Tribunale di Ascoli, Eleonora Speranza.
L’affascinante magistrato, così simile a una fata irlandese − figura esile e aggraziata, lunghi capelli rossi, piccole efelidi impertinenti che spiccavano su una carnagione lattescente, occhi verde smeraldo − essendo nata e cresciuta in quei luoghi, conosceva più dell’ignaro commissario Fosco Martini, originario di Bologna e appena trasferito per ragioni di servizio nelle Marche, le credenze e le superstizioni sussurrate a mezza voce dagli abitanti dei Monti Sibillini.
La graziosa voce all’altro capo del telefono gli aveva rivelato l’esistenza di uno strano commercio di anime e di poteri sovrannaturali, avvenuto in epoca medievale, sulle sponde del lago di Pilato.
Streghe e negromanti si presentavano nottetempo al cospetto della madida creatura, intessuta di alghe e di linfa, per invocare il demonio e consacrargli i propri grimori, i così detti libri del comando.
Quest’oscuro pellegrinaggio aveva esasperato gli abitanti del luogo che, temendo una dispersione nociva d’influssi negativi oltre la gola maledetta, decisero di comminare una pena esemplare a coloro i quali si fossero incautamente avvicinati.
Alcuni pellegrini vennero torturati e bruciati vivi. Ad altri toccò sorte peggiore: vennero dilaniati e quindi gettati nelle acque del lago per saziare la fame atavica degli spiriti acquatici.
Mentre il commissario Fosco si beava al suono della voce armoniosa, una visione del seducente magistrato, comodamente seduta nell’ufficio di una surreale Procura, continuava a ossessionarne la mente: un gatto nero si strusciava su faldoni vecchi e scoloriti, da cui sbucavano documenti fitti di simboli incomprensibili; un paio di corvi gracchianti, appollaiati su vecchie poltrone sdrucite e impolverate, fornivano le penne corvine con cui venivano vergate le condanne a morte; negli alambicchi contorti, decorati da una fitta trama di ragnatele, ribollivano liquidi dai colori luminescenti.
E soprattutto lei − nella fervida immaginazione del commissario, più nitida che mai − Eleonora Speranza, una moderna maga Circe, avvolta nei veli lascivi e trasparenti di un abito aderente, che poco o nulla lasciava all’immaginazione.
La donna indossava un foulard color porpora intessuto di perline, legato dietro la nuca, come usano le zingare.
Gli occhi verde smeraldo s’illuminavano a tratti di una luce fredda, mentre le mani, dalle lunghe dita affusolate, si libravano con movimenti rotatori attorno a una sfera di vetro, simile a quelle sciocche boule-de-neige che si usano regalare a Natale, al cui interno era collocata una miniatura del lago di Pilato.
Nello spazio esiguo della boccia, piccoli cristalli ghiacciati volteggiavano lentamente, senza mai arrestare la loro caduta. Una tempesta eterna vi soffiava rigide folate di vento e di morte.
Il commissario Fosco, fece uno sforzo incredibile per distogliere il suo pensiero da quelle fantasie morbose e ricondurlo alla realtà delle cose.
Del resto si era giunti alla parte più interessante della conversazione: quella che riguardava il ritrovamento del cadavere in prossimità del bacino lacustre e la strana messa in scena architettata dall’assassino.
Secondo un’antica leggenda, riferita dal magistrato con dovizia di particolari, Pilato, una volta defunto, venne infilato in un sacco, adagiato in un carro e quindi affidato alla cieca volontà di un’inconsapevole coppia di bufali. Essi trainarono il corpo del reietto dalla città eterna sino all’eternità dell’oblio, cioè, sino ai piedi della cima del Redentore, in prossimità del lago. Da qui il nome: lago di Pilato.
A quel punto i sensi del commissario furono tutti desti e pronti per l’uso. La sua mente, stanca e confusa, riemerse dalla spirale ipnotica prodotta dalle parole suadenti del procuratore.
Quindi si trattava di una volgare emulazione? L’ammirazione istintivamente provata per il fantomatico assassino andò a farsi benedire. L’uomo che aveva lasciato vagare per giorni un corpo putrefatto, in balia di due bestie recalcitranti, in realtà non aveva fatto altro che copiare per filo e per segno un’antica leggenda di origine medievale.
Il commissario Fosco aveva appena terminato il riepilogo mentale dei fatti accadutigli in quella strana giornata di fine agosto, quando un lieve rumore alla porta lo indusse a sospettare di essere spiato. Aprì l’uscio di scatto, imbattendosi nel corpo procace di una giovane cameriera. «La sana alimentazione di montagna, unita all’aria pura e all’acqua salutare, producono i loro buoni frutti», rifletté ironico.
«Mi spiace, temevo si fosse addormentato e non sapevo come avvertirla. Più tardi arriveranno alla taverna i proprietari del carro, così come lei ha richiesto» Il commissario annuì, rigido e impettito per l’imbarazzo. La cameriera stava per andarsene, quando sembrò ripensarci: «Fra un’ora circa sarà pronta la cena. Io e il signor Giustino siamo contenti che abbia deciso di fermarsi tutto il tempo che sarà necessario per svolgere le indagini».
Il sorriso fin troppo disponibile sfoggiato dalla giovane lasciò il commissario senza parole.
Ringraziò e richiuse delicatamente la porta. La notte era ancora lunga e lui non sapeva nemmeno da dove cominciare. Forse qualche idea gli sarebbe giunta dall’identificazione di quel corpo trascinato al cospetto del demonio, ora sicuramente al vaglio delle autorità autoptiche.
Un tassello dell’enigma gli sfuggiva e, mentre si vestiva, il suo pensiero ritornò confuso al leopardo di Hemingway e alla seducente versione zingaresca della giovane procuratrice.
———
Cecilia ed Emidio Sagripanti, due anziani contadini di Foce, si erano presentati alla Taverna Sibilla mano nella mano e, sempre mano nella mano, si erano accomodati, a un cenno di Giustino, al tavolo centrale della piccola sala da pranzo, interamente rivestita di legno, nel tipico stile dei locali di montagna. A ogni domanda postagli dal commissario Fosco, seduto di fronte a loro, le dita callose si stringevano in una morsa sempre più serrata, sempre più spasmodica. Il nervosismo era un chiaro sintomo d’innocenza.
Fosco non aveva dubbi al riguardo, ma voleva ugualmente ricevere alcune delucidazioni in merito al carro trainato dai bufali. Mezzo di trasporto e bestie appartenevano, infatti, ai due anziani coniugi, che gestivano una modesta azienda agricola, nel vicino comune di Montemonaco.
Giustino stesso, il giorno precedente, dopo essersi avventurato per la sua solita passeggiata meditativa fra i picchi dei Monti Sibillini, aveva riconosciuto il carro abbandonato nei pressi del lago di Pilato e si era accorto del macabro trasporto.
Tornato alla taverna, aveva avvertito le autorità e i coniugi Sagripanti del ritrovamento. Il commissario Fosco, incaricato delle indagini, si era recato immediatamente sul posto.
«Innanzi tutto vi devo chiedere di stare tranquilli. Siete due persone informate sui fatti e a questo titolo vi sto facendo delle semplici domande di routine. Non vi preoccupate, lo capite da voi che è una situazione del tutto informale… ».
Cecilia ed Emidio assentirono col capo, ma lo sguardo continuava a rivelare una confusione e un timore incontrollabili.
Il commissario Fosco intuì che erano del tutto inutili quei convenevoli. Non sarebbe mai riuscito a mettere l’anziana coppia a proprio agio. Tanto valeva arrivare dritti al dunque.
«Solitamente dove tenete custoditi i bufali?».
«In un recinto all’aperto, signor commissario».
Emidio si affrettò a rispondere come se stesse partecipando a un quiz televisivo. Mancava il pulsante da premere ma, a giudicare dalla mano ormai violacea della consorte, quella stretta doveva essere un ottimo surrogato.
«Come immaginavo! Quindi, chiunque potrebbe aprire il recinto e far uscire le bestie… e il carro?».
«Il carro cosa?».
Emidio soltanto interloquiva, mentre la moglie si mordicchiava il labbro inferiore. Fosco non capiva bene se a causa del nervosismo o se per il dolore alla mano.
«Intendo dire: il carro dove lo tenete solitamente?».
«Il carro è un po’ vecchio e malandato e quindi lo lasciamo lì, accanto al recinto dei bufali. Non lo ricoveriamo mai nel fienile. Abbiamo comprato da poco un carro nuovo».
«Un estraneo avrebbe potuto attaccare i bufali al carro?».
«I bufali sono animali più intelligenti dei bovini in genere. La femmina Riconosce persino la voce di chi la chiama per la mungitura. A me non da mai retta, quella delinquente! Vedesse invece come risponde a mia moglie!… Una sfacciata, proprio! Sono bestie curiose e scommetterei il carro nuovo che gli sarebbe subito saltata la mosca al naso se un intruso si fosse azzardato a varcare la soglia del recinto… ».
«Quindi chi ha osato avvicinarsi sapeva bene come muoversi… o ha avuto una gran fortuna».
«La prima cosa che ha detto… la seconda, con tutto il rispetto, signor commissario, non regge proprio».
Fosco Martini, annuì soddisfatto, mentre Giustino si avvicinò perplesso, con una manciata di fogli in mano.
«È arrivato il fax che stava aspettando, commissario».
«Bene… » diede una rapida scorsa ai documenti che gli erano stati inviati dalla procura. Decise che sarebbe tornato in camera per leggerli con più calma e attenzione. Era giunto il momento di congedare Cecilia ed Emidio: «Vi ringrazio per la sollecitudine dimostrata. Potete andare».
Cecilia guardò perplessa il marito, il quale, con atteggiamento incredulo chiese ulteriore conferma: «Davvero possiamo andare? Non dobbiamo firmare nessun documento?».
Il commissario sollevò gli occhi dai suoi fogli: «Intende dire un verbale?», quindi sorrise bonariamente, «No, non serve, è tutto qui nella mia testa».
La stretta alle mani si allentò in maniera percepibile e Cecilia emise un lungo sospiro di sollievo.
———
Nella taverna si stava una meraviglia! Fosco valutò attentamente la possibilità di trasferire il commissariato in quel piccolo ambiente dotato di ogni confort. Il caffè caldo e fortissimo gli era stato servito in camera dalla cameriera, sempre molto premurosa. L’aria secca e frizzante della notte risvegliava la mente, rendendola reattiva a ogni tipo di stimolo e sollecitudine; il silenzio, quasi irreale, favoriva la concentrazione necessaria, mentre il lontano sciabordio di un ruscello ispirava fantasie malinconiche. L’ispettore Fosco Martini era fermamente convinto del fatto che occorresse una buona dose di malinconia per risolvere un caso di omicidio. La malinconia, infatti, aiuta a stabilire un legame empatico con l’omicida.
Le informazioni necessarie erano sparpagliate sotto i suoi occhi, stampate in chiari caratteri su una cinquantina di fogli, giunti nemmeno un’ora prima tramite fax. Freddi dati, cifre e nominativi si accavallavano senza alcuna apparente connessione logica. Sperava di trovare il sentimento che li legava, come un invisibile filo rosso, prima che il sole sorgesse. Occorrevano occhi buoni e allenati.
L’uomo ucciso, tale Giovanni Masi, nato a Cattolica nel 1943, commerciante ambulante, secondo un preliminare esame autoptico, era stato avvelenato con una dose massiccia di arsenico.
Non era stato facile risalire all’identità del cadavere per via di una grossa ustione al palmo delle mani, provocata da un acido, che aveva totalmente rimosso le impronte. Ma, attraverso un’indagine incrociata fra i recenti scomparsi della regione, si era alfine giunti all’identificazione.
L’uomo non aveva precedenti penali, tuttavia era stato coinvolto, una decina di anni prima in un fatto di cronaca nera: un grave incidente avvenuto in mare, causato da una di quelle tempeste estive che non lasciano scampo. Quattro pescatori si erano salvati, mentre un quinto, il più giovane e inesperto del gruppo, travolto dai furenti flutti dell’Adriatico, venne dato per disperso. Le ricerche continuarono invano per diversi giorni. Poi, quando le speranze, anche soltanto di trovare un corpo cui dare degna sepoltura, incominciarono ad affievolirsi, i resti del giovane ragazzo furono trovati orribilmente accartocciati sugli scogli che delimitavano l’imbocco del porto. La vittima non indossava alcun salvagente. Quella negligenza, con tutta probabilità, gli era costata la vita.
I pensieri del commissario, a causa della stanchezza accumulata nel corso della giornata, iniziarono a fare giri sempre più tortuosi, smarrendo la strada della logica. Le palpebre si abbassarono dolcemente, mentre il corpo si abbandonava inerme a quel peso così confortante, precipitando nell’abisso invitante del sonno. L’unico appiglio al mondo reale rimasto, il lontano scroscio di ruscello, svanì in un istante e tutto si colorò di buio intorno a lui.
———
Il mattino successivo Fosco Martini si alzò di buon umore al primo canto di un gallo indisponente, che razzolava libero e indisturbato nel giardino circostante la taverna. Il commissario aveva ottimi progetti per quella giornata: risolvere il caso del misterioso omicidio e presentare una dettagliata relazione alla giovane procuratrice aggiunta, poi, magari, dopo aver valutato attentamente la sua disponibilità al riguardo, invitarla a cena.
A volte l’istinto ti conduce per mano dove la logica si rifiuterebbe persino di seguirti. Mentre sorseggiava il suo caffè ristretto, nella graziosa veranda della taverna, Fosco approfittò del fatto che Giustino si fosse avvicinato, nell’atto di servirgli un vassoio di deliziosi maritozzi, ponendogli a bruciapelo un quesito che gli ronzava nella testa: «Lei era un pescatore prima di trasferirsi qui, vero?».
Giustino si limitò ad annuire in maniera quasi automatica, come se il suo pensiero in realtà fosse concentrato altrove, in un punto imprecisato ma certamente molto distante dal luogo in cui stava avvenendo quella conversazione.
«Allora, mi saprebbe dire se è buona regola indossare i salvagente quando ci si avventura in mare aperto o se, per lo meno, i salvagente devono essere calcolati in numero sufficiente per tutti i membri dell’equipaggio?».
Giustino sembrò irrigidirsi, come se quella domanda lo avesse prelevato con la forza dal posto incommensurabilmente lontano in cui si era rifugiata la sua mente, per sbatterlo con estrema violenza lì, nella confortevole veranda della Taverna Sibilla, fra gli aromi persistenti di caffè e di dolci appena sfornati.
Il commissario Fosco, continuò a osservarlo interrogativo, con la tazza sospesa a mezz’aria.
Giustino abbassò lo sguardo, mentre impiegava lo straccio che aveva con sé per ripulire il tavolo da briciole inesistenti.
«Per noi italiani è uno sforzo rispettare le regole, persino quelle dettate dal buon senso per la salvaguardia della nostra incolumità. I salvagente, in caso di pericolo, dovrebbero essere sufficienti per l’intero equipaggio è ovvio ma… ».
«Ma… ?».
«Ma bisogna sempre tenere in conto le eventuali eccezioni».
«Eccezioni in sprezzo alla regola?».
«Sì, purtroppo».
Giustino non era certamente una persona loquace, il commissario lo aveva capito, ma in quest’occasione sembrava quasi reticente… triste e reticente.
Incredibile davvero, dove l’istinto riesca a condurti, delle volte.
Appena terminata la colazione, Fosco fece una telefonata al commissariato. L’ispettore Mario Belli non si occupava semplicemente dell’archivio, egli, senza ombra di dubbio, rappresentava l’archivio del distretto provinciale, in carne e ossa. L’enorme stazza di quasi due metri per più di 110 chili gli consentiva di arrivare, senza l’ausilio di una scala, fin negli scaffali più alti e inaccessibili. Le mani incredibilmente ampie maneggiavano più di un faldone alla volta, come se fossero inconsistenti sacchetti di patatine. Ma la qualità che lo rendeva un elemento insostituibile dell’ufficio era l’impareggiabile memoria da elefante. Nomi (persino quelli stranieri, difficilissimi da pronunciare), date e luoghi erano impressi nella sua mente in maniera indelebile per anni.
Fu sufficiente che Fosco gli chiedesse di verificare un paio di cose. Dopo un’ora appena, ricevette tutte le informazioni di cui aveva bisogno.
Andò a cercare Giustino, mentre avvertiva distintamente scariche di adrenalina riversarsi copiose nel sangue. Il proprietario della taverna sollevò lo sguardo dal bancone del bar, sorpreso nel vedere arrivare il commissario così eccitato.
«Ho bisogno di ritornare al lago. Vorrei che lei mi accompagnasse».
Giustino, come c’era da aspettarsi, non rispose nulla. Si sfilò il grembiule che indossava, preparò uno zaino in cui mise acqua sufficiente per due persone e, quindi, sempre in silenzio, aprì la porta della taverna lasciando gentilmente che il commissario passasse.
La salita fino al lago fu meno faticosa della volta precedente. Al cospetto del lago di Pilato, Fosco si sentì meno affaticato, meno stupito e meno piccolo del giorno prima.
Il carro, il cadavere e i buoi erano stati portati via dalle autorità competenti. La valle era deserta e silenziosa. Non c’era nulla di cui avere timore. Creature soprannaturali non ve ne erano, a dispetto di secoli e secoli di antiche superstizioni, convinte del contrario. Era sempre la stessa squallida storia: l’uomo uccide l’uomo. Per potere, denaro o vendetta.
«Il morto si chiamava Giovanni Masi. Lei lo conosceva, vero?».
Giustino annuì.
«Aveva il palmo delle mani bruciate da un acido. Inizialmente ho commesso un errore pensando che la bruciatura fosse stata procurata per rendere impossibile l’identificazione, invece non era così. Si trattava di un rito. Ogni piccolo dettaglio di quest’omicidio è stato minuziosamente studiato per rendere la vendetta dell’omicida più gratificante. Giovanni Masi, in un momento cruciale della sua esistenza, quando doveva prendere una decisione fondamentale, per la sopravvivenza stessa di un gruppo di cinque pescatori, se n’è lavato le mani. Come Ponzio Pilato: “Volete Gesù o Barabba?” La storia si è ripetuta tale e quale. E’ stato sacrificato Gesù. Stavolta Gesù si chiamava Riccardo Festa ed era un povero ragazzo di appena sedici anni. Suo nipote, l’amatissimo figlio di sua sorella, vero Giustino?»
Giustino annuì nuovamente.
«Non essendosi mai sposato e non avendo figli, la famiglia di sua sorella era quanto di più caro possedesse. Quel ragazzo, soprattutto, tanto pieno di ammirazione per lo zio pescatore, da chiedere con insistenza di poterlo accompagnare in una battuta di pesca, rappresentava il dono più bello che la vita le avesse concesso. La tempesta vi ha colti di sorpresa e mentre lei, responsabile dell’intero equipaggio, era scaraventato dai flutti in ogni direzione e faceva il possibile per mantenere tutto a galla, vite, carico e speranza, Giovanni si occupava di consegnare i salvagente a coloro che ancora non lo avevano indossato. I salvagente non erano in numero sufficiente per tutti. L’ultima cosa che lei vide, prima di essere spazzato via da un’onda più alta delle altre, fu Giovanni che tendeva l’unico salvagente rimasto a Barabba. L’uomo, ovviamente, non si chiamava così, ma si trattava effettivamente di un individuo malavitoso, cui molta gente, compreso Giovanni, doveva molti favori. Quando la vedetta, avvisata del vostro naufragio, vi mise in salvo, lei non fece altro che invocare il nome di suo nipote, finché non perse la voce. Era tutto trascritto nei verbali dell’epoca. Non ho dovuto far altro che inseguire il filo rosso».
«Il filo rosso?».
«I fatti apparentemente slegati fra loro si collegano inseguendo la passione che li ha provocati. Ci sono cose che io non so, però, e posso solo supporre. Evidentemente Giovanni Masi qualche giorno fa si è presentato alla taverna come se nulla fosse accaduto, pensando che le antiche ferite si fossero rimarginate. Non poteva certamente immaginare quanto odio e quanto rancore fossero stati segregati all’interno del piccolo locale, così lontano dal mare e dai tragici ricordi a esso legati. Il suo inopportuno arrivo, ha scoperchiato una botola da cui sono emerse furiose Erinni, assetate di sangue».
Giustino, come se fosse impossessato da una creatura demoniaca appena sorta dalle acque del lago Pilato, iniziò a parlare. Tanto quanto non aveva mai fatto in vita sua: «Amavo quel ragazzo come un figlio. Saperlo morto al posto di un “Barabba” che non meritava nemmeno di esser nato, mi faceva ribollire il sangue. Quello schifoso, delinquente, usuraio, puttaniere morì ammazzato, per mano della stessa gente malavitosa che frequentava, nemmeno un anno dopo la tragica vicenda del naufragio. Quel maledetto salvagente gli aveva concesso un anno in più di delitti, mentre, a mio nipote, aveva tolto tutta la vita che gli restava ancora da vivere. Non dimenticherò mai lo sguardo inorridito del povero Riccardo mentre gli veniva sottratto l’unico mezzo di sopravvivenza a disposizione. Lo sogno tutte le notti, sperando che qualcosa possa cambiare, invece no. La colpa fu tutta di Giovanni. Quando me lo sono visto arrivare alla taverna, come se volesse controllare con i suoi stessi occhi che fine avessi fatto, ho capito che lo avrei ucciso e che lo avrei fatto com’era giusto che fosse: nel modo in cui tocca al peggiore dei criminali. L’arsenico sciolto nella bibita, che gli ho offerto a denti stretti, non avrebbe lasciato tracce di sangue difficili da ripulire. È stato talmente semplice che avrei voglia di rifarlo anche adesso, ancora milioni di volte, per la sensazione di ebbrezza che mi ha donato. Osservare il suo viso rattrappirsi in una smorfia di dolore e di orrore, le sue membra contorcersi e sussultare negli spasmi che precedono la morte, mi hanno procurato un piacere indescrivibile. L’adrenalina accumulata in corpo mi ha aiutato a caricare nottetempo il corpo sul carro e a trascinarlo fin qui. Un vigliacco di quella specie meritava di essere accompagnato nell’ultimo viaggio come il peggiore di tutti; come Pilato!».
Questa volta fu Fosco ad annuire. Il suo gesto significava che aveva intuito i fatti, prima ancora che gli venissero descritti dal responsabile, fin nei dettagli più macabri.
Giustino si sentì svuotato. La rabbia e la frustrazione ospitate nel proprio corpo vigoroso per tutti quegli anni erano fuggite assieme alle Erinni, implacabili depositarie di vendetta e di morte. Adesso sembrava persino più piccolo e inerme.
Una carcassa di uomo sulla cima del Monte Vettore.
Solo il commissario Fosco Martini sapeva cosa fosse venuto a cercare un pescatore a una simile altitudine.

Dal sito di Torinoir:

Il lago di Pilato è il racconto che abbiamo scelto tra i tanti pervenuti per l’iniziativa Un mese con Torinoir.  L’autrice è Mariachiara Moscoloni, di cui, al termine di racconto, abbiamo inserito una esaustiva biografica. Un sincero grazie va  a tutti gli altri partecipanti.

Non vi resta che leggere l’avvincente opera della nostra tredicesima complice!

http://torinoir.altervista.org/wp/il-lago-di-pilato/

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Un tuffo dove l’acqua è più blu – Factory day 2015 (Telese Terme)

Nel deplorevole scenario editoriale, in cui spiccano episodi poco edificanti di professionisti del settore (autori, traduttori, redattori) non pagati per il lavoro svolto, noi Sognatori rappresentiamo un’oasi felice, perché la nostra Casa Editrice, possiamo affermarlo senza timore di smentita, è differente.
Siamo diversi e orgogliosi di esserlo!
Concedetemi poche righe di un articolo per dimostrarvelo.
Nel frattempo vi invito ad accomodarvi su un virtuale divano rosso, nella mia mente molto simile a quello disegnato da Salvador Dalì nel suo ritratto a Mae West, mentre vi sarà offerto un gustoso assaggio di ospitalità factoriana.
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L’Editore:
Aldo Moscatelli, Sognatore per eccellenza, è colui che ha progettato l’idea della Factory editoriale.
Il nostro lungimirante editore, ormai stanco di un sistema malato – fatto di scrittori poco motivati, di distributori pronti a tutto pur di ritardare il pagamento delle percentuali sul venduto (quando non falliscono, negando del tutto le medesime percentuali), di case editrici completamente asservite ai gusti stereotipati di un pubblico miope e facile a entusiasmi passeggeri – ha compiuto una scelta rivoluzionaria, dando vita a una struttura innovativa, non più piramidale ma orizzontale: una lunga, avvincente, staffetta, in cui gli atleti-scrittori si passano il testimone mettendocela tutta, affinché la vittoria del singolo rappresenti la vittoria del gruppo nel suo complesso.

Reclutamento:
Gli autori sono stati scelti attraverso un concorso indetto dall’editore un paio di anni fa (e recentemente altri sono stati aggiunti, nello stesso modo). La selezione è stata dura e in pochi ce l’hanno fatta. Ma quei pochi, giunti alla meta, rappresentano una sicurezza per la redazione, non più costretta a esaminare quantità incalcolabili di manoscritti.
Capite da voi che in questo modo il lavoro si dimezza. Il tempo, non sprecato a distinguere fra opere meritevoli e non di pubblicazione, viene impiegato in maniera più proficua, correggendo le bozze e ultimando i ritocchi necessari per arrivare al momento finale della stampa.

Collaborazione:
Non sarebbe facile per gli autori (sparsi in tutta Italia) interagire fra loro, se non potessero confrontarsi quotidianamente nel forum: un quartier generale in cui vengono prese le decisioni più importanti riguardanti le pubblicazioni, i consigli di scrittura, le presentazioni, le pagine social (blog, facebook, twitter, you tube), i concorsi letterari, le novità ecc. ecc.
Ogni proposta è rimessa al giudizio di tutti quanti. La maggioranza vince.
Le presentazioni costituiscono un altro momento di grande coesione in cui vari autori (in genere quelli che risiedono nelle zone vicine al luogo dell’evento) si rendono disponibili per ricoprire i ruoli necessari: organizzatore, relatore, lettore, addetto stampa…
La capacità di collaborare è davvero sorprendente e ricalca appieno il logo delle ruote dentate che contraddistingue la Casa editrice. Un meccanismo perfetto e ormai ampiamente rodato, a dispetto di chi giurava che non avrebbe potuto funzionare a lungo.
Ci vuole impegno, non lo nego, ma vi assicuro che qui, come in tante altre organizzazioni di successo, è sufficiente che ciascuno faccia la sua parte.
In poche parole, siamo la dimostrazione che “Si può fare!”: l’Editoria alternativa esiste e ha un nome preciso: I Sognatori – Factory editoriale.

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Confortevole il divano su cui vi ho fatto accomodare, vero? Che vi dicevo? Siamo ospitali noi factoriani! E lo siamo così tanto che abbiamo deciso di dare una festa: un’intera giornata (il prossimo 30 maggio, dalle ore 10.15 alle ore 21.15) dedicata alla cultura e allo svago.
Il Parco termale di Telese (in provincia di Benevento) ospiterà l’evento, coinvolgendo la cittadinanza, le scolaresche e tutti i turisti che avranno piacere di partecipare.
Ci saranno presentazioni dei nostri libri, seminari, rappresentazioni teatrali e premiazioni per le scuole che hanno aderito all’iniziativa indicendo concorsi a tema.
Nella locandina potrete consultare il programma in modo più dettagliato:
10:15 – Apertura
11:30 – E così vorresti fare lo scrittore (consigli random per che vuole affacciarsi sul mondo dell’editoria)
12:30 – Letteratura e ambiente: presentazione degli ECO-romanzi della factory!
PAUSA PRANZO
15:00 – Babbo Natale su Marte: i libri di genere “Spore” e “Mostri di Natale”
16:00 – Abbasso i libri! Tra fumetti, cinema e videogame, nuovi percorsi per la scrittura
17:15 – (presso la Fondazione Romano) Ansia, danza, a volte nuvola (Letteratura al femminile con “Oltre Mare” e “L’innumerevole fermento”)
17:30 – Il sud alla riscossa, presentazione de “Il primo viaggio di Selene tra le stelle” e “La morte è un’opzione accettabile”
18:30 – Gente oltre la storia, presentazione di “Eravamo una famiglia” e “Fin dove si scorge il mare”
19:30 – Comportati bene e resterai solo: arrabbiarsi è lecito, presentazione di “Apologia del Porco” e “Pillole”
20:30 – “Ti saluto spezzando la penna”, piece teatrale a cura de “I FiloTrammatici”

Ve l’avevo detto io! Siamo diversi noi Sognatori!
Vi aspettiamo a Telese, per conoscerci meglio e per contagiarvi con il nostro entusiasmo.

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L’eclisse dell’anima

Vi avverto: la prenderò alla larga, perché il discorso mi intriga parecchio e perché, con l’età che avanza, ho deciso di concedermi tempi diversi, più lenti e dilatati. Abbiate pazienza.

Sabato scorso ero al ristorante, avevo appena terminato la mia pizza e la mia birra.

Nell’attesa dell’amaro, lo sguardo vagava fra tavoli e volti. Ma era un vagare discreto. Ve lo assicuro.

Non sopporto chi mi fissa mentre sto mangiando; sarà che in me si risveglia prepotente l’istinto primordiale di difesa del cibo. Perciò non mi permetterei mai di infastidire qualcun altro con occhiate invadenti.

Dicevo, lo sguardo vagava (discreto) e notava la presenza in sala di due artisti affermati: Nanni Moretti e Gabriele Lavia. Non erano insieme. Erano seduti a tavoli diversi. Ognuno preso dalla consumazione delle proprie pietanze.

Sono rimasta di stucco nel notare come un gruppetto di donne, accomodate alla mia destra, continuassero a spintonarsi ammiccanti: “Hai visto chi c’è?”, “Nanni Moretti!… Sì, sì, è proprio lui!”, “Dai! Scattagli una foto!”, “Dai! Tanto non ti vede!”…

Atteggiamento cafone a parte, la cosa che più mi ha meravigliata è stata l’assoluta indifferenza riservata a Gabriele Lavia, a fronte di un comportamento che rasentava la molestia nei confronti del celebre regista-attore di Palombella rossa.

Ci ho riflettuto un po’, poi sono stata folgorata (sarà che nel frattempo era arrivato il tanto atteso amaro?): “Vuoi vedere che queste qui ignorano chi sia Gabriele Lavia?”.

La cosa mi ha deluso parecchio; senza nulla togliere al talento di Nanni Moretti, mi sono domandata: Ma come? Lavia: il protagonista di pellicole come “Profondo Rosso”, “Inferno” e “Zeder”!

Sto parlando di film girati negli anni settanta e ottanta: un’epoca in cui ci si impegnava a dirigere e produrre film horror di tutto rispetto. Il colpo di coda, a mio avviso, di un cinema italiano poi completamente caduto in disgrazia.

Allora, sorseggiando il mio amaro ghiacciato, ho tracciato un bilancio approssimativo.

In Italia sono scomparse tante cose.

Nell’ordine: Onestà in genere, onestà intellettuale in particolare, sentimenti, cultura, nel senso più ampio del termine, senso critico (nonché senso del dovere), passione per l’arte, in tutte le sue forme.

Il bilancio è approssimativo. Lo ripeto.

Ma veniamo al sodo.

Un simile paese, completamente in mano ai social e a Equitalia, diviso fra tifosi di calcio e… tifosi di calcio, il prossimo venti marzo si prepara a un grande, grandissimo evento: l’eclisse del secolo (…che poi, quante cavolo di eclisse del secolo ci sono in un secolo?)

Direte voi: cosa c’entra l’eclisse con Gabriele Lavia? Forse nulla, ma nella mia mente laboriosa si è verificato un piccolo corto circuito, che ha messo per un istante le due cose in relazione fra loro. L’analogia è difficile da spiegare ma ci proverò.

Prendiamo l’esempio del ristorante: io ero concentrata su Gabriele Lavia, mentre la maggior parte dei presenti in sala si sbracciava per rubare una foto a Nanni Moretti.

Adesso prendiamo il caso dell’eclisse.

Le persone saranno lì, con lo sguardo puntato, com’è normale che sia, sul sole che improvvisamente si oscura, mentre sono sicura che la mia attenzione sarà tutta concentrata sulla terra. Su me stessa. Sul respiro che rallenta per poi fermarsi del tutto. Sull’incapacità momentanea di provare eccitazione, timore o stupore, perché perfino i sentimenti impietriscono al freddo glaciale dell’ombra proiettata dalla luna.

Come sottolineò Michelangelo Antonioni, apprestandosi a girare il suo celebre film “L’eclisse”:

“Gelo improvviso. Silenzio diverso da tutti gli altri silenzi. Luce terrea, diversa da tutte le altre luci. E poi buio. Immobilità totale. Tutto quello che riesco a pensare è che durante l’eclisse probabilmente si fermano anche i sentimenti. E’ un’idea che ha vagamente a che fare con il film che sto preparando, una sensazione più che un’idea, ma che definisce già il film quando ancora il film è ben lontano dall’ essere definito. Tutto il lavoro venuto dopo, nelle riprese, si è sempre rapportato a quell’idea o sensazione o presentimento. Non sono più riuscito a prescinderne.”

Proprio in quel magnifico film del 1962 viene delineato un capovolgimento assoluto di valori: sono gli esseri umani ad essere alienati, “eclissati”, ridotti a oggetti vuoti, privi di sentimenti.

Le cose, viceversa, mantengono intatta la loro identità, conservano una sensibilità che sembra mancare negli uomini e diventano le protagoniste assolute del film, fino a prenderne il posto nelle struggenti inquadrature finali.

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Gli spazi sono descritti in maniera metafisica con i silenzi assordanti che popolano le Piazze d’Italia di Giorgio de Chirico. Una Roma deserta, ancora in fase embrionale, squadrata nella sua geometria lineare da palazzi candidi, immacolati.

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E’ l’Italia del boom economico: il paese sta mutando a una velocità sorprendente, sta perdendo di umanità e arricchendosi di tecnologie. Un’unica fede, quella per il Dio Denaro, impone di fare, produrre, ammassare piuttosto che fermarsi un istante per sentire, pensare e amare.

L’eclisse in poche parole non riguarda il cielo che ci sovrasta ma la nostra anima.

Tra momenti di estraniamento e d’incomunicabilità, ci si accorge di essere soli in mezzo a tanti: “ci sono giorni in cui avere in mano una stoffa, un ago, un libro e un uomo è la stessa cosa”, dice Monica Vitti, la monumentale attrice, protagonista del film.

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Ecco cosa c’entrano Lavia, il ristorante, le donne al tavolo accanto, i cellulari sempre in mano, la foto dell’attore da pubblicare nei social, il mio amaro ghiacciato, con l’eclisse del secolo.

Nulla possiede il valore che dovrebbe avere. Il mio sguardo quella sera galleggiava in una palude di sentimenti.

Un’eclisse che continua a oscurare il nostro paese da cinquant’anni a questa parte.

Sabato scorso si era fatto tardi. La cena era conclusa. Era rimasto il conto da pagare.

Nanni Moretti si è alzato, è passato accanto a Gabriele Lavia, l’ha sfiorato con una carezza. Un gesto, un sentimento, calore improvviso.

La foto, se mai è stata scattata, chissà in quale social sarà finita… e a testimoniare cosa, mi domando?

I miei sentimenti, invece, sono qui ora, nero su bianco. Pronti a eclissarsi fino alla prossima storia.

(Siete pregati di usare apposite lenti per leggere. In questo modo eviterete di procurare seri danni alla retina).

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“16” (selezionato e pubblicato nell’Antologia “Halloween All’Italiana 2014”)

Nina camminava a passo spedito, cercando di farsi largo in mezzo a piccoli assembramenti di maschere, dai trucchi e dai travestimenti poco credibili: lupi mannari, zombie e vampiri le sembravano più somiglianti a vulnerabili rappresentati porta a porta, che non a temibili creature della notte.

S’incurvò appena sotto il peso della sacca che trasportava dietro le spalle. Niente dolcetti o scherzetti per lei, solo interiora di manzo che gocciolavano al ritmo delle sue inesorabili falcate, tracciando una lunga scia di sangue. Nessuno ci fece caso: un travestimento fra i travestimenti.

Ormai era arrivata: il palazzo di cristallo, nel quale a breve sarebbe entrata, defilandosi dalla folla eccitata per i festeggiamenti di Halloween, si ergeva impettito e autoritario come una minaccia.

Presto avrebbe conosciuto l’uomo che aveva ingaggiato il padre come boxer professionista nel suo malfamato locale di scommesse clandestine. La triste fama di Ctonio le era ben nota ma Nina aveva aspettato paziente che i tempi fossero maturi prima di affrontarlo personalmente.

Nonna Ilde l’aveva messa al corrente della situazione fin da piccola; la sua sincerità era sconcertante. L’adorabile vecchietta, apparentemente armata di sole trine e naftalina, infilava le parole in un discorso come proiettili nel caricatore di una pistola: «Tuo padre non è un boxer, è un fenomeno da baraccone».

Già, l’attività praticata dal padre poteva essere assimilata al pugilato tanto quanto il linguaggio di gesti concitati adoperato in borsa avrebbe potuto essere paragonato a una danza.

La caccia grossa, che si svolgeva sul ring, fra le urla e le incitazioni di una folla inferocita, di tanto in tanto terminava con la morte di uno dei contendenti. Al vincitore, comunque, era consentito il prelievo di un macabro souvenir; “Vae victis”, stabiliva il cruento regolamento.

Si diceva in giro che, in gioventù, Ctonio avesse lavorato come attore al Grand Guignol di Parigi.

Nel famoso teatro orrorifico del quartiere Pigalle, il futuro ingaggiatore aveva esibito un talento perverso, infliggendo ai colleghi torture efferate: amputazioni, atti di necrofilia, squartamenti, decapitazioni. Ma si trattava pur sempre di una compagnia teatrale, di finzione scenica: una volta terminata la rappresentazione gli attori tornavano a casa con i propri piedi, la testa ancora sulle spalle e le viscere nella pancia.

Ctonio, sin da allora, cominciò ad accarezzare l’idea di sostituire la realtà alla finzione. Così nacque il “16”: nome, tanto semplice quanto enigmatico, utilizzato per designare un club esclusivo, destinato a scommettitori con grandi possibilità finanziarie. Non c’erano insegne che potessero segnalarne l’esatta ubicazione, ma in tanti, comprese le autorità compiacenti, erano al corrente del fatto che gli scontri clandestini, gestiti da Ctonio e dai suoi sette soci, si svolgessero nei sotterranei del grande palazzo di cristallo.

La cifra misteriosa vagava di bocca in bocca, insieme alla leggenda del suo significato esoterico.

Il sedici è l’unico numero capace di essere perimetro e area dello stesso quadrato; il quadrato del ring. Sedici è il numero delle corde, quattro per ogni lato, che delimitano lo spazio in cui avvengono gli incontri. Sedici è il numero atomico dello zolfo. Negli Arcani Maggiori la carta numero sedici è la Torre: essa simboleggia la necessità del male come aspetto complementare del bene o come la condizione che lo precede; il cambiamento di stato, doloroso ma indispensabile, per garantire l’evoluzione interiore… sedici è il numero dei colpi mortali inferti a tuo padre, Nina.

Nina intravide il riflesso del proprio volto nella vetrata d’ingresso dell’edificio. I suoi sedici anni erano in parte camuffati dal trucco con cui si era trasformata, giusto per l’occasione, in un ilare Joker. Per un breve, interminabile istante, credé di scorgere la figura del padre accanto a sé: un’ombra appena delineata fra il chiarore delle luci riflesse nel vetro.

Lo riconobbe dalla posa un po’ storta di lato. La posa orgogliosa di chi si regge in piedi nonostante tutte le botte ricevute.

Nina, tuo padre non è qui, accanto a te! … Tuo padre è morto!

«Mio padre è qui, accanto a me, proprio perché è morto!».

Con gesto deciso si tuffò nella porta girevole. In quel gorgo sentì risucchiare se stessa e tutte le sue insicurezze.

Ctonio sollevò appena le palpebre pesanti. L’ambiente circostante girava vorticosamente in un turbinio sfavillante di colori e di luci. Quando la giostra visiva rallentò la sua corsa, Ctonio si accorse di essere sul ring, riverso a terra. Un filo di bava, colatogli da un lato della bocca si era allargato in una macchia umida sul tappeto di gomma. Era stato drogato!

Avrebbe voluto tirarsi su, ma era troppo debole. Cercò istintivamente un appiglio sulle corde che delimitavano il bordo, ma la presa era viscida e le mani non riuscirono ad afferrarle. C’era qualcosa di strano nella consistenza e nell’aspetto di quelle funi: il colore rosato, l’irregolarità dello spessore, l’andamento serpeggiante. Sembravano quasi…

«Sono budella umane!», mentì Nina, chiarendo ogni amaro presagio di Ctonio.

«… Appartengono ai tuoi soci! Come puoi vedere, la magica sacralità del “16” è stata rispettata».

Ctonio andò a rifugiarsi carponi in un angolo, frustrato dall’incapacità di controllare i suoi movimenti, goffi e rallentati.

Le corde del ring si appiccicarono alla nuca glabra; un’imprecazione gli sfuggì dalla bocca impastata con un suono molle: «Mmmmaledizione!».

«Dici bene! Il lavoro non è ancora terminato. Così non può andare! Mancano otto metri d’intestino; mi servono le tue budella, Ctonio».

Nina si fece avanti, raggiungendo l’uomo nell’angolo in cui si era accartocciato, ormai privo di speranza. Il sorriso grottesco, sbafato di rossetto vermiglio, si ampliò in maniera inverosimile prima di pronunciare la fatidica condanna: «Vae victis!». Otto metri di budella si riversarono sul tappeto in un fiotto denso di orrore.

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Alla nostra!

Sono passati più di 5.200  anni dall’invenzione della ruota e della scrittura.

Circa 2.500 anni dalla fine dell’Impero Romano d’Occidente.

667 anni dalla peste nera.

523 anni dalla scoperta dell’America.

226 anni dalla rivoluzione francese.

154 anni dall’Unità d’Italia.

101 anni dallo scoppio della Grande Guerra.

100 anni dalla scoperta della relatività.

86 anni dal crollo di Wall Street.

70 anni dalla bomba atomica su Hiroshima.

56 anni dalla guerra in Vietnam.

46 anni dal primo uomo sulla Luna.

26 anni dalla caduta del muro di Berlino.

25 anni dalla guerra nel Golfo.

14 anni dal crollo delle Torri Gemelle.

13 anni dall’introduzione della moneta unica europea.

L’esperienza maturata dal genere umano è notevole. Voglio dire… non siamo nati ieri.

Eppure gli errori commessi sono sempre gli stessi.

Avidità, corruzione e violenza.

Sopraffazione, distruzione e morte.

Opportunismo.

Indifferenza.

Indifferenza.

E ancora indifferenza.

Il mondo distopico in cui viviamo si modella in maniera sorprendente alle previsioni più pessimiste, elaborate da famosi scrittori del passato.

Perdonatemi, ma in questo 2015 ormai imminente non vedo proprio nulla da festeggiare.

Le mie soddisfazioni personali, nella visione universale di un mondo migliore per tutti, lasciano il tempo che trovano.

Resta quell’amaro in bocca nell’alzare il calice al momento del brindisi. Quando un pensiero, già lo so, correrà istintivo al sagace aforisma della baronessa Blixen: “Che cos’è l’uomo, quando ci pensi, se non una macchina complicata e ingegnosa per trasformare, con sapienza infinita, il rosso vino di Shiraz in orina?”

Prosit!

Lo scrittore, sacerdote di Mnemosine

È in ogni uomo attendersi che forse la parola, una parola, possa trasformare la sostanza di una cosa. Ed è nello scrittore di crederlo con assiduità e fermezza. È ormai nel nostro mestiere, nel nostro compito. È fede in una magia: che un aggettivo possa giungere dove non giunse, cercando la verità, la ragione; o che un avverbio possa recuperare il segreto che si è sottratto a ogni indagine (Elio Vittorini).

Agatha Christie

Una magia, un segreto. Ecco la sostanza, la vera essenza della scrittura. Anche l’atto della scrittura può apparire, o almeno è così che appare ai miei occhi, un rito, e lo scrittore nel pieno della sua ispirazione ne incarna l’officiante. La liturgia di uno scrittore all’opera rammenta le pose e l’eleganza di un gatto e spesso questo misterioso felino ama accompagnarlo, apprezzando la quiete delle sue lunghe pause riflessive.

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Me lo immagino, lo scrittore-sacerdote, comodamente seduto al riparo di una confortevole veranda di legno bianco appena consumata dalla salsedine. Egli ama gli spazi che si collocano a metà fra l’interno e l’esterno, così come l’immensità del mare. Occupa una sedia dai braccioli ampi e appoggia le gambe appena sollevate sulla balaustra che ha di fronte. Il ticchettio monotono dei tasti pigiati ricorda il frinire estivo di una cicala o il lento oscillare di un’antichissima pendola.

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Ancora un’altra visione, forse più romantica della precedente. Lui è chino sullo scrittoio; una penna corre silenziosa sulla carta; la luce fioca del lume tremola al passaggio di una falena stordita; da una tazza si leva una voluta di vapore; ovunque aleggia insistente una sinestesia di odori (la carta, il legno, il tè) e di pensieri (l’ansia, la sollecitudine, l’eccitazione). Una fragranza che invade le narici e la mente. Intensa e dolciastra; incenso che stordisce e provoca nausea. Le parole sono cibo offerto su un candido vassoio, capaci di placare quel senso di vuoto e di vertigine.

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Una magia, un segreto, un rito. Abbiamo l’officiante, l’animale totem, il tempio e l’offerta votiva, con tanto di candele e di incensi. Manca una sola cosa per completare il quadro: una divinità.

Chi è il Dio invocato dallo scrittore? A chi prega, per chi offre, in che cosa crede lo scrittore?

No, non è come pensate: le Muse ispiratrici costituiscono solo un tramite fra lui e l’elemento divino. Ma non vi siete sbagliati poi di molto nel momento in cui avete sussurrato istintivamente il nome delle nove creature Eliconie. La Dea adorata dagli scrittori, infatti, è Mnemosine, la Memoria, loro Madre.

Lo scrittore ha il compito di onorare, tramandandola, la Memoria. Non come uno storico, documentando in maniera fedele i fatti accaduti, piuttosto come un tramite medianico, capace di evocare i fantasmi del passato.

Spiriti inquieti, ombre tormentate, destini irrisolti, sono le fonti più prolifiche d’ispirazione di uno scrittore. Egli ascolta i sussurri accattivanti di questo sciame arcano e intreccia in maniera sapiente le sue trame, rammentando ai lettori che le parole sono eterne quanto le anime che le hanno pronunciate infinite volte prima di lui.

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